Sessantotto: lo Spirito e la Potenza. Conversazione con Jean-Luc Nancy

Mirella Armiero

Un nuovo concetto di corpo, oltre la tesi spettacolarizzante di Debord; le relazioni del corpo stesso con il mondo; una inedita declinazione del soggetto come variazione costante e quindi l’affermazione di una “soggettività plurale”. La filosofia di Jean-Luc Nancy ha attraversato e scardinato numerosi punti chiave del dibattito postmoderno. E anche nel campo del politico il pensatore francese ha tracciato delle coordinate diverse dal passato per orientarsi nel mondo contemporaneo, a partire dal discorso sulla “comunità”, che non si basa su un rapporto astratto o immateriale, ma è un “essere in comune”, un “essere insieme”. Così Nancy scriveva nella Comunità inoperosa (tradotto in Italia da Antonella Moscati per Cronopio nel 1986). Lo stesso tema riappare in Verità della democrazia (tradotto da Moscati insieme a Roberto Borghesi per la stessa Cronopio nel 2008), scritto a quarant’anni dal maggio francese del ’68. Da qui parte il nostro dialogo, nel cinquantenario del movimento, spesso negli ultimi anni messo sotto accusa.

Nel suo libro Verità della democrazia lei avviava la sua riflessione sul Sessantotto partendo da una considerazione, ovvero quella di ritenere scandalosa e grossolanamente ingenua la tesi che il Sessantotto avesse condotto al relativismo morale e al cinismo sociale. Oggi, oltre queste tesi, circola l’idea che il Sessantotto sia stato l’inizio della diffusione di massa della cultura neoliberale. Cosa ne pensa?

Altro punto che lei trattava: il Sessantotto mette in discussione le certezze democratiche dopo la fine della Seconda Guerra mondiale. In che modo questa riflessione può essere ereditata oggi, dopo dieci anni, in piena crisi delle democrazie?

Le due domande sono strettamente collegate. In effetti, poiché il ‘68 ha messo in discussione le certezze democratiche che si sono installate fin dal 1945, si può dire che il ‘68 è stato anche il segnale dell’abbandono di una certa fiducia progressista e socialista: quindi una sorta di accettazione della cosiddetta società dei consumi e del neoliberismo.

Ma perché è successo? Per una ragione molto profonda: la sicurezza progressista-socialista era già stata distrutta fin da prima del 1939, ma non si voleva vederlo. Il 1945 ha segnato una fase molto ambivalente: da un lato la vittoria sul fascismo e la riaffermazione della democrazia; dall’altro, con la vittoria degli USA, l’inizio della colonizzazione americana dell’Europa e parallelamente la colonizzazione sovietica, che già aveva dimostrato di non essere per niente socialista.

Tra il 1945 e il 1968 c’era stato un grande sforzo per ricreare un “vero” marxismo (trotzkista o maoista) o per trovare un “vero” socialismo (socialdemocratico, come non si aveva ancora l’abitudine di chiamarlo). Ma la verità era già quella dello sviluppo tecnico ed economico. Nel 1968, la società scoprì di essere superata da un movimento che non riusciva a identificare: quello creato dal binomio produzione/consumo, dalle profonde trasformazioni del lavoro, dell’energia, eccetera.

Di conseguenza il ’68 si divise in due tendenze: da un lato all’adattamento al nuovo mondo e dall’altra a sospendere, a fermare le false posizioni rivoluzionarie. Siamo oggi nella persistenza di questa doppia constatazione. Si tratta ormai della globalizzazione a fronte della completa paralisi politica. Ciò dimostra che quello che nel ’68 era una “crisi” (rimediabile) è in realtà un cambiamento molto profondo della civiltà.

Oggi non viviamo una “crisi” della democrazia: in realtà non sappiamo assolutamente più cosa significhi “democrazia”. Certamente conosciamo i “diritti umani” (e diritti degli animali, diritti delle piante, eccetera) ma dentro una realtà inumana di egemonia tecno-economica.

