Finale di partita?

G.B. Zorzoli

Quando agli inizi degli anni ’90 l’ennesima versione delle coalizioni a guida DC entrò in crisi, a sinistra si fece subito strada la convinzione che si trattasse di una crisi di sistema, destinata ad aprire prospettive inedite (“il nuovo che avanza”).

I sostenitori di questa tesi avevano ragione, ma sottovalutarono l’anomalia di un cambiamento radicale provocato da un’indagine giudiziaria e non da un esito elettorale o dall’azione di un movimento di massa.

Infatti, le elezioni del 1994 sancirono l’avvento del nuovo sulla scena politica, ma fu quello incarnato da Berlusconi. A sinistra si mise subito in evidenza la debolezza di un movimento politico improvvisato (“Forza Italia è un partito di plastica”), per di più vittorioso alle elezioni grazie all’alleanza al nord con la Lega e al sud col MSI, allora portatori di idee e di interessi inconciliabili.

Di nuovo i sostenitori di queste tesi avevano visto giusto. Il primo governo Berlusconi durò meno di un anno per la defezione della Lega che, non alleandosi con gli altri partiti di centro-destra, gli fece perdere le elezioni del 1996.

Contrariamente alle aspettative, Berlusconi ricucì l’alleanza e dal 2001 al 2011 governò quasi ininterrottamente. Quando a fine 2011 fu costretto a dimettersi, nelle piazze vennero stappate bottiglie di spumante per brindare alla fine dell’odiato Cavaliere. Anche questa volta volta i festanti avevano visto giusto, si apriva una fase nuova, ma continuarono a sottovalutare l’anomalia di una caduta politica provocata dalle pressioni della BCE e del duopolio franco-tedesco e non dal voto popolare, e meno ancora da iniziative delle forze di opposizione o per effetto di movimenti di massa.

La nuova fase nuova ha faticato a prendere forma, ma non è esattamente quella sognata da chi brindava nel tardo 2011. Si chiama Salvini, prospettiva, se si consolidasse, destinata a far rimpiangere Berlusconi, che a sua volta era riuscito a suscitare qualche nostalgia per la vecchia DC.

Le analogie si fermano però qui. A differenza di quanto accadde nei primi anni ’90 e agli inizi di questo decennio, la svolta in atto non è determinata da forze esogene, ma dai risultati delle elezioni del marzo scorso e dal successivo spostamento delle intenzioni di voto a favore di Salvini, spostamento confermato da tutti sondaggi.

Il finale della partita in corso non è scontato. Ancora una volta potrebbe essere bloccata da interventi estranei alla normale dinamica politica o dagli effetti di una crisi economica dirompente, ma, se persistesse il vuoto di proposte in grado di contrapporre una convincente visione alternativa, anche in questo caso il dopo potrebbe essere persino peggiore di Salvini.

L’Elefante e il Maiale

Augusto Illuminati

Il cinquecentesimo anniversario del Principe ha suscitato molte serie iniziative e purtroppo ha consentito a molti dilettanti di emettere fiato e pestare sui tasti.

Recensendo una pregevole raccolta di interviste di argomento machiavelliano curata per Bompiani da Antonio Gnoli, e soffermandosi in particolare sull’intervento di Gennaro Sasso, Giuliano Ferrara, che fu agile studioso di Leo Strauss prima di diventare giullare ad Arcore, fatti i debiti elogi all’insigne studioso e apprezzandone anche un certo taglio anti-clericale, conclude sul Foglio con un dispiaciuto rilievo: anche il bravo Sasso ce l’ha con Berlusconi.

Vittima del solito pregiudizio – lui, pur così laico e critico verso il regime democristiano e il consociativismo – trova nel fra’ Timoteo della Mandragola l’archetipo del Cav, colpevole di non aver «reso principesco il mondo della Mandragola ma semmai mandragolesco il mondo del Principe». Come è signorile e colto il discorrere di Ferrara, che liscia l’offensore ma nel contempo difende l’offeso. Vediamo come l’Elefantino si scatena invece per il pubblico più corrivo del Giornale, cui dedica i sermoni domenicali in fraterna simmetria con quelli opposti di Scalfari su Repubblica – i due Dioscuri dell’italica pozzanghera.

