1943: Carnevale di guerra

Carlo Antonio Borghi

Cagliari, Febbraio 2013. I Musei Civici cagliaritani lanciano un pubblico e accorato bando per la raccolta di immagini e documenti d’epoca provenienti dai comò e dagli album di famiglie che hanno visto con i loro occhi la tragedia dei bombardamenti aerei sulla città. Destinazione: una mostra collettiva e partecipata, da allestire nei sottopiani liberty dell’attuale Palazzo di Città o Municipio (spazio SEARCH da febbraio a maggio). Paesaggi di famiglie in tempo di guerra: testimonianze, fotografie, diari e lettere. È Carnevale. Le pasticcerie friggono tutti i santi giorni.

Cagliari, Febbraio 1943. Era Carnevale (Carnasciali o Carrasegare, in sardo) anche allora. Uno stormo di fortezze volanti angloamericane scarica sulla città tonnellate di bombe ad alto potenziale. I bombardieri passano e ripassano e rigirano la frittata. Del Carnevale non resta traccia e, quasi quasi, non resta traccia neanche dell’intera città. Non è stato il prologo di un’invasione via mare con truppe e mezzi da sbarco ma solo un test mirato di bombardamento a tappeto. Cagliari come Coventry e più in là come Dresda. Le rovine (ruinas, in sardo) occupano la scena urbana. Intanto, il Comando Alleato progettava lo sbarco in Sicilia. Ancora, dalla terra e dal mare, riemergono esemplari inesplosi di quegli ordigni. Erano passati 150 anni dall’ultimo bombardamento sopportato dalla città, quello dell’armata navale francese nel 1793.

I nati sotto le bombe del 43 hanno compiuto 70 anni. I nati sotto le bombe illuministe del 1793 avrebbero compiuto 220 anni. A Cagliari nel 1943 non c’erano tanti musei quanti se ne trovano ora, radunati in sistema o rete museale. C'erano una Pinacoteca Nazionale e un Museo Archeologico altrettanto nazionale: Retabli spagnoleggianti e Bronzetti nuragici. Tutta la città di allora era fuori di sé, sfollata nelle campagne, in cerca di rifugio e di cibo contadino. Cagliari (già Karel punica, poi Karales romana, poi ancora Kaller spagnola) vantava nel suo grembo un grandioso e mirabile edificio d’uso pubblico: il Partenone. Non un tempio sulla sua castellana acropoli ma un Mercato Civico in puro stile Decò, dove granito, ferro e vetro si fondevano in un articolato e funzionale complesso modernista. Tra le due guerre mondiali era il fiore all’occhiello della città, a due passi dal porto. Le bombe volanti del 43 lo spazzarono via. L’attuale Municipio, di fattezze liberty e suo coetaneo, si salvò a stento dallo spezzonamento.

Ora assessori, direttori e curatori della cultura municipale aspettano di ricevere, in comodato d’uso, le tracce familiari e domestiche di quella tragedia che ingoiò case, chiese e botteghe. Fu pesante come un terremoto. Intanto si frigge a volontà: zeppole, fatti fritti, frittura araba, meraviglie, ravioli dolci (culurzones durches, in sardo) fritti e ripieni di pasta di mandorle. Il Carnevale, di norma, esorcizza il Generale Inverno e anticipa la rinascita di Primavera. In politica, il Carnevale impazza tra mascheroni, mascherine e nasi finti con infingimenti e travestimenti… e le Stelle (filanti) stanno a guardare, prima di votare.

Credere, distruggere

Alberto Burgio

Un problema con il quale parte della storiografia sul nazismo si cimenta da anni è la partecipazione di vasti settori di popolazione alla violenza criminale scatenata dal regime. Come spiegarsi che milioni di donne e di uomini «civili» non soltanto acconsentirono alla persecuzione in massa di inermi, ma la sostennero e contribuirono a metterla in atto? Come comprendere la stabile coesistenza di forme di vita criminali con codici culturali e morali tradizionali? In un certo senso, a ordinare il discorso storiografico è dunque ancora l’intuizione che Hannah Arendt ebbe, giusto mezzo secolo addietro, durante il processo ad Adolf Eichmann: i carnefici non erano mostri, destinati per natura all’orrore, bensì, almeno in origine, persone del tutto normali. Il che, lungi dal fornire loro attenuanti (come temevano i critici di Arendt), apre il campo a interrogativi assillanti.

