Joseph Anton

Giordano Meacci

Per parlare di Joseph Anton, cronaca dei giorni (4789) trascorsi da Salman Rushdie con addosso il pericolo della morte per fatwa, forse basterebbe trascrivere alcuni frammenti per confermare la tesi di chi – come chi scrive – considera Rushdie uno dei maestri della Letteratura degli ultimi (e probabilmente dei prossimi) due secoli. Anche solo la descrizione della morte del padre Anis – «un uomo buono almeno quanto era un pessimo mago», ha scritto Rushdie nel suo saggio su Oz – e le riflessioni sulla meravigliosa e terribile trasformazione di quegli ultimi giorni in racconto. O la sorte dei quattro figli di Anis e di Negin raccolta in poche righe e in una chiusa straziante. «L’amore, nella sua famiglia, non era quasi mai bastato».

Già, poi. La forza anche tecnica della terza persona. Perché Joseph Anton – i due nomi degli amati Conrad e Čechov usati per garantirsi una qualche anonimità – è principalmente «una lezione di stile». Con tutto quello che c’è di polisemico in questa definizione. Una terza persona che potremmo definire «di dissociazione» inclusiva. Esclusa qualsiasi ingenuità percettiva («trovava sconcertante» che Malik Solanka o Saladin Chamca «venissero spesso interpretati come suoi autoritratti»), è significativo il modo in cui, allontanando l’autore, si universalizza la condizione del Rushdie narrato attraverso la condivisione di un personaggio con il pianeta dei lettori. Perché tutti «gli scrittori e i lettori del mondo sanno che l’identità dell’essere umano non è angusta, ma molto ampia, ed è proprio questa vasta capienza della natura umana a permettere ai lettori di trovare territori comuni e identificarsi con Madame Bovary, Leopold Bloom, il colonnello Aureliano Buendía».

In Joseph Anton un personaggio possiede e sostituisce l’autore proprio mentre, grazie al riconoscimento «tra» esseri umani «nei» personaggi dei grandi romanzi, Rushdie si riappropria della propria vita raccontandosi. Convinto tanto che «il destino è nel carattere» quanto del fatto che ritrovarsi in Raskolnikov aiuta a capire che «si può non pensarla allo stesso modo sull’educazione dei bambini e condividere la stessa paura del buio».

Spiega Rushdie che «era il suo destino, affrontare l’ostilità con un sorriso». E qui lo stile ci dà lezioni di contenuto, quando rivela come si deve rispondere agli anni assurdi della prigionia. Con l’ironia irrefrenabile di chi – Rushdie è della famiglia di Rabelais e di Cervantes – combatte lo sconforto di certi attacchi vergognosi immaginando «alcune possibili battute dal sapore macabro. (Del tipo: “Hai sentito del prossimo romanzo di Rushdie? Si intitola Buddha, grassone bastardo”)».

Ecco. Salman Rushdie è uno dei più grandi incantatori narrativi di sempre. E non si tratta (solo) del coraggio nella lotta, rigorosa, combattuta tra fanatici religiosi e ammiratori dei Monty Python. Si tratta di Letteratura. La capacità di regalare alla vita la salvezza laica e a suo modo eterna di chi, sopravvissuto a un incidente con un camion, «quasi sul punto di fare una brutta fine sotto una poderosa valanga di sterco» ha il coraggio di ricordarsi «Siamo ancora qui. Guardateci. Siamo ancora vivi». E di raccontarlo. In questo modo.

Salman Rushdie
Joseph Anton
traduzione di Lorenzo Flabbi
Mondadori, pp. 652 (2012)
€ 25

No language (appunti)

Alessandro Broggi

Vi è mai capitato di leggere – intendo: di leggere attentamente – qualche rivista di design, arredamento, architettura? Soffermatevi soprattutto sui testi, a volte anche abbastanza lunghi, delle pubblicità e sulle didascalie degli articoli.

Spesso non sono che un susseguirsi di affermazioni pretestuose, di vuoti e maldiretti tecnicismi, di trancianti banalizzazioni. E di tanta comicità involontaria, nella scivolosa piattezza di proposizioni di una lingua che ha nelle proprie pieghe tutta la strategia psico-sociologica del Controllo: il design della lingua marketing.

A titolo esemplificativo riporto una campionatura presa da Domus, testata storica del settore:

Tutte le sfaccettature dell’illuminotecnica. Leggi tutto "No language (appunti)"

Hanno imparato a non farcela

Alessandro Broggi

#426

Vado da lui. Posso fermarmi ancora. Ho i miei metodi. E poi cosa. La sua stanza. Credi che forse. Ma certo. Questa volta ce la faccio. Ci stringiamo. Sei sempre la stessa. Sai come sono fatto. Non adesso. Stai attenta. È un attimo. Ancora. Ancora. Ne sono certa. Basta parlare. Pensi di avercela fatta.