La democrazia italiana è espropriata da una mostruosa macchinazione giudiziaria, si levi una protesta forte e chiara ecc. – e fin qui siamo nella vulgata vittimistica di Arcore. Subito dopo, però, entra in scena fra’ Timoteo con modi suadenti: «Berlusconi ha dato delle feste in casa sua, ha invitato delle ragazze e degli amici, gli amici lo hanno aiutato a comporre il suo harem burlesque, il suo privato divertimento, condividendolo», ovvero fica gratis.

«Berlusconi è notoriamente ricco e generoso, fa regali da sempre a destra e a manca, senza distinzione di rango, e con il circuito delle sue feste è stato come spesso gli succede regale e sciupone senza remore o rimorsi». Regale non molto, sciupone di certo, visto che finanzia a fondo perduto il Foglio e ha messo alla testa della cooperativa omonima il rag. Spinelli, quasi a marcare l’analogo trattamento delle marchette. Ha fatto, il Cav, una telefonata in questura, forse «inopportuna sotto il profilo protocollare ma non concussiva, gentile e in prima persona, allo scopo di evitare a una delle sue ospiti la consegna a una comunità».

Davvero umano, ci ha messo la faccia (la voce da Parigi) e con quale sublime sprezzatura, per disinnescare un’esibizione scandalistica, «ha inventato balle giocose, come quella della nipote di Mubarak», tutte cose «che rientrano nella dimensione privata» – confermate tuttavia da un voto solenne della maggioranza parlamentare d’epoca, il “saggio” Quagliarello in testa...

Ecco, al massimo, trattasi di «peccadillos [una sola c, Elefantino!] da scapolo abbiente», piuttosto abbiente invero, trasformati in reati infamanti, ohibò! E che sarà stato mai? «Regali alle ragazze e agli amici» (tecnicamente si chiamano “regalini”) e «una raccomandazione a un gentile funzionario di Questura», mica tanto diverso da una telefonatina carceraria della Cancellieri.

Ecco, né Ferrara né Berlusconi sono il duca Valentino o don Miguel Corella: al posto della Golpe e del Lione, cinquecento anni dopo, scorazzano l’Elefante e il Maiale. Aveva ragione Gennaro Sasso: il mondo del principe è diventato mandragolesco.

 

Condannati al berlusconismo?

G.B. Zorzoli

Supponiamo che la decadenza da senatore di Silvio Berlusconi annulli la sua influenza sulla politica italiana. Si tratta di ipotesi con un ridotto coefficiente di credibilità che, tuttavia, non farebbe automaticamente sparire il berlusconismo, inteso come visione della società e del ruolo che la politica vi deve svolgere; una Weltanschauung molto prima della discesa in campo del Cavaliere condivisa da milioni di italiani, dediti alla strenua difesa, costi quel che costi, del solo tornaconto personale (il "particulare"di Guicciardini).

Questa realtà emerse già nell’immediato dopoguerra con l’altrimenti inspiegabile successo di una formazione come l’Uomo Qualunque, inventata da un giornalista non fra i maggiori del suo tempo e mediocre autore di commedie, che ebbe vita breve per l’insipienza del suo leader, ma soprattutto per le ricadute della guerra fredda su un paese culturalmente e socialmente diviso. Nei decenni successivi a fissare le regole del gioco fu l’egemonia esercitata dal duopolio DC/PCI, con il secondo, nel tentativo di mettere in ombra il suo legame con Mosca, a recitare la parte dello strenuo sostenitore dell’interesse nazionale e altrettanto tenace nell’accusare la DC di tradirlo. Non a caso l’effimera parabola del movimento di Giannini lasciò in eredità al vocabolario della lingua italiana la parola “qualunquismo”, nei decenni successivi diventata una sorta di anatema, regolarmente utilizzato dal PCI e dai suoi alleati.

