Un genere legittimato dal suo futuro. Idee, pratiche e comunità d’ascolto di poesia.

Andrea Inglese

Sbarazziamoci di questa nozione di una corrente principale nella storia e rendiamoci conto che stiamo andando in diverse direzioni.

John Cage

In un mondo d’inizio millennio, che pare mosso dall’inesauribile potenza delle sue crisi croniche e molteplici, anche la piccola landa della poesia ha percepito (e ancora percepisce) se stessa come in stato di crisi profonda, permanente, forse terminale. Questo fatto è riscontrabile procedendo a un rapido catalogo delle lamentazioni più frequenti. Manca quasi tutto: lettori curiosi, editori illuminati, distributori appropriati, librai indipendenti e, naturalmente, autori validi. Questo quadro sconfortante è di tanto in tanto radicalmente rovesciato. Appare allora chiaro che i poeti incarnano l’espressione più pura dell’etica della scrittura (qualsiasi cosa questo voglia dire) e che, nel grande mercimonio promosso dall’industria culturale, o dall’industria dell’intrattenimento tout-court, essi costituiscono l’ultimo fronte della resistenza (quale che sia la patria immacolata da difendere). La cosa consolante nel profluvio di tali discorsi vittimistici o euforici è che, in Europa, non sono solo i poeti nostrani a nutrirsene. Chi ha avuto modo di partecipare a qualche tavola rotonda sulla poesia in altri paesi, o in occasione di qualche festival internazionale di poesia, può facilmente testimoniarlo.

Pochi sono stati i tentativi d’inquadrare in un’ottica più ampia, non esclusivamente interna al genere, questa crisi della poesia e del suo statuto all’interno del sistema letterario. Tra questi, è importante ricordare il saggio di Guido Mazzoni intitolato Sulla storia sociale della poesia contemporanea in Italia apparso nel 2017 in rivista («Ticontre. Teoria testo traduzione»,VIII) e in rete. Per l’autore, “ciò che definisce l’ingresso della poesia nella sua stagione contemporanea, prima che un mutamento interno alla letteratura, è un mutamento sociale”. Puntando lo sguardo all’evoluzione della società italiana nella stagione della cultura di massa, Mazzoni analizza tutta una serie di fenomeni che hanno determinato a partire dagli anni Settanta uno stravolgimento del campo poetico: declino delle poetiche e delle riviste militanti, assenza di un canone condiviso, perdita di autorevolezza del poeta in quanto intellettuale, eclissi di una scena ufficiale a cui eventualmente opporre una scena underground, diffusione della poesia in rete attraverso siti web, blog individuali e collettivi, social network. La riflessione di Mazzoni si chiude su di un sentimento di perdita secca, assunto però con stoico disincanto. La marginalità culturale della poesia non è riconducibile a qualche causa semplice, o a qualche colpa ben circoscritta, essa è parte di una necessità storica inscritta nell’evoluzione delle democrazie occidentali.

L’articolata diagnosi realizzata da Mazzoni conferma e sistematizza tutta una serie di valutazioni che hanno accompagnato la riflessione sul declino della poesia e sui guasti della cultura di massa a partire dagli anni Settanta del secolo scorso e di cui un critico come Alfonso Berardinelli è stato uno dei più influenti capostipiti. Questa lettura è stata oggi assimilata quasi del tutto acriticamente, ma essa presenta alcuni punti discutibili. Quello che m’interessa trattare qui riguarda il concetto di “mandato sociale del poeta”. Secondo Mazzoni, in Italia, “la poesia italiana moderna ha conosciuto due perdite del mandato sociale: quella di inizio Novecento e quella che comincia a emergere proprio nel corso degli anni Settanta”. All’inizio del secolo scorso è la stessa borghesia che, dopo avergli attribuito l’autorità di rappresentarla “poeticamente”, revoca al poeta questa prerogativa. Nel corso degli anni Settanta, sarebbe invece la società di massa a incaricarsi di questa ulteriore revoca di mandato. Non è una questione oziosa, perché verte in qualche modo sulle forme di legittimazione che un genere letterario può fornire nei confronti della società del suo tempo. La nozione di un mandato sociale (moderno) del poeta (del letterato) è però fin dall’origine contraddittoria. Ne aveva scritto Guido Guglielmi con la sua consueta nettezza: “la scrittura classica designava attraverso le sue strette convenzioni il proprio destinatario di fatto e di diritto, la scrittura romantica scardinando il sistema dei generi e degli stili, designa un destinatario di diritto (l’umanità) e un destinatario di fatto (il borghese). (…) L’una appartiene a una letteratura a pubblico particolare (aristocratico) e reale, l’altra a una letteratura a pubblico universale ma irreale” (in Ironia e negazione, Einaudi, 1974, p. 13). Il mandato sociale del poeta, in epoca moderna, si costituisce a partire da questa mistificazione: una classe particolare vuole riflettersi in una letteratura che si pretende universale. Questa contraddizione non è stata risolta dai tentativi di creare una letteratura proletaria, che esprimesse marxianamente l’universale concreto dell’umanità, né mi pare risolvibile in una società di massa, in cui le stratificazioni sociali non sono state dissolte. Di certo la poesia è delegittimata nell’universo dell’industria editoriale, che affida ai suoi autori-produttori almeno un mandato commerciale. Esso potrebbe essere così espresso: “quale che sia la rilevanza letteraria dei vostri libri, essi devono persuadere un numero significativo di consumatori-lettori”.

A fronte di queste difficoltà, le scritture poetiche potrebbero accettare, a partire dagli anni Zero, di considerarsi senza scandalo, e realisticamente, delle pratiche di minoranza. Esiste un gruppo sociale non di principio omogeneo e chiuso da un punto di vista sociologico, anche se presenta probabilmente degli importanti aspetti comuni, e questo gruppo è costituito da scriventi versi, da critici letterari spesso legati al mondo accademico, e da un piccolo numero di lettori non scriventi e non interessati alla poesia per ragioni professionali. Il principio di coesione di tale gruppo, ossia la poesia come genere letterario, non può risiedere nel passato. Nel corso del Novecento, dalle avanguardie in poi, non è più esistita un’unica linea genealogica in grado di dire che cosa sia la poesia agli scrittori. Nemmeno, come abbiamo visto, la poesia può legittimarsi rispetto alle concezione dei prodotti letterari dell’epoca presente. Essa è una forma di anomalia, di errore, nel vasto mare delle produzioni culturali destinate a circolare per un rapido consumo. La poesia, allora, può solo sperare di legittimarsi nel futuro, in virtù della sua capacità di trasmissione. Solo in questa prospettiva diacronica, la sua incerta e fragile esistenza può assumere, in quanto pratica, una forma di radicamento antropologico. Ma ciò comporta l’esistenza di un dialogo intergenerazionale, ossia la messa in opera, ma anche l’invenzione e la sperimentazione, di tutta una complessità di pratiche – pratiche di lettura, di studio, di dialogo e diffusione – che vanno ben al di là della semplice facoltà di un individuo di esprimere linguisticamente i suoi stati d’animo su di un qualche supporto fisso e/o riproducibile. Senza l’esistenza di una comunità d’ascolto, e di un desiderio condiviso di utilizzare la pratica poetica come una forma di godimento e di conoscenza del mondo attraverso il linguaggio, nessuna scrittura poetica può avere futuro, e quindi esistere.

Legittimare la poesia a partire dal futuro significa anche sopprimere una delle mosse più tipiche che le poetiche novecentesche utilizzavano per conquistare l’egemonia sul campo. Oggi nessuna scrittura, per sperimentale che sia, può pretendere di agganciarsi alle spinte collettive rivoluzionarie, quasi che scritture d’avanguardia e avanguardie politiche fossero portate da una medesima necessità storica. Sarà altrettanto difficile dimostrare che una poetica un po’ più popolare di un'altra (in termini di mero conteggio del numero dei lettori) esprima per ciò stesso lo “spirito del tempo”. Ciò non dovrebbe implicare né la fine di ogni giudizio di valore (“questa scrittura poetica è più rilevante di quest’altra”) né la fine di ogni possibile nesso tra scritture poetiche e pratiche collettive volte all’uguaglianza e all’emancipazione. Questo nesso, infatti, trova una sua ragione d’essere nelle varie forme (anche estetico-letterarie) che può assumere la critica dell’ideologia dominante. Una buona parte delle analisi dell’impatto che i nuovi media tecnologici hanno sullo statuto dell’autore, sulle frontiere del libro, sulle modalità di circolazione dei testi, sembrano dimenticare che sotto il tessuto mobile, fluido, dissipativo della rete, permangono non solo “arcaici” rapporti di dominio, monopoli produttivi e distributivi, conflitti tra capitale e lavoro, ma anche anelastiche formazioni ideologiche, radicate in abitudini pratiche, affettive, estetiche e cognitive.

Il risultato di questa situazione è una sorta di contesa perenne intorno ai valori e ai confini del poetico, che rende problematica la definizione di un canone condiviso. È quindi auspicabile che le poetiche mantengano la loro dimensione polemica, e s’impegnino a rendere esplicita, attraverso strumenti di verifica storici e concettuali, l’ideologia letteraria che le sottende. Viene così riconosciuta, per altro, una persistente pretesa intellettuale insita nel lavoro poetico, nel momento in cui trapassa anche nel discorso critico e teorico in grado di individuare rapporti possibili tra il contesto storico e le forme della poesia. Alla lotta per l’egemonia, che vorrebbe giustificare in virtù di qualche entità mitica (le leggi dell’evoluzione storica, l’inconscio del pubblico, lo Spirito del tempo) la supremazia oggettiva di una poetica sull’altra, andrebbe sostituito un impegno per la testimonianza, intesa in senso ampio, come testimonianza di un’idea di poesia, e di una comunità possibile d’ascolto, e delle potenzialità che un testo o un’azione “poetica” possono avere nei confronti delle coordinate estetico-conoscitive strutturanti il nostro rapporto con il mondo.

