Santi Gral

Giorgio Mascitelli

Narrano Hilary e Steven Rose in un libro importante Geni, cellule e cervelli, dedicato alla ricerca biologica e alle biotecnologie degli ultimi venti anni analizzate sia su un piano squisitamente scientifico, sia nei loro rapporti con il neoliberismo e le sue bolle finanziarie, che negli ambiti della ricerca biologica e genetica a partire dagli anni novanta si diffuse la metafora della ricerca del santo Gral per rappresentare l’importanza degli obiettivi da raggiungere.

Così via via, nel giro di pochi anni, ricercatori attivi nei campi della mappatura del genoma umano, delle cellule staminali e delle neuroscienze, hanno annunciato di essere prossimi al raggiungimento del rispettivo gral.

Gli stessi autori sottolineano con una punta di malinconica ironia che tutti questi nuovi cercatori di gral, ampiamente corredati di finanziamenti e contratti, sembrano essere lontani dalla purezza che dovevano avere i cavalieri della tavola rotonda per coronare la loro ricerca della coppa contenente il sangue di Gesù; mi permetto, tuttavia, di dissentire da una simile osservazione perché ritengo che la presa che ha questa metafora nell’immaginario collettivo non dipenda dai vecchi cicli cavallereschi, ma dalla saga di Indiana Jones, il quale nella sua ricerca è bisognoso sicuramente di alcuni finanziamenti, che gli consentano di girare il mondo e di assentarsi per semestri interi dalla sua università.

In realtà, aldilà degli scherzi, non esistono metafore neutrali, e ognuna di esse veicola con sé una visione del mondo indipendentemente dal fatto che essa possa essere usata in maniera inconsapevole o no. Nella fattispecie quella del santo gral richiama una comunità mistica per iniziati e il miracolo: tutti elementi che sono alquanto distanti dai valori di apertura e discussione critica ai quali la comunità scientifica si è sempre richiamata, ma non certo estranei al mondo mediatico.

Il problema non è solo che la scienza ufficiale assuma un certo sensazionalismo tipico dei media, anche se essa ne ha sempre preso le distanze per sottolineare la serietà del vero lavoro scientifico (si pensi ad esempio al recente caso della cura con le cellule staminali di una bambina affetta da una grave patologia, e alle relative dichiarazioni di Silvio Garattini), ma che il suo discorso sia appiattito su quello dominante, privato della sua autonomia e dunque della sua complessità.

Alcuni anni or sono Silvio Berlusconi, che parlava in quella circostanza tanto in veste di politico che di imprenditore, annunciò che in collaborazione con il San Raffaele, allora di don Verzè, stava cercando di allungare l’attesa di vita media fino a centoventi anni. Molti commentatori videro in questa uscita un’ulteriore prova della sua inaffidabilità sia da un punto di vista democratico sia dell’attendibilità della comunicazione.

Eppure leggendo il libro dei Rose si scopre che annunci altrettanto impegnativi non sono mancati da parte di soggetti politici ed economici più rispettabili: certo espressi con un linguaggio meno semplicistico perché rivolti a un pubblico culturalmente più esigente di quello berlusconiano, ma non per questo meno espliciti.

Il discorso biotecnologico alla e nella società tende ad assumere allora la forma della promessa; indubbiamente un orizzonte di attesa e di speranza informa di sé l’avventura scientifica e tecnologica fin dagli inizi, ma qui si tratta di una promessa quasi in senso pubblicitario o elettoralistico. Quando un qualsiasi tipo di discorso fa delle promesse in questo senso, perde la sua specificità ed entra a far parte del discorso dominante generale, in quanto cerca consenso e audience. Questa spinta influenza e talvolta determina i tradizionali obiettivi dell’impresa scientifica, intesi nel caso della ricerca biomedica come la scoperta dei meccanismi delle malattie e la loro cura.

Si tratta di uno scenario nuovo, che poco ha a che vedere con i rapporti tra scienza e potere storicamente conosciuti, che deve essere considerato in stretta corrispondenza con le logiche economiche oggi dominanti, che influisce pesantemente sullo status della nostra cittadinanza e che, per effetto della depoliticizzazione delle società occidentali, può assumere caratteri autoritari. Il primo dovere per chi non voglia farsi governare acriticamente è però quello di conoscere: mi sembra che il libro di Hilary e Steven Rose in maniera documentata e chiara dia un contributo decisivo in tal senso.

Hilary Rose e Steven Rose
Geni, cellule e cervelli
trad.it di Eva Filoramo
Codice edizioni (2013)
€ 18,90

Muse della scienza

Michele Emmer

A chi interessa veramente la scienza? A parte il ritornello, a cui difficilmente seguono i fatti, che bisogna aumentare i finanziamenti alla ricerca? Serve a qualcosa la scienza di base? Serve diffondere la cultura e in particolare la cultura scientifica? In fondo a che serve la scienza?