In effetti i milioni di italiani preoccupati solo del proprio “particulare”, quindi a priori ostili all’ipotesi di un governo del paese che li obbligasse a rinunciare a qualcosa, erano quasi tutti migrati sotto le ali protettrici della DC, che in cambio del loro voto li lasciò sostanzialmente liberi di continuare a privilegiare il personale tornaconto: di qui, ad esempio, la rinuncia a una efficace battaglia contro l’evasione fiscale, causa prima della formazione di un elevatissimo debito pubblico. A una condizione: vivere con un io diviso fra il farsi in privato i propri affari e il voto a un partito che formalmente parlava di solidarietà (e in forme clientelari ne realizzava un surrogato).

La prima rottura si verifica col tentativo di Craxi di ritagliarsi uno spazio politico autonomo. Lo avvia avanzando proposte politiche innovative rispetto agli stereotipi che abbondano nel linguaggio dei democristiani e dei comunisti che, tuttavia, nei tempi brevi non danno un significativo ritorno in termini di consensi (la base elettorale del PCI, cui erano principalmente rivolte, viene soltanto scalfita). Di qui la scelta di ricuperare sull’altra sponda, con iniziative, ma soprattutto con un linguaggio e una prassi spregiudicati, che puntano esplicitamente a porsi in alternativa al formale perbenismo della DC. In questo aiutato dalla mutazione sociale e culturale avvenuta in Italia durante gli anni ’80.

Sul terreno dissodato da Craxi, in concomitanza con la sua eliminazione politica, Bossi fa crescere la pianta leghista, un mix di populismo e qualunquismo, declinati in chiave regionalistica. Sembra un successo annunciato - la conquista delle regioni economicamente più forti del paese, in grado di dettare legge alle altre o, in caso contrario, di separarsene - ma Berlusconi spariglia le carte, dando una dimensione nazionale a questa linea e condendola con un linguaggio politico formalmente meno volgare e più tollerante. Da allora milioni di persone non solo si sentono ripetere che fanno bene a comportarsi come hanno sempre fatto, che lo stato non deve mettere le mani nelle loro tasche, che non devono vergognarsi di nulla. Trovano in Berlusconi il loro modello ideale.

Berlusconi non si vergogna di avere soldi. Nel suo agire politico entra a contatto con le più acuminate critiche degli errori e dei disastri provocati dai suoi governi e ne esce vergine e intatto, confortando le altrui naturali tendenze all'apatia e alla pigrizia mentale (non come quei rompiballe di sinistra, che ritengono importante giustificarsi, con risposte minuziose, alle critiche ricevute). Anche se ricchissimo, Berlusconi ha una nozione piccolo borghese del denaro e del suo valore e non perde occasione per manifestarla. Elargendo denaro, è istintivamente portato a pensare, senza esprimerlo chiaramente, più in termini di elemosina che di guadagno, come ripetutamente dichiara per giustificare le paghette che regolarmente passa alle visitatrici di Arcore.

Il suo linguaggio non si avventura mai in incisi o parentesi, non usa espressioni ellittiche, non allude, utilizza solo metafore ormai assorbite dal lessico comune. Non è necessario fare alcuno sforzo per capirlo. Qualsiasi elettore avverte che, all'occasione, egli potrebbe essere in grado di parlare come lui. Insomma, non provoca complessi di inferiorità pur offrendosi come idolo, e il suo elettore lo ripaga, grato, amandolo. Egli rappresenta un ideale che nessuno deve sforzarsi di raggiungere perché chiunque si trova già al suo livello. Nessuna religione è mai stata così indulgente coi suoi fedeli. In lui si annulla la tensione tra essere e dover essere. Egli dice ai suoi adoratori: voi siete Dio, restate immoti.