I poeti presentati qui testimoniano di una pluralità di atteggiamenti. “Paesaggisticamente” toccano un arco ampio che andrebbe dal pop e dalla poesia dell’oralità della coppia Francesca Genti-Luigi Socci alla poesia più “politica“ e intransitiva della coppia Simona Menicocci-Luigi Severi, passando per il lavoro estremamente sfaccettato e inquieto di Renata Morresi. La cosa per me più interessante, però, è proprio lo scarto che ciascuno di essi realizza rispetto alle ordinarie pretese topografiche. Genti, la più anti-intellettualistica dei presenti, difende una certa idiozia del sentimento proprio contro il sentimentalismo pervasivo della cultura pop, dentro cui lei stessa nuota, ma controcorrente, e riconfigurando costantemente il profilo della propria femminilità attraverso un gioco con e contro gli stereotipi di genere. Non è poesia (scrittura) femminile ma poesia che tematizza il genere femminile. Luigi Socci – anche lui restio rispetto a posture teoriche e critiche – è un tipico caso che inceppa le partizioni: perfettamente a suo agio in scena, perfettamente calibrato sulla pagina, lui pure lontano da ogni tentativo di sublimare la lingua, e abile nel risvegliare le metafore dormienti nel linguaggio ordinario. In Renata Morresi, studiosa di letteratura angloamericana e traduttrice, è paradossalmente invece lo spessore delle cose a emergere prima ancora che quello degli enunciati. I testi di Genti e Socci sono disposti spesso in forme metriche riconoscibili, organizzandosi sul tempo della chiusa, della formula arguta. In Morresi è lo spazio che prevale, e i testi si organizzano secondo un ritmo variabile, percussivo, cercando l’inclusione a vasto raggio, a volte quasi impossibilitati a chiudere. E la sperimentazione delle forme è guidata da questa attenzione quasi archeologica verso il paesaggio contemporaneo, sondato nella sua inesauribilità e enigmaticità. Anche in Severi è presente uno sguardo archeologico, però mediato dal passaggio per il deposito linguistico inattuale. Attraverso un furioso lavoro d’intarsio, di montaggio di frammenti documentari, emerge nella sua poesia una lingua opaca, una lingua-cosa. Ma in questa lingua di deposito, nel suo lessico composito, dormono occasioni d’incontro e racconto della realtà contemporanea, della sua ruvidezza e del suo splendore materiale. Con Simona Menicocci si tocca uno dei fronti più combattivi e convinti della poesia di ricerca. Ogni eredità formale e figurativa del “poetico-letterario” è criticamente vagliata, elusa o disarticolata, sottoposta in ogni caso a una sorta di “prova di realtà” storica. Nei suoi testi, però, più che l’elemento ludico-nichilista, o puramente dimostrativo-concettuale, prevale un’attenzione per le specifiche trame dell’ideologia contemporanea. Non è poesia civile quella di Menicocci, ma “politica”, ossia di parte (con un fortiniano nemico da additare), e come tale non si può mai leggere come compiuto ordigno letterario, perché cerca il senso fuori di sé, nei conflitti sociali che tutt’ora attraversano e rendono instabile il nostro mondo storico.

ANTOLOGIA

Francesca Genti

Francesca Genti è nata a Torino nel 1975, vive a Milano. Ha pubblicato i libri di poesia Bimba Urbana (Premio Delfni, Mazzoli, 2001), Il vero amore non ha le nocciole (Meridiano Zero, 2004), Poesie d’amore per ragazze kamikaze (Purple Press, 2009; Sartoria Utopia, 2015), L’arancione mi ha salvato dalla malinconia (Sartoria Utopia, 2014), Il mio bambino mi ha detto (Sartoria Utopia, 2016), Anche la sofferenza ha la sua data di scadenza (HarperCollins, 2018) e il saggio La poesia è un unicorno (Mondadori, 2018). Con Manuela Dago ha fondato la capanna editrice Sartoria Utopia.

se tu mi dici :“sei una guerriera”
pensando di farmi apprezzamento
e che il mio piglio di amazzone vera
dello charme non va certo a detrimento

io, certo, accolgo il complimento,
ma in verità un poco mi rattrista,
perché la guerra la odio tutta intera:
voglio essere un'apicultrice dadaista

fare del miele e risanare la biosfera,
con una motosega ecologista
potare tutti i pali delle luci,

convincere la cara amica Sylvia
che non è vero
che ogni donna ama un fascista.

P.S.
riscrivere la storia. (e abbasso i duci).

Inedito

*

IO, OGGI, CON LA MIA DISPERAZIONE

sto qui. completamente costernata.

l'hai fatta grossa in questa situazione:
hai fatto veramente la cazzata.

parlo così, io:
alla mia tigre
alla mia maleducazione
alla malora di questa mia giornata.

vorrei passare un brutto quarto d'ora:
io e la mia tigre
essere sbranata.

vorrei andarmene dritta giù in prigione.

sto qui. completamente frastornata.

a dire alla mia tigre cosa non deve fare
a dire alla mia tigre di comportarsi bene
io alla mia tigre a cui voglio tanto bene
ma che non riesco ad addomesticare.

*

HO SPACCATO COSE

piatti bicchieri acquasantiere
sedie orologi e vasi di fiori
ho sradicato porte, cassettiere.
ho sporcato centrini tovaglioli
merletti lenzuola di lino di seta
di cotone fazzoletti federe
camicie tappeti e canottiere.

ho fatto incantesimi preso il malocchio
pianto e perso sangue rovesciato sale
ho cucinato male piatti di una tradizione
che non ero mia e non riuscivo a accettare.

mi sono sentita una sposa andata a male
un bisbetico UFO un agnello pasquale
una casalinga al cubo in fase terminale.

Da Poesie d’amore per ragazze kamikaze, 2009

 

Simona Menicocci

Simona Menicocci (1985) proletaria senza prole, studia filosofia e lavora come istitutrice a Roma. Tra le sue pubblicazioni: Posture Delay (La Camera Verde, Roma 2013); Il mare è pieno di pesci – La mer est pleine de poissons (Benway Series, Tielleci, 2014); Manuale di ingegneria domestica (Arcipelago Edizioni, 2015); Glossopetrae/tonguestones (IkonaLiber, 2017); di prossima pubblicazione Saturazioni (dia°foria, 2019). Alcuni testi da Si fa per dire nel numero monografico sulla poesia italiana della rivista francese «Nioques» (#14, 2015); alcuni testi da H24 nel numero monografico della rivista svedese «OEI» (#68-69, 2015). Assieme a Fabio Teti cura il laboratorio di scritture “anomale” prove d'ascolto.

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dall’analisi dei fossili emerge che
2,4 milioni di anni fa
l’uomo barattò la capacità di masticare
per poter avere un cervello piú grande
per produrre altri modi di masticare

dall’analisi dei viventi emerge che
una scatola cranica grande non è causa
di un cervello grande o di ciò di cui
un cervello è causa
*
ogni lingua ha bisogno di una lingua
lusus culturæ #2: scrivere ciò che non rimane

sono sufficienti pochi decenni di cultura imprevidente
o le poche ore di un cantiere

homo homini homo
divora deve divorare vede divorare dove vede divora dove etc.

le parole passano di bocca in bocca orizzontalmente
le bocche passano di strato in strato verticalmente

le polveri le farine le ceneri le sabbie i detriti i resti i segni i talchi

la divisibilità della materia
la distinzione delle cose
il corpo macinato assieme ai suoi scarti

nella terra ci sono cose che non circolano nella storia
la speranza è che non tutto sia servito

Da: glossopetrae/tonguestones, 2017

*

La moneta corrente è l’amoxicillina.
Si svegliano, diventano incoscienti, poco a poco.
Defecano nei vestiti, mentre borbottano sui climi che furono.
Tenuti in vita dal plusvalore di anni prima.
Potrebbero gridare e non possono.
Tutto è stato a favore di physis e capitale.
I pigiami afflitti dal lavorio della vita, dagli assurdi dolori,
......................................[dagli interrogativi informi.
Il moto del corpo nel mondo, l’unica rivoluzione espletabile.
365 giorni per arrivare in cucina.
Davanti al nero rinvigoriscono, provano la guerra.
Lallano il rancore, la lotta di classe.
Rilasciano enormi quantità di microplastiche nell'acqua di scarico.
Spasmi, disartria, nessun ricordo felice.
Muoiono in un giorno uguale agli altri, solamente più corto.
I bambini scatarrano, dicono è mio.
Alcuni sono ancora forti in proprietà, potere, produzione.
Le nevi perenni sulle mattonelle della cucina.
Un solo reddito non basta mai.
È molto difficile capire come il tempo evolverà nel tempo.
La coscienza di classe psicosomatica: scioperano solo gli organi vitali.
Metalli e umori pesanti nell’aria, particole di idrocarburi, benzene.
Le teste infestate dai pidocchi, dalle concezioni proprietarie
............................[del mondo.
Si rompono i piatti, i polmoni, nel divenire della morte, della giornata
.............................[come tante.
Fanno parte di classi esplose nella crisi.
Ognuno col suo guanto spaiato, la sua necrosi, la sua vita da frantume.
Dopo alcuni giorni dal decesso alcuni si reincarnano in un'autoimpresa.
Irrecuperabile la lente che cade nel lavandino, sparisce nel gorgo
............................[assieme alla cornea.
Rari episodi di qualità letteraria e sindacalismo.
Si presentano edematosi, con vari ecchimosi, sdentati dal data mining.
Custoditi in un'urna, sepolti o dispersi, gli antagonismi sociali.
Riaffiorano condizioni impensabili.
Nei tempi morti.