Questa egemonia però comincia a essere in difficoltà: l’aumento della povertà da un lato, la decomposizione dei parametri (nazionali, culturali, di potere) dall’altro, portano a crescenti resistenze. Ma non esiste un orizzonte “classico”, né politico, né morale, né civile per guidare un movimento. Non può esserci finché non ci sarà una profonda trasformazione della società: del suo “umanesimo”, della sua “razionalità”, del suo “progresso”. Questa trasformazione è in corso, ma sarà molto lenta e molto lunga...

Se non sappiamo più che cosa è democrazia, forse potremmo riprendere del ’68 quella che lei ha definito “l’esigenza di reinventare la democrazia” e di farla essere “anche comunismo”. Come farlo oggi?

Se non sappiamo cosa sia la democrazia, significa che questa parola non ha più senso. Sappiamo cosa sono lo Stato di diritto, i diritti umani, le libertà fondamentali, il principio di uguaglianza... ma “democrazia” significava qualcos’altro: una società in cui queste definizioni formali fossero reali e dove il potere (cratos) fosse in grado di realizzarle per il popolo (il demos) e dal popolo.

Ora, per noi è molto difficile sapere cosa sia un popolo ed è altrettanto difficile sapere che cos’è il potere. La gente assume nei nostri tempi un accento più comunitarista che ‘demotico’ – oserei dire – e il potere non è più quello delle istituzioni “democratiche” ma quello delle potenze tecno-economiche.

Dunque non direi più, al giorno d’oggi, che dobbiamo “reinventare” la democrazia. Dobbiamo piuttosto inventare qualcos’altro. In primo luogo, dobbiamo capire perché la democrazia non è mai stata “se stessa” (né “diretta” né “rappresentativa”). E perché è stata in realtà la forma politica più adatta alla crescita moderna del capitalismo industriale e imprenditoriale.

Lei ha scritto che la democrazia non è una forma politica, ma uno “spirito” che tende a mettere in comune non tanto dei beni scambiabili, ma ciò che non ha valore misurabile, che non porta “profitti”, come accade nell’arte, nell’amicizia, nell’amore, nel pensiero. Se la democrazia non è identificabile con la politica, quale rapporto è auspicabile tra democrazia e politica?

La questione è tutta qui. Sotto il nome di “democrazia” il mondo occidentale è passato da un significato propriamente politico – il significato della democrazia greca, che era quello di un regime politico organizzato dai cittadini, cioè i soli proprietari di una certa fortuna patrimoniale e appartenenti a un certo numero di casate riconosciute. Ma da cui le donne, gli schiavi e gli stranieri erano esclusi.

Nel suo significato moderno la democrazia si indirizza a tutti, e come tale non implica nessun principio di determinazione della cittadinanza. Dunque non ha alcuna ragione di non essere mondiale! E tuttavia noi non smettiamo di sperimentare il bisogno di avere delle determinazioni “nazionali” – sebbene ignoriamo di fatto che cosa sia una “nazione”. La storia attuale della Catalogna è a questo proposito esemplare. La “democrazia” come forma politica deve dunque autodeterminarsi, cosa assai difficile in quanto non si sa chi sia e cosa sia il “sé” ovvero il “soggetto” di questo “auto-”.

Ma allo stesso tempo l’estensione e la trasformazione moderne della democrazia significano altro: indicano una trasformazione antropologica attraverso il desiderio di dare alla vita degli uomini un senso propriamente e interamente umano (non sottomesso al divino, né alla tecnica né alla morale). Ora, un “senso umano dell’uomo” è un’esigenza spirituale (lo “spirito” a cui si rifaceva Marx) di straordinaria difficoltà. Abbiamo appena cominciato a inoltrarci nella questione. Appena dopo il Rinascimento (e il capitalismo): uno spazio troppo breve. Noi siamo appena usciti dalla preistoria. Non la preistoria della democrazia (politica) ma la preistoria dell’umanità stessa e di quella che io vorrei chiamare non democrazia ma “demotica”, riprendendo il termine che, nell’egittologia, designa la lingua popolare per distinguerla dalla lingua sacra (la ieratica, con la sua scrittura geroglifica).

