Storie di schiavi

Salvatore Finelli

Nel cinema l’invenzione narrativa regola sia il film di finzione sia le opzioni più radicali di cinéma-vérité o d’avanguardia:
la distinzione tra fiction e docu-drama non solo diventa insostenibile, ma si fa addirittura illegittima nel caso del film storico. Lo schermo cinematografico restituisce una Storia manipolata dalle stesse regole di invenzione, espedienti narrativi, modelli di racconto e stilemi figurativi cui si conforma qualsiasi altro genere di fiction, come sostenuto da Siegfried Kracauer.

Hollywood ha codificato il rapporto con la Storia secondo precise strategie retoriche in linea con due tendenze dominanti: il mito dell’eroe/demiurgo che plasma la Storia attraverso scelte individuali; l’esperienza della microstoria, in cui storie private di personaggi anonimi si inseriscono nel divenire della Storia. Il passato filmato dalla macchina da presa si struttura come una commistione di realtà storica e fiction, per una forza tensiva, connaturata alla specificità del linguaggio cinematografico, che muove dalla sfera della realtà a quella dell’immaginario. La Storia si costituisce come una delle possibili interpretazioni del passato e proprio la diversità dall’evento accaduto qualifica il passato schermico come fantastoria, accumulo di eventi selezionati e organizzati non tanto nel rispetto di un ordine causale, quanto di una presunta idealità.

È sul piano di una fantastoria che possono essere accostati film stilisticamente tanto diversi, quali Lincoln e Django unchained: da un lato la solennità ieratica di Steven Spielberg, dall’altro il manierismo cannibale e autoreferenziale di Quentin Tarantino. Il film di Spielberg recupera la funzione paideutica della tragedia per rielaborare sul piano dell’immaginario collettivo quella libertà fondamentale su cui si fonda la società civile, in un processo di ricostruzione dell’identità nazionale. La libertà passa attraverso la metamorfosi dello schiavo in lavoratore salariato, con l’impiego nella forza lavoro del Paese: la secessione, infatti, significò il trionfo del capitalismo industriale degli stati unionisti del Nord sull’economia agricola del Sud.

Mentre la Guerra Civile volge al termine, al Congresso infervora il dibattito per l’approvazione del tredicesimo emendamento in favore dell’abolizione della schiavitù.
La dicotomia tra costituzionalismo irenico e costituzionalismo polemico, avanzata in ambito giuridico da Massimo Luciani, viene risolta in favore del secondo, in un susseguirsi di dialoghi, trattative e negoziazioni. La Storia di Spielberg procede attraverso un processo di umanizzazione dell’eroe, che non è solo psicologica nel mostrare la crisi dell’uomo Lincoln nella sfera privata, ma soprattutto politica: Lincoln è machiavellico nel negoziare e contrattare i voti necessari a far passare il tredicesimo emendamento alla Camera. Ragion di stato e ideali si confondono e a trionfare è la legge del compromesso, come quando il deputato Thaddeus Stevens, repubblicano fieramente antirazzista, limita il proprio egualitarismo pur di far approvare l’emendamento.

A questa visione statica, si oppone una visione dinamica, degenere della Storia, in quello che costituisce l’ultimo capitolo della personale saga tarantiniana di reinvenzione dei generi cinematografici. Tarantino si diverte a coniugare motivi dello spaghetti western all’italiana, in particolare i film di Sergio Leone e di Sergio Corbucci, con i tòpoi della blaxploitation, in un’ibridazione tipicamente postmoderna di generi e sottogeneri cinematografici, di cultura alta e cultura pop. Ambientata nel Sud degli Stati Uniti, due anni prima dello scoppio della Guerra Civile, la parabola di Django comincia con la liberazione dalle catene ad opera di un cacciatore di taglie di origine tedesca, il dott. King Schultz.

La finzione filmica in grado di trasformare uno schiavo nero in cacciatore di taglie, si moltiplica nei diversi travestimenti di Django, prima valletto in sgargianti abiti blu (quindi libero dalle catene, ma ancorato a una condizione servile), poi negriero (un nero libero diventato mercante di negri). Tarantino sembra ricordare allo spettatore che il cinema ha il potere di macinare e reinventare la Storia, rovesciando gli oppressi in oppressori.

Django si pone sulla scia del concetto di historiographic metafiction elaborato da Linda Hutcheon, in un tentativo estremo di svecchiamento della storiografia che in Inglourious Basterds sfociava nell’ucronia dell’attentato a Hitler: come in quel caso la vendetta di un soggetto marginale, una donna ebrea, era in grado di falsificare e alterare gli eventi della Storia, ancora una volta è la vendetta di un soggetto marginale, uno schiavo nero, a far implodere i meccanismi della finzione. Tarantino sottopone la Storia a un processo semiosico che non si limita a una mera rielaborazione secondo i canoni dell’invenzione cinematografica, come nel caso di Spielberg, ma trasfigura in Metastoria, riflessione sulla Storia attraverso la storia del cinema.