Da Lebensformen (inedito)

Renata Morresi

Renata Morresi (Recanati, 1972) ha pubblicato poesia in Cuore comune (peQuod 2010), Bagnanti (Perrone 2013), La signora W. (Camera verde 2013), e su varie riviste e antologie. È redattrice di Nazione Indiana. Cura la collana “Lacustrine” per Arcipelago Itaca Edizioni. Ama tradurre; di recente: Sei nessuno anche tu?, una serie di Emily Dickinson accompagnata dalle fotografie di Mario Giacomelli (Arcipelago Itaca, 2017). Nel 2014 ha vinto il premio Marazza per la prima traduzione italiana di Rachel Blau DuPlessis (Dieci bozze, Vydia 2012), nel 2015 ha ricevuto il premio del Ministero dei Beni Culturali per la traduzione di poeti americani moderni e post-moderni. Scrive cose storte e liriche, tra l’esperimento e la compassione. Sta sempre pensando a un ritmo.

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Una casa avrà i vecchi e gli allettati
allineati per orizzontale e composti
gli uni sugli altri, alternati da strati
di badanti polacche e moldave,
per il sostentamento disposte ad incastro,
a spina di pesce, coi centenari montanari
a triplo vincolo, le vecchissime vergare
marchigiane usate a mo’ di foratelle,
gli intubati sussunti nel grande disegno,
le fantesche innestate come impianti,
i curati e i curanti, i validi e gli invalidi,
canterti delle nuove anti-sismiche,
anti-abitanti, senza bisogno.

*

Una casa sarà fatta di tutte le frasi
le belle frasi, le frasi tipo, frasi-struttura,
“la memoria di quanto accaduto”
“la prevenzione nelle zone ad alto rischio”
“per prime le scuole dovranno”
architettura di frasi ad alto rendimento,
a basso costo, senza tema di risparmio di frasi,
anzi sondando
i corpora delle più pronunciate
frasi dopo il disastro.
Sarà una casa inattaccabile,
leggera come il fiato della frase,
modulare, prefabbricata, ecologica,
con i “nessuno sarà lasciato solo” accanto ai
“prendiamo a modello il Giappone”.
Grazie alla forza intrinseca della materia prima più diffusa
ecco la casa altro che popolare: casa in prosa, casa fonetica!
Con tanti rappresentanti e funzionari e urbanisti
ma anche i sognatori e la gente comune senza le lauree,
tutti quanti in prima linea, in maniche di camicia
arrotolate sopra il gomito, i muscoli delle braccia
tesi mentre tengono le mani a megafono
tutti rivolti a sud-ovest a gridare frasi
bellissime, indistruttibili.
Qualche burlone griderà “forza Juve” o “viva la fica”.
Poi ci saranno pure quelli senza voglia di gridare,
i soliti sfaticati rimasti senza casa, peggio per loro.

Da “Anti-sismiche” (in Terzo paesaggio, in corso di pubblicazione)

*

Tra gli infissi sessanta cose
tra sedia, radio, mais, cipolla
e discreta importanza di tavola
cose intessute sul motivo
ripetibile, della tovaglia.

Scansi facile le molliche
scrollandola dal davanzale
con un gesto che ci lega
a tutti i pranzi
a tutti gli avanzi riposti.

Forse domani
davanti al frigo
la stessa sillaba.

Da “Cuore comune”, in Cuore comune, 2010

Luigi Severi

Luigi Severi è nato a Roma nel 1972. Ha scritto saggi sulla letteratura rinascimentale (tra cui una monografia, edita da Vecchiarelli) e sulla letteratura novecentesca, anche in chiave militante (tra cui l’e-book Sull’intellettuale dissidente, E-dizioni Biagio Cepollaro, 2007). Suoi versi e racconti sono apparsi in diverse sedi cartacee e tematiche («Atelier», «Poesia», «L’Ulisse», ecc.). Nel 2006 è uscito il suo primo libro di poesia, Terza persona (ed. Atelier); nel 2013, per le edizioni della Camera Verde, Specchio di imperfezione e Corona. Il suo ultimo lavoro poetico è Sinopia (Anterem Edizioni; Premio Lorenzo Montano 2016).

CERTA IGIENE SOCIALE

Ridursi a poco è sempre un gesto unanime,
consentono facilmente gli abitanti
spartiscono (per abitudine) lo spazio che rimane.

(La bottiglia, sul tavolo) (spaziatura sul rigo)
(rumori per le scale) (la minaccia del debito)
(ascoltali passare) (deglutire del vino).

Da Terza persona, 2006

*

LEZIONE SEMPLICE

una lucertola ad esempio
(abitare in quell’atomo)

divora un corpo in volo / poi infuria
di seduzione / elegante disfà
per creare altrove

nel lampo di sfuggire sotto il taglio
della rotaia, si capovolge
sanguina / è presente
feroce ma in amore, freccia che azzera ma
preghiera nel sole / supplizio gentile
di inizio, di fine

Da Corona, 2013

*

con certi gesti, a secco, con certe
soluzioni di luce a metà
alla fine ci siamo: due figure in piedi, che si incontrano
le mie parole caute nella sua mente, e senza dire, fredde pietre levigate,
il suo corpo indolore, di lei tutta in un passo, un quasi
fiore: blocca di più, concentra le risorse: la bella mano, ecc.,

Così camminava davanti a
Così si avviava con semplice fierezza
Così restava immobile, libera da (fino a che morte

cessava il vento vivo, ora scolpito, perenne
in un panneggio

*

tutto quel pullulare, nascono in forma e rientrano
nel taglio della terra, che inghiotte e si gonfia, di corpi e vanno in fila
raccontando al giudizio: quante voci
fatte e disfatte, innocue, tutto quel gorgheggiare
di corpi esaminati sul pendio, nervi, epiteli sfoderati, osserva
giunzioni, connettivi, fibre, placche – tutto rientra in frammenti
dallo stesso taglio, beve la terra, succhia dallo scarico, placido
scolatoio, ringloba il frattanto, le tutte quante storie,
aduna bocche e denti
in un sorridente perfosfato, utilizzabile fresco, zero scorie

(al centro la cattedrale, pezzi di
[…]
camminiamo su tele
di tegumenti, tegole, corpi abbracciati, armati

(vedi il nibbio posare, dopo preda
rametti terra e lana, un lento sonno

Da Sinopia, 2016

Luigi Socci

Luigi Socci è nato ad Ancona, dove vive, nel 1966. Agente di commercio, versificatore part-time, performer confessional e (ri)animatore poetico ha pubblicato Prevenzioni del tempo (Premio Ciampi Valigie Rosse, 2017) e Il rovescio del dolore (Italic Pequod 2013, Premio Metauro e Premio Tirinnanzi-Città di Legnano). Scrive di teatro per Il Messaggero, Il Resto del Carlino e il lit-blog “Le parole e le cose”. È direttore artistico e organizzatore, ad Ancona, del festival di poesia “La Punta della Lingua” e dell’omonima collana per l’editore Italic Pequod.

SE È VERO CHE LA POLVERE

Scarsi reperti, resti.
Nella scarpiera in frigo
nel posto delle scope
pochi grammi di scorie.
...........................Come tipo
mi accontento di poco.
A me mi basta un niente
(un niente, 2-3 niente)
se è vero che la polvere
domestica è composta
dal nostro quotidiano sbriciolarci
in parte consistente.

Questa poesia è così buona
che si può dimostrare:
me la scrivo e non chiedo
cosa c’è da mangiare.

*

0.2

Per scriverci in corsivo
finita la matita
la morte entra nel vivo
si tempera le dita.

*

ROMA

Tra una bocciofila
e un luna park rionale,
in un quartiere di case basse,
di innocui e minimali
cactus senza puntali
e gentili richieste di non parcheggio.

Via NICOLO (senza accento
per errore epigrafico)
PICCININI, famoso condottiero
e altre vie intitolate a illustrissimi
esistiti cartografi davvero.

Dove, attraverso i buchi
nella rete, come da uno spiraglio
di sipario che limita i confini,
tocca anche a noi la nostra
visione su un dettaglio
del povero teatro dei cortili.

Dove azzurrati al posto di imbiancati,
celestinati per tenere a bada
i parassiti e gli altri pestilenti
perniciosi animali,
crescono i delicati stenti
degli ulivi condominiali.

Tocca anche a noi la nostra
parte che impara l’arte
dello spasso da parte a parte.

Tocca anche a noi poveri
rimatori guardoni diplomati
poeti laureati
mai bocciati.

