Capricci teologici

Augusto Illuminati

Nella grande tradizione teologica mediterranea del monoteismo che, con varie commistioni neo-platoniche, va da Filone d’Alessandria allo Pseudo-Dionigi, dagli gnostici al sufismo e all’illuminazionismo iranico, da Agostino e Tommaso a Meister Eckhart, abbondano i paradossi che vertono intorno a due punti chiave: la creazione che responsabilizza il creatore del male e dell’uso peccaminoso del libero arbitrio, il trovarsi Dio al di qua dell’essere e della forma, dunque in una luminosissima caligine che solo una totale e remissiva ignoranza può penetrare. Ne offrirà una buona sintesi, al di là dell’Atlantico, Philip K. Dick nella trilogia Valis. Per quanto prediligesse le anfetamine, l’autore finiva per suggerire l’incarnazione della compassionevole Sapienza nel fungo allucinogeno anokhi. Solo che non si trova soltanto nel deserto del Mar Morto, ma è diffuso – questo è il tratto geniale della conclusione – nei luoghi più impensati.

Certamente a Roma, Berlino e Bruxelles, a scorrere imparzialmente i più recenti eventi, di quel fungo hanno fatto scorpacciate. Prendiamola alla lontana: successore privilegiato della teologia è, a partire almeno dai Physiocrates di metà Settecento, l’economia, con la differenza che mentre la teologia classica aveva sempre più preso le distanze dall’astrologia teurgica platonizzante, l’economia post-keynesiana si è gradualmente accostata, con minori esiti previsionali, alle pratiche astrologiche. Vediamone qualche capitolo, ricorrendo alla forma devozionale del rosario.

Primum mysterium gaudiosum, Annuntiatio (effetto annuncio). L’abbiamo fatta finita con lo scandalo delle pensioni facili, abbiamo prolungato l’età del ritiro e diminuito l’entità delle retribuzioni per incoraggiare a lavorare di più. Così i giovani troveranno più facilmente lavoro. Stessa logica non standard che facilitando fiscalmente gli straordinari cresce l’occupazione. Peccato che la disoccupazione giovanile galoppi oltre il 36%. Inoltre ci siamo ritrovati 300.000 esodati senza salario e senza diritto alla quiescenza, pur avendo pagato tutti i contributi prescritti. E pensare che al Lavoro ci sta una prof ordinaria e meritocratica di Economia (ben poco titolata su Google Scholar, ma, cazzo, mica siamo l’Anvur), madre di associata e piangente, e a vice-ministro il più giovane ordinario italiano di Diritto del Lavoro, il monolibro Michel Martone. Amen, venissimo a capi’ che so’ misteri.

Primum mysterium dolorosum, Agonia in hortu (stagnazione recessiva). Abbiamo reso, con voto di fiducia bi-partisan, seguito da Adoremus di A. Finocchiaro), più facili i licenziamenti e più precari i contratti di ingresso al lavoro, per stimolare le imprese ad assumere e far ripartire produttività e occupazione. Risultati assai dubbi, cadono tutti gli indici statistici relativi a produzione industriale, occupazione e consumi, sale soltanto l’inflazione, ma Monti è andato tutto contento a Bruxelles e poi alla deludente finale di Kiev, mentre Napolitano è apparso soddisfatto e Marchionne si è rivelato studioso di folklore. Lo sviluppo è affidato alle cure di Passera, indagato per elusione fiscale, dunque ben rappresentativo della tradizione imprenditoriale nostrana. Amen, venissimo a capi’ che so’ misteri.

Mysteria gloriosa 1-5: Resurrectio, Ascensio, Descensus Spiritus Sancti, Assumptio, Coronatio in coelis (missione trionfale di Monti a Bruxelles). Abbiamo salvato l’euro (e le banche), sconfitto l’Anticristo, buttato a mare la Grecia, adesso tutto andrà bene, basta che si proceda alla spending review e a licenziare un po’ di fannulloni statali, tanto i sindacati strillano e non muovono un dito. Oddio, qualche divergenza teologica c’è, com'è giusto che sia: ci sta la fazione predestinazionista agostiniano-luterana (il Corsera-Rcs e Giavazzi), che tifa per la Merkel e vogliono riforme neo-liberiste pure e dure anche in Italia, la fazione pelagiana (gruppo Espresso-Repubblica e Pd a rimorchio), che sostengono un mix di rigore e compassione e sognano un riformismo europeo. Fantasticano addirittura di vincere le elezioni e andare al governo con Casini.

