Beatrice, arzdora un passo avanti

Cetta Petrollo

Si sa che le scolaresche rumoreggiano e tanto più lo fanno quando è sabato, si è in trasferta fuori dalla scuola, è una bella giornata di sole e si va in un’aula magna ad ascoltare un professore, dantista assai conosciuto, che parla delle donne nella Divina Commedia. La generazione, quella dei quindici-diciottenni di oggi, dovrebbe promettere bene e quindi non rumoreggiare più che tanto: infatti parole ed espressioni come pari opportunità, quote rose, femminicidio, violenza sulle donne ed altro sono entrate nel bagaglio linguistico comune.

Invece lo scorso 30 novembre, a Forlì, nell’aula magna le ondate di rumore, segno certo di attenzione e curiosità, si sono succedute alternandosi a pause di grande silenzio e non solo perché Federico Sanguineti si interrompeva cercando la pen drive e conducendo l’uditorio nel contesto fuori dal testo, per esempio nel sito A celebration of woman writers.

Cosa è dunque accaduto nel corso della conferenza? È accaduto un rovesciamento di prospettiva, la lettura della Divina Commedia è stata fatta da un punto di vista inedito in Italia (ma non alla Columbia University, dove ha insegnato Joan Ferrante, autrice di un libro intitolato The Political Vision in the «Divine Comedy»): un attraversamento dell’inferno politico della società patriarcale, quale poteva essere quella fiorentina del XIV secolo, fatto dall’emigrato Dante che, ritenendosi fallito, mette in discussione tutti i suoi errori sapienziali, la sua lettura aristotelica e il suo percorso di intellettuale – insomma tutto ciò che ha studiato, vissuto e conosciuto – per rinascere e salire verso una nuova sistemazione simbolica.

La guida verso la nuova società ideale è quella di Beatrice: Beatrice, spiega Federico Sanguineti, esercita come donna un ruolo autonomo e attivo, ben diverso da quello del personaggio Francesca che legge libri alla moda in ciò soggiacendo alla retorica amorosa e alla sua vocazione di distruzione e «infernale» perdita del sé. Beatrice ci introduce dentro all’ipotesi di una nuova società dove i canoni fallocentrici della proprietà borghese e del possesso possano essere, in virtù di un’impostazione al femminile, finalmente superati (non senza qualche imbarazzo per chi, «fuori dal coro», si trova nella situazione così ben descritta da Carol Gilligan: «un uomo e anche un padre, quando si mette dalla parte delle donne, viene a trovarsi nella posizione in cui si trovano le donne; ossia isolato» – cioè fa parte per se stesso).

Con grande distanza dall’accogliente dolcezza che aveva educato un’intera generazione di donne all’ascolto e alla riflessione e all’approfondimento, le critiche alla conferenza sono state immediate, angosciose ed angoscianti, tutte proiettate sull’uso e la gestione del tempo aziendale nella didattica. La conferenza, meritoriamente organizzata dall’Assessore alla Cultura Bruna Baravelli grazie anche al sostegno di Mara Mori e di Raffaella Baccolini, è servita soprattutto a misurare, a far toccare con mano la distanza generazionale fra le donne italiane nate intorno agli anni Cinquanta, protagoniste del femminismo e della rivoluzione culturale del Sessantotto, e le donne nate vent’anni dopo. Una distanza che corrisponde al complessivo arretramento di tutta la nostra società civile e intellettuale.

Tornare a vedere le donne come soggetto di cultura – riconquistando per loro il posto, ora dimenticato, che avevano avuto prima dell’affermarsi della logica borghese (come ricorda Federico Sanguineti, per la storia della letteratura Tiraboschi insegna) – consente di dar voce alle aspettative di tutta una generazione.