Da Il rovescio del dolore, 2013

Una poesia 32 / Simona Menicocci

Simona Menicocci (1985) ha pubblicato per le edizioni de La Camera Verde Incidenti e provvisori (2012) e Posture Delay (2013); alcuni testi dal progetto Saturazioni nel volume antologico di scritture sperimentali Ex.It - Materiali fuori contesto (Tielleci, Colorno, 2013); il testo italo-francese Il mare è pieno di pesci – La mer est pleine de poissonsper la prima serie dei Fogli bilingue Benway Series (Tielleci, Colorno, 2014); Manuale di ingegneria domestica per la collana Chapbooks (Milano, Arcipelago Edizioni, 2015); glossopetrae / tonguestones per la collana syn (Roma, IkonaLiber, 2017). Suoi testi sono apparsi in riviste, lit-blogs e web-zines tra cui «L’Ulisse», «Nazione Indiana», «alfabeta2», «Il caffè letterario». Collabora al collettivo «eexxiitt.blogspot.com». Dal 2013 la sua ricerca si è estesa ai linguaggi dell’arte video, fotografica e installativa. Nel 2014 è stata tra i curatori della rassegna di arte e scrittura sperimentali Ex.it – Materiali fuori contesto (Albinea, RE) e ha partecipato alla rassegna Generazione y - poesia italiana ultima presso il Museo Maxxi di Roma. Nel 2015, presso l’Unione Culturale Franco Antonicelli di Torino, ha partecipato al progetto La descrizione del mondo, a cura di Andrea Inglese, con l’installazione Hiro (anamorfosi è un avverbio di modo) ideata assieme a Fabio Teti, con il quale ha anche curato un ciclo di laboratori di scritture ‘divergenti’ dal titolo prove d'ascolto, presso il WSP photography di Roma.

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Il Cantiere di Alfabeta è uno spazio di dibattito online e dal vivo concepito per sostenere e ampliare il lavoro quotidiano della rivista. E da qualche giorno per i soci è stato avviato un gruppo di lettura.

Entra anche tu nel Cantiere di Alfabeta!

Alfadomenica #3 – giugno 2017

Solo pochissime parole per introdurre il sommario di un numero particolarmente ricco del nostro Alfadomenica e per ricordare ai lettori che il modo migliore per seguire dall'interno il lavoro quotidiano della rivista è entrare a far parte del Cantiere, lo spazio online e dal vivo riservato ai soci dell'Associazione Alfabeta. (In questi giorni, come avevamo preannunciato, è stato avviato il gruppo di lettura sul libro Il selfie del mondo di Marco d'Eramo, sul quale proporremo la prossima settimana un'analisi di Marco Dotti).

Oggi su Alfadomenica:

  • Nunzia Palmieri, Brian Friel, fallire al meglio:  Un cappello da mago, un quadrato di panno nero, quattro fogli di cartone, una maschera, un dentone, un pacchetto di palloncini gonfiabili sparsi in un prato nella notte silenziosa. Un bambino di dieci anni raccoglie ogni cosa e cerca di rimetterla al suo posto. Poi stringe fra le mani un coniglio malconcio e lo deposita con cura nella scatola legata alla bicicletta. M. L’Estrange, l’illusionista, è disteso per terra, senza forze, ubriaco fradicio ma capace ancora di tenersi aggrappato alle parole con un guizzo: «A quanto pare, amico, il mio destriero e io abbiamo preso strade diverse». - Leggi:>
  • Gigi Roggero, A/traverso, quando il cielo cade all'inferno: “Scrivere questo libro ha significato soprattutto rimettere insieme i pezzi di un oggetto rotto, riassemblare i frammenti di un’unità ormai perduta”. Così si conclude l’acuto volume di Luca Chiurchiù, La rivoluzione è finita abbiamo vinto. E così inizia la sua ricerca, concepita come tesi di laurea dell’autore e successivamente rivista. L’“oggetto rotto” in questione, l’“unità ormai perduta”, è la rivista A/traverso, di cui Chiurchiù ricostruisce storia e sostanza. Una storia legata, innanzitutto, al movimento del doppio Sette, anno concretamente simbolico assurto a paradigma di un ventennio di lotta di classe.  - Leggi:>
  • Rossella Catanese, Santasangre, incisioni e cavalieri: L’ultimo spettacolo dei Santasangre, intitolato Gravure - Le Chevalier, è il secondo quadro di un ampio progetto che il gruppo di teatro porta avanti da diversi mesi. Santasangre nasce nel 2001, all’insegna della sperimentazione tecnologica visiva e sonora in grado di rendere indiscernibili spazi reali e virtuali. Vincitore nel 2009 del Premio Ubu (Premio Speciale), il gruppo ha partecipato in questi anni alle principali manifestazioni internazionali del settore.  - Leggi:>
  • Elena Malara, Venezia, la Biennale del corpo nomade: Christine Macel l'ha dedicata agli artisti, gli artisti ne hanno fatto la Biennale del corpo nomade. Un corpo, entità fisica, filosofica, concettuale e politica, che è la massa dell'umanità tutta e allo stesso tempo la singola presenza di ognuno di noi; nomade, poichè costretto nella sua dimensione collettiva e individuale a spostamenti, mutamenti, metamorfosi nel tentativo di riadattarsi e resistere con uno sguardo lucido agli smottamenti della geopolitica contemporanea. - Leggi:>
  • Stefano Jossa, Georg Baselitz, amaro e osceno è morire per la patriaGli Eroi di Georg Baselitz è una mostra che disturba. Trenta grandi tele, realizzate tra il 1965 e il 1966, tra Firenze e Berlino, rappresentano il male del mondo: corpi smembrati, lacerati e scomposti, cadaveri in forma di feti abortiti e alberi mutili che piangono sangue disegnano un paesaggio di macerie storiche, affettive ed esistenziali che dà voce all’orrore della guerra, quell’orrore che non è generica ripulsa, ma arriva fino alla persona, ferisce la carne, strazia il corpo, annienta la vista e annulla i sentimenti. Leggi:>
  • Alberto Capatti, Alfagola / Suocera e nuora: Talora, sfogliando un ricettario, l’attenzione cade su un nome curioso o incomprensibile e si legge tutta la ricetta cercando di capir meglio. Dove ho pescato i tramezzini ruba-suocere? Non sul web, dove sono presentissimi, ma in Quando cucinano gli angeli di Suor Germana (1983). L’approccio didattico è quello familiare, gestione della casa, spesa, cucina, sempre calcolando chi c’è e chi non c’è. Questo metodo ha fatto la fortuna dell’autrice, una suora che a un tempo non ha famiglia e insegna in corsi prematrimoniali, e con un libro aiuta tutti, coniugati e non. Leggi:>
  • Una poesia 32 / Simona Menicocci: Della piega o del gerundio - Vai al video:>
  • Semaforo: Città - News - Parcheggi - Leggi:>

Antologia della poesia italiana ultima

La Russia di Charms al metro Barrikadnaja
Elisa Alicudi

Nessuno riconosce più la vecchia Elisaveta Bam, è un’attrice caduta nelle acque del disgelo,
è il giornale impilato a ogni angolo con le foto della Reuters,
lei lo monta, si accovaccia, poi riparte.
La vita al metro Barrikadnaja è la stessa. La vecchia Elizaveta Bam la attraversa,
sfiora il marmo rosso, scorrono i suoi passi a manovella, il mantello storto, le rughe di gesso.
E inferma, dentro un’ombra identica ogni ora in ogni punto,
sente odore di altre scarpe calpestare la sua testa e la saliva pulsare sul cemento della capitale.
Aveva aspirazioni Elisaveta Bam, aveva forse talento?
Annuiscono le amiche, ma è mancato l’impresario a strapparla dal vagone sempre uguale.
Avesse un giorno provato a vivere su altre scale. Ma la vita, Elizaveta, è la stessa.
Lo sguardo punta al tacco, alla scala che trascina lì dove la bava è ingiallita, s’è seccata.
E le suole consumano i colori, ripassano i binari, niente più di questo.
Era lì, non è successo. La vecchia Elisaveta sa che vivere non è una parola transitiva.
Lo sa che sarà liquidata a proprie spese, su due piedi, coi viveri in dispensa.

Elisa Alicudi vive a Torino, dove collabora alle attività di sparajurij e alle sue propaggini editoriali, tra le quali la rivista Atti Impuri. Suoi testi sono usciti su Absolutepoetry, Alfafabeta2, Poetarum Silva e nell’antologia Paesaggio 013 a cura di Tommaso Ottonieri (Caratteri mobili, Bari, 2012).

Nel bosco degli Apus Apus
Mariasole Ariot

Apus Apus: "una sua peculiarità è quella di avere il femore direttamente collegato alla zampa tanto che il nome scientifico deriva dalla locuzione greca "senza piedi". Questa sua caratteristica fa sì che non tocchi mai il suolo in tutta la sua vita; infatti se disgraziatamente si posasse a terra, la ridotta funzionalità delle zampe non gli consentirebbe di riprendere il volo." Quindi dorme in piedi.

Il corpo urta sugli spigoli non per eccesso di ossa ma per un compendio di niente. Mi accorgo della grande solitudine del cielo, di questo filo tirato tra un muro e l’altro per appendere gli impiccati.

Ce ne stiamo lì a guardare, ogni mattina, come fossimo un pubblico in fila al concerto o alle poste, ci spintoniamo per guardare il massacro.

Io vivo, lui non vive, io non vivo. Lui si ritrae nella cantina. Io mi affaccio. Lui vede il bulbo, io vedo il fiore. Lui mi pettina i capelli con il rastrello, io preparo la camomilla.

Quanto manca al primordiale? Amare ha un nome proprio. Io ho perduto il mio.