Perché «uomini comuni» possono trasformarsi in spietati assassini? Che cosa deve avvenire nella mente di un individuo perché egli possa rendersi disponibile a compiere consapevolmente e sistematicamente violenze efferate, senza nemmeno riconoscere la mostruosità dei propri atti? Questo insieme di questioni – intorno alle quali viene da tempo costituendosi un complesso paradigma storiografico – è alla base dell’ultima ricerca di Christian Ingrao, direttore dell’Institut d’Histoire du Temps Présent di Parigi, già autore (nel 2006) di uno studio sulla «brigata Dirlewanger» (Les chasseurs noirs), una tra le più famigerate divisioni delle SS attive nella repressione della resistenza sul fronte orientale.

Il libro offre un ritratto dell’intellettualità tedesca che scelse di entrare nel Servizio di sicurezza delle SS. L’analisi prende in esame la vicenda di ottanta intellettuali «umanisti» (filosofi, economisti, storici, geografi e giuristi) che contribuirono alla fondazione ideologica del regime, alla nazificazione dei saperi fino ai parossismi della guerra genocidiaria. Muove dalla loro infanzia (durante la Grande guerra) per poi accompagnarli nella fase di piena adesione al Terzo Reich, scandita tra produzione teorica e (dopo il ’41) partecipazione attiva alla guerra. La narrazione ricostruisce anche la reazione alla disfatta, fino al momento postbellico con la transizione giudiziaria alla democrazia (e nello specifico ci si sofferma sulle strategie di negazione, depistaggio, giustificazione poste in essere al processo di Norimberga).

Si tratta, in una parola, della biografia di un importante settore della generazione che si incaricò di dare esecuzione al progetto hitleriano. Ma l’idea di scandagliare la genesi di personalità criminali non si traduce in una interpretazione deterministica. Il prima aiuta a spiegare il dopo, non lo determina: nel mezzo, si verificano salti di qualità (nella fattispecie, la costruzione dell’ideologia razzista, alla quale proprio gli intellettuali delle SS diedero un importante contributo) e si compiono scelte (tanto più consapevoli nel caso di personale altamente qualificato).

Cruciale è, a giudizio di Ingrao, la condizione della Germania durante la Grande guerra, che costò al paese oltre due milioni di morti e regalò a tanti tedeschi una visione funerea dell’esistenza, mista a una inestinguibile sete di vendetta. Finita la prima guerra se ne attese una seconda, come ordalia e transizione a una nuova era. Su questo sfondo di senso si avviò anche la mobilitazione dei bambini (e, tra questi, di quanti erano destinati a divenire i futuri intellettuali SS). «Il nazismo offriva a quanti vi aderivano il sentimento che il corso delle cose fosse quello della salvezza collettiva attraverso l’avvento dell’impero»: una fede come promessa, come sentimento «che attinge insieme all’ineffabile e alla certezza, mobilitando anime e corpi nell’attesa di un’utopia di fusione razziale».

Da qui l’idea di partecipare a una «comunità di destino», cementata dall’unità genetica e biologica e, perciò stesso, dalla distruzione del nemico e dell’estraneo, che gli intellettuali delle SS contribuirono a individuare e a perseguitare. Dapprima fornendo argomenti al discorso nazista (attraverso sondaggi, agenzie, bollettini di informazione, misurazione e valutazione delle reazioni della società tedesca alle politiche del regime), in un secondo momento «scendendo in campo» nelle file delle Einsatzgruppen incaricate della mattanza di quei «parassiti» che già avevano, in piena «scienza e coscienza», provveduto a definire.

Christian Ingrao
Credere, distruggere. Gli intellettuali delle SS

Einaudi (2012), pp. 405
€ 34

Film non raccomandati

Michele Emmer

Si parla molto di valutazione, di merito, di criteri di scelta in questi ultimi tempi. Salvo poi scoprire che la valutazione, il controllo dell’impiego delle risorse riguarda solo alcuni ma non tutti. Voglio parlare di di cinema. Qualche giorno fa il 2 ottobre ho fatto una piccola indagine sulle recensioni dei film su uno dei giornali di grande tiratura. Per la zona di Roma. Non volevo affatto fare una indagine accurata. A Roma ci sono 48 cinema, non considerando quelli d’ Essai. I film proiettati in tutte i cinema, con ovviamente molti che si ripetevano nelle diverse sale, erano in totale 288. I giornali usano dare un giudizio sui film tramite palline, stelline, o altri simboli. Ora di 288 film proiettati nella sale, 230, cioè l’ottanta per cento avevano giudizi da capolavoro da non perdere (un solo film) a da vedere a si può vedere. Solo il venti per cento dei film non aveva nessun segnale, film di scarso interesse.

