L’avvenire di una rivolta

Paolo B. Vernaglione

Psicoanalista, semiologa, scrittrice, femminista. Nella sua densa e acuminata opera critica Julia Kristeva pensa la totalitaria paura infusa nei corpi e nelle anime da un capitalismo in cui gli esseri umani producono da sé stessi la propria miseria, le condizioni di un singolare assoggettamento.

L’avvenire di una rivolta, raccolta di interventi e conferenze della seconda metà degli scorsi anni Novanta scandisce il percorso di pensiero dell’autrice della trilogia dedicata al “genio femminile” (Hannah Arendt, lo splendido Melanie Klein, e Colette), mostrando come questa tarda modernità al lavoro sui corpi per negarne la potenza genera disagio nell’omologazione, nella distanza da sé, nell’invocare un’ “interiorità” politicamente corretta ed eticamente riprovevole.

Rivoltarsi dunque è giusto, a partire dal piano di consistenza in cui al soggetto è negata la qualità peculiare della finitezza, del limite nella diversità, della malinconìa nell’aver perso un mondo della nascita di cui si può recuperare il tempo, a patto di ribellarsi. Chi si rivolta, cioè risale il legame che lo lega al mondo, che lo manca a sé stesso, che lo rovescia, lo fa nella relazione psicoanalitica, di cui Kristeva enuncia la censura da parte di una terapeutica cognitivista (ego terapy) che ha sciolto la relazione all’altro nel potere illimitato dell’”io”, che ha depotenziato Freud e normato la sovversione del soggetto.

Chi si rivolta è lo straniero, di lingua, di sangue, di stato-nazione, il cui verbo estraneo (per Kristeva il bulgaro-francese-inglese) contesta la “langue”, il patrimonio nazionale, la discorsività ufficiale in cui si insedia il contagio della comunicazione, la volontà di sapere, la soggezione ad un potere. Chi si rivolta è colei e colui che scrive, dal fondo dello strato extralinguistico ove, come in Proust, emerge il cristallo raro di verità che alcuna verbalizzazione può rinchiudere.

Le tre figure naturalmente politiche della ribellione assumono il profilo della negazione, teorizzata da Freud nel saggio omonimo del 1925 e sottesa al tracciato analitico, che comporta il doloroso distacco dagli oggetti “piccoli” del consumo in direzione dell’ “oggetto materno”, per Klein “sufficientemente buono” da scatenare la pulsione “sans phrase” che la lingua convoglierà nel desiderio.

Contrastando il capitale, in cui i viventi mandano in cortocircuito biologia e linguaggio, pulsione e discorso, sensibilità e sapere, l’impresa del rapporto analitico consiste nel risalire il desiderio dell’altro attraverso la corporeità, fino al limite extralinguistico in cui la realtà dei segni slitta su quella dei significati. La rivolta fa del soggetto il luogo di distinzione, di negazione e di estraneità, spazio di un terzo genere di conoscenza che Kristeva chiama semiotica (i segni della pulsione, ancora non desiderio), diverso dalla significazione, dall’attribuzione di senso, dalla discorsività.

Mallarmè, Ruskin, Artaud, Bataille lavorano la realtà “sensuale” del linguaggio da stranieri, da nomadi, da sovversivi, da in-fanti. Il ribelle, lo straniero, lo scrittore, celebrati dalla filosofia nei sacri luoghi della teoria politica, della sociologia radicale e della critica letteraria, sono per Kristeva gli odierni profili dell’attività di soggettivazione, in cui si stendono, più che nell’estensione della tecnica o nell’interiorità celebrata dalle religioni, i campi di tensione tra saperi, poteri e individui. La rivolta fa fare un giro completo al “discorso del capitalista”(Lacan), rovesciando i rapporti tra linguaggio e realtà, convertendo il consumo mercantile in produzione consumatrice (Marx), in animalità libera, l’ “in principio era il Verbo” in principio della carne, situazione di piacere, trasformazione di potere, radicamento di un sapere.

L’uomo in rivolta (oggi la donna, principio rivoluzionario), lungi dal voler riacquistare come in Camus una modernità perduta, rischia l’ identità, scopre l’inganno dell’“intimità”, distrugge il mito brutale dell’umanesimo, delle regole del mercato divenute legge morale, tenuta democratica, rispetto delle norme in cui si perpetuano gerarchie e discriminazione.

Il rivoltoso verifica la tenuta dell’essere soggetto in rapporto ad un potere, nella gestione di un sapere, nell’esercizio di una volontà. Se la psicoanalisi è scontro con l’esteriorità, se l’esodo costituisce la rivolta permanente contro lo stato e il lavoro salariato, se il testo e la scrittura (Barthes) animano la sovversione del soggetto, il campo di sperimentazione della propria corporeità è campo politico, luogo in cui la rivoluzione si fa carne, in cui la ribellione costruisce alternative di vita, in cui cioè la rivolta è negazione permanente, insistente, corroborante.

Bisogna dunque essere giusti con Freud, che scopre nel “fort-da” del traumatico movimento di presenza e di assenza la zona di traduzione della pulsione in desiderio, della sensibilità in linguaggio, della mancanza in negazione linguistica. Il ribelle analizzante, lo straniero traduttore di una lingua, cioè di un ethos in un altro “non materno”, lo scrittore che perviene al non essere del linguaggio a partire dalla propria testuale corporeità, divengono in ogni istante risorsa non catturata dall’impresa capitalistica, dalla logica del senso, dalla morale di un “democratico” assoggettamento.