Si sono mai chiesti i nostri geniali politici (senza generalizzare) come si costruisce la conoscenza, come si costruisce l’interesse, come si trovano nuove idee, come si inventano nuovi prodotti, che porteranno a nuovi posti di lavoro, magari altamente innovativi? Si sono mai chiesti perché venti anni fa la Cina ha deciso di investire nei Science Centers in tutto il vastissimo paese? Certo non basta solo la conoscenza scientifica, ma, con parole desuete nel nostro paese, un giusto equilibrio tra le due culture. E pensare, investire nel futuro, parola da non pronunciarsi, il nostro è il paese della perenne emergenza e della grande, forse in esaurimento, creatività italiana.

Emblematica la discussione durata decenni sul costruendo museo della scienza di Roma, iniziata quando ancora era sindaco Argan. Giustamente la discussione è stata lasciata cadere da qualche anno dato che la situazione era diventata francamente grottesca, con le infinite discussioni di architetti sul dove, sul come, e con gli esperti che volevano dire la loro. Si è preferito puntare su effimeri festival e feste senza nessuna progettazione sul futuro. Si è preferito far proliferare i centri, i musei, gli spazi per l’arte contemporanea. Creandone solo a Roma un numero spropositato tra istituzioni pubbliche e private con grande svantaggio, come si può intuire, per la qualità delle scelte.

Domani 27 luglio, a pochi mesi della distruzione della Città della Scienza, apre a Trento il Muse Museo delle scienze, nome antico del museo di scienze naturali che a Trento esiste dal 1922. Una sede tutta nuova, ideata da Renzo Piano. Un grande investimento sul futuro con una spesa di 70 milioni di euro. Un museo naturalistico con un occhio di riguardo alle montagne. La costruzione stessa è pensata come un insieme di montagne di cristallo, di ghiaccio e neve. E all’interno uno spazio vuoto, al centro di tutti i piani, con in alto un ghiacciaio artificiale che si affaccia su quel vuoto.

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Certo sono rimasti alcuni degli animali impagliati del vecchio museo ma la concezione del nuovo spazio non ha nulla di quella concezione antica. Il modello è quello di un grande Science Center interattivo, per fare esperimenti, per stimolare l’interesse e la creatività. Puntando sulle montagne, sul cambiamento climatico, sui grandi acquari, sulla biodiversità, ma anche sull'evoluzione e sui dinosauri, sempre con un occhio alla regione, o meglio alla provincia Trentina.

Ed ecco allora il FabLab per sperimentare e realizzare in prima persone, con un occhio di riguardo ai più piccoli, come in tutti i Science Centers del mondo. Con uno dei settori riservato alla fauna tropicale ma di montagna, per restare in tema con il luogo, con specie che provengono dall’Eastern Arc, una della catene di montagne dell’ Africa Tropicale Orientale, compiendo una visita virtuale nei Monti Udsungwa. Non una scelta casuale ma il frutto di tanti anni di cooperazione tra il Trentino e l’Africa. Citando la presentazione del museo “La serra è il luogo simbolo dell’incontro tra ambienti lontani legati dalla cultura e dal rispetto della montagna.” E pazienza per tutti i razzisti e xenofobi di questo paese.

Ha alcuni grandi vantaggi il Muse. La disponibilità finanziaria, anche se ha risentito della crisi, della provincia autonoma di Trento. La grande capacità di decidere per il futuro come dimostrano oltre al Muse, l'Università che è diventata uno dei centri di eccellenza della ricerca in Italia e all’estero (come hanno dimostrato le tabelle delle valutazioni delle Università pubblicate in questi giorni). Il Mart di Roverto, a pochi chilometri di distanza dal Muse, un’altra grande scommessa iniziata nel 2002. “Un edificio ridisegna sempre nuove relazioni, non può essere indifferente. Il Mart nel suo spazio centrale raccoglie e valorizza il linguaggio dell’intorno. La diversità dei linguaggi, moderno-antico, diviene ricchezza”, parole di Mario Botta, l’architetto che lo ha realizzato, parole che si adattano anche al Muse.

Il futuro del Muse, come quello del Mart, dipenderà dalle idee, dalla creatività, dalla coerenza che coloro che sono chiamati a dirigere queste istituzioni saranno capaci di sviluppare. Non è scontato ovviamente, ma le premesse ci sono. Una parole sul quartiere di abitazioni realizzato da Piano intorno al Muse. L’ispirazione non sembra aver dato gli stessi risultati del museo. Certo le montagne, vere, intorno ci sono sempre ma quelle case non sembrano cogliere lo spirito del luogo.

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Walter Paradiso

La fisica ha una sua dimensione spettacolare che risiede nel suo momento più vivo, quello dell’esperimento, dove in uno stato di felice ansia si assiste alla messa in scena di fenomeni reali. Lo scienziato ha sempre disposto di questo particolare teatro.