I gruppi come «Se non ora quando» avrebbero molto ancora da dire, da elaborare e da realizzare ridando forza e necessità al discorso politico così tristemente occupato dalle dinamiche partitiche- elettorali; ma con la crisi economica, il fallimento delle ambizioni dei padri e del loro modello culturale, il testimone – di fronte alle sconfitte del movimento operaio e alla vittoria del neoliberismo – non può che passare alle giovani generazioni. Speriamo che siano consapevoli che quanto con coraggio (e dopo battaglie durissime) è stato conquistato dalle donne negli anni Sessanta e Settanta (nuovo diritto di famiglia del 1975, ad esempio). Non è un «dato di natura», ma solo un inizio: continuiamo la lotta.

Sintomo Rai

Ida Dominijanni

Nell'attesa che la commissione di vigilanza sulla Rai si riunisca martedì per votare i famigerati membri del famigerato Cda di Viale Mazzini scaduto il 4 di maggio, cominciamo a contare i danni di una vicenda che lungi dall'essere l'ennesima ripetizione di un eterno tormentone è diventata un indice sintomatico del pericoloso stato confusionale in cui versano la politica e il lessico politico.

Piccolo promemoria dei fatti principali e di quelli (apparentemente) secondari. A Cda scaduto, mentre gli altri partiti fanno i loro giochi di ordinaria lottizzazione, il segretario del Pd annuncia solennemente che il Pd non intende più avallarli e dunque non farà nomi e non avanzerà candidature. Una posizione per una volta retta e netta, purtroppo inficiata dal comportamento del medesimo partito e del medesimo segretario sulle nomine per le Autorità della Privacy e delle Comunicazioni, purtroppo non gradita a tutto il partito e purtroppo vanificata dal comportamento del centrodestra, che se ne frega del gesto signorile di Bersani e va avanti per la sua spartizione. Intanto si fa strada il metodo meritocratico delle autocandidature per curriculum: Carlo Freccero e Michele Santoro danno il via, ne seguiranno circa 300 imbustate e spedite al presidente della Commissione Sergio Zavoli. Senonché nel frattempo monta l'onda Grillo, che secondo i sondaggi riservati del Pd rischia di diventare, alle politiche del 2013, la forza politica con più consensi di tutte. Urge una mossa, o meglio una furbata, che recuperi il potere di nomina del Pd senza parere, e cavalchi l'onda antipolitica senza mollare le redini partitocratiche.

Soluzione: per la Rai il Pd non fa nomi ma se li fa fare. Dalla cosiddetta società civile, per l'occasione identificata in quattro associazioni - «Libera», «Libertà e Giustizia», «Se non ora quando», «Comitato per l'informazione» - che non si sa in base a quale criterio, se non quello di essere associazioni «d'area» Pd (e d'area Repubblica, che sul Pd incombe con la sua ventilata lista civica), dovrebbero avere più voce in capitolo di altre. Si sa com'è andata a finire: le associazioni incoronate si riuniscono, litigano come e più dei partiti, scatenano, avanzando la candidatura di Lorella Zanardo (l'autrice del noto documentario Il corpo delle donne), una prevedibile alzata di scudi (sul Foglio, in Rete, sul Corsera) contro il femminismo moralista, e infine emettono i nomi di Gherardo Colombo, ex pm del pool di Mani pulite, e Benedetta Tobagi, collaboratrice di Repubblica nonché della Rai medesima e autrice di un memoir sulla vita di suo padre Walter, assassinato in un attentato terrorista.

Due nomi di cui si può pure pensare tutto il bene del mondo, ma che di «significative esperienze manageriali nel campo della comunicazione» (uno dei tre criteri indicati dalla legge per la nomina dei membri del Cda, oltre al «riconosciuto prestigio» alla «notoria indipendenza di comportamento») non possono vantarne alcuna. E che in compenso hanno però l'innegabile pregio di incarnare al meglio due passioni invincibili dello spirito nazionale contemporaneo: l'incombenza spettrale sul presente delle stagioni passate degli anni di piombo e di Tangentopoli; e l'identificazione del popolo di sinistra nelle maschere interscambiabili della vittima (preferibilmente di mafia o terrorismo) e del giustiziere (preferibilmente antiberlusconiano).