Julia Kristeva
L’avvenire di una rivolta
Il melangolo (2013), pp. 84
€ 12,00

Moderati

Paolo Fabbri

Il gusto, si sa, è fatto di molti disgusti. Per conservare, ad onta e dispetto delle circostanze, un qualche e minimo gusto per la politica vanno dichiarate le proprie allergie. Anche il fastidio, che l’etimo dichiara: ibrido tra il fasto e il tedio. È proprio quel che provo per il Moderato, che va o torna politicamente di moda. La scienza cosiddetta politica è interdetta: nei dizionari titolati – N. Bobbio, N. Matteucci, P. Pasquino, Utet, 2004, non figura. Si dubita se sia, o se ne possa fare, una categoria come Massimalismo o Minimalismo - dove tra i socialisti si trovavano peraltro i “centristi unitari” (“intermedi” o “mezzani”).

Infatti. Il Moderato, diafano e versipelle, affiora nei tempi critici e burrascosi, dove può collocarsi al centro, dopo aver atteso che tutti gli altri prendano posizione. Soggetto politicamente modificato, col programma di non aver programmi, salvo quello di far sembrare tutti gli altri attori politici indecorosi ed eccentrici. Si manifesta, di preferenza in occasione di governi tecnici, balneari e di parcheggio, mentre le forze politiche s’impiegano a convergenze parallele. E tira la giacchetta a quanti gli promettono di aiutarlo a cambiare la sua. Sono i momenti in cui il Moderato vive il Parlamento come una camera di compensazione abitata da gruppi misti e a raggio variabile; una cassa integrazione per ammortizzatori politici; un’agenzia di collocamento per chi si può mettersi in mezzo per mettere in mezzo gli altri e carpire i media. Lui si vuole mediocre, anzi inter-mediocre, ago d’ogni bilancia, e così addita tutti gli altri come opposti e pericolosi estremisti. Figuratevi che anche i centristi sono superlativi - estremisti del mezzo - per lui che sta sempre in equilibrio comparativo. Intermedio tra l’andante e l’allegro, sceglie sempre l’andante, ritmo ideale per farla in barba agli altri e a gettar fumo negli occhi. È noioso e ridondante, ma ci vuole molto sforzo per mantenersi da par suo alla superficie dei problemi seri.

Deve dar segni di Moderatezza, perchè per lui est modus in rebus, verbis e signis. Parla quindi il linguaggio ordinario e usa solo le parole di quelli da cui prende le (in)debite distanze. Parole stupite di trovarsi in bocca a lui e in compagnia di altre che non vorrebbero frequentare. Inutile domandargli di dire qualcosa di sinistra, o di destra. Il Moderato non eccita discorsi fiacchi, come i moderatori televisivi, è lì per sedare le idee vive. Col PO-CO, cioè con il POliticamente COrretto, toglie il sapore e diffonde il sopore. Artista della circonlocuzione, evita i discorsi diretti, le promesse da mantenere, i programmi responsabili; parla per proposizioni condizionali, al congiuntivo; si ferma davanti a ogni sostantivo e fa lunghe pause. Tra le maggioranze silenziose e le minoranze vocianti lui è per le medie statistiche, sussurrate tra le falsarighe dei sondaggi. Se il problema fosse quello di prendere una ferma posizione, il mondo potrebbe far a meno di lui. Ricordate il caso S. Rushdie e i suoi Versetti Satanici? E avete letto Joseph Anton? Da Carter a Bush fino a Obama tutti Moderati: non si offende l’Islam – e non era proprio il caso! – meglio sacrificare moderatamente la libertà di parola. (Ma Free speech non si traduce “parola gratuita”!).

La satira ha poca presa sul Moderato: per la caricatura ci vogliono tratti salienti e caratteri pregnanti, mentre lui ha i connotati sfuggenti del compromesso e del restyling. Sta davanti alle telecamere col sorriso smorzato e l’intonazione sommessa. Non si riesce neppure ad affibbiargli ingiurie e oltraggi riservati, grazie a lui, agli opposti estremisti. Non funziona neppure il ridicolo che, se uccidesse davvero, i Moderati li vorrebbe tutti morti. Ma loro sanno come fare: conoscono a puntino il Moderariato vintage della Democrazia Cristiana. Continuano infatti ad abitare il luogo comune – dove pagano l’IMU parecchi ex-luogo-comunisti; sono geneticamente trasformisti e soprattutto opportunisti. Cioè, come da etimologia, il Moderato sta fermo davanti al porto, (ob-portum) in attesa che il buon vento lo porti. (E non chiamatelo immobilista!).