Il laboratorio ideato dal Prof. Carlo Cosmelli del Dipartimento di Fisica della Sapienza, con la collaborazione del Centro teatro Ateneo e la partecipazione degli studenti del Dipartimento di Storia dell’Arte e dello Spettacolo ribalta la prospettiva. Per la prima volta si entra nel contesto di un laboratorio teatrale e si procede per prove, come in un laboratorio di fisica. L’idea è quella di partire dai contenuti scientifici stessi, e da qui sviluppare una messa in scena drammaturgica capace di rappresentarli.

Gli attori danno corpo a personaggi, così come a elementi, con lo stesso peso, andando a occupare una localizzazione puntuale, nel tempo e nello spazio, o estendendosi in essi, più o meno un’elasticità dei vissuti che muove da interferenze, rimbalzi, diffrazioni, assorbimenti. Le trame - otto brevi storie - sono costruite secondo i principi che stanno alla base della teoria della relatività e della meccanica quantistica. Si ha quindi a che fare con fenomeni che, oltre ad essere di non immediata comprensione per i non addetti ai lavori, appaiono illogici perché vanno oltre le nostre capacità percettive.

Queste storie, andate in scena il 10 giugno al teatro Furio Camillo a Roma, hanno saputo dare forma a qualcosa di irrapresentabile, perché difficile anche solo da immaginare. Attraverso il registro del comico e del tragico i personaggi sono coinvolti nella scoperta di uno strano mondo: in partenza per regioni remote, chiamati a vivere l’abbandono del compagno o, quando sono in forma di particella, sperimentano le forze attrattive e repulsive degli altri corpi presenti in scena.

Gli studenti, autori dei testi, dello spazio scenico e dei costumi, descrivono un universo dove il mondo fisico e gli oggetti partecipano della dilatazione e contrazione del tempo e dello spazio; a questo si aggiunge un’altra alterità, paradossalmente così vicina a quella avvertibile nel mondo delle esperienze umane, data anch’essa da una relatività, dalla condizione esistenziale di chi osserva una scena.

Emerge la forza evocatrice del teatro, perché è una modalità densa di riflessioni quella proposta, che si percorre da un’esigenza se vogliamo ontologica e solo in minima parte estetica. La fisica non è il filtro d’accesso al teatro, ai suoi problemi, ma non è neanche il contrario. Piuttosto viene messa in scena un mondo che suggerisce altre coordinate. Perché allora non una semplice lezione? Perché la drammaturgia, il racconto, ci permettono di ricreare la pienezza di un rapporto immediato con la realtà descritta. Atto questo che è difficile da realizzare, perché occorre liberarsi da tutte le suggestioni “tecniche” che invitano a guardare il mondo attraverso le scienze –scientifiche si, ma anche quelle umane, politiche. Tutto ciò, seppur ci aiuta a comprendere alcuni aspetti dell’altro, non ci consente di incontrarlo però nella sua immediatezza.

Si aderisce così alla condizione fisica di un oggetto microscopico o di un fenomeno simile alle onde del mare, o lo spettro di suono. Si diventa parte di una funzione, e in essa si abita un’istante di spazio tempo che aiuta a definire, in maniera armonica, i rapporti tra le presenze in scena. I momenti più interessanti sono proprio quelli in cui gli attori sono immersi dentro il fenomeno fisico, e agiscono in base alle condizioni dettate dalla funzione che lo descrive. Non è un esperimento. È già teatro, siamo già dentro il teatro, perché se questo è atto di ricerca, allora ci piace pensare che questo laboratorio sarà una di quelle esperienze che andranno avanti.

Alla fine quello di cui si fa effettivamente esperienza è forse un ridimensionamento di questi fenomeni che il corpo non può percepire. I personaggi non si eclissano sulla scena come in Godot, cambia sì lo spazio e il tempo, ma un senso continua a camminare, e fa impressione, vedendo queste storie, che anche partendo dalla scienza, questo cammino continua ad essere compiuto ancora attraverso il linguaggio del teatro.

RMQ13
Relatività e meccanica quantistica, laboratorio di Scienza e Teatro

Dipartimento di Fisica e Centro Teatro Ateneo, Sapienza Università di Roma

 

Dagli all’untore

G.B. Zorzoli

Il classico dagli all’untore sintetizza al meglio l’effetto della sentenza di condanna a sei anni per i membri della Commissione Grandi Rischi, rei di mancata previsione. L’edilizia illegale, tollerata. La mancata applicazione delle norme antisismiche da parte dei costruttori, che ha fra l’altro provocato il crollo della Casa dello studente e la morte di nove studenti. Chi doveva controllare che fossero rispettate e non l’ha fatto. I tre condoni edilizi, approvati da governi e assemblee parlamentari. L’accurata ricerca del CNR, che negli anni Settanta aveva individuato gli interventi da effettuare sull’edilizia allora esistente (incluso il patrimonio storico) per metterla in sicurezza sismica: sarebbero bastati 25 miliardi di euro, adesso saliti a quasi il doppio per far fronte ai successivi scempi edilizi, ma la ricerca è finita in qualche polveroso archivio. Il mancato, periodico addestramento della popolazione, come si usa fare altrove in zone di rilevante sismicità. Tutto questo passa in sottordine: i morti si potevano evitare (non i danni materiali, in particolare dei beni di valore artistico-culturale), se la Commissione Grandi Rischi avesse avvertito per tempo la popolazione aquilana.