Il periodo in corsivo è una parafrasi, una variazione sul tema della “Fenomenologia di Mike Bongiorno” di Umberto Eco; condensa l’unica rivoluzione riuscita a Berlusconi. Dopo venti anni di sua presenza sulla scena politica, il”particulare” di milioni di italiani ha acquistato diritto di cittadinanza, e nella patria dei diritti acquisiti sarà difficile convincerli a votare per qualcuno che glielo neghi. Come ai tempi dei monarchi per volontà di Dio, prepariamoci quindi ad ascoltare il grido “Berlusconi è (politicamente) morto, viva Berlusconi!”.

Don’t panic!

Augusto Illuminati

Ci sarebbe da preoccuparsi, se Silvio Berlusconi, spaventato dai processi, decidesse di ritirare l’appoggio al governo. Come conseguire la salvezza dell’Italia senza il concorso di grandi evasori condannati in ultima istanza o di piccoli magnaccia innocenti fino all’ultimo grado di giudizio?

Si potrebbe, in tali condizioni, «semplificare» la normativa antinfortunistica o «sbloccare» a favore degli speculatori di oggi cementificazione e grandi opere lasciate incompiute dagli speculatori di ieri? Un bel rischio, davvero. Ci sarebbe da preoccuparsi, se si dovesse rivotare con il Porcellum: in tal caso – ha dichiarato Enrico Letta – «nuove elezioni con l’attuale legge elettorale ci ridarebbero una situazione che necessiterebbe ancora di maggioranze larghe», un male assolutamente da scongiurare perché tutti aneliamo a tornare a una bella contrapposizione bipolare, con programmi netti e alternativi. Anche in questo caso tiriamo un bel sospiro di sollievo: se proprio ci fosse un incidente, Re Giorgio si asciugherebbe una lacrima e riprenderebbe in mano il timone.

Ci sarebbe da preoccuparsi, se l’Europa – che è «una storia di successo», dichiara ancora Letta, manco fosse Il Grande Gatsby terza versione – mettesse alle strette la ruinante economia italiana. Ma l’incombere della catastrofe è precisamente quanto garantisce la necessaria continuità delle larghe intese. Avanti tutta con lo spread e la caduta di Pil e consumi e pure con le multe per gli arretrati delle quote latte padane e della monnezza napoletana: chi oserà staccare la spina?

Ci sarebbe da preoccuparsi, se qualcuno volesse opporsi all’abuso di infilare nei decreti-legge materie eterogenee. Un tempo avvenne con la normativa antidroga nascosta in un Dl sulle Olimpiadi invernali nel 2005, ma allora al governo c’erano i priapici berluscones e i perfidi leghisti con corna celtiche, oggi invece si annida il rinforzamento della Tav in un Dl su terremoti e altre sciagure, però abbiamo un premier allampanato e un vice sorridente a quaranta denti. Come rimediare? Un attimo di perplessità e poi una bella manata sulla fronte: ma con il voto di fiducia, ragazzi! Sembra una prepotenza e invece è una larga intesa, lascia strillare i cittadini grillini, che così si distraggono da rendicontazioni ed espulsioni…

Nessun panico, dunque. Tutto ha da franare perché la gente si abbracci in pace: la fine di una «guerra civile», meglio ancora esserne usciti sconfitti, è ragione di esultanza, manco si fosse smacchiato quell’infido giaguaro. Nel frattempo mica si perde tempo: alacri democrat si smacchiano fra loro, moltiplicano correnti, forgiano preamboli, intrecciano dottrine economiche e religiose, teologie politiche in streaming e culti web. Segretario del partito e candidato leader saranno consustanzialmente congiunti o distinti – homooúsioi oppure homoioúsioi? – (completando il venerabile Presidente la terza e dominante figura della Trinità). Per non essere da meno, sull’altra sponda si dibatte sul modo migliore per salvare il culo al Capo, ma anche ai parlamentari e agli amministratori elettivi e non. Il perfetto quadro bipartisan dell’interesse generale.

Questi sono i problemi del paese, cercando di spostare verso il precipizio di fine anno l’aumento dell’Iva e il macigno dell’Imu-Tares, chiudendo gli occhi sugli obblighi del pareggio di bilancio e del fiscal compact, incautamente assunti da ambo i poli e perfino costituzionalizzati. Con due alternative equivalenti: lasciare il cerino al complice/concorrente o guardare paralizzati l’incendio, la mano nella mano.