Il Moderato smussa e intanto ammassa. Parco a parole ma smodato in rebus, non è frugale quanto dice di essere. Lui sa di pratica e d’intuito che i termini Comunità e Comunicazione provengono entrambi da munus, il “regalo vistoso” che si trova anche in munificenza e remunerazione. Che è appunto quel che si aspetta e/o mette in opera il politico Moderato. Vorrei tradurre il mio fastidio con una proposta a tutti i curatori di dizionari ed enciclopedie. Nelle prime pagine del genere letterario detto Vocabolario, si trovano i sensi detti Alterati. In calce ai sostantivi sono registrate – abbreviate e in corsivo - le alterazioni e il loro grado: dim. vezz. accr. (diminutivo, vezzeggiativo, accrescitivo, ecc.). Propongo di premettere alla parola Moderato pegg. e spreg., per peggiorativo e dispregiativo*. Una proposta modesta lo riconosco, ma è il mio modo professionale di tradurre un sentimento a cui potrei dare una voce lirica all’altezza della tragica buffoneria del presente politico: “Moderati, vil razza dannata” (Rigoletto, atto II, scena IV).

*nota all’attenzione del linguista G. Carofiglio: Sono le particelle che il dizionario premette a Scribacchino, “che scribacchia, scrivucchia o scrivacchia malvolentieri cose di poco conto” e a Scribacchiatore. Per questi Barthes ha forgiato la categoria critica di écrivant, per opporlo all’écrivain, che traduciamo “scrittore” (e allo scribe, da rendere come “scrivano o scritturale”). Da distinguere da “imbrattacarte”, davvero offensivo.

Vergogna

Paolo Fabbri

Una premessa: da Saussure in poi la linguistica e la semiotica si definiscono come discipline del valore: valore differenziale delle espressioni e dei significati. Hanno intrapreso quindi, e da tempo, lo studio delle passioni (Greimas, A. J., J, Fontanille, Milano,1996) e in particolare del sentimento socialmente dominante della vergogna. F. Marsciani in Uno sguardo semiotico sulla vergogna esplorava gli intricati rapporti di valore tra la colpa e la faccia, l’onore e la dignità ( Bologna, 1991) Queste ricerche ritrovano vigore e una fresca attualità nel bel libello di Stéphane Hessel, Indignatevi! (2011) e nel recentissimo Vergogna, in cui Gabriella Turnaturi racconta e argomenta «La metamorfosi di una emozione» (Milano. 2012). Riparliamone: è il caso di farne un caso.

Una parola s'aggira per l'Italia. Si scandiva nei trascorsi girotondi, se ne parla in Parlamento, si legge nella stampa: Vergogna! Pronunciata con l'esclamativo e diretta in primis al governo e alle sue maggioranze - ma anche ai partiti, ai calciatori, via via fino agli ecclesiastici e al presidente della Repubblica - è diventata un passaparola. Indignati di tutto il mondo unitevi! Nel quotidiano, svergognasi l'un l'altro potrebbe sostituire gli stanchi scambi di convenevoli, con gli sconvenevoli. Per studiarla sarebbe necessaria tutta un’Ontologia, disciplina giustamente di moda perché dedicata alle diverse forme dell’onta.

Parola grossa, anzi superlativa, Vergogna occupa il centro della scena dei valori, scortata da termini come indecente, indegno, indecoroso, riprovevole, inverecondo e via disdicendo. Per il vocabolario è un atto linguistico di biasimo e sdegno che esprime un sentimento che testimonia a sua volta di un'emozione d'assalto. «Sentimento di profondo e amaro turbamento interiore che ci assale quando ci rendiamo conto di aver agito o parlato in maniera riprovevole e disonorevole». Una passione morale che dovrebbe provare non chi grida Vergogna!, ma il suo interlocutore; alla condizione, non frequente, che se ne renda conto. Condivido il biasimo, termine che con la parola «bestemmia» ha una comune radice: «stimare bestia». Con i cosiddetti «vincenti», rivelatisi penosamente perdenti, il disgusto estetico non basta: quello che per noi è pacchiano, grossolano e dozzinale, per loro è una pacchia. Ma possiamo contare davvero sul loro senso di Vergogna?

Mi si consenta, come usava dire in tempi sospetti, di dubitarne. Intanto per sdegnarsi ci vorrebbe un senso condiviso dei valori e non mi pare il caso: per certuni, valore vuol dire valuta, l’onore è un onere. Insomma, perché uno s'adonti bisogna che l'onta, amara e profonda, la senta davvero. E sia disposto a metterci la faccia – sempre che non sia di tolla o di bronzo. Quanto al decoro è una parola viene dal latino «decere», dove significava «convenienza» ed è chiaro che l'evasore fiscale sa cosa gli conviene: non pagar tasse è decente e perché no? discente. Colpisci una sede di Equitalia per educarle tutte. Non conterei troppo neppure sugli altri requisiti della Vergogna - senso privato di colpa e un giudizio intimo di responsabilità - in chi non crede neanche alla giustizia pubblica.

D'altra parte chi grida Vergogna! deve fare attenzione. Intanto è bene che l’indignato dimostri sdegno ma non degnazione, cioè condiscendente compiacenza. Inoltre l'imprenditore di moralità dev'essere pulito, quindi l'esercizio è sconsigliato a trasformisti e pentiti che sono statisticamente numerosi. Inoltre, lanciando l'obbrobrio su chi non ha scrupoli, si rischia di far la figura del «gonzo», parola che deriva appunto da «Vergogna» e designa «persona tarda e stupida». Obiezione: il vero destinatario di Vergogna! è il sentimento morale di chi deve giudicare l'immagine del personaggio biasimato: non è il politicante quindi ma la pubblica opinione e i futuri elettori. Vergognatevi di lui, e se del caso, Vergognatevi di averne fatto un onorevole. E magari, Vergogniamoci anche noi, per non averlo saputo impedire!