Infine, i cani che abbaiano alla culona e sostengono che Monti porta sfiga. Nulla di nuovo, solo che teologi e bestemmiatori di altri tempi scrivevano un po’ meglio, ma si sa, nessuno è perfetto. Il trionfo addolcisce la nuova ondata di sacrifici, se poi il trionfo non c’è stato e la crisi continua come prima, se non peggio, pazienza, anzi Amen. Venissimo a capi’ che so’ misteri.

Retoriche globalizzanti

Giorgio Mascitelli

Ammetto di essere stato molto colpito dalle dichiarazioni dell’amministratore delegato della FIAT dottor Marchionne, che commentando la sentenza di reintegro di 145 cassaintegrati FIOM a Pomigliano d’Arco ha definito questo pronunciamento del tribunale di Roma come «folklore locale». L’aspetto sorprendente di tale dichiarazione non sta nel suo erroneo presupposto che solo in Italia esistano leggi che sanzionano i comportamenti antisindacali, ma nella sua novità retorica. Fino allo scoppio di quest’ultima crisi un qualsiasi omologo del manager italocanadese a fronte di una sentenza sfavorevole avrebbe fatto ricorso ad altri modelli retorici, in particolare a quello antistatalista della burocrazia che è d’ostacolo alla libera iniziativa.

Tale cambio di registro è da addebitarsi senza dubbio a circostanze individuali che riguardano il dottor Marchionne: la sua immagine pubblica, la sua exit strategy dall’Italia e non ultimo il fatto che abbia commentato la sentenza mentre si trovava in Cina; ritengo, tuttavia, che esso sia anche un riflesso di un cambiamento della sensibilità dominante. L’immagine di un potere arcaico, burocratico e conservatore richiama per connotazione anche la speranza di un domani prosperoso e felice, quando esso cesserà di ordire regole che imbriglino le forze della libera iniziativa umana; l’immagine del folklore locale richiama semplicemente una nicchia attardata che non si è ancora accorta che, per citare le parole del Poeta, il mondo non si è fermato mai un istante, senza peraltro promettere niente a nessuno.

Vi è tuttavia un’altra differenza cospicua tra le due linee retoriche: l’immagine del folklore è un’immagine derisoria che rende ridicolo il suo oggetto, l’altra è un’immagine che instilla paura evocando un potere ostinato e terribile. Sociologicamente la prima appartiene al repertorio del gran signore certo più abituato a fare le leggi che a subirle, la seconda a quello dell’alacre lavoratore che teme che un arbitrio vanifichi una vita di sforzi. Se dovessimo trovare delle parentele letterarie quella del folklore locale è un’espressione che starebbe bene in bocca al re de Li soprani der monno vecchio del Belli, l’immagine della burocrazia troverebbe una sua collocazione ottimale nel racconto kafkiano Davanti alla legge.

Infondo definire folklore locale una sentenza del tribunale, da un punto di vista retorico, è una semplice perifrasi, benché irridente. La giurisdizione di un tribunale è sempre locale e per quanto esso aspiri a produrre una giurisprudenza universale, l’universalità della sua giurisprudenza coincide con l’estensione della sua giurisdizione, come potrà testimoniare qualsiasi fuggiasco a cui è bastato varcare una linea di frontiera, godere di un’immunità o fare un balzo sul sagrato di una chiesa per evitare l’esecuzione della condanna. Al di fuori dei suoi confini una sentenza può non solo essere inosservata, ma sembrare anche risibile: ritenerla folcloristica, cioè relitto di ciò che è trascorso, significa porre i confini della giurisdizione non su un piano spaziale o formale, ma su un piano temporale.

Significa affermare che c’è stato un tempo in cui ci si poteva anche rivolgere a un tribunale per far rispettare i propri diritti, ma ora questo tempo è finito. Naturalmente una simile affermazione non è da tutti, chiunque tra i comuni mortali si troverà di fronte a una sentenza sfavorevole non potrà che accettarla o darsi alla macchia, come è sempre stato. Ma per chi come gli dei ha il dono dell’ubiquità, ossia il potere di passare con facilità e in molti modi da un luogo all’altro, anzi da un non luogo all’altro, allora ciò diventa possibile. In definitiva senza saperlo il dottor Marchionne con la sua battuta ci informa che gli dei sono tornati sulla terra, dopo un periodo di sonno che qualcuno aveva chiamato modernità.