Non credo però che i giudici abbiano scientemente emesso un verdetto di colpevolezza per fornire un alibi ai troppi colpevoli degli effetti disastrosi di un sisma di notevole intensità, ma di per sé gestibile. All’errore – perché di errore si tratta – ha certamente contribuito la visione mitica di una scienza ben diversa da quella reale, descritta con immagini efficaci da Karl Popper: “la scienza non posa su un solido strato di roccia… È come un edificio costruito su palafitte… e il fatto che desistiamo dai nostri tentativi di conficcare più a fondo le palafitte non significa che abbiamo trovato un terreno solido. Semplicemente ci fermiamo… quando riteniamo che almeno per il momento siano abbastanza stabili da sorreggere la struttura”. Descrizione che massimamente si applica alla sismologia, ancora incapace di previsioni affidabili.

Non si tratta però soltanto di limiti culturali soggettivi. Presupposto del pensiero unico è la riduzione ad assiomi, quindi non contestabili in quanto di validità assoluta e astorica, dei modelli interpretativi del mondo fisico, dei sistemi economici, delle dinamiche sociali, ecc., che vanno dalla formalizzazione matematica di quelli fisici fino all’astrazione puramente concettuale di quelli filosofici. Modelli che, per definizione, semplificano realtà troppo complesse per essere integralmente recepite al loro interno. Quindi perfettibili per via evolutiva o attraverso drastici cambiamenti di paradigma.

Di tutti i settori della conoscenza il sapere scientifico è quello che meglio si presta alla Weltanschauung che il pensiero unico cerca di imporre. Della sua oggettività assoluta sono convinti molti di coloro che quotidianamente lo praticano, figuriamoci gli altri. Se qualcuno contesta l’utilizzo al servizio del pensiero unico di questa idea della scienza, è pertanto un oscurantistica, da emarginare; se il colpevole è un uomo di scienza, certamente nasconde intenzioni riprovevoli. È la versione aggiornata del malcapitato che nell’URSS staliniana non raggiungeva gli obiettivi fissati dal piano quinquennale, per definizione infallibile: colpevole come minimo di essere venuto meno ai propri doveri, spesso consapevole sabotatore delle magnifiche sorti del proletariato, la condanna a una lunga detenzione nei lager era il meno che gli potesse capitare. Se chi si occupa di sismi non prevede luogo, giorno e intensità di un terremoto, dagli all’untore.

 

La dannata particella

G.B. Zorzoli

Nel 1993 il fisico Leon Lederman pubblicò un volume in cui descriveva i tentativi di identificare il bosone di Higgs, che sembrava sfuggire a tutti i tentativi di determinarne sperimentalmente l’esistenza, intitolandolo The goddam particle. Una dannata particella, insomma, anche se in inglese goddam è espressione più forte che in italiano (per esempio to goddam è traducibile con «bestemmiare»), tanto che l’editore pensò bene di censurare il titolo, trasformandolo in The God particle.

Se fosse solo pruderie o nella scelta entrasse anche una sagace intuizione pubblicitaria, nessuno è in grado di dirlo. Fatto sta che la nuova denominazione ebbe un enorme successo, facilitato da un equivoco. L’esistenza di quel particolare bosone era stata ipotizzata nel 1964 dal fisico inglese Peter Higgs per spiegare il problema, fino ad allora irrisolto dal Modello standard (che descrive le interazioni fondamentali fra le particelle elementari) di come queste ultime abbiano acquisito un massa. Ipersemplificando, il bosone di Higgs, fornendo la massa a elettroni, protoni, neutroni, avrebbe consentito la formazione dell’universo, così come lo conosciamo, inclusi, ovviamente, noi umani. La particella di Dio può quindi essere comunicata al grande pubblico sottintendendo che si tratta dello strumento attraverso il quale si è manifestato il disegno intelligente del creatore dell’universo.

Abbiamo invece semplicemente a che fare con una particella stronza, che ha fatto dannare due generazioni di ricercatori e ha richiesto la realizzazione di un acceleratore di particelle (il Large hedron collider): un anello di 27 chilometri a 175 metri di profondità, in grado di realizzare la collisione fra due fasci di protoni che viaggiano in senso contrario l’uno all'altro a una velocità pari al 99,9999991% di quella della luce. Dove, alla fine, non si è «trovato» il bosone di Higgs, come molti hanno scritto. La macchina installata al CERN produce 500 milioni di collisioni al secondo, ma gli «eventi» utili a dimostrare l'esistenza del bosone di Higgs sono stati finora nell'ordine di qualche centinaio. Una pagliuzza in un gigantesco fienile.