Giusto, ma ritorno a dubitare. Continuiamo a chiedere che la fogna dei comportamenti sia esposta alla gogna. Ma se fosse cambiato, a nostrainsaputa, il pubblico senso della Vergogna? Senza giungere ad un'ablazione mentale, direi che nella società postmoderna il vergognarsi è diventato molto più cool. Come altre passioni morali come l'ira e l'odio, ad es. che si presentano tutt'al più, nel teatrino comunitario,come irritazione e fastidio. La tragedia dell'onore e del pudore ha lasciato il posto alla sitcom degli scrupoli, parola questa che designava in origine «piccole pietre aguzze d'inciampo». Ma oggi ci sono scarpe solide, tacchi compensati e pellacce a tutta prova! Come mai?

Una spiegazione, parziale fin che si vuole, c'è: il confessionale già catodico e ora digitale. Nei reality show e nella stampa trash scorre una fila ininterrotta di facce sfacciatissime che raccontano cose assolutamente disdicevoli. Senza amari turbamenti, vanno in onda rappresentazioni di serena oscenità. La faccia di bronzo è diventata faccioide, faccia da video a cristalli liquidi, direbbe Bauman. E, incredibile perchè vero, la più breve delle apparizioni - una comparsata! - garantisce la più totale delle assoluzioni. Altro che gogna mediatica: video te absolvo. E poi continuiamo a dir Vergogna!

Satira

Paolo Fabbri

Mi faccia ridere, dicono. Lo so che sul comico si dicono cose originali e interessanti. Peccato che quelle originali non siano interessanti e quelle interessanti non sono sempre originali. Chissà? Forse sono troppe le parole per designare il (linguaggio, discorso, genere) comico e l'elenco non sarebbe divertente. Uno dei termini di più largo e mediatico impiego è Satira, che proponiamo d'iscrivere - insieme all’anima degli Animali - nella dichiarazione universale dei Diritti dell'Uomo. Dopo qualche chiarimento terminologico.

In primis: la Satira non ha niente a che vedere coi Satiri, divinità boscherecce che infastidivano antichi viaggiatori e insidiavano ninfe. Quindi è legittimo satireggiare chi sia affetto da Satiriasi, cioè prova un'irresistibile ingordigia sessuale. Gli esempi non mancavano e non ci mancheranno. Satira invece, come farsa, si rifà alla saturazione e l'infarcitura. In questa accezione chi ha più cose divertenti da dire, più ne dica e nei modi più diversi. Ma deve dirle grosse. Per esser Satirica la parola comica dev'essere salace, mordace, sferzante, graffiante e mordente. Metter unghie e denti, artigli e zanne alla lingua. Dove questa batte deve far dolere. La Satira scotta: caustico e sarcastico significano il bruciore. Sono semioticamente disponibili parodie e libelli, pamphlet ed epigrammi linguistici, musicali e visivi. Lo scopo è il ridicolo e la caricatura, che vuol dire metterci il carico, andarci giù pesante. Non bastano le giullarate ed è sconsigliato il genere lirico, così soggettivo che non fa male a nessuno.

La Satira inoltre non ha intenzioni di verità; non è buonista, anzi è animata da un'ingiustizia felice: vuol castigare ridendo politica e costumi. Il «vituperio» ha etimologicamente a che fare col «vizio». Tanto per citare: colpisci un politico per educare cento elettori, anche astensionisti! la Satira s'oppone e s'impone in quest'epoca di apologeti, cortigiani ed encomiasti Ma il compito è difficile: i bersagli della parola Satirica in Italia sono già largamente ridicoli e caricaturali per loro conto: un raro, imprevisto caso di auto-Satira. C'è il rischio che prendere in giro il politico - ladro anche quando piove - diventi un distensivo. L'aumento delle vignette e barzellette politiche può anche essere un segno di regime!?

Se il sintomo del comico, la sua prova provata, è il riso, la Satira non può far ridere tutti: almeno uno deve restarci male, farsi il sangue amaro. Quindi, per definizione, il Satireggiatore non può godere d'impunità e deve aspettarsi ritorsioni. Seneca chiamò «zuccone» un imperatore che lo suicidò; Voltaire per avere finto di stupirsi che «una colomba avesse fatto un bambino alla moglie di un falegname», assaggiò, dolendosene, il bastone. Fortunatamente oggi i media procurano ai professionisti del satirico dei fringe benefits, pardon dei vantaggi collaterali, a chi si attira pubblicamente la censura. Incrementando l’audience beninteso. Già, è curioso: chi subisce la censura se l'è meritata, diceva un noto Satirico, Karl Kraus. È necessario usare la lama linguistica più del bastone visivo? Ma c'è il rischio di sfuggire all’attenzione fluttuante dell'opinione pubblica, quella prodotta dai media, magari controllati dal Satireggiato.

Infine. Nella satira, arma dell’antitesi, è questione di forti sentimenti, Quelli del Ricevente: la vergogna e la rabbia del bersaglio; il riso - che è una passione del corpo e della mente - di disprezzo e commiserazione dello spettatore. O quelli dell’Emittente: l’indignazione o l’ira a senso unico del satirico-sarcastico, ben diversa dalla capacità dialogica dell’umorista, che sa giocare di tutte le emozioni. L’umorista preferisce infatti la parodia, che non richiede di schierarsi pro o contro, ma che cita parole d’altri e le problematizza.