Che senso ha oggi, a cinquant’anni di distanza, rievocare o mitizzare il ’68?

Il ’68 non ha bisogno di essere ricordato o mitizzato. Il ’68 è stato già costituito come una mitologia. Vale a dire, come l’espressione di per sé (perché quello è il mito, a differenza del logos che è l’espressione di un “altro”, di una ragione anonima) di un momento della storia occidentale. Questa storia era stata concepita come un progresso ininterrotto, un progresso economico, sociale e politico: la grande Democrazia capitalistica, tecnicistica e giurisprudenziale.

Questa Democrazia ha sentito dentro di sé nascere dubbi. Nel film di Nanni Moretti, Bianca, si può ascoltare un elogio ambiguo e interessante del ’68 come un rifiuto della società giustamente autosoddisfatta nel processo di soddisfarsi da se stessa (non ho il testo sottomano, è una breve sequenza nella prima parte del film). Questa stessa società, diventata di “consumo” e quindi “di godimento”, è oggi in crisi acuta e più che mai critica di se stessa e preoccupata per il suo futuro. Il che significa che il ’68 era un preludio o un segnale di avvertimento.

Ciò che era mitico nel ’68 era la convinzione di potere, hic et nunc nel presente, lasciare che il presente dicesse sé stesso, indipendentemente dal passato e dal futuro. Senza memoria e senza progetto. Sotto un altro aspetto c’era un progetto, una rivendicazione socioculturale, emancipatrice del modello classico. Ma questo aspetto non era il vero nodo. Questo nodo non era mai “emancipatorio”: esso affermava una sospensione delle ideologie progressiste a favore di un godimento immediato e senza programma. Rifiutava o destituiva così le politiche di sinistra come quelle di destra, pur essendo assolutamente “di sinistra” nel senso di una richiesta integrale della giusta espressione di tutti.

Perciò, il ’68 non è stato superato – anche se non è più d’attualità (non nell’atto, ma ancora in potenza). Proprio come le rivoluzioni non sono obsolete, perché i loro impulsi e le loro richieste – chiamate “democrazia” e “socialismo” – sono sempre presenti come esigenze, sebbene sprovviste di attualità.

Ma ciò che non viene superato non è detto tuttavia che sia da ricominciare daccapo. Non c’è mai una ripetizione. C’è un segnale che è stato dato e che oggi è amplificato, prolungato e trasformato. È diventato un segnale per tutta la civiltà moderna.

Speciale / Che fare (del Sessantotto)

Nello Speciale:

  • Angelo Guglielmi, Riflessione sul '68
  • Lorenzo Madaro, L'arte ribelle del 1968

Riflessione sul '68

Angelo Guglielmi

Giulio Paolini, Autoritratto con il Doganiere

Il ’68 è l’anno in cui si realizza e conclude una sorta di liberazione degli uomini (e del loro agire, preparato e costruito dall’intero decennio sessanta (con inizio metà anni cinquanta) quando gli uomini e il loro agire si resero conto di essere imprigionati nelle strette di una cultura e tradizione sviante e non più capace di sostenere la vita del vivente. Una cultura tra idealismo e positivismo che era stata travolta dagli anni precedenti di fascismo e di guerra e aveva perduto l’attrezzatura ideologica (e dei comportamenti) in grado di far fronte alle “novità” che in campo economico, sociale e del pensiero creativo fragorosamente avevano fatto irruzione nel mondo e nella società italiana. Boom economico che trascinava gli italiani (ancora per oltre il 50% analfabeti) in un benessere che non erano in grado di gestire e di cui incassavano i vantaggi in modo disordinato e fuori coscienza; una situazione sociale in subbuglio con enormi masse in corsa migratoria (chi verso il Nord del Paese, chi verso terre lontane); una tradizione del sapere in crisi di vecchiaia con smarrimento dell’antica affettività (di sentimenti e modalità di relazione) e nascita di nuove imperiose aspirazioni-ambizioni che mancavano tuttavia di un contesto, di un cielo e di una respirazione in cui e con cui manifestarsi.