Il lavoro più duro è stato discriminare le rarissime collisioni che interessavano, rispetto alla massa dei dati: alla fine si è raggiunta l’«evidenza» che alcune proprietà individuate collimano con le predizioni del modello teorico. Non basta, però. Nei prossimi mesi i gruppi di lavoro impegnati nell’impresa cercheranno di chiarire se questo è davvero il bosone di Higgs, oppure se è una prima particella di una nuova, grande famiglia o se si tratti di qualcosa di completamente diverso. A questo scopo, ai 560mila miliardi di collisioni prodotti nei primi tre mesi 2012 dall'acceleratore di Ginevra, entro fine anno se ne dovranno aggiungere un altro milione e mezzo di miliardi.

Anche in questa circostanza i media hanno dunque perso l’occasione per mettere in evidenza che una parte rilevante della fisica contemporanea è passata dal realismo galileano («ciò che l'esperienza e i sensi ci dimostrano, devesi anteporre a ogni discorso ancorché ne paresse assai fondato») alla costruzione di modelli teorici il più possibile autoconsistenti che, per trovare conferme parziali e spesso indirette, devono ricorrere a macchine sempre più gigantesche e sempre più costose (con il Large hedron collider siamo nell’ordine dei miliardi di euro).

Un amico, a cena, poche sere fa si è chiesto a chi giova tutto ciò. Lo stesso interrogativo potremmo porlo per la filosofia o per altre attività umane senza dirette finalità applicative. Altrettanto scontata la risposta, confortata da miriadi di esempi: per molteplici percorsi anche le conquiste culturali più astratte finiscono per percolare nell’everyday’s life. Le ricerche del CERN costano molto di più di altre, ma, alla fine, per il il Large hedron collider si è speso l’equivalente di un centinaio di droni, i micidiali aerei di cui sono abbondantemente muniti gli arsenali di diversi paesi, Italia inclusa.

Atomi e coscienza

Paul K Feyerabend

Per il nodo su “Scienza e democrazia”, pubblichiamo questo articolo inedito in Italia, apparso originariamente come Atoms and consciousness nella rivista «Common Knowledge» (1, 28-32, 1992).

Mentre la maggioranza del pubblico cosiddetto istruito ancora accoglie con gran reverenza tutto quanto arriva dalla scienza, per quanto irrilevante e sciocco possa essere, e mentre gli oppositori del razionalismo occidentale propongono programmi di istruzione che svalutano in blocco (senza entrare in particolari) la scienza, storici, sociologi, scienziati e alcuni filosofi qua e là hanno cominciato a smontare l’immagine che è stata la causa di quelle reazioni estreme. Questo processo è cominciato nel XIX secolo, con discussioni sulla distinzione mente―materia e sulla natura delle teorie. Dopodiché la più fondamentale delle scienze, la fisica, si è trasformata, e in un modo sorprendente. Le sue immutabili e inesorabili leggi furono sostituite da regolarità statistiche, mentre gli osservatori, che erano stati fino a quel momento degli alieni che avevano guardato ad un mondo da essi interamente separato, diventarono connessi con i loro oggetti d’osservazione, così che i vecchi metodi di analisi e di ricostruzione dei dati vennero meno. Per esempio, non si poteva più supporre che gli oggetti fossero composti di molecole, le molecole di atomi e gli atomi di particelle elementari.

Mutamenti altrettanto robusti si verificarono nella metodologia. Alcuni degli storici precedenti (Goethe, Burtt, Koyré) già avevano sospettato che gli scienziati possono fare una cosa e comportarsi come se ne stessero facendo un’altra. Questo conflitto tra le relazioni scientifiche ufficiali e le procedure effettivamente usate divenne evidente nel corso del XX secolo non appena si poté contare su interviste, tabulati di computer, registrazioni di conversazioni telefoniche, oltre che su lettere e appunti. Gli stessi scienziati ora cominciarono a sottolineare la natura poco sistematica e opportunistica della scoperta scientifica (Einstein), il ruolo dei paradossi e la necessità di idee “pazze” (Bohr) e la natura ingannevole delle pubblicazioni di ricerca (Medawar). Sommamente importante fu tuttavia la scoperta della misura in cui caratteristiche familiari della pratica scientifica dipendono da fattori culturali.