Dal nuovo numero di alfabeta2 in edicola e in libreria in questi giorni
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Leggi anche:
Maurizio Ferraris, L'eroe di sinistra
Lucia Tozzi, Vogliamo anche le case

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Bus stop

Augusto Illuminati

Per Deleuze e Guattari una heccéité (da haec, mi raccomando, non da ecce) indica una singolarità, un grado di intensità che non manca di nulla per essere riconosciuto: una stagione, un colore, un gesto, un viso, il tempo indefinito di un evento, che non si confonde con una cosa o con un soggetto, individuazioni concrete che valgono di per sé e comandano la metamorfosi delle cose e dei soggetti.

C'era a Roma una minuscola ecceità che riassumeva più ampie metamorfosi o (che è lo stesso) mancanza di più ampie metamorfosi. Oh, non il caldo bruciante di aprile o il maggio incerto, il polline nell'aria o l’irritabilità che comprime ed esprime lo scontento – non siamo poeti. Era un segno minimale, anzi il cartello rimosso delle fermate Atac sotto l’ex-bordello di Stato, ora mesto ricettacolo di formiche impazzite, palazzo Grazioli, p.Venezia angolo v. del Plebiscito. Fu soppresso dall’ineffabile sindaco Alemanno per compiacere il Cav. lussurioso ed evitare assembramenti casuali sotto il suo regale lupanare – e si badi bene che le fermate autobus continuarono a sussistere a pochi metri dall’ingresso di palazzo Chigi o del Senato, evidentemente considerate sedi minori del potere. Con grande fastidio degli utenti di molte linee di trasporto strategiche, costretti a compiere un non breve tragitto per prendere i mezzi di scambio.

Malgrado numerose proteste e petizioni, malgrado perfino la caduta del governo e il conseguente trasferimento fuori Roma del proprietario, quel divieto era ostinatamente rimasto, sebbene palazzo Grazioli non fosse più mèta di curiosi, escort, giornalisti e dimostranti. Ci sono fatti simbolici che superano la misera realtà e condensano interi cicli storici o esperienziali. Nel nostro caso qui si manifestava, in epifania logistica, la reverente continuità fra maggioranza berlusconiana (che sopravvive asmatica in Parlamento) e governo Monti, molto meglio che nella successione di Catricalà a Letta o nelle mattocchierie di Polillo e Michel Martone.

Sussisteva un veto al ristabilimento delle fermata: i sudditi non devono sfiorare il corpo mistico del Capo, neppure quando il corpo va in sfacelo, neppure quando il Capo non è più a capo di niente. Sembra ridicolo Alfano (e lo è), quando offre in scambio il conflitto di interessi per ottenere il semi-presidenzialismo, come se non si rendesse conto che il soggetto di quel conflitto e di quelle aspirazioni semi-presidenziali non c’è più. Ma poi, la soppressa fermata di v. del Plebiscito ci ricordava quanto gravasse ancora la potenza simbolica di una stagione, come la legittimità della soluzione «tecnica» fosse inseparabile dall’eredità e dal «superamento» del precedente porno-populismo. Finché non si andrà a votare, quel Parlamento fantasma e quei partiti zombies incomberanno in ogni dettaglio.

Un esempio di pura ecceità senza soggettività erano per Deleuze e Guattari le fanciulle in fiore proustiane come «esseri in fuga». Forse per questo palazzo Grazioli, dove D’Addario, Minetti e & Co. guardinghe si infilavano in berline dai vetri oscurati, è assurto a ecceità. Però, noi romani rivolevamo la fermata. E magari pure che svanisse l’ecceità Alemanno come è svanita quella del Cav. Miracolosamente, dalla tarda mattina del 31, il Prefetto ha autorizzato il ripristino della magica paletta Atac. Signum prognosticum.