Quanto a me, preferisco l'ironia, che, a differenza della Satira devastatrice è costruttiva e talvolta pedagogica. Preferisco il suo sorriso sottile alla risata grassa che risuona attraverso tutti i tubi catodici e le autostrade dell’informazione digitale. Perché è un genere che implica una virtù non universalmente condivisa: l'autoironia. Ah! dimenticavo: l'etimo di ironia è «interrogare». Non reitera le risposte scontate, politicamente corrette, cerca le domande giuste.

Omar Calabrese, passioni diverse nel segno della coerenza

Paolo Fabbri

La notizia della morte di Omar Calabrese mi è giunta da molte voci e in molte lingue. Avevo letto da poco la sua introduzione a una mostra del comune amico Valerio Adami, pubblicata da Casa Usher, dove riprendeva acutamente il contributo di Hubert Damish e il mio sul suo tema prediletto: «gli oggetti-teorici-arte».
Ho accolto le parole accorate di un amico con lo smarrimento temporale che mi suscita la scomparsa di qualcuno molto più giovane e un primo effetto di silenzio. Come se parlarne facesse perdere il senso dell'amicizia che mi ha legato a Omar per anni e interrompesse il dono reciproco e irreversibile di riflessioni e di letture che ha segnato la nostra vita e la carriera di insegnamento e di ricerca. (Per anni abbiamo insegnato insieme all'Università di Bologna). Ora cerco le parole - non quelle giuste, giusto le parole - per esprimere il senso di fraternità con un uomo che ho sempre tenuto a portata di pensiero, di scrittura e di voce. Per prima cosa devo respingere la tentazione, forte nella circostanza, di dire : «amici, non ci sono più amici».

La parola amico, per e con Omar, è sempre stata declinabile al plurale, come dimostra la sua disponibilità di ricercatore e di professore, i suoi legami politici, intellettuali ed accademici. Come mostrano gli «scritti seriosi e schizzi scherzosi per Omar Calabrese» che i suoi allievi ed amici avevano raccolto, col titolo Testure, in omaggio al suo sessantesimo compleanno (Protagon 2009). Una raccolta di testi, disegni, immagini, fotografie, caricature, che testimoniano l'ampiezza delle sue curiosità, dei suoi interessi e delle suoi gusti: dalla teoria della comunicazione a quella dell'arte, dallo studio dei media a quello dei segni. Rileggere le sezioni - «Dar senso alle immagini», «Attraversare frontiere», «Progettare il senso», «Tessere frammenti: cultura e Comunicazione», «Pensieri in immagini» - dà il senso del suo riconosciuto talento e della sua vasta reputazione.

E poiché siamo definiti da noi stessi ma anche dallo sguardo degli altri, la lista dei quarantaquattro contributi è un campione eloquente: storici dell'arte come Stoikita, Puppi e Damish, scienziati sociali come Abruzzese, Livolsi, Buttitta, Bagnara, e soprattutto semiologi italiani come Eco, Manetti, Pezzini, Marrone, e stranieri come Parret, Petitot, Bertrand, Landowski, Lozano, Zunzunegui. Senza contare, anzi contando tutti i suoi molti collaboratori nel mondo editoriale e professionale, i colleghi e i numerosi allievi.
Nell'introduzione a Testure, Calabrese scriveva: «Scelta di vita: abito in campagna, voglio una diversa qualità di esistenza. (...) Mi piace ballare, cantare, giocare a carte (bridge e tresette), giocare a scacchi, giocare a ping-pong e calcio balilla. Ciononostante, alcuni dicono che sono una persona seria: sarà un'offesa o un complimento?».

Siamo nei tempi dell'en-click-opedia: è facile reperire l'attivismo versatile con cui Omar Calabrese ha pubblicato libri e articoli - sulla stampa nazionale e specialistica -, creato e condotto dottorati di ricerca, collaborato a progetti editoriali, e a riviste - da Alfabeta1 e 2, fino a «Carte semiotiche» - dato innumerevoli conferenze, organizzato colloqui in Italia e in Europa. (Iniziative che ho spesso condiviso, come la rubrica Profezie («Panorama», 1989-91), abbandonata quando il settimanale passò in mani che non avremmo voluto stringere). Una carriera internazionale simbolicamente coronata a Parigi il 17 novembre 2010, dal Prix Bernier dell'Académie des Beaux Arts-Institut de France, per il volume L'art du trompe l'oeil (Citadelles et Mazenod, 2010, oggi Jaca Book, 2011).

A rischio di moltiplicare le iperboli, dirò che gli impegni e le passioni di Omar Calabrese - Omar per l'origine tunisina della famiglia paterna - erano diverse e rizomatiche, comprendevano interessi professionali e politici - ha costruito mostre (in occasione del Giubileo, una, memorabile sulle molte Sindoni!), dato un nome a modelli di auto della Fiat e ha contribuito a disegnare il logo dell'Ulivo. All'accusa, spesso implicita, di eclettismo o di tuttologia, Omar ha risposto con la coerenza euristica. Non ha mai praticato gli opportunismi parametrici di chi applica di volta in volta strumenti diversi allo stesso oggetto. Ha usato un solo metodo per oggetti differenti: la semiotica, di cui è stato creatore di concetti, sostenitore coerente e docente costante.