Appare ovvio che fossero coloro che hanno maggiore consuetudine con il pensiero (musicisti, pittori, scrittori) ad avvertire l’urgenza di nuovi convincimenti, di un rinnovamento (una rivolta con quel di improvvisato che le rivolte comportano) della modalità e delle forme in cui esprimersi, constatato che di quelle vecchie (che avevano ereditato) non riconoscevano più i segni. E tra questi per primi gli scrittori (primi nel senso che più facilmente potevano essere compresi dal pubblico dei fruitori con il quale condividevano l’uso della stessa lingua di base, parlando con le stesse parole). Sì, gli scrittori. A cominciare da Elio Vittorini che in anni ormai dimenticati lanciò la sfida del suo contestatissimo Politecnico,e poi, con obiettivi più immediati, i filosofi metafisici e del comportamento (da un Gramsci inaspettatamente attuale, all’esistenzialismo rinnovato di Enzo Paci, alle ricostruzioni marxiane di Banfi e poi, strette in senso artistico, di Luciano Anceschi) incoraggiati dai più prepotenti Nietzche, Husserl e Heidegger che inauguravano (e davano evidenza) ai nuovi spazi in cui alloggiare le possibilità e opportunità della vita.

Ma non vi è dubbio che poi vi fu qualcuno – certo non eviterò l’accusa di conflitto di interessi, oggi così spesso malamente diretta – vi fu qualcuno (ripeto) che ebbe la capacità di raccogliere le varie imperiose richieste del “diverso” e del nuovo provenienti dal fondo della cultura (e del complesso di interessi in cui si impiglia) e fonderle in una sintesi operativa (e come tutte le sintesi imperfetta e sospetta di parzialità), e questo qualcuno fu il Gruppo ’63 (che prese il nome dall’anno in cui nacque) che riuniva perlopiù giovani scrittori (ma non solo). E di qui, per non abusare, ripetendo propositi e analisi più volte espresse, corro direttamente alla conclusione. Diceva Umberto Eco (e da qualche parte deve pure trovarsi per iscritto) che il Gruppo ’63 svolgeva la sua opera di contestazione (efficace e anticipatrice) nel solo modo che allora le era possibile (farlo), cioè agendo sul linguaggio che, nella stretta struttura-sovrastruttura proposta dalla dialettica marxiana, appartiene a quest’ultima (alla sovrastruttura), tanto che il Gruppo prese atto dell’esaurimento della sua funzione proprio quando la struttura (cioè scuole, università, lavoro, scelte di vita e varietà di fedi e credenze) perse la copertura protettiva e divenne agibile a disposizione dei protagonisti reali (cioè studenti professori operai salariati donne monaci e l’intero complesso di interessi che caratterizzava la società). Altri, i più materialmente coinvolti, erano diventati i protagonisti della contestazione e Quindici – lo strumento pubblicistico del Gruppo – in una ultima riunione (proprio nella settimana in cui aveva raggiunto la più alta diffusione di vendite), decise di sospendere le sue pubblicazioni, pur tra qualche veemente opposizione. Era il mese di giugno 1969.

E su tutto questo, sull’impegno difficile e disperato cui l’intero decennio sessanta (con prodromi nel decennio precedente) aveva atteso per la costruzione (insieme a tutto il Paese) di una nuova cultura, la Galleria d’arte moderna di Roma organizza una discutibile mostra!