Il perturbante della sessualità

Cristina Morini

Con curiosa e istruttiva coincidenza temporale, l’assoluzione definitiva di Silvio Berlusconi dal cosiddetto «processo Ruby» stabilita dalla Cassazione avviene nelle stesse ore in cui un parlamento silenziato è stato messo di fronte allo scardinamento della Costituzione voluto dal governo Renzi. Storia grottesca, e insieme tragica, quella del vecchio premier che, in una notte del maggio 2010, telefona alla questura di Milano per chiedere di rilasciare una giovane donna, allora minorenne, in quanto «nipote di Mubarak».

L’inchiesta che da lì parte e si salda ad altre piste connesse alla vita privata di mister B. è un esempio eclatante di diversivo, cioè di programmatico spostamento dell’attenzione di un’opinione pubblica già pienamente piegata dalla crisi, con tutte le patologie sicuritarie e di negazione dei legami sociali che questo comporta. Viene utilizzata da una esangue sinistra incapace di costruire discorso, di giocarsi l’egemonia sui contenuti, di rilanciare la lotta politica sulle diseguaglianze che aumentano e punta tutto sulla battaglia contro la figura del ricco tycoon, sceso in campo perché «unto dal signore».

Tutto è compiuto, dunque. Il caso che per anni ha infiammato i media, chiamando in correo mirabolanti indignazioni femminili, si chiude. Berlusconi ringrazia i giudici, non smentisce se stesso e fa l’immancabile, triste, battuta, «Siete qui per il bunga bunga?», fuori dal cancello di palazzo di Giustizia.

A noi rimane da ragionare su un ventennio che ci ha portati al totale svuotamento della politica. Tra resa dell’autonomia del politico e istituzionalizzazione delle quote rosa, si conferma la personalizzazione dell’ «arte del governo» nella figura dell’uomo solo al comando che fa tutte le parti in commedia, dispone rottamazioni, impone innovazioni e sempre si circonda di giovani donne. Mentre il vecchio esce di scena e il suo ruolo di contraltare si consuma, sul palcoscenico si staglia in modo più chiaro un giovane potere fallocratico, con i suoi diversi rituali. Tutto cambia perché nulla cambi e accanirsi contro un finto avversario, mutilato dagli anni e oggi potenziale alleato, non ha più significato.

Così, mentre il potere maschile trova modo di ricostituirsi in un simbolico passaggio di consegne tra vecchio e nuovo che consente a Berlusconi di tornarsene dal tribunale ad Arcore a festeggiare con un prosecco lasciando lo scettro a qualcuno di più telegenico e capace di rassicurare con tweet l’Europa, vale la pena di soffermarsi, ancora una volta, sulla figura di Ruby e delle «olgettine». Tra barzellette volgari e giochi di ruolo, queste giovani donne, trattate come un unicum indistinto, derise per abbigliamento e borsoni, tacchi troppo alti e grandi labbra, ci restano come esempio dello stigma di classe contemporaneo e parallela negazione della capacità di autodeterminazione della soggettività femminile.

Tramontano anche loro, un topos fin troppo classico, figure di un melodramma, di passeggera e negativa notorietà, che vivono nel fascio di luce proiettato dai protagonisti maschili. Si fanno largo altri soggetti femminili, non marchiati e più determinati a sfruttare gli spazi che vengono loro consentiti.

La cattiva coscienza di un Paese che ha reso inutili la scuola e l’università, miseri e controllati gli insegnanti, vuote le case editrici, che non consente ascesa sociale, urlacchia ridicolmente quando scopre che il «capitale umano» da usare più immediatamente, dentro gli orizzonti di un capitalismo cognitivo incompiuto, è propriamente quello sessuale.