***

All’ora dei sei pasti ci scambiavamo di posto. Ero nella cricca delle ribelli, mi piaceva fare la parte contraria delle sante: assistevo ai baci delle donne, le loro lingue nei bagni, i giochini all’uncinetto, le mani tra le gambe sotto i tavoli imbanditi e i carrelli del pane e delle flebo, poi scendevo al piano inferiore dell’inferno, ché lì c’era posto per gli invisibili - e io mi sedevo sulle gambe degli internati, avevano tutti le facce incarnite.

Quello spavento non era rassicurante, ma tra i tre mondi a disposizione, quello era l’unico più vicino al sonno. I sensi si scambiavano riconoscenza, Claire mi chiedeva: posso mostrarti un suono? Posso cantarti tutta? Sono il tuo mare?

No, Claire, tu non sei il mio mare.

Eravamo tutti condannati alla verità.

***

Sono le otto del mattino e un pianeta come un sole sopra un sole è comparso alla finestra. L’occhio che si estende mi incolla al vetro, lecco la cornea per vederci meglio, mi avvicino per capire se è la storia della terra che ci siamo raccontati per millenni.

La voce dice: hai sbagliato: ripeti: hai sbagliato. Puoi fare le magie con gli occhi, spostare gli oggetti, farti mangiare dai morti, catturare l’immagine del cielo. Ma c’è un punto intoccabile che continua ad urlare, che cade come resina sugli occhi. La mia nudità è su quel sole che posso vedere solo io e solo sono io, un riflesso di un pianeta che non può cadere e continua a cadere ogni giorno, ad ogni ora, ad ogni piccolo frammento di tempo.

Madre, la mia pancia è vuota. I miei pianeti sono vuoti. La lampada che mi hai regalato non ha mai emesso luce.

Mariasole Ariot (Vicenza, 1981) Ha pubblicato La Bella e la Bestia in AAVV, Di là dal bosco (Milano, Le voci della luna 2012), Simmetrie degli spazi vuoti (Milano, Arcipelago 2013). Sue poesie e prose sono apparse su Nazione Indiana, Il Primo Amore, Poetarum Silva, Gammm, Metromorfosi Infocritica. Finalista alla XVI edizione del premio Poesia di Strada (Macerata, 2013), ha composto musica e testo del brano “Inversione” per il disco A rotta libera del gruppo Forasteri e collabora alla rivista scientifica lo Squaderno - Explorations in space and society. A settembre 2014 entra a far parte della redazione di Nazione indiana. Suona il pianoforte, fotografa e dipinge.

12:27
Gabriele Belletti

porta si apre, con le dita sfilacciate accidenti accarezzano i pavimenti, dille di venire domani, ombra noia non segue pare, ombra noia ha la museruola degli oggetti decisi lenti, la libellula croce rossa fa gocciolare la cenere del sole sulla terra incattivita, arriva Fernanda, con la tosse inasprita grattugia, girati, la lana fuggita grigia dalla casa s’addormenta nella landa, non geme e non suda, la calza rossa isola aspetta, le onde bugia dell’elettrodomestico aspiratore non tornano, l’alluce gioca con la bacinella, elimina con un semplice gesto anche i peli più corti, telefono ambasciatore di presenze frettolose in sospeso traffica, con il risuonare infiltrato della lavatrice folle, cassa con sopra donna boccolosamente triste, poi conficcata sulla sedia girevole

da Condominio, Verona, Cierre Grafica, 2010

Gabriele Belletti è originario di Santarcangelo di Romagna, dal 2011 vive a Nantes. Dopo la laurea in Filosofia (Estetica) presso l’Università di Bologna, ha studiato Epistemologia a Firenze e, conseguita l’abilitazione all’insegnamento della Filosofia e della Storia, ha esercitato la professione nei licei italiani. Ha pubblicato articoli su rivista (Chroniques italiennes, Il lettore di provincia, Poetiche, Rivista di studi italiani) concernenti la poesia italiana del Novecento e l’estetica anceschiana. Dopo aver partecipato all’edizione del 2008 di RicercaBo, ha pubblicato due plaquettes di poesia: Condominio (Collana Opera Prima, Verona, Cierre Grafica, 2010) e Beaujoire (in AA.VV., Paesaggio_013, Bari, Caratteri Mobili, 2013). È attualmente iscritto al Dottorato di ricerca in Lingua e Letteratura italiana presso l’Université de Nantes (in cotutela con l’Università di Firenze).

divided by zero, ultima
Daniele Bellomi

dappertutto andato a fondo, fuori, finito e per sempre,
esatto, e sì, nei molti metri che ha portato via da sé, reso
inaccessibile a chi sa e lo sceglie e non lo seleziona più:
se il limite esiste e lo organizza per trascendere, istruirsi
ugualmente a chi sconforta e a chi dispera, alle pareti
giunte sole al proprio doppio; accumulate, quelle, per
accessi casuali di memoria. lorem ipsum dolor sit amet,
quindi: se ne aggiunga lo stile o meno, prova un dolore
riempitivo, omesso, alloggiato al posto del vuoto. chiesta
casa, o come (e cosa) invece non più dire, sapere quanto
è assente alla sintassi e quanto invece giunga dalla pena
in ore d’aria chieste e residuali ai giorni: è perché crede
ancora che verrai a salvarlo. ne è agito, sempre, come
figlio e come padre, per riceverne la stessa luce. separa,
esatto, e simula una resistenza andata via nel mondo:
libera dal male, procede nel suo estremo, finisce per
allontanare tutti, sempre, dividere il possibile per zero.

(2014)

Daniele Bellomi è nato il 31 dicembre 1988 a Monza e lavora a Milano. Nell’A.A. 2012-2013 si è laureato in Lettere Moderne presso l’Università degli Studi di Milano. È co-fondatore (insieme a Manuel Micaletto) del blog e progetto plan de clivage, incentrato su poesia, scritture non-narrative in prosa e asemic writing: è inoltre autore di asemic-net e fa parte del blog di ricerca eexxiitt. Nel 2011 pubblica gli e-book Per forza di cose (prose non narrative su «GAMMM») e La testa (poesie, autoprodotto) per plan de clivage. Ha anche curato la riduzione a testo del DVD Reading-Lezione all’Accademia di Brera di Biagio Cepollaro. Suoi testi sono apparsi online su Poesia da fare, Niederngasse, GAMMM, Nazione Indiana, lettere grosse, Poetarum Silva, Rebstein, Critica Impura e Carte nel vento; in rivista su il verri (n°50, 2012), Trivio (n°1, 2013) e, prossimamente, su L’Ulisse. Ha partecipato alle edizioni 2013 e 2014 del convegno EX.IT. _ materiali fuori contesto, dedicato alla scrittura di ricerca e tenutosi presso la biblioteca di Albinea: suoi testi sono inclusi nel volume antologico della manifestazione, edito dalla tipografia La Colornese. Finalista per la sezione Raccolta Inedita al Premio Lorenzo Montano 2012 e vincitore del Premio Opera Prima 2013, grazie al quale pubblica la sua prima raccolta di poesie, Ripartizione della volta (2009-2012), co-edita da Anterem Edizioni e Cierre Grafica. Il suo prossimo libro dove mente il fiume (poesie 2012-2014) è in uscita a gennaio 2015 per le Edizioni Prufrock Spa.

Discendenza
Carlo Carabba

Quel che rimane della vita sono
i fatti, eventi registrati
se importanti.
Quello che non rimane sono i sensi
esterni e interni
nascosti dai sepolcri e dall'oblio
di quanti non conosco,
perché lontani morti o nascituri.
E anche dei miei cari non immagino
l'infanzia quando non l'ho conosciuta,
non penserà a mio nonno mio nipote,
se mai ne avrò, che io
non ho pensato al nonno di mio nonno.
Se vivo è per amori
dimenticati e amplessi ripetuti -
risplensero davvero bianchi i soli
sopra i miei cari estinti.
Da un letto di ospedale
mia nonna ha chiamato sua madre
nel sonno e mi ha svegliato.
(Le sono andato accanto
non ce l'ho fatta a dirle
"tutto va bene, nonna, guarirai".)
Di me resterà traccia
a lungo nei registri
delle burocrazie statali,
lascerò un segno quasi eterno
nel ciclo dell'azoto. Ma quanto avrò provato
andrà perduto quando
non ci saranno quelli
che su di me hanno pianto - e io su loro.
Succederà lo stesso
ai frutti smemorati del mio seme
ai loro frutti e ancor
la notte il buio e il freddo
e il sole
di giorno ancora il sole.
Un giorno sarò morto e intanto vivo.

Carlo Carabba è nato a Roma nel 1980. Laureato in storia della filosofia, ha pubblicato i suoi versi su numerose riviste, in alcune antologie (tra cui La generazione entrante, Ladolfi 2011) e nelle raccolte Gli anni della pioggia (peQuod 2008, premio Mondello per l'opera prima) e Canti dell'abbandono (Mondadori 2011, premio Carducci e premio Palmi). Caporedattore di Nuovi Argomenti dal 2009 all'inizio del 2014, ha collaborato con varie testate giornalistiche tra cui Il Riformista e Il Venerdì di Repubblica. Attualmente lavora nell'editoria.