In particolare praticamente tutti i film in animazione 3D o comunque i film di animazione più o meno per bambini avevano un qualche segno per consigliarne più o meno la visione. Un solo esempio: Ribelle, il film di animazione con la ragazzina coi i capelli rossi, aveva una ottima recensione. Pur essendo un film di una rara noia, in cui la parte centrale è un film senza alcuna inventiva. E il combattimento tra gli orsi finale, non ha nulla a che vedere con il “vero” combattimento tra orsi del film di Werner Herzog Grizzly Man a cui probabilmente si sono ispirati gli autori. La cosa eccezionale del film sono i capelli della protagonista. Quindi stando alle recensioni su un giornale, in una città, ma credo che la cosa sia abbastanza generalizzata, al cinema di questi tempi ci sono molti film di interesse. Vista la massiccia predominanza dei film buoni o passabili, e dato che scorrendo la lista dei film non mi sembrava che fosse così, ho deciso di andare a vedere un film che non aveva nessuna palla: Una stanza ad Atene di Ruggero Di Paola.

1942. Nella casa della famiglia di Nikolas Helianos, editore abbastanza benestante prima della guerra, entra un ufficiale nazista a cui è stata assegnata la loro casa come alloggio. Nella casa oltre a Nikolas vivono la moglie Zoe e due figli, Leda e Alex. Tutto il film si svolge in quell’appartamento. Siamo in guerra, la Grecia è occupata, il nemico in casa. Bisogna inventarsi una strategia per cercare di sopravvivere. Il capitano nazista è come ci si aspetta, un sadico, privo di intelligenza, con una cultura superificale. A vederlo non si può non ricordare che l’attore che lo interpreta, Richard Sammel, era il nazista cialtrone di quel gran bel film di Quentin Tarantino, Inglourious Basterds.

Il nazista instaura un disciplina ferrea nella casa, sequestra il bagno, costringe a dormire i padroni di casa in cucina. Devono tutti essere i suoi servitori, ha attenzioni solo per la piccola figlia quasi adolescente, attratta dalla divisa. Il padre decide che è meglio non reagire, fare finta di nulla, basta aspettare e sopravvivere. E l’attore Gerasimos Skiadaressis ha esattamente la facce, le espressioni che servono. Che il destino sia segnato lo sappiamo, a renderlo ancora più chiaro il fatto che quando il nazista è seduto per mangiare con tutta la famiglia che deve assistere e servire senza sedersi, dietro di lui, vi è un quadro, una delle versioni de L'isola dei morti del simbolista svizzero Arnold Böcklin (1827-1901). Tra l’altro Adolf Hitler ne possedeva una versione originale. La situazione precipita quando al ritorno da un viaggio in Germania, Nikolas pensa di intravvedere nell’animo del nazista un qualche cedimento, dovuto alle tragedie familiari che lo hanno colpito in Germania. E quell’attimo sarà fatale a Nikolas. Quella stanza è un campo di concentramento, con le stesse regole, con le vittime che devono distruggere la loro stessa umanità, i rapporti tra di loro, devono essere solo vittime compiacenti. E riconoscere la superiorità.

Il modello del tedesco è Rudolf Höss, per due anni comandante del campo di Auschwitz, che viveva con moglie e figli in una villetta a cento metri da uno dei forni crematori, di cui Primo Levi ha scritto nella prefazione all'autobiografia: “Il libro è pieno di nefandezze raccontate con ottusità burocratica che sconvolge; la sua lettura opprime; il suo livello letterario è scadente; ed il suo autore, a dispetto dei suoi sforzi di difesa, appare qual'è, un furfante, stupido, verboso, rozzo, pieno di boria, ed a tratti palesemente mendace... Nelle pagine affiorano ritorni meccanici alla retorica nazista, bugie piccole e grosse, sforzi di autogiustificazione, ma sono talmente ingenui e trasparenti che nessuno ha difficoltà ad identificarli.” Sarà impiccato davanti al forno crematorio nel 1946 lasciando una commossa lettera al figlio. La moglie è Laura Morante, monocorde nella sua recitazione. Un film interessante, ben raccontato, con i due personaggi del tedesco e del marito ben delineati e credibili. Insomma un buon esordio. Quel venti per cento di film da non considerare gli va molto stretto.