È un’Italia primitiva quella del Berlusconi processato per la sua condotta «amorale». Più ancora dell’Italia anni Ottanta, plasmata sui valori del mercato, del denaro, del self made man, viene a galla l’immarcescibile Italia anni Cinquanta, un’Italia che sostiene la famiglia, la chiesa, i sani principi, suddivide tra il bene e il male, mentre la stampa mainstream butta dettagli piccanti in pasto al pubblico per épater le bourgeois. Pubblico di guardoni e consenzienti, esempio contemporaneo di quel «consenso passivo» che connota la storia italiana, trova giusti gli sgomberi degli spazi sociali e non si accorge delle resistenze fondamentali che continuano a essere agite, ogni giorno, per la vita di tutti.

Con l’occasione dell’assoluzione di Berlusconi, andrà ricordato a questo pubblico seduto sulla propria ipocrisia e falsità, il rapporto distorto che ha con le donne. Pochi mesi dopo l’apertura del processo Ruby, un gruppo femminista di Perugia, scrisse un testo intitolato Puttanamente, a firma collettiva Pris, dove si leggeva, tra l’altro: «L’immaginario coloniale e sessista che evoca il bunga bunga riguarda una dimensione che attraversa la gran parte della società italiana maschile e femminile nel suo insieme e che passa anche per una sinistra bigotta [...]. Qual è la differenza tra vendere il proprio corpo-forza-lavoro in una fabbrica di Marchionne, o in una villa berlusconiana, in una universitaria fabbrica del sapere, o in un campo di pomodori di Rosarno? Provocatoriamente potremmo rispondere: nessuna».

Nel ricordarci il perturbante della sessualità, Ida Dominijanni nel suo recente libro Il trucco (Ediesse) scrive «la sfera della sessualità ha avuto un’importanza cardinale nella delegittimazione del regime di godimento berlusconiano». Cioè, la sessualità si è rivelata il «fantasma fondamentale» che ne ha svelato l’impotenza, anche politica. Per la governance finanziaria meglio Renzi che partorisce il Jobs Act, dando forma alla più intensa strategia di assoggettamento alla logica del mercato mai vista da queste parti. Altro che festini ad Arcore e barzellette sul bunga bunga.

Il trucco

Michele Spanò

Il libro di Ida Dominijanni Il trucco. Sessualità e biopolitica nella fine di Berlusconi (Ediesse, 2014), verrà presentato oggi alle 17.30 alla Fondazione Basso (via della Dogana Vecchia 5, Roma). Con l'autrice intervengono Laura Bazzicalupo, Maria Luisa Boccia e Mario Tronti. 

C’è una generazione, a cui chi scrive crede di appartenere, che ha capito qualcosa dell’essenziale non coincidenza della politica con se stessa leggendo, per molti anni, la leggendaria rubrica che Ida Dominijanni pubblicava sul manifesto: Politica o quasi

Era un altro modo – misurato su un’epoca incapace di essere epocale – di dire è già politica; i presunti confini che presidierebbero il politico e le indefettibili logiche che deciderebbero dell’attribuzione del predicato della politicità a eventi, azioni e soggetti apparivano in tutta la loro intransitabile opacità, parzialità e malcelata arbitrarietà, striati gli uni e attraversate le altre dalle correnti del desiderio, dagli inciampi del godimento, dagli ostacoli e dalle sorprese del corpo sessuato, dalle fantasie e dai fantasmi delle parole. Tutto ciò che impedisce alla politica di coincidere con se stessa (di chiudersi, di appartenersi) è dunque anche ciò che le permette di accadere altrimenti da come e altrove da dove avremmo immaginato (o dovuto immaginare).

A lungo restia – e non senza buone ragioni – all’idea di dare al suo pensiero la forma di un libro, Ida Dominijanni ha scelto finalmente di farlo sfidando deliberatamente il contro-tempo e scrivendo perciò un testo felicemente e orgogliosamente inattuale senza perciò essere intempestivo. Anzi: Il trucco è un libro genuinamente e letteralmente contemporaneo. Perché parla tanto di ciò che ci capita oggi almeno quanto di ciò che vuol dire parlarne. E parlare di noi – e cioè di politica; e cioè di corpi e parole – vuol dire (anche) parlare di Silvio Berlusconi. Autobiografia della nazione e delle peripezie del potere e del godimento, emblema del “sesso-valuta” e monogramma del post-patriarcato, il berlusconismo è l’indice di un terremoto simbolico che non smette di agitare la scena della politica e del desiderio.