Alessandra Cava

se uno prende a un certo punto la luce che c’è
e poi la fa come quella che sta di là nell’altra
città se il marciapiede del grande viale è come
la bassa marea e il ritaglio dei tetti fa uguale
rilievo a passarci lo sguardo allora svolta nel
vicolo e sta adesso dove prima ha figurato
il fondalino è azzurro molto brillante
il sale qualche varietà di vento tutto si sposta
a seconda del tempo ad esempio i villeggianti
con le stagioni le sedie a sdraio se è notte
il treno quando è l’ora ma adesso si sta fermi
si rilasciano le corde si prende il sole è uno
il momento nella punta delle V affilate
le cabine di legno in fila sul mare
il ripiano dove si mettono gli oggettini le
bomboniere gli angeli trasparenti tutto è
soprammobile (dovrebbe muoversi e invece proprio
non fa neanche un suono) tutto è così evidente è
rilevato col giallo fluorescente
quello è come questo dicono e anche esattamente

Alessandra Cava (1984) ha vissuto a Grottammare, Siena, Bologna, Parigi. È dottoranda in Studi Teatrali alla Sorbonne Nouvelle. La sua prima raccolta, rsvp (2011) è pubblicata nella collana ex[t]ratione di Polìmata. Ha partecipato alla scrittura e alla traduzione collettiva di Le Moulin 14 – 19 luglio 2014 (Benway Series 2014).

Sara Davidovics

C’è un’ombra. È una lingua lunghissima, un twister, un apriscatole. Uno svuota tasche. Una coperta d’angora.
Sotto le dita dei piedi una scala a chiocciola. Una gocciolina, una gaffe. Parentesi graffa.
Le nostre teste arrivano fin qui.
Una giraffa, un’antenna, una farfalla, un’ape regina, una fiaccola. Portami in cima. Alla costola. Toccami.
Ora la mappa indica il Nord, sillabami, appendimi per le caviglie. Il tallone entra tutto in un tondo.
Attardati.
Non è nostro, non è di pietra questo gradino, un magnete nella mia mano, un pigiama a righe.
Attardati.
Sarai l’ultimo a salire.

C’è un cane con il pelo giallo e un buco al centro, c’è del vetro e uno zoo di latta. Tric-trac tracollo.
C’è un granchio sul letto, due dita di latte, una fetta di torta un confetto blu ti metto un adesivo sulla bocca diventi una Z
e il corpo non si compie mai del tutto. L’acqua è fredda e tu sei il Nord.
Hai costruito un recinto, uno scalpello. Ora tocchi le mie fratture. Avrai due istrici nel cappello e tre civette sul comò.

Tu sei la Z con lo 0 dentro. Tu sei il Nord.
Mi guardi.

Non v’è del tempo che la sua ora che la sua miriade d’altri luoghi quando si scompose nella miriade di tempi. Immobile. Toccami con quelle tue dita asciutte, attendimi sulla soglia, io che continuo a crescere

(Quando giungerà per questo nostro corpo il moto e il corpo tornerà nella sua forma

Il lupo ha la bocca grande e due occhi gialli. Io dormo nella sua pancia come una mollica. Sono l’osso di pane sepolto sotto la zolla. Un astro che cammina, cammina quando larga è la strada e stretta è la via.
Io mangio una mela ogni giorno e il giorno a Nord non dura che un morso, io che mastico, io che ho la bocca piena.

Tu che tocchi le unghie, te le peli, io tutte le vertebre stese in una mano, io in fila, io ritta sulle due zampe.
Tu che guardi la notte, io che la notte non posso guardarti. Tu che tocchi le mie fratture, io ritta sulle tue zampe.

Io che la notte non cresco, io che sparisco

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da OZ - Viaggio astratto su quattro punti cardinali e una Coda

Sara Davidovics (Roma, 1981) è poeta, performer e artista intermediale. La sua ricerca ruota attorno al concetto di scrittura come sovrapposizione cognitiva tra immaginazione, memoria e dati di realtà. Il luogo indagato è sempre quello della soglia, dell’interstizio e della relazione tra i segni. La sua pratica artistica è legata al concetto della disseminazione. Utilizza materiali poveri, spesso “recuperati” (sassi, frammenti di ceramica, biglie, indumenti) o intervenendo direttamente nell’ambiente con installazioni ed happening. È autrice di scritture lineari e visuali, video-poesie, partiture per voce, libri-oggetto. Tra le sue principali pubblicazioni: Corrente (Zona, 2006); D’Acque (Galleria E. Mazzoli, 2007); Corticale (Onyx, 2010).

Tommaso Di Dio

Di mattina, raddrizzano i tavoli
al bar del parco. Poi, i piccioni a terra
vanno per le briciole e gli scarsi resti
delle colazioni fra le panche e le bianche
pietre della ghiaia. L'oscuro
tra loro e noi, l'ombra
che divide i gesti e fraziona
le sagome e le specie, nel fogliame
sbregato da primavera. E ora dopo marzo
aprile giugno; e ora nell'estate
che ci smagrisce col suo calore e cancella
ogni segno, ogni differenza. Cosa schianta
questa gioia di tetti e moltitudini, albero
paracarro cane volto città; cosa sono
le lacrime
di queste bestie che non piangono.

da Tua e di tutti, Lietocolle-Pordenonelegge, 2014

Tommaso Di Dio (1982), vive e lavora a Milano. È autore del libro di poesie Favole, Transeuropa, 2009, con la prefazione di Mario Benedetti. Nel 2012 alcune sue poesie sono state pubblicate in La generazione entrante, Ladolfi Editore. Nel 2014, esce il suo secondo libro di poesie, Tua e di tutti, Lietocolle, in collaborazione con Pordenonelegge.

11
Roberta Durante

ero ferma immobile
quasi crocifissa
l'unico movimento dentro
il mondo che scorreva dal collo al piede
senza forza di gravità

28

quel posto predisponeva tutti all'attesa:
il gatto si leccava
io giocherellavo coi capelli
le margherite a centrotavola si strappavano i petali
da Club dei visionari

Roberta Durante nasce a Treviso nel 1989. Pubblica la raccolta Girini (Edifizioni d’If) in seguito alla vittoria del premio Mazzacurati-Russo, Club dei visionari (DiFelice Edizioni) segnalato al premio Anna Osti, Balena (Prufrock SPA). Sue poesie sono udibili sul sito del poeta Gabriele Frasca .

Avvento
Gabriele Gabbia

Defraudato nel corpo
dal corso di ogni possibile
avvento e nella mente dal
presente nell’assenza di ogni
essente: la tragicità del vero –
il divenire-incarnato di un calco.

Gabriele Gabbia è nato il 14 luglio 1981 a Brescia, e ivi vive e lavora. È diplomato in discipline artistiche ed è iscritto alla facoltà di Filosofia dell’Università degli Studi di Verona. Sue poesie e/o interventi sono apparsi su quotidiani, riviste cartacee, antologie di premi, blogs, websites. Nel 2011 ha editata – nella collana «I germogli» diretta da Stelvio Di Spigno per le edizioni L’arcolaio di Gian Franco Fabbri – la silloge poetica La terra franata dei nomi, con prefazione di Mauro Germani, premiata con «Segnalazione» alla XXVI edizione del Premio Nazionale di Poesia Lorenzo Montano; premio, quest’ultimo, che si è aggiudicato nel 2013 vincendo la XXVII edizione nella sezione «Una poesia inedita». Nel 2014 si è inoltre classificato secondo al concorso Poeti e Scrittori in Lombardia – 50&Più per la cultura (sempre all’interno della sezione «Una poesia inedita»).

Sergio Garau

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Sergio Garau (Sardegna, 1982) dal 2001 prende parte a poetry slam, festival di poesia e videopoesia in una ventina di paesi tra Europa e America. Dal 2010 scrive ed esegue lo spettacolo collettivo IO game over con musicisti, videoartisti e programmatori. Anima laboratori di poesia e performance. Lavora per la LIPS (Lega Italiana Poetry Slam) e per la rivista Atti Impuri (www.attimpuri.it). È uno sparajurij.

Franca Mancinelli

Le tasche finte non le sopporti. Il loro assomigliare così tanto a quelle vere. Lì, sul petto, o nei calzoni, all’apparenza, a forma di. Ingannano fino all’ultimo, quando ti accorgi che non possono, non sono fatte per lasciare entrare nulla. Non ci credi, ritenti, pensi siano molto piccole, poco capienti, ma senti bene la cucitura, come respinge: non puoi, proprio non puoi. Devi portarti addosso questa disonestà, questa nascosta mancanza che irretisce anche i tuoi gesti, i tuoi modi di fare. Anche tu come loro, anche tu.

inedito

Franca Mancinelli (Fano, 1981), ha pubblicato due libri di poesie, Mala kruna (Manni, 2007) e Pasta madre (Nino Aragno editore, 2013). Un’anticipazione del suo secondo libro di versi è apparsa in Nuovi poeti italiani 6, a cura di Giovanna Rosadini (Einaudi, 2012). Collabora come critica con Poesia e con altre riviste e periodici letterari.