Intanto chiederei all'organizzatrice cosa c’entrano Anselmo e Merz - illustri protagonisti dell’arte povera – e cosa Paolini e De Dominicis – che svilupparono l’attività per cui sono riconosciuti negli anni settanta e successivi – cosa c’entrano con il ’68? Arte povera e concettuale (o quel che sia) sono forme d’arte che arriveranno dopo, fondate su premesse e intenzioni diverse da quelle che animavano gli artisti del decennio sessanta. Che (ripeto) erano impegnati a fare qualche conto con la storia (sonorità che pur non volendo devo adoperare) alla ricerca di nuovi modi di pensare prima che di fare. E allora perché il bellissimo autoritratto di Paolini o la palla rossa di De Dominicis (che stavo per schiacciare)? E perché la serie fotografica di Carla Cerati tra Mondo Cocktail e Ospedale di Gorizia? Solo perché (opere e fotografie) sono datate 1968? Ma allora non è una mostra di testimonianza ma di celebrazione. Il sospetto anzi la certezza l’ho avuto davanti alla scelta di Festa cinese in cui l’incolpevole (amato) Schifano, abituale abitante di sogni onirici, qui insolitamente guttuseggia, permettendo agli organizzatori di marcare con questa scelta (Festa cinese) la valenza di ufficialità con sottolineatura politica della mostra. Che è il segno più facile del significato del decennio sessantottesco. Immagino la risposta. Noi abbiamo preferito accennare a ciò che col ’68 nasce non ciò che (col ’68) si conclude. Ma se così avrebbe dovuto imporsi l’obbligo di una visione più larga (di una visione Paese) e allora occorreva situare il bellissimo (lo ripeto) autoritratto di Paolini dentro il ricordo non del Mondo Cocktail della Cerati ma (dentro il ricordo) di ben più gravi e tragici eventi.

è solo un inizio. 1968

Galleria Nazionale, Roma

fino al 14 gennaio 2018

L’arte ribelle del 1968

Lorenzo Madaro

Fernando De Filippi, V.I. Lenin nel 1920

È tempo di 1968, di riflessioni storiografiche su ciò che è avvenuto in quell’intenso torno di anni, come già rivelano i progetti espositivi che stanno iniziando a puntare uno sguardo sul quell’anno fatidico a qualche mese dal cinquantennale. E a pochi giorni dall’inaugurazione della mostra. È solo l’inizio alla Galleria Nazionale d’arte moderna di Roma, la Galleria Credito Valtellinese di Milano ha aperto i suoi spazi per Arte ribelle. 1968-1978. Artisti e gruppi dal Sessantotto, un progetto espositivo più radicale, con circa ottanta opere scelte di nomi noti e meno noti di un decennio in cui le arti visive erano uno strumento di riflessione e impegno politico e sociale. E di lotta.

A Marco Meneguzzo, ideatore e curatore della mostra, spetta infatti il merito di aver ricostruito un decennio particolarmente fervido concentrandosi su uno specifico filone di ricerca – che a sua volta ha differenti declinazioni –, senza per forza confrontarsi a tutti i costi con nomi e movimenti arcinoti nella storiografia di quegli anni – Arte Povera, ma non solo, come accade nella mostra romana –, ma puntando una specifica attenzione soprattutto su nomi che finalmente stanno tornando al centro di un dibattito, anche per un generale clima di riflessione sugli anni Sessanta e Settanta, due decenni quanto mai paradigmatici per l’Italia e l’arte italiana.

Si fuoriesce dagli spazi deputati della cultura e dell’arte, si ignora l’ufficialità, si prediligono linguaggi plurali, pur non rinunciando alla pittura e all’immagine, ci si impegna nella scrittura programmatica: sono queste solo alcune delle vie di operatività in questo torno di anni, ma – come sottolinea il curatore nel saggio introduttivo in catalogo (invero, un vero e proprio libro, denso di una parte testuale che include anche interviste tra Meneguzzo e alcuni degli artisti-testimoni) – “Ed è proprio il comportamento, cioè, tutte quelle pratiche individuali e sociali che andavano modificando il modo di pensare e il modo di vedere, il terreno su cui gli artisti e gli intellettuali si misurano e costruiscono nuove proposte. Per loro – aggiunge il curatore – la divisione tra politica e indidviuo, tra giustizia sociale e felicità individuale non assume la forma di uno schieramento contrapposto, ma di un territorio assolutamente contiguo che può svilupparsi insieme e contemporaneamente”.