Di formazione linguistica, allievo fiorentino di Nencioni, Calabrese era - mi rincresce questo imperfetto! - prossimo alla variante semantica della semiotica più che a quella logica e inferenziale. Per intenderci, ha seguito la linea di ricerca di Greimas e di Louis Marin, più che la lezione epistemologica di C. S. Peirce e di Umberto Eco, a cui è sempre stato vicino e con il cui grande talento non ha mai smesso di confrontarsi.
Insieme, per un periodo non breve, a cavallo dei turbolenti anni Settanta, abbiamo fatto del Dams di Bologna un centro di qualità internazionale nella difficile ricerca di dire qualche cosa di sensato sul senso. Una posizione che abbiamo difeso, a fronte del movimento teorico «a passo di gambero» - per dirla con Eco - in una intervista al Circulo de Bellas Artes di Madrid (Minerva, n. 14, 2010).

Assai prima della cosiddetta svolta visiva, Calabrese aveva intrapreso una riflessione sull'immagine in generale e sulle arti visive in particolare. Nella vena di Gombrich e delle sue influenze «sematologiche» (Buhler), Calabrese non si voleva connoisseur e non faceva attribuzioni. Ha studiato i problemi e le soluzioni più che i temi e gli autori della pittura, i meccanismi di significazione più che le scuole e le monografie. Il più noto, se non il più significativo dei suoi esiti è la pregnante lettura «neobarocca» di alcuni filoni della testualità visuale contemporanea. Da vero ricercatore, Calabrese ha evitato di farsene, come molti altri critici, un marchio di fabbrica. Ha proseguito i suoi studi sugli oggetti teorici dell'arte, quelli che contengono - come il trompe-l'oeil - le proprie istruzioni metalinguistiche di impiego e ha dedicato riflessioni originali alla modalità dell'enunciazione visiva, ai dispositivi di soggettività e di intersoggettività nei dipinti. In questo campo semiotico Calabrese si è creato e in qualche modo giustificato i suoi precedenti. Testi pubblicati o ancora inediti che definiscono ma non ne esauriscono le multiformi competenze culturali e disponibilità analitiche.

La storia collettiva o individuale è pudica e le sue date significative sono segrete. Tuttavia Calabrese mi è sempre sembrato un ghibellino, non un guelfo. Conosco, senza pregiudicarle, le sue passioni, spesso deluse, per la politica della sinistra italiana, un mondo di assoluta ostilità che non gli si addiceva. Non so se avesse un penchant per la metafisica, ma se così fosse è stato salvato dalla felicità: dalle sue radici mediterranee, dalla sua moglie siciliana, Francesca. Rari e preziosi sono coloro che alle difficoltà congenite della salute hanno risposto con una sfida così intensa e dinamica, maneggiando una scrittura limpida (che bella calligrafia aveva questo specialista di media digitali!) e un'affilata lingua toscana.

Siamo fatti di tempo e sono inutili le sue confutazioni. Non credo alle disperazioni apparenti e alle consolazioni segrete. Un uso felice dell'eternità dove avremo tutti gli istanti delle nostre vite e potremo ricombinarli a piacimento. Credo invece fermamente e laicamente che ci sia nella ricerca coerente di Calabrese, unita al suo talento per l'amicizia, un'indicazione a proseguire e un esempio, un campione, di comunità, riconoscibile nel suo insegnamento e che va oltre i rapporti accademici. Per questo penso alla sua scomparsa come all'interruzione di un progetto che tocca ad altri rendere provvisoria. Allora «la morte non avrà signoria».

Quanto a me, so cosa devo fare. In un libro del 1999, Eloquio del senso, Costa & Nolan, a cura di Pierluigi Basso e Lucia Corrain (entrambi allievi di Calabrese), Omar mi dedicò un saggio: La memoria geroglifica. Riflessioni semiotiche sul frontespizio dei "Principi di Scienza nuova" di G. B. Vico; avanzava una ricerca che non avevo portato a termine. C'è nell'amicizia una sproporzione per cui facciamo fiducia agli altri più che a noi stessi. So quindi cosa devo fare. Ad altri ricordo: «Amici, ci sono ancora amici!».

 Questo articolo è apparso su «il manifesto» del 3 aprile 2012

Il piatto sullo schermo piatto

Giacomo Festi

Per i saperi gastronomici, l'atto di assumere cibo difficilmente può essere rubricato come mero consumo, tutt'altro. Performance ad alta densità relazionale, il mangiare rilancia un senso del rapporto tra soggetti e oggetti, vuoi ripercorrendo le tracce di un percorso di produzione/preparazione, vuoi scatenando nuove traiettorie identitarie. Al contrario, la televisione tende a consumare il consumo alimentare, ad assoggettarlo alle stringenti logiche di format e programmi che lo mettono teatralmente in scena. E mentre si amplia lo spettro delle occasioni che declinano la semantica del mangiare sul piccolo schermo, la gastronomia si fa spettro di ciò che potrebbe essere.