Simona Menicocci

in questa porzione di mare
tutte le parti del corpo
fanno parte dell’acqua
fanno acqua
da tutte le parti del corpo
ora l’acqua è un materiale pesante
non ci sono corpi che sanno
non ci sono corpi che sono
nuotare sani
come un pesce
(in fondo)
la differenza
è che ci sono delle somiglianze
i corpi non vengono / restano
a galla
la lingua non dice / si contiene
in bocca / nella gola
(in fondo)
ogni parola nella sua ritenzione
se non c’è possibilità di uscire
non bisogna parlare
della possibilità di uscire
la lingua è un pezzo di corpo
ogni corpo è un pezzo di un altro corpo
nessun corpo può essere isolato
nel mare non esistono isole
ora parlano
perché si sono sciolti
(in fondo)
non tutti pensano
i pesci non hanno mai paura
che la terra manchi
sotto i piedi
il corpo pensa / parla
i pesci non parlano
questo comporta un aumento
del peso corporeo e una distanza
a seconda della quantità
ogni suono corrisponde ha
un fenomeno corrispondente
per esempio nel mare non si sente nulla
ma il silenzio non esiste l’assenza
di suono è un’incapacità
o una mancanza
di esercizio
ora il mare è pieno di pe
restano non perché sono
ma perché fanno
in fondo
quando un corpo
liquido in un corpo liquido
come dargli torto

Simona Menicocci (1985) ha pubblicato per La Camera Verde Incidenti e provvisori (2012) e Posture Delay (2013). Collabora al collettivo eexxiitt.blogspot.com. Suoi testi sono apparsi in riviste, lit-blogs e web-zines tra cui L’Ulisse, Nazione Indiana, alfabeta2. Ha partecipato a Poesia totale - In voce (Roma, dicembre 2010), alla quinta edizione di RicercaBo - laboratorio di nuove scritture (Bologna, novembre 2012), alla prima edizione di Ex.it - Materiali fuori Contesto (Albinea, aprile 2013), nel cui volume antologico sono presenti alcuni testi dal progetto Saturazioni. È tra i curatori della seconda edizione di Ex-it – Materiali fuori Contesto (Albinea, ottobre 2014). Per la serie i Fogli Benway è appena uscito il suo testo: Il mare è pieno di pesci (2014).

MAS MACHT FREI
Manuel Micaletto

natale che vigi in me come una legge morale
festività vs festa
divano vs divertimento
nonna vs mondo
io mi comunico di te come della tristezza
va osservato che sei un campione
in una disciplina che è proprio la disciplina
sei il mio eroe quando spazzi via
gli aperitivi dalla faccia del pianeta
e mi prende una gratitudine
che non ha a che fare col desiderio
ma con la giustizia
ok sbrigàti i convenevoli veniamo a noi
natale oltre alla mia più viva commozione
voglio ripagarti in un altro modo
cioè come saprai sul tuo conto ancora permangono
certe difficoltà teoriche che se permetti
mi perito di sciogliere: c'è subbuglio nella comunità scientifica
quando si tratta di collocare le tue prime avvisaglie
in quella dimensione che tu abiti, vale a dire non lo spazio
ma l'arredamento: io penso che tu succedi, ragionevolmente, più o meno
all'altezza del videoregistratore, infatti hai questa simpatia
innata per la tecnologia ma senza esagerare:
tuo luogo d'elezione è, se bene ho inteso, l'orario
con le stanghette a comporre i numeri, che galleggia
in quel liquore cieco dei cristalli liquidi:
lì comincia la tua vita misteriosa, e pian piano ti imponi come un decreto superiore
nel buio di per sempre, nel comunque salone:
ti leghi allora a queste molecole oscure che reagiscono
devo dire molto bene, con educazione, e sposano volentieri
la tua causa di natale (certo risulti facilitato sia dall'ottima reputazione
sia dalla buona causa sia per quella nota professionalità):
quando stringi alleanza col televisore diventa poi un gioco
consolidare il dominio, edificare la tua civiltà
natale che dilaghi come un team juventus
quando il mondo si mostra per quel complesso sistema
di edifici e attraversamenti pedonali
incaricato delle luminarie
natale sei forte con i fari rossi di posizione
che non rivelano il traffico ma la tradizione
di una fiat punto che rifiuta l'estetica
optando invece per la grammatica nuova
delle luci che impazzano
finalmente sottratte al segnale:
la cinque porte di tutti noi, natale
natale sei grande perché in te tutto si fa più consueto
perché sei l'opposto della sorpresa, perché nonostante quei pregiudizi
sui regali l'importante è veramente il pensiero
e tu sei l'unica stagione dell'intelligenza, l'unico tempo del capire
quando le merci scompaiono dagli scaffali e ancora appaiono
in un respawn forsennato da last stage
è in un sentimento di single player, in un'ansia di boss finale
che mi parli, e la tua parola è la tua difficoltà.
soprattutto sei quel match cruciale
vigilia vs attesa
dove l'attesa sta nell'apparire progressivo dell'oggetto
mentre la vigilia è la sua scomparsa a ritroso, lenta e inesorabile
come tu solo sai (cioè vince la vigilia a mani rasoterra)
natale come una distanza immedicata, una galassia impossibile
dai led invii notizie del fade-out che in me
ribadisce il suo pattern: così è un dialogo che mi nega
nella vigilia di tutte le cose

Manuel Micaletto è una vera forza. Eccelle nelle discipline: mario kart, pokémon, advance wars. Ritiene che la FIAT MULTIPLA sia l'unica astronave mai prodotta (ed immessa negli umani commerci, peraltro). Cofondatore del blog/progetto plan de clivage (poesia, prosa non-narrativa, asemic writing), fa parte dell'ensemble di eexxiitt. Nel 2012, Il piombo a specchio. Nello stesso anno: Lorenzo Montano per la prosa. E: ha partecipato a RicercaBo. Sue cose sono comparse su il verri, Nuovi Argomenti, nell'antologia di scritture sperimentali EX.IT 2013 e in rete su Gammm, Nazione Indiana, letteregrosse, Blanc de ta nuque. Moltissime altre sono scomparse.

Fabio Orecchini

a svellere trame di rami con crani
frane tènere come cancrene d'uomo
muti incauti s’addentrano i cani
scavando in dentro, il cedimento
mani su mani, rimami, rimani
questo infinito tenère

testo inedito tratto da TerraeMotus

Fabio Orecchini Suoi testi, opere visive e note critiche alle sue opere sono pubblicate su quotidiani, riviste, antologie e siti letterari. Ha presentato le sue opere in tutti i migliori Festival italiani di poesia e in teatri come il Teatro Valle Occupato e il Teatro India di Roma e il Teatro Basaglia di Trieste. Nel 2010 ha pubblicato Dismissione (Polimata, collana diretta da I.Schiavone, post-fazione di A.Inglese), recentemente ripubblicato da Luca Sossella editore (libro+cd), con una post-fazione di G. Frasca e un concept album omonimo realizzato dal quintetto di teatro-canzone d'avanguardia Pane. Èstato promotore del movimento culturale Calpestare l'oblio, curando inoltre l’antologia omonima edita da Cattedrale. Come regista ha realizzato [A]livePoetry, un progetto di videoarte e documentazione dedicato ai poeti contemporanei (E.Pagliarani e G.Mesa tra gli altri). Nel recente passato ha fondato una web-tv, ha ideato e organizzato Estemporanea, festival di poesia e musica contemporanea, ed è stato curatore e conduttore di un programma radiofonico di scritture antagoniste.

Angelo Petrelli

un fiore che quindi è un dilemma: che chiaro è l’oggetto
[ l’affezione il tormento:
nei cunicoli d’erbaccia del cimitero archetipico λ dimesso
[ l’arcipelago neonato
e che dunque partorisce nel suo ghetto monosillabi [ mo-lo-kh ]
che realmente spiacevoli vagamente vocaboli ipsissima verba
sono il sogno di Ipso, sono le trombe che vogliono salire
piangere la pietra e i mille anni di pioggia propedeutica
categorischer imperator divus che sciogli la fune nel taglio
del presente tu predicato onnisciente verdetto et acumine;
oh sociale placenta pitico gioco indovino – insomma –
colpita al cuore alla testa al sudore; pulsus imaginum profetica!
O. dunque O. per ciò che non volendo è stato fatto – dico –
come vollero in effetti salendo al tuo ingegno
le trombe (λ) bastonando la coda e il sale allo schiaffo del mare
sub specie mortis et corporis bianca lebbra del Gebel
[ in tenui cipressi romani
di vermi accilindrati oh serpi sodali lavoratevi il busto
il collo la mela macerata la meta invernale distrazione
coito cogitoso neve ingiallita che sai di ammonimento:
O. che sei morte a maggior ragione per te ho inventato
quest’atlante senza coscienza – voglio dire – ritrova
la Tua tristezza dettane il passo così come sembra:
questa sarà la presenza: quel gesto chiaro, dissoluto
da mostrare, da montare, almeno nel vuoto un movimento:
su questo intendo soffermarmi, sul tempo
con non esiste, che è molteplice se non lo guardi,
e che di certo non regge tutte le masse gettate
nel suo campo, le apparenze scese per spazi: percependone
il fuoco / il volgere della febbre: le lancette, il percepire e il darsi:

da Molokh, peQuod, 2008

Angelo A. Petrelli è nato a Roma nel 1984. Vive e lavora a Lecce. Il suo esordio letterario risale al 2004 con la silloge poetica Elegia (Besa editrice). Nel settembre dello stesso anno ha fondato L’Alter Ego, periodico indipendente d’estetica e cultura letteraria, promosso in totale autonomia sul territorio salentino sino all’ottobre del 2007. Ha pubblicato, nel marzo 2008, il poema Molokh (PeQuod). È autore di una monografia, al momento inedita, su Emil M. Cioran e di uno scritto polemico sulla figura di Antonio Leonardo Verri pubblicato in Krill (quadrimestrale - maggio 2010). Ha collaborato altresì con la pagina cultura del Nuovo Quotidiano di Puglia; altri interventi critici sono apparsi su riviste come Allegoria (Palumbo editore), Atelier (Edizioni Atelier), L’immaginazione (Manni editore) e il lit-blog nazioneindiana.com.