Così, ad esempio, è ben noto che i problemi sperimentali di una certa disciplina sono normalmente affidati a piccoli gruppi, i cosiddetti gruppi-nucleo (core sets). I gruppi-nucleo non sono permanenti, durano poco e a molti scienziati non capita mai di farne parte. Il gruppo-nucleo prepara l’esperimento e ne discute i risultati. L’annuncio finale è preceduto da prolungati e dettagliati negoziati; una fazione concede un po’ qui, un’altra qualcos’altro là, nessuno alla fine è completamente soddisfatto ma tutti sono d’accordo nel ritenere che per il momento non possa esser fatto nulla di più. Quasi come firmare un trattato politico. Ma questa caratteristica, che rispecchia la complessità della relazione tra natura e conoscenza, sparisce di mano in mano che ci allontaniamo dal centro. Gli scienziati appartenenti allo stesso campo di ricerca, ma al di fuori del gruppo-nucleo, già leggono il verdetto in un modo più uniforme e leggermente più dogmatico. Le discipline confinanti già parlano di “fatti” e di “princìpi”. I filosofi della scienza, la cui distanza dal gruppo-nucleo può essere molto grande, sostengono allora questi fatti mostrandone la razionalità, mentre i divulgatori, i libri di testo, le conferenze introduttive all’argomento considerano i fatti come una dimostrazione della Marcia in Avanti della Scienza. Ci sono naturalmente individui e gruppi che resistono, ci sono filosofi che avvertono le complessità, e ci sono divulgatori che mettono in evidenza le ampie possibilità lasciate dalle questioni irrisolte e dalle svolte sbagliate, e c’è poi la ricerca interdisciplinare. Ma non va sottovalutata la tendenza propria delle scoperte a irrigidirsi all’aumentare della distanza dal luogo di origine.

Questa tendenza è in buona misura culturalmente determinata. Un fattore è la superficialità: una volta presi in mano dalle autorità i suoi effetti diventano facilmente leggi. Un altro è la semplificazione, che in sé non è una colpa, gli esseri viventi non potrebbero esistere senza. Accade tuttavia che quello che è contingente e conveniente, quello che funziona in condizioni particolari è dato per reale, mentre viene svalutato il resto, che pure sta lì e può risollevare la testa nel modo più sconcertante. La filosofia, fattore culturale per eccellenza, ha sempre avuto un ruolo importante nella ricerca scientifica. La protoscienza era quasi interamente filosofica. Ipotesi ardite, in conflitto con l’evidenza sperimentale (come l’ipotesi che i processi naturali obbediscano a “leggi immutabili e inesorabili” [Galileo]) vennero sostenute per ragioni filosofiche; linee guida importanti emersero da atteggiamenti filosofici non sempre chiaramente espressi. L’abitudine di promuovere le semplificazioni chiamandole realtà, l’implicita asserzione di validità oggettiva, e i principi di razionalità connessi a tutto ciò sono stati presenti in tutto il pensiero occidentale. E anche l’uso di esperimenti può essere connesso con la riluttanza da parte di alcuni tra i primi grandi scienziati a essere implicati in dispute verbali.

Come è possibile che un’impresa dipenda in così tanti modi dalla cultura e produca tuttavia risultati così solidi? La più parte delle risposte a questa domanda sono o incomplete o incoerenti. I fisici prendono la cosa per buona, mentre quei movimenti che vedono nella meccanica quantistica un punto di svolta nel pensiero ― e sono qui compresi i mistici che dicono di volare di notte, i profeti della New Age, i relativisti d’ogni risma ― sono molto sensibili alla componente culturale, dimenticando predizioni e tecnologia. Niels Bohr trattò con entrambe le parti, con precisione con la fisica ― la sua descrizione può essere verificata con esperimenti ― ma in modo più generale e approssimato con il resto. Solo pochi pensatori cercarono di colmare le lacune senza avventurarsi in discorsi vuoti. Wolfgang Pauli fu uno di questi.

Pauli fu uno dei fisici di punta della sua epoca. Ottenne il premio Nobel (per la scoperta del principio d’esclusione), scrisse due articoli di rassegna che diventarono entrambi dei classici (uno sulla relatività, l’altro sulla meccanica ondulatoria), oltre ad articoli tecnici. Nelle sue lettere, perfino nelle cartoline, si possono trovare suggerimenti e critiche di grande peso relativi a quasi tutti gli aspetti della fisica: la sua corrispondenza ebbe un’enorme influenza, alcuni colleghi lo chiamavano la coscienza della fisica, altri, che sembrano averne sofferto di più, il flagello. Pauli era deliziato dalla conoscenza pura; disprezzava le applicazioni ― il “lato oscuro della scienza”, com’egli lo chiamava ― e la Volontà di Potenza che sembravano esprimere. Aveva opinioni ben decise sugli eventi del mondo, ma si rifiutò di partecipare ad imprese collettive. «La mia testimonianza autentica ― scriveva a Max Born ― dovrebbe essere come io vivo, quello che credo e le idee che comunico, in modo più o meno diretto, a una piccola cerchia di allievi e conoscenti e non nei discorsi di fronte a un grande pubblico». Pauli, da quel preciso individualista che era, era assai preoccupato della direzione che aveva preso la scienza a partire dal XVII secolo. Per orientarsi prendeva in esame anche tradizioni di cui i razionalisti di professione si sbarazzavano con una sprezzante scrollatina di spalle. Due tesi sostenne: la prima è che il sorgere della scienza moderna è stato basato su un nuovo sentire cosmico e non soltanto sull’esperienza. Keplero, ad esempio, partì dalla Trinità e arrivò alle sue leggi naturali: «Egli crede con fervore religioso al sistema eliocentrico perché guarda al Sole e ai pianeti con questa immagine archetipica sullo sfondo e non viceversa, come una visione razionalistica potrebbe falsamente supporre»1. La seconda tesi di Pauli è che lo sviluppo ebbe due rami; uno separava gli uomini dal mondo che stavano cercando di comprendere e di controllare, l’altro cercava la salvezza attraverso pratiche (alchimia, ermetismo) che mettevano materia e spirito sullo stesso piano. Questo secondo ramo presto si spezzò, in mancanza di una base abbastanza solida. «Il tempo presente ― disse Pauli nel 1955 ―