#283

Non sono per nulla contento. Fa un certo effetto. La tele è sempre accesa. Niente di particolare, ogni cosa ha smesso di essere reale.

#596

Voglie passeggere, che si ripetono nel tempo. Non posso negarlo. La dinamica è questa. Assicurarsi l’appagamento fisico mantenendo i rapporti nei limiti del sesso. Ricorro a questo sistema per ricompensarmi di ciò che non posso ottenere altrimenti. Leggi tutto "Hanno imparato a non farcela"

Una storia importante

Alessandro Broggi

I.

Ogni cambio di donna porterà qualcosa in più.
In un rapporto lungo arriverai prima o poi a un punto critico.
Davanti a quel bivio sarai estremamente intelligente.
Ti farai un’opinione. Cercherai di non drammatizzare.

II.

Farai cose un po’ strane. Darai ascolto a discorsi ridicoli, incontrerai gente sbagliata.
Sognerai di andare in Cina – non ne avrai la minima idea. Gli errori ti metteranno in relazione con il mondo.
Poi magari ti troverai a Roma, in aeroporto, squillerà il telefono e ti annunceranno che sei stato scelto.

III.

Farai l’attore di soap. Non capirai questa sfida, la troverai affascinante.
La vita apparirà normale anche così.
Non ti verrà richiesta alcuna partecipazione intellettuale.
Non sarai responsabile di niente. Leggi tutto "Una storia importante"

Questionario

Alessandro Broggi

1.

L’artista, lo scrittore, il poeta come “intellettuale”?

2.

Si fa cultura o si fanno prodotti culturali?

3.

Analisti o turisti del reale?

4.

Meglio il modello frontale “individuo opposto alla società/ società cattiva schiaccia individuo innocente”, o il modello “entrare nelle dinamiche del domino e scardinare le regole che presiedono ai giochi con l’accettarle, con l’attraversarle”?

5.

Questo testo non dice niente di particolarmente interessante in fatto di estetica. Leggi tutto "Questionario"

La logica culturale eccetera eccetera

Gherardo Bortolotti

Riporto una citazione dal famoso articolo di Fredric Jameson, Postmodernism, or The cultural logic of late Capitalism (datato 1984):

What has happened is that aesthetic production today has become integrated into commodity production generally: the frantic economic urgency of producing fresh waves of ever more novel-seeming goods (from clothing to airplaines), at ever greater rates of turnover, now assigns an increasingly essential structural function and position to aesthetic innovation and experimentation.

Questo sarebbe il quadro socioeconomico generale in cui il postmoderno si instaura. Non entro nel merito ma riporto la citazione perché ritengo opinione condivisibile che la “frantic economic urgency” sia ancora in moto, eventualmente accelerato, e che, nei suoi ultimi passaggi, abbia generato quella specie di catastrofe semiotica che è la produzione di contenuti sul web.

La differenza introdotta, rispetto alla nascita del postmoderno, sarebbe di scala, ovvero nella quantità ancor più ingente dei prodotti estetici. Addirittura, la quantità di contenuti (è questo che diventano, sul web, tali prodotti) richiesta è tale che si è introdotto nel ciclo di produzione anche lo user-generated content, ovvero il contenuto generato dall'utente. Leggi tutto "La logica culturale eccetera eccetera"

Non è un problema di artigianato

Una cosa che mi trovo spesso a dichiarare è che la letteratura, comunque, non è un problema di artigianato, di maestria tecnica o di stile. E, per come intendo io la letteratura, questa è un'affermazione ovvia.

La metafora artigiana, tuttavia, è un modo di interpretare la letteratura ancora molto forte. Le ragioni sono varie. Da una parte, per esempio, c'è il fatto che una rappresentazione di questo tipo sottolinea l’investimento in sapere tecnico che la letteratura, per come la conosciamo, ha comportato e che ne ha giustificato, in vari termini, la specificità ed i meccanismi di selezione e di attribuzione di ruolo a cui, come sapere appunto, ha dato luogo. Da un'altra parte ancora, nella pratica quotidiana, non si può non riconoscere che lo scrivere letterario prevede tutta una serie di operazioni “manuali”, di limatura, scelta, messa in opera etc. che vengono convenientemente rispecchiate nell’immagine artigiana. La metafora artigiana, per di più, trova una forza ulteriore nella riduzione del testo a prodotto, che a sua volta implica. Una riduzione che privilegia la parte "visibile" del testo (escludendo, per esempio, la sua continua rigenerazione in seno alla lettura - per non parlare della sua eventuale natura meramente orale) e che contribuisce a collocare la letteratura nello schema più generale di produzione/consumo in cui praticamente ogni nostra esperienza, ai tempi del capitalismo, viene inquadrata. Leggi tutto "Non è un problema di artigianato"