Rive strane
Jonida Prifti

Sono una falena schiacciata al muro
dietro un salto, senza tono.
Il trillo indaga il sole,
la roccia come un colpo sordo
cade,
salvo il mare.
...e si fschiano in onde prolungate
destinate al risucchio
come una bianca rosa.
Partono due pensieri in fla
l'altro aspetta di lato, con fretta sculaccia l'asino.
Avanti urbano schianto,
giù le rampe, arriviamo.
Logorroico canto
lascia gli sterpi dove c'è palo,
le travi son foglie di marzo quanto il cazzo di maggio.
Miraggi di lune capovolte, o di miopie visioni?
… ma dormi, nessuno d'amore viola,
le nubi o il vento, forse fermano le voci, il mare no.
Spaccato il cielo colpisce la schiena:
parei al vento
prati di lamiera
senza il flo non conduce.
Aspettami sui letti di sabbia,
offuscherò gli occhi.
Le diane alle dita trascinano colori verso deserti.

Binari in velocità. Transiti di paesaggi.
Far fnta di andare per tornare nello stesso numero diviso.
Quarantacinque minuti senza batter fato. Per chi?
In arrivo il culo scattante. Lecco il lucido labbra al ciliegio.
Di fronte il culo attende a me.
Rimango dove sono, con la valigia compatta al marmo.
Il vento attraversa i capelli assolati, di sabbie la pelle. Dove vai?
Trentaminuti ancora. Son stufa di restare qui ma non voglio alzarmi.

Prospettive di futuri nobili, spartizioni,erosioni.
Corrodi la mia carne,
onda funesta,
sbatti contro quei corpi neri al sole,
impavidi di notte in abbracci spettrali.

Di buche le rocce sotto il mondo colpi affranti.
Lui senza verbo, muto nella sedia sfuma in cerchi maschi, cavalieri, righelli di spade
saltano sulle pupille. Lontananze in transito sulle rive strane.

Jonida Prifti, poetessa, performer e studiosa di letteratura contemporanea, classe 1982 (Berat Albania). Fra le pubblicazioni ricordiamo: Çengel (Ogopogo 2008), l’audiolibro Ajenk (Transeuropa edizioni, 2011), Paesaggio 013 (Caratteri Mobili 2013), il saggio Patrizia Vicinelli. La poesia e l'azione (Onyx 2014). Nel 2012 è stata selezionata per il premio Franco Cavallo, ai fini di una pubblicazione collettiva dei partecipanti al premio dal titolo La Poesia: luogo delle differenze. Ha partecipato a vari festival di poesia tra cui Romapoesia, Bolzano Poesia, Poesiatotale, Ammaro amore, PoEtiche etc. Nel 2012 ha presentato il suo video-poema Ajenk alla rassegna Independent Film Show (Napoli). Ha fatto parte del comitato organizzativo della mostra Patrizia Vicinelli. Una parola incorreggibile tenutasi al MLAC della Sapienza dal 10 aprile al 6 maggio 2014. Con il musicista Stefano di Trapani ha formato il duo di poetronica Acchiappashpirt esibendosi in tutta Italia e in Europa. Nel 2012 hanno pubblicato un cd con l'etichetta Ozky e – Sound. Sono stati ospiti all’ultima edizione dei festival Colour Out Of Space e Secret Anarchy Garden negli UK. Con la stessa etichetta ha pubblicato il cd Res, un progetto di poesia sonora insieme al musicista albanese Ilir Lluka. Si è esibita con il regista Khavn De La Cruz e il musicista Mike Cooper, sulle immagini del film "Kalakala" di De la Cruz, in occasione di Across Asia Film Festival negli spazi del MAXXI Museo di Roma (Giugno 2014 ). Dal 2012 è cantante nella band musicale Shesh.

Atlante minore
Ivan Schiavone

randagio sotto il sole della mutazione va l’uomo
intermittenza d’esserci tra continuità di non essere
coscienza perturbante la linearità dell’ottuso
particola divisa vaga d’appartenere all’uno
(osserva il nutrimento, osserva la deiezione
pensa al processo di composizione dell’assimilato,
alla decomposizione dell’espulso in combinazioni nuove) (oppure pensa
alla modificazione universale insita in ogni gesto,
al regesto incalcolabile della causa e dell’effetto,
all’uragano e alla farfalla, all’implicita responsabilità insita nell’atto)
- Williams scrive in Paterson: “il divorzio è
il segno della conoscenza in questo nostro tempo” –
era già inscritta, nell’incisione rupestre,
la tavoletta Dispilio, l’abjad, il cuneiforme e l’alfabeto punico,
la mappa arcaica di Çatal Hüyük e la roccia dei campi a Bedolina,
Varanasi, Alessandria, Atene, Roma, i non luoghi, gli slums, le megalopoli,
il recinto, la cella, l’individuo, lo schermo, il tablet, la schizofrenia? etc. etc. – era già inscritta
la divisione e il divorzio?
se il loro motto è divide et impera
che il nostro dunque sia solve et coagula - quando morì il pappagallo
non facevano che piangere
la figlia piccola allora li apostrofò dicendogli: “se uno è morto
è morto e non si può fare niente e se continuate a piangere
andrò a caccia di un nuovo pappagallo e se avrà un altro colore
lo dipingerò del colore del pappagallo morto e se avrà un altro nome
glielo cambierò con quello del primo – se ogni verità
(ma potremmo anche dire ogni esperienza reale)
è tale unicamente all’interno dell’orizzonte linguistico che l’ha formulata
(il resto è imperialismo culturale) l’asserzione appena enunciata non suonerà
come una contraddizione in termini? – Roma 21/12/2013
al C.I.E di Ponte Galeria otto migranti si cuciono le labbra
con un ago forgiato con la testa metallica di un accendino e il filo di un materasso

Ivan Schiavone (Roma 1983). Ha pubblicato le raccolte poetiche: Enuegz (Onyx, Roma 2010), Strutture (Oèdipus, Salerno/Milano 2011), Cassandra, un paesaggio (Oèdipus, Salerno/Milano 2014). Ha fondato e diretto la collana di poesia ex[t]ratione per le edizioni Polìmata. Cura la rassegna di poesia contemporanea Giardini d’Inverno.

Fabio Teti

immagini anche quelle come con le
ali i piraña, ridanno ora sfondati, dei vetri,
un getto di soldi per questo per molto
nascondere la stanza quella lorda nell’ascolto
dato agli indici o una permuta, invece, dei dati
qui se il dubbio nello spazio è dello spazio, seguìto
è un ragno oltre lo schermo vede i cavi
poi la polvere, l’incàvo
lì sarebbero le lampade
infilate, le chimiche, nell’ano,
le spaccate sulla pelle:
il fosforo che
brucia

Fabio Teti è nato a Castel di Sangro (AQ) il 17/12/1985. Attualmente, vive e lavora a Roma. È stato redattore di gammm.org e puntocritico.eu. Di eexxiitt.blogspot.com lo è ancora. Suoi testi sono comparsi in diverse riviste, lit-blogs e web-zines tra cui Semicerchio, Nazione indiana, L’Ulisse, lettere grosse, Allegoria, Sud, alfabeta2, l’immaginazione e, in traduzione inglese, sul Journal of Italian Translation e nell’antologia on line FreeVerse – Contemporary Italian Poetry. Nel 2013 ha pubblicato, nelle pagine di Ex.It 2013. Materiali fuori contesto (Tielleci, Colorno), le prose di Sotto peggiori paragrafi e, per La Camera Verde di Roma, b t w b h (frasi per la redistribuzione del sensibile), da cui è tratto il testo qui presentato. Lo stesso è stato esposto, nel maggio di quest’anno, al MACRO di Roma, nell’ambito della mostra collettiva se il dubbio nello spazio è dello spazio, a cura di Nemanja Cvijanović e Maria Adele Del Vecchio.

Tutto fa brodo nel mondo del porno
Julian Zhara

Maturato minuscolo, maiuscolo matto,
misura la criniera di un vacuo sospetto
addormento nell’uscio, dominio astratto
dell’ammontare contagioso di un letto
disfatto, l’apparato collettivo,
il sistema abrogato, giusto, anomalo,
assuefatto di aiuti,
mi hai reso l’indulto, occulto
per niente all’ideologia del detto
già prima, prima di entrare.
Aiuto!
Non aiutatelo ma fatelo ammanettare
dai vostri figli patrioti,
idioti ma forzuti.
L’indignazione a te, a me la rabbia,
auriga del modo.
Ma dov’è modo, l’oltremodo è straniero,
accettato se comunque vi gira intorno,
a me conviene non analizzarlo,
tutto fa brodo nel mondo del porno.
Arguti astemi, vecchiume incallito,
maturati in orrenda unifonia,
da medio borghese il medio dito,
più estremo l’atto, più impura la via.

Julian Zhara nato a Durazzo (Albania) il 21 Maggio 1986. Trasferitosi in Italia all’età di 13 anni. Ha all’attivo una plaquette In apnea (Granviale, 2009). Ha organizzato varie manifestazioni poetiche tra le quali il festival di poesia orale e musica digitale Andata e Ritorno a Venezia con la rivista Blare Out dove cura una rubrica di poesia. Dal marzo 2012 ha iniziato una collaborazione col compositore Ilich Molin e il video artist Enrico Sambenini per il progetto Dune con cui è arrivato tra i finalisti del Premio Dubito. Le poesie sono state pubblicate nell’antologia L’epoca che scrivo, la rivolta che mordo (Agenzia X, 2014). Attualmente vive, lavora e scrive a Venezia.