A questo punto s'è capito che il merito, come sempre nella politica italiana, conta poco o nulla: torniamo ai pasticci di metodo. La geniale trovata di Bersani - «un eccellente atto di rottura che ha aperto un varco», secondo la disinteressata opinione di Francesca Izzo, oggi leader di «Se non ora quando» e ieri dirigente e deputata del Pci-Pds-Ds-Pd, a riprova di quanto labili e trasferibili siano i confini fra società civile e partiti - ha ottenuto il risultato encomiabile di coinvolgere la «società civile» in una fulgida operazione partitocratica. Avrà pure aperto un varco ma ha chiuso il gioco, commenta Giovanna Boursier nel video «La scelta di Bersani», impegnando al voto per i due candidati della «società civile» i membri pdini della Commissione di vigilanza, che neanche per sbaglio potrebbero scegliere altrimenti fra i 300 curricula pervenuti nel frattempo alla Commissione stessa. La quale s'è presa una settimana per far finta di esaminarli, come se il gioco fosse aperto quando invece è barrato, salvo voli di fantasia del centrodestra, pronto, secondo i rumors, a far saltare il tavolo Rai per i suoi giochi di destabilizzazione del quadro politico generale.

Morale della favola 1. Ammesso che il famigerato Cda venga nominato, lo sará con il consueto criterio spartitorio-partitocratico, ma con in più, questa volta, la connivenza delle associazioni coinvolte e la vanificazione dell'unica innovazione realmente tentata, quella meritocratica delle autocandidature per curricula. Morale della favola 2. La rappresentanza è morta, ma finché non sarà anche sepolta resta, come insegnano i classici, un dispositivo delicato con delle regole precise. Un partito, che queste regole dovrebbe conoscerle e rispettarle, non può «cederla» alla societá civile, che invece da queste regole non è e non dev'essere investita. E le associazioni della societá civile, che non godono di alcuna investitura né prerogativa rappresentativa, non possono e non devono attribuirsele, pena essere risucchiate in una logica spartitoria che non è e non deve essere la loro.

Questo vale, morale della favola 3, a maggior ragione per una associazione come «Se non ora quando», che si è data a suo dire «la missione della democrazia paritaria» (tradotto: spartizione del potere a metà fra uomini e donne, infatti a quello di Tobagi «Snoq» aggiunge la segnalazione di altri cinque nomi femminili, vagheggiando un Cda di sei uomini e sei donne pari e patta) ed è libera di crederci, ma non è libera di farlo in nome e per conto di una societá civile femminile che non rappresenta e che non l'ha investita della propria rappresentanza. Tantomeno se questa rappresentanza gioca sul tavolo della società e decide sul tavolo di un partito, sempre il solito, che con le donne non riesce a immaginare altro rapporto che quello del collateralismo anni Cinquanta. Bersani però, intervistato nel succitato video, ride soddisfatto: ha sollevato il problema, dice, e «al prossimo giro cambiamo la Rai». Al prossimo giro, ecco: se non allora quando?

Primavera dell’anno Uno (editoriale n° 12)

Andrea Cortellessa

Diciamo la verità, questa rivista ci piace molto (altrimenti non la faremmo). Ma a farla non ci divertiamo. E non si diverte tanto, forse, nemmeno chi ci legge – neppure coloro a cui la rivista, magari, piace molto (altrimenti non la acquisterebbero). Il fatto però, ed è un fatto da cui non si può prescindere, è che in Italia e nel mondo – nel tempo iniziato giusto dieci anni fa, una mattina di settembre a New York – c’è stato poco da divertirsi. Il paradosso degli «anni Zero» è che si intitolavano a un esponente «puntuale», liminare e istantaneo – proprio come il tempo quasi impercettibile passato fra le 8:46 e le 9:03 di quella mattina di settembre – ma, a differenza della nozione comune di anno Zero, che postula in sé il momento successivo di un nuovo inizio e di una ricostruzione, designavano un’estensione. Un’estensione nemmeno tanto breve, quella che da allora è seguita. Dieci inverni – di nuovo – sfiancanti. Leggi tutto "Primavera dell’anno Uno (editoriale n° 12)"