ha raggiunto di nuovo un punto in cui l’atteggiamento razionalistico ha superato il suo vertice e viene considerato come troppo limitato [. . .] Un allontanamento dall’esclusivamente razionale, nel quale il desiderio di potenza non manca mai del tutto come substrato, verso il suo opposto, per esempio una mistica cristiana o buddista è ovvio e sentimentalmente comprensibile. Io credo tuttavia che a colui per il quale lo stretto razionalismo ha perso la sua forza di persuasione, e per il quale non è sufficientemente efficace neppure il fascino di un atteggiamento mistico, che considera illusorio il mondo esterno, nella sua molteplicità tormentata, non rimanga altro che accettare in qualche modo queste inasprite posizioni e i loro conflitti. È così che anche il ricercatore può [. . .] seguire una sua via interiore di salvezza2

Il carteggio di Pauli con lo psichiatra svizzero C. G. Jung, iniziò con l’analisi (1931―1934) da parte di Erna Rosenbaum, un’allieva di Jung, e proseguì fino al 1957: esso rivela alcuni stadi di questo percorso. Si tratta di una documentazione ricca e complessa, piena di idee sorprendenti e illuminanti. Vi si trovano lunghe e dettagliate descrizioni di sogni, che vengono usati per esplorare aree incommensurabili con la scienza ma che un giorno potrebbero essere con questa unificate. «Sempre più mi sembra ― scriveva Pauli a Jung nel 1952 ― che il problema psicofisico sia la chiave per la situazione intellettuale globale di quest’epoca; e che il graduale ritrovamento di un nuovo (“neutrale”) linguaggio psicofisico unitario, adatto a descrivere in modo simbolico (corsivo mio) una realtà invisibile potenziale, che soltanto ci si può dischiudere tramite i suoi effetti, sia anche un’ipotesi indispensabile del nuovo da Lei previsto hieròs gamós3

La parola chiave è “simbolico”; nell’uso di Pauli, essa deriva il suo significato in parte dalla meccanica quantistica, in parte dalla psicologia. La meccanica quantistica contiene termini che sembrano riferirsi a processi naturali, ma servono a dare un assetto sistematico alle nostre esperienze (questi termini Bohr li chiamava “simbolici”). Gli oggetti fisici sono simbolici in un senso anche più forte: essi si presentano come ingredienti di un mondo oggettivo e coerente. Per il senso comune e per la fisica classica, questa era altresì la loro vera natura. Ora, tuttavia, essi indicano soltanto quello che può essere detto in circostanze particolari e rigorosamente ristrette. Tenendo conto di entrambi questi fattori, Pauli considerò una realtà che non può essere descritta direttamente, ma cui si può solo alludere in modo obliquo e pittoresco.

È esattamente a questo punto che avviene la connessione con la psicologia. Pauli fa menzione di un’immagine: “lo straniero”, che appariva talvolta nei suoi sogni. Era un saggio, un mago, conscio della propria superiorità (soprattutto su Pauli), con un certo disprezzo per quanto lo circondava, in contrasto con le università che, per lui, erano castelli di oppressori e che cercava di bruciare. Parlava in tono deciso e conclusivo. Malgrado fosse un antiscienziato, usava termini fisici, ma travisandoli, poiché il suo messaggio era ti tipo non-fisico. Siccome Pauli trovava forme simili di travisamento negli scritti sia di ingegneri che non conoscevano la fisica di base, sia di persone in generale digiune di scienza, o di pensatori più antichi, ne deduceva una realtà non fisica che, mancando di un suo proprio linguaggio, richiedeva ancora un approccio di tipo indiretto e “simbolico”. Non sarebbe possibile combinare la fisica (materia) e la psicologia (mente, spirito) servendosi di personaggi, ovvero simboli, che rivestono un ruolo rilevante nel mito, nella religione, nella poesia, e guarire così la nostra frammentata cultura? Un tale risultato, dice Pauli, sarebbe assai importane per la “Mente Occidentale”.