Grandi dipinti, fotografie, riviste e altro materiale editoriale (fanzine, cataloghi) e molta scrittura: il grande ambiente delle Stelline diventa così un contenitore di visioni, prospettive, stralci di un tempo che oggi non è letto in termini commemorativi e nostalgici, ma per quelle sue declinazioni che sono state oggetto di rivolte sociali e indagini complesse nei territori della cultura. C’è una missione che unisce tutte le operazioni di analisi e protesta, mettendo insieme il lavoro di tutti gli artisti, ovvero la volontà di dialogare con un nuovo pubblico, di allargare le prospettive della riflessione oltre i confini austeri e autoreferenziali del sistema dell’arte di allora. Ugo La Pietra – uno dei protagonisti della mostra – durante l’opening ha ricordato che all’epoca gli artisti impegnati amavano autodefinirsi “operatori estetici”, rinunciando alle categorie specifiche dell’arte. E d’altronde siamo in un momento in cui crollano del tutto gli steccati e gli artisti intendono entrare nei territori del dibattito pur non intendendo mai rinunciare alla pertinenza di un ruolo e di un ambito di appartenenza.

Le rivolte studentesche, la guerriglia, il femminismo e la politica: nel lessico di questo decennio “ribelle” c’è questo e molto altro. Nel grande spazio espositivo si rincorrono così le opere del ciclo Compagni compagni di Mario Schifano; le indagini sociali e antropologiche sulla città e le trasformazioni di La Pietra, che al lavoro artistico ha affiancato anche un impegno propriamente teorico e didattico in diverse geografie d’Italia e non solo (come emerge anche dalla preziosa mostra in corso, sempre a Milano, nella Galleria Bianconi); la pluralità degli interessi linguistici di Fernando De Filippi, presente con numerose opere che rivelano le sue attenzioni verso la pittura, la fotografia, lo spazio sociale, il cinema e l’opera d’arte pubblica, guardando a icone come Lenin e a frasi paradigmatiche legate alla denuncia sociale; la fotografia con declinazioni concettuali e sociali di Franco Vaccari; i paradigmi testuali di Vincenzo Agnetti; le immagini stratificate, con uno sguardo alla Pop, di Giampaolo Spadari; alla scrittura sui temi del lavoro di Gianfranco Baruchello; ed ancora – tra gli altri – Mario Ceroli, Gianni Pettena, Pablo Echaurren, Fabio Mauri e Gianni Emilio Simonetti.

Ne emerge un paesaggio cronologico e storico sfaccettato, denso di orientamenti – e contatti, per esempio con alcune espressioni linguistiche d’oltreoceano –, e che in un momento in cui in Italia e altrove l’ambito di un’arte politica sembra essere una delle vie maggiormente perseguite, ribadisce la lezione di quelli che oggi vanno considerati tra i maestri della storia dell’arte italiana del Novecento.

Galleria Gruppo Credito Valtellinese

Corso Magenta n. 59, Milano

12 ottobre – 9 dicembre 2017.

Info: creval.it

Rimasticando gli anni Sessanta

Alberto Capatti

In La bella di Lodi di Alberto Arbasino l’offerta alimentare entra nella rete autostradale e acquista velocità. «Ristorante Motta, a cavallo dell’Autostrada» (Fiorenzuola d’Arda).

Entri e il cibo è in vista, «pacchetti lussuosamente confezionati di krek e biscotti e zamponi ornati di emblemi di segnaletica stradale». Il bazar autostradale era già lì, nel 1960, e così pure, con la coda dell’occhio, i «clienti con pizza». Si posteggia, si va alla toilette. Poi Roberta e Franco vanno a mangiare.

