Il peso della grazia

Angelo Guglielmi

Ho letto il romanzo di Raimo forse senza capirlo. Dicono che è un romanzo sull’amore. Certo, come negarlo; ma l’amore è la forma occasionale della realtà che, per quanto la riguarda, sta altrove. E Raimo in questo romanzo si mette sulle sue tracce e la trova dove non c’è. Se ponete attenzione scoprite che tutti i momenti realistici del romanzo sono pretestuosi e difficilmente credibili: l’incontro del protagonista con Fiora in un pronto soccorso (dove si discute di Omero, Monet e Borges); la scusa della restituzione della tessere di sanità perché il flirt possa avanzare e diventare amore; l’incidente capitato a Fiora in Africa (è accusato di avere travolto con il suv un bambino) per giustificare (quando scopre di essere incinta) l’improvviso fuga dal protagonista disperato; e, massimo dei massimi, il ritrovamento di Fiora attraverso il riconoscimento della targa della sua auto, che l’innamorato ormai sfinito girovagando a caso per la città legge nel camioncino che lo ha superato e ora lo precede. E ne potrei indicare molte altre, pretestuosità e menzogne, sicuro di non essere contraddetto.

È su questo fragile supporto di eventi che poggia, facendoli crollare (togliendogli significato, la realtà (chiamiamolo pure il vero contenuto) del romanzo. La realtà del romanzo è la distrazione del protagonista. È un giovane fisico precario impegnato in una ricerca che lui per primo avverte improbabile: misurare la velocità delle fiamme turbolente (le prime analisi le azzarda in un laboratorio in Finlandia dove per un mese intero non può uscire di casa perché il mondo intero è sepolto dalla neve). È lui stesso a dire: «è come se cercassi un liquido di tipo asciutto». Invitato a un incontro di selezione alla ricerca di un posto di lavoro più stabile, l’argomento che sceglie (e sul quale sarà giudicato) è il fallimento, affascinato dalla voragine che si apre sotto coloro che falliscono, in cui (pur smarrendosi) sperimentano tensioni ignote.

Vaga per i quartieri e le strade della città, senza meta: «mi piace [...] fare turismo umano, osservare le facce delle persone». In qualsiasi situazione si trovi o qualsiasi cosa stia per fare avverte l’urgenza di allontanarsene e pensare ad altro. È continuamente distratto, spinto da uno scavallamento ininterrotto verso ciò che in quel momento non è utile e non c’è. Infinitamente disponibile si incontra (e li aiuta) con i barboni della città (in particolare i poveri polacchi sempre ubriachi) e a un certo punto, già avanti negli anni, si fa cristiano; anche perché (io sospetto soprattutto perché) «il cristianesimo è una religione che cerca di convincerti soprattutto del contrario di quello che pensi. Che dice le cose brutte sono belle. Che i morti non sono morti. Che richiede di amare gli ingrati e i malvagi». E di questo la sua esperienza gli dà continue prove: anche per lui realtà non è mai lì dove è, ma sempre al di là delle occasioni quotidiane nelle quali si scontra e scortica: «Io non sarei felice se non potessi perdere le cose».

Questo personaggio è il più (direi il tutto) del romanzo, impaginato in una storia d’amore con una donna per parte sua stramba (è una nomadelfina), che tuttavia funge da sponda per aprire agli occhi del lettore la figura del personaggio centrale. Del continuo dilatarsi e traboccare, come una bottiglia di liquido effervescente, siamo stati spettatori (anche ammirati). A questo punto il problema per l’autore era riuscire a gestire una struttura narrativa capace di tenere dritta in piedi questa supermagmatica materia. E qui ho qualche dubbio che ci sia riuscito: il romanzo si sfarina, tende a affondare dentro se stesso, perde vita (pure beneficiando degli sforzi della suspence) e procura al lettore più di un momento di noia. Frantumandosi ai margini rischia di diventare una macchia (come una turgida goccia di inchiostro male asciugata).

IL LIBRO
Christian Raimo
Il peso della grazia

Einaudi (2012), pp. 455
€ 21

Con gli scrittori: intellettuali e precarietà oggi (a Siena)

404 File Not Found

“Dev'essere una specie di Macondo, Siena, se è così difficile da raggiungere: dunque qualcosa da meritarsi”: così ha scritto Giorgio Vasta, qualche giorno fa, in un'email organizzativa riguardo a treni e stazioni. È un commento che ci ha fatto sorridere, perché siamo abituati a pensare a Siena come ad un posto dove raramente succede qualcosa di molto interessante. Eppure, a questa città tutti i membri della redazione sono molto legati: anche solo per il fatto che, se non fosse stato per Siena, 404 File Not Found  sarebbe rimasto solo un noioso errore informatico.

Fra una decina di giorni, in questa città, si terrà una giornata di incontri dedicata al tema del precariato intellettuale: inteso sia in senso lavorativo, sia come categoria esistenziale. La organizziamo noi di 404 il 16 dicembre, con il titolo "Con gli scrittori: Intellettuali e precarietà oggi". Non si tratta del primo evento 'pubblico' che ci capita di organizzare; ma è probabilmente il più importante fatto finora, e ci teniamo particolarmente. Originato inizialmente da pensieri estemporanei e discussioni da mensa universitaria, il progetto si è ingrandito: prima riflessione sulla letteratura contemporanea in Italia, da qui idea di proiettare un certo documentario, quindi invito ad un poeta e ad uno scrittore; fino a diventare “Con gli scrittori”. Leggi tutto "Con gli scrittori: intellettuali e precarietà oggi (a Siena)"

Scrittori italiani dopo Berlusconi

Giuseppe Caliceti

Caduto una volta per tutte Berlusconi e il berlusconismo, bisognerà riflettere a fondo sull'atteggiamento degli intellettuali italiani in questo ultimo ventennio. In primis gli scrittori. Se è vero che non solo nell'informazione ma anche nella cosiddetta letteratura, - ridotta oggi, nel nostro Paese, a sorella minore dell'Arte dello Spettacolo, - si è assistito a un conflitto di interessi senza precedenti. Voglio dire: ben poco si è detto e si è scritto sull'anomalia italiana di un Silvio Berlusconi padrone non solo dei media, ma editore della maggior parte degli scrittori italiani. Al contrario, in più di una occasione si è assistito a casi come quello di Paolo Nori: si dichiarano senz'altro antiberlusconiani, ma poi finisce che scrivano sul Giornale. Leggi tutto "Scrittori italiani dopo Berlusconi"