Proprio questa eco (che è anche una memoria e – così ci viene suggerito – una rimozione) è quella che Dominijanni si cimenta a interrogare: per farlo mobilita quel sapere dell’esperienza che è il pensiero della differenza sessuale (e chi fosse ancora tentato di tacciarlo di biologismo o essenzialismo avrà qualcosa in più da imparare da questo libro), fatto convenientemente reagire con la lezione di Michel Foucault e quella di Jacques Lacan (entrambi fortunatamente anni luce lontani dagli usi maldestri e passepartout che ultimamente affliggono e affollano le pagine culturali dei quotidiani).

Il berlusconismo è stato il tempo e è la condizione (si potrebbe quindi dire, con Pocock, che esso è il momento) del post-patriarcato conclamato: se la fine di un ordine simbolico non è una cosa da ridere è perché in esso si danno, contemporaneamente e contraddittoriamente (in una parola: ambiguamente), elementi che, fuoriuscendo da un quadro dell’immaginario usato e consueto (dunque, per alcuni, che sono gli uomini, fondamentalmente rassicurante), riconfigurano da cima a fondo le posizioni, reinterrogano gli abiti e confondono i titoli (a parlare, soprattutto).

E allora si scopre che la fine di Berlusconi non è questione, innanzitutto e perlopiù, di corpi offesi di donne vittime, ma di parole brucianti e azioni arrembanti di donne libere; non è questione, innanzitutto e perlopiù, di morale e di penale, di vizi privati e di vizi pubblici, ma il tempo del venir meno di questi stessi confini (a dispetto dei “convergenti estremismi” dell’antimoralismo così moralista – e normativo – di molti e di alcune e del moralismo così inderogabile – e normativo – di altre molte e molti altri).

Non è stato neppure il tempo di un sesso fatto e goduto da tutte e tutti: ma un tempo di una fantasia di potenza (politica) specchiata in un fantasma di impotenza (sessuale); un tempo in cui denaro, potere e sesso hanno provato, fallendo, a fare ordine intrecciandosi. È questo l’algoritmo di Berlusconi, miniaturizzato in un rigo di Walter Siti di cui il libro di Dominijanni potrebbe essere a rigore considerato il commento talmudico (quello cioè capace di illuminarlo una volta per tutte): “Io ti faccio sentire padrone, tu mi fai sentire libera”.

Al centro della contesa sta dunque un significante potente – e ambiguo – come quello che ha nome libertà: signaculo in vessillo del Popolo che, per interposto corpo del Capo, la incarna e condizione di donne che non hanno più bisogno degli uomini per dire il proprio desiderio e dare forma alla propria vita con autorità. Il berlusconismo è il prodotto della politica e del suo immaginario quando l’ordine simbolico prende congedo dalla legge del Padre: la confusione che ne è il residuo non è però l’Apocalisse che attende nuovi padri o figli (o fratelli, purché maschi) perbene; l’addio a Edipo sta più dalle parti di Cronenberg che da quelle di Omero: c’è tutta una libertà da risignificare e un’estetica da immaginare.

Fuori dal lutto e dal godimento di morte che gli uomini come Berlusconi ci hanno voluto (soprattutto a noi altri uomini) contrabbandare come una dolce medicina alla fine del loro (nostro?) tempo. Il contravveleno era ed è la differenza sessuale (femminile e maschile – proprio come quelle “questioni” di cui Berlusconi non è stato che il nome); essa non smette di incarnare un’altra idea e un’altra pratica della libertà e sfida a immaginare una politica – che continuerà a avere quali suoi fondamentali ingredienti i corpi e le parole – dove si sceglie che sogno sognare (o almeno – e non è poco – di non sognare sempre lo stesso sogno).

Ida Dominijanni
Il trucco. Sessualità e biopolitica nella fine di Berlusconi
Ediesse (2014), pp. 253
€ 14,00.