«Lui si siede al tavolo, e si versa il vino.
“M’hai già comandato anche per me?»
“Sì, quella pizzaiola che ti piaceva ieri, no?”
Passa una cameriera da Canzonissima, tutta a volants.
“Dài” fa lui, “diglielo ancora, che non ci ho voglia di parlare io!”
“Senta signorina” fa lei “allora è già pronta quella pizzaiola per due?… Me l’acceleri, eh…”»

La bottiglia di vino è Soave Bertani o Corvo Bianco. Indispensabile che sia gelata. Un piatto, un colpo di telefono al centralino mentre si mangia, il caffè e via. La pizzaiola, fine anni Cinquanta- inizio Sessanta, è una novità, e Franco sembra averla gustata da poco; si differenzia dalla bistecca, ed è più gustosa, con un colore da vacanza. Le costate, ovvero lombatine o fettine di vitello alla pizzaiola, rientrano, secondo Veronelli e Carnacina, nel Mangiare e bere all’italiana (Garzanti, 1962), e verranno adottate della cucina rapida.

Considerate piatti napoletani, si ritrovano sul territorio nazionale e la loro origine non è locale; la denominazione «alla pizzaiola» evoca la più nota pizza, a causa dei filetti di pomodoro, ma è ingannevole in quanto il pizzaiolo non cuoce carne. Sono da poco nella ristorazione e soprattutto sono veloci, come tutto quello che Franco e Roberta fanno in autostrada. L’industria alimentare, con le autostrade, ridisegna, mappa il territorio, rifornisce punti vendita, e insegna a comprare-consumare.

andy warhol-campbell-soup-cans-
Andy Warhol, Campbell's Soup (1962)

Dal 1957, quando a Milano si è aperto il primo supermercato in viale Regina Giovanna, la rete distributiva si sta articolando, e si mangia diverso e uguale. La vetrina dell’industria è in tv, in quello stesso anno, e si chiama «Carosello». Con l’auto e il televisore si mastica nuovo, e si digeriscono idee importate.

È un’Italia che schizza veloce, ignorando l’altra, delle culture montane in abbandono, degli spacci paesani e delle cucine senza liquigas. Dove si andrà a finire? Se lo era domandato nel 1957 Mario Soldati nel suo viaggio (televisivo) lungo la valle del Po alla ricerca dei cibi genuini; se lo ridomanda Luigi Veronelli, con già una prima risposta, nella sua Ricerca dei cibi perduti (Feltrinelli, 1966). L’industria si rafforza, trasformando le lunghe cotture domestiche, le minestre in letteratura? Porsi il quesito è lecito, e si continuerà a lambiccarsi il cervello ripetendolo sino ai giorni nostri.

Dagli anni del boom, prodotti genuini, cucine tradizionali, cibi perduti diventano il vaccino da usare contro la standardizzazione industriale. Veronelli è un intellettuale, si dice anarchico, ha contribuito con Carnacina a costruire un modello di cucina italiana autonomo da quello francese, ha pubblicato un libro sui cocktail e sta per rivoluzionare il mercato borghese del vino.

Negli anni Sessanta non ci sono solo autostrade e cibi perduti. Finiscono infatti con l’attuazione degli ordinamenti regionali e con i primi libri che pianificano la cucina di territorio a ridosso del boom. Il più importante è Le ricette regionali italiane di Anna Gosetti della Salda, del 1967, tuttora ristampato identico da Solares. Cominciato agli inizi degli anni Trenta, il quadro geo-gastronomico si consolida a ridosso dell’industrializzazione del paese con un rapporto ambiguo, critico ed empatico con essa. Per decenni il profilo identitario delle cucine italiane continuerà a ispirarsi a un unico modello, parcellizzato e unitario, favorito e omologato dai finanziamenti pubblici dei consigli regionali.

E il ’68? La sua influenza sulla gastronomia comincerà a esercitarsi nel decennio successivo, con i «Quaderni di Controinformazione Alimentare» nati nel 1975 da un gruppo di tecnologi militanti. Ma un evento decisivo era intervenuto nel frattempo: il caro petrolio del 1973 che aveva portato l’austerity e una riflessione critica sui consumi. Il film La grande abbuffata di Marco Ferreri chiudeva in stile tragicomico un’epoca che Arbasino, meglio di ogni altro, aveva aperto, spiegato e documentato.

Da alfa63 lo speciale in edicola e in libreria insieme al numero 33 di alfabeta2