Shaun Parker, Piccolo Grande Uomo

King, credit Prudence Upton

Enrica Palmieri

Bisognava attendere Shaun Parker, coreografo australiano, sconosciuto in Italia, per assistere ad una epopea della storia dell’uomo-maschio senza retorica, con la semplicità del gesto danzato proprio di una cultura che guarda al presente, memore di antiche radici che fanno da terreno piuttosto che da sfondo, conquistando così pubblico e critica dall’Oriente all’Europa.

King, alias Little big man per non alterare la sensibilità della monarchia hashemita, è la sua ultima produzione che vede in scena dieci formidabili danzatori più Ivo Dimchev, voce narrante che apre lo spettacolo seduto sul proscenio cercando una intesa, nel Municipality Theatre, con il pubblico del Ramallah Contemporary Dance Festival (RCDF) 2019 venuto da ogni parte del mondo per l’appuntamento che annualmente riesce ad includere quel lembo di terra nella scena globale dell’arte performativa contemporanea.

Ivo è conosciuto da queste parti così pure la sua voce che, dapprima recitante, inizia a rivelare la sua vera natura in tutta la sua estensione, dalle tonalità più basse a quelle più acute degne di un soprano lirico, mentre la luce di un lampadario di cristallo a gocce, decentrata a sinistra del palco illumina una scena nera chiusa sul fondale da piante reali ad alto fusto.

In giacca e camicia i dieci performer entrano posizionandosi come camerieri, costruiscono file diverse cercando di mettersi in ordine di altezza, un tentativo che non trova soluzione perché il “piccolo” balza sopra le spalle dell’altro facendolo apparire più alto per guadagnarsi il primo posto. Un gioco che continua fino a che la compagnia non si scioglie per creare un’altra scena seguendo il racconto musicale che Ivo Dimchev ora dirige da una piccola pedana rialzata, avvolto dal verde. Una storia di maschi solidali, poi antagonisti e competitivi ma nell’ordine di una geometria di fazioni imposta da quel limite invisibile tra la “natura”, dietro, e la “cultura”, davanti, con le sue convenzioni e le sue categorie. C’è amicizia, intesa, amore tra questi dieci corpi tutti diversi per etnia e dimensioni da sembrare una intera umanità. Poi basta un’occhiata di un leader e qualcuno spicca un salto, il ritmo dello sguardo mette in moto tutti e sono nove i corpi che alla fine svolazzano mentre gli occhi del custode della voliera o del potere si spostano in modo imprevedibile da un lato all’altro dello spazio scenico che si riduce ad una gabbia.

La voce bulgara di Ivo si svela in uno dei brani più lirici The man I love tradendo così anche la sua ambigua figura. I maschi sciolgono il loro vigore in una dinamica fluida che non fa percepire il peso ma si scioglie in intrecci compositivi al suolo come schiuma.

Rapiti dall’eros che nulla vede e nulla distingue ma agisce e fa agire, ciascuno si siede di schiena al pubblico verso la foresta giardino, richiamato da un istinto che porta a liberarsi da giacca e camicia per rimanere in una nudità della parte superiore sufficiente a lasciare trasparire la natura del corpo attraverso le scapole e i dorsali che sanno piangere, ridere, mordere e tornare a quello stato dove la sopravvivenza è l’unica legge valida insieme alla gravità. Non è l’onore a muovere i corpi né la vendetta perché prodotti di un processo culturale, è piuttosto l’urgenza di vivere a tutti i costi. I corpi, così spogliati, allora mostrano ciò che ogni armatura nasconde a prescindere dalla sua foggia, mettendo in evidenza quella violenza che emerge da sotto la pelle, di gran lunga più spaventosa di qualsiasi arma. Una brutalità bestiale irrompe sulla scena, si può immaginare l’odore di un sudore acre misto a saliva, il gesto di un braccio così come il passo di una gamba tesa sono sufficienti a portare alla memoria tutte le guerre del mondo presenti e passate perché homo homini lupus . Il “piccolo” si fa grande dietro il “grande” e la sua tutela diventa prostrazione mentre il branco “abbaia” con grande sussulto contro questo “piccolo grande uomo”. Poi il “piccolo” diventa arma del “grande” scaraventata contro il branco di medi/mediocri. Tutto è ritmicamente vorticoso come succede nelle battaglie dove ciascuno è un nemico. La morte del “piccolo” però arresta la scena che si concentra sul dolore della colpa o la coscienza della morte. Un dolore che morde dentro e fa impazzire e nel disorientamento emerge la debolezza che rimpicciolisce il “grande” tanto da essere a sua volta ucciso dai medi-mediocri. All’ uccisione segue l’umiliazione della violazione del cadavere che, nell’ impotenza, non può offendere né difendersi perché anche la debolezza del corpo morto chiama il disprezzo.

Ma Shaun Parker non può chiudere con la morte del “piccolo” e del “grande” uomo, così lascia uno spiraglio a quello humor iniziale prima che il buio cancelli questa storia. Il “piccolo”, già morto da un po’, con sorpresa si alza per ridistendersi accoccolato vicino al corpo del “grande” buttato più in là perché piccolo e grande fanno l’unità della maestà in tutti i continenti.

''King'' rappresentato al Municipality theatre di Ramallah all'interno del Festival

di Danza contemporanea RCDF 2019 il giorno 5 aprile

Regia & Coreografia: Shaun Parker

Compositore, autore delle canzoni e Live vocalist: Ivo Dimchev

Danzatori: Josh Mu, Toby Derrick, Libby Montilla, Immanuel Dado, Joel Fenton,

Samuel Beazley, Harrison Hall, Robert Tinning, Alex Warren and Damian

Meredith.

Manager della produzione: Mark Haslam Shaun Parker & Company's

Il tour di KING è finanziato dal Commonwealth attraverso il Council for Australian-Arab Relations, Departement of Foreign Affairs and Trade.