Oggigiorno molte “Menti Occidentali” sono prigioniere di corpi che soffrono di guerre, pregiudizi, malattie, fame e povertà. Ovunque nel mondo esseri umani sono di fronte a problemi che non sanno risolvere, e non perché manchino della corretta sintesi intellettuale, ma perché non dispongono del denaro, del potere, o persino della volontà, necessari a conquistare una condizione differente. Si spremono il cervello, cercano di trovare rimedi, ma non ci riescono. In risposta a una tale mole di sofferenza molte persone, un tempo intellettuali, considerano che preoccuparsi per “ la situazione intellettuale complessiva della nostra epoca” sia un accidioso lusso, anzi un criminale spreco di risorse ― cioè a dire cervelli ― che dovrebbero essere impiegati per problemi più urgenti. Ma non si può separare il pensiero dall’azione in modo così semplice. La teologia della liberazione non trae la sua forza solo dall’empatia, o dalla cultura di coloro che si propone di servire, ne trae molta anche dai libri dell’Occidente, di carattere piuttosto astratto. Gli ecologi e i medici che lavorano in paesi stranieri non si fanno guidare soltanto da quello che vedono e sentono direttamente, ma anche dalla conoscenza acquisita nelle università, locali o di altri paesi. Inoltre i punti di vista degli intellettuali dell’Occidente, nel bene e nel male, sono almeno parzialmente in movimento ― sono messi in discussione, attaccati, modificati. Il tentativo di sostituirli con un menù interculturale ci può soltanto dare

frammenti mummificati che proprio perché sono statici sono di fatto simboli di negazione e di logori espedienti. La cultura non ha mai la trasparenza dell’abitudine, aborrisce ogni semplificazione. È anzi essenzialmente opposta all’abitudine perché quest’ultima è sempre deterioramento della cultura. Anche il desiderio di rimanere attaccato a una tradizione o di far rivivere tradizioni abbandonate significa non soltanto andare contro la corrente della storia, ma anche opporsi alla propria gente. (Frantz Fanon)

Una cultura ― qualsiasi cultura ― non è definita dalle tracce congelate che ha lasciato ma dai modi in cui accoglie nuove ― attraenti o repellenti ― sfide. E qui l’esempio di quegli individui che cercano di aprirsi un cammino in un mondo fitto di problemi è assai superiore a qualsiasi imposizione di principi dall’alto. Pauli non scriveva per l’“umanità” ― scriveva per le persone che conosceva, i suoi colleghi intellettuali, i quali, riteneva, potevano sperimentare problemi simili ai suoi. In qualche senso egli scrisse anche per Frantz Fanon, intellettuale e psichiatra che si sforzò di mantener vivo il pensiero fra tanti tentativi di eliminarlo o di sostituirlo con caricature di esso. Solo un atteggiamento di ristretto moralismo ci potrebbe convincere dell’irrilevanza dei suoi sforzi.

Traduzione di Antonio Sparzani

Note:

1 ho completato la citazione da L’influsso delle immagini archetipiche sulla formazione delle teorie scientifiche di Keplero, in W. Pauli, Psiche e natura, a c. di G. Trautteur, Adelphi, Milano 2006, pp. 77-78, nella traduzione di M. Bruno e L. Benzi.

2 citato da La scienza e il pensiero occidentale,Congresso internazionale di scienziati, Mainz 1955, F. Steiner Verlag, Wiesbaden 1956.) contenuto in W. Pauli, Fisica e conoscenza, a c. di A. Sparzani, Bollati Boringhieri, Torino 2007, pp. 123-24, nella traduzione di Ingeborg Dennerlein e Giuseppe Perna.

3 citazione leggermente completata rispetto a quella riportata da F., si tratta di un passo della lettera del 17/5/1952 di Pauli a Jung, in C. A. Meier (a c. di) Wolfgang Pauli und C. G. Jung ein Briefwechsel 1932-1958, Springer, Berlin 1992. “Hieròs gamós” (= nozze sacre) è uno dei simboli di trasformazione introdotti da Jung.

Su “L’ape e l’architetto” (1976)

Antonio Sparzani

Dal Quotidiano dei lavoratori, venerdì 7 maggio 1976, p. 3.

Non è certo da molti anni che il dibattito sul ruolo della scienza nella società esce dalle mura di ristretti ambienti intellettuali ed accademici e interessa invece, anche se in maniera ancora frammentaria e poco organica, più vasti strati di opinione pubblica; conseguenza positiva anche questa dello sviluppo dell’università di massa e dell’ appropriazione, quanto meno da parte di un numero crescente di studenti, di questo tipo di problematica, così come dell’inserimento nell’università - anche se ancora in maniera prevalentemente precaria e tra mille storture e difficoltà - di fascie di giovani che con le esperienze di lotta degli ultimi otto anni hanno maturato l’esigenza di un’analisi non superficiale dei meccanismi più profondi che connettono il mondo della ricerca e della scienza con quello dei rapporti di produzione.
Questo dibattito è ancora assai lontano da condizioni di sufficiente chiarezza e definitezza, e ciò non solo e non tanto per l’intrinseca difficoltà dei problemi che investe, quanto per ragioni «storiche», che hanno fatto sì che per lunghi anni, in molti paesi, risposte dogmatiche e acritiche a questo tipo di problemi fossero imposte, più o meno sottilmente, a tutto il contesto sociale. Leggi tutto "Su “L’ape e l’architetto” (1976)"