Vediamo. Il consumo viene innanzitutto spettacolarizzato, tenendo assieme un'enfasi sul sensibile e un bassissimo tasso di ingaggio identitario (in fondo è solo gioco). Nell'americanissimo Man vs. Food (su Nat Geo Adventure), mangiare equivale a fagocitare: l'episodio tipo sfocia in una gara mangereccia dove il protagonista, Adam Richman, è il prescelto Man che fronteggia le grandi quantità o le impervie qualità (il piccante) di pietanze locali. A volte vince il cibo, a volte lui: di sicuro l'alimento è messo in scena come figura dell'alterità sovrabbondante mentre il corpo di Richman si fa teatro instabile del contenibile.

Anche l'assaggiare può diventare occasione di spettacolo. In Bizarre Foods (da noi Orrori da gustare su Travel & Living), Andrew Zimmern gira il mondo alla ricerca forsennata dei confini dell'edibile, ovviamente secondo i canoni dell'ordinario americano. Sangue, cervelli, peni, insetti d'ogni tipo: la gastro-teratologia prevede un catalogo inesausto dello stravagante. Il momento del test sensoriale fa tutt'uno con l'estetica del raccapriccio, alimentando il fascino del disgusto, capace di attrarre nella repellenza. L'alterità di quel cibo, a ben guardare, è già pre-digerita e non diventa davvero occasione per confrontarsi con culture diverse. Nella variante di Anthony Bourdain (No Reservations, Rai5), il cibo dell'altro si apre certo a percorsi di senso molteplici, almeno rispetto al bizzarro reiterato, ma è soprattutto pretesto per prolungare un indefesso monologo egocentrato (più che spettacolarizzato, il consumo è qui sciolto in mero discorso).

Gli anglosassoni rispondono con Supersize vs. superskinny (per Channel 4 in GB, Grassi contro magri su RealTime da noi), in cui una coppia antinomica, ciccione e magro (combinatoria dei sessi garantita), si scambiano le abitudini alimentari, rispecchiandosi deformati nell'altro che mangia. Qui il regime televisivo è nel segno della piena drammatizzazione: si alzano le poste identitarie senza rinunciare all'enfasi sensibile. Il mangiare è allora un ruminare. Il Dr. Christian Jessen, sotto copertura di una retorica medica, tenta di sensibilizzare i due protagonisti alla loro condizione colpevole, mettendoli di fronte a gigantografie del loro corpo fuori norma. Il lardo in eccesso si traduce immediatamente nel grasso che cola della pietanza, in un gioco delle parti tra cibo e corpo che sancisce la carica identitaria del nutrimento.

Tra due estremi dell'assimilazione alimentare oscillano anche i reality. Quelli non gastronomici tematizzano il mangiare come mero cibarsi di sopravvivenza, rigiocandosi il ribrezzo di un finto wild food securizzato o reinventandosi persino forme di cannibalismo (vedi il caso recente di un reality olandese) vertiginosamentesvuotate di senso. I reality gastronomici, invece - Masterchef, Top Chef e Hell's Kitchen -, vorrebbero mettere in scena le raffinatezze della degustazione savante, facendoladiventare tuttaviainvolontaria parodia del giudizio trascendente insindacabile, prova di forza e autorità, funzionale soltanto a ridistribuire le gerarchie tra i concorrenti.

E il pasto in compagnia? Jamie è stato uno dei primi a sdoganare il consumo dei piatti preparati in tv (soprattutto con Oliver's Twist), finendo in festa la preparazione della cena. Il pasto informale è anche la dissolvenza del senso critico, in un entusiastico «it's good» a suggellare la notte fonda dei palati. Il mangiare conviviale sembrerebbe finalmente appannaggio di un format italiano, Cortesie per gli ospiti (RealTime), perfetto esempio, invece, del «doverismo»implicito in ogni proposta di lifestyle. Colui che ospita i tre arbitri (per cucina, interior design e condotta) è costantemente sub iudice, l'interazione è vittima di un monitoraggio continuo del proprio agire: la convivialità è illusoria, un altro teatro, quello dell'autorappresentazione, rende il pasto una partita ad alto tasso strategico.

Resta insomma da aspettare un diverso incontro con il cibo, scevro dall'iscrizione in un percorso passionale stereotipico, cioè ad effetto garantito. La televisione, fagocitando la presa alimentare, ci mostra per ora quanto piatto sia, fuori e dentro lo schermo.

Figure di città

Tiziana Migliore

Un cartone animato, uno spot, una campagna politica, una novella, un film, lo smartphone, un villaggio turistico, l’identità di Palermo e il progetto di Italo Rota per il Foro Italico. Sono le Figure di città di Gianfranco Marrone, raccolte in un’antologia di Mimesis per una messa a punto del tema.

Il titolo fa il verso al reportage di Walter Benjamin e alle Immagini di città da lui visitate. Una città non si riduce ai ricordi visivi del filosofo di passaggio – “immagini”; è la rete delle forze sociali che la costituiscono e modificano – “figure”. Il figurativo di ogni città porta in superficie i suoi tratti profondi, tematici e ideologici. Perciò Dio confonde le lingue, distruggendo la Torre, quando una sola lingua si parlava già. Una città unica, perfetta, gli dev’essere apparsa impossibile più dell’esistenza di un’unica lingua.

Entrambe, insieme alla loro imperfezione, perderebbero la loro tempra viva, “dedalo di stradine e di piazze, di case con parti aggiunte in tempi diversi”. “Quante case o strade ci vogliono” – si chiedeva Wittgenstein paragonando il linguaggio allo spazio urbano – “perché una città cominci a essere una città?”. Gli urbanisti non possono che procedere a tentoni: aggiustare la forma del territorio, rappresentativa, alle alterazioni del suo uso, abuso e disuso. Incontrano diagrammi e non mappe.

Il semiologo sostituisce, al racconto per flussi di pensiero, l’analisi di tessuti figurativi fra pratiche dei luoghi e loro significazione. Testi, respingendo la riduzione del concetto all’opera letteraria. Li accomuna uno spazio mai contenitore o sfondo scenografico, ma entità che muta nel tempo con chi vi si sposta (De Certeau). L’attraversarlo è fondamentale: enunciazioni pedonali e retoriche podistiche danno adito a prassemi – habitus in via di codificazione – che cambiano i sensi delle città.

I casi scelti sono eterogenei. Un episodio del cartone Disney Motormania (1950) evidenzia, con la doppia personalità di Pippo – Walker da “pedomobile”, Wheeler da automobilista (nomen omen!) – il corpo ibrido dell’uomo su strada, umano/non umano, e l’insorgere di conflitti cognitivi e passionali fra guidatori, pedoni e tecnologie di circolazione. Si basa su queste dinamiche l’annuncio della Renault Sport Clio RS200cv (2006), censurato dal Giurì per incitamento alla cattiva condotta in un centro abitato. Sotto l’egida del claim “eXtra full of life”, l’auto fracassa un dosso artificiale, contro ogni divieto.

Una liceità da evitare, presagendo l’impatto delle affissioni giganti in città. La segnaletica promozionale è anche il perno dell’indagine di Marrone sulla campagna Nuova Palermo. A fine 2006 centinaia di manifesti invadono il capoluogo siciliano e ne notiziano il miglioramento, con titoli tratti da riviste e quotidiani, come in un classico trailer, e in basso il logo dell’amministrazione comunale. Circola una reputazione negativa e va smentita, a servigio – si scoprirà – della propaganda elettorale per la nomina del sindaco.

Ma la campagna non calcola il peso di un terzo tipo di discorso sovrapposto ai livelli giornalistico e istituzionale: il discorso della città, cioè la relazione interoggettiva fra i manifesti e il paesaggio urbano. Strade, edifici, marciapiedi, muri, che inglobano le affissioni, agiscono letteralmente da “con-testo”: sono testimoni che resistono, obiettano (Lotman).

Possono sgonfiarne l’euforia fino al parossismo – lo slogan “Palermo ti stupirà” sventola allo Zen. Nel Marcovaldo di Calvino questa relazione è più pacifica. L’insegna al neon dello SPAAK-COGNAC, fastidiosa per il protagonista, diventa poi occasione di visibilità dell’invisibile nel paesaggio urbano: la luna. Cultura e natura, cioè bagliore intermittente dello GNAC e chiarore della luna, appaiono, anziché mondi contrari, opposizioni partecipative riparatorie di incompetenze della visione.

Che l’esperienza stessa sia un testo da inventare lo dimostra il capitolo su The Terminal (2004) di Steven Spielberg. Victor Navorski, sbarcato al JFK di New York dal fantastico Paese di Krakhozia e trattenuto per ragioni burocratiche, mette in forma lo spazio neutrale dell’aeroporto – materia indifferenziata – e lo rende il proprio ambiente. In barba all’idea snobistica del “non-luogo” come anonimato che l’individuo subisce. Del resto, oggi, l’uso di Maps/street view di Google, del GPS e dei navigatori porta a interpretare localmente anche la nozione di “luogo”, nelle tensioni fra nomadismo e territorializzazione.

“L’uomo con l’i-phone” – scrive Marrone – “genera la città con l’i-phone”, nelle direttive della sua percezione e della sua utilizzabilità. Smart cities, dove il soggetto è il risultato di valenze dello spazio. Perché stupirsi del successo dei villaggi vacanze? Il blasé, un tempo fenomeno psichico delle metropoli (Simmel), è stato risucchiato in città trompe-l’œil che annullano l’esercizio dell’intelligenza. Turismo del grado zero del senso.

L’ultima parte del volume è dedicata a uno studio sincronico e diacronico di Palermo. Il semiologo ne rileva l’identità negativa – non è una megalopoli o una metropoli o una piccola cittadina o una “città creativa europea” di media grandezza – e intravede per essa una logica di sviluppo “glocale”. Nella quasi assoluta deregulation, per le poche iniziative dall’alto, spicca il ruolo di etnie straniere che, occupando siti vuoti per la socializzazione, il lavoro e il tempo libero, hanno permesso ai palermitani di ritrovare il loro quid, benché diverso dal passato.

Così, ironicamente, gli storici mercati arabi del centro arabi lo sono di nuovo. Anche la riqualificazione del Foro Italico, dopo decenni di terrain vague, si deve a immigrati che, sfruttando il suo essere zona “bianca”, l’hanno popolato e semantizzato, catturando infine l’attenzione delle istituzioni. Volgiamo, come Goethe, verso una “Palermo felicissima”? Dipende, senza preconcetti, dal far figura delle nostre città.

Gianfranco Marrone
Figure di città
Spazi urbani e discorsi sociali
Mimesis (2013), pp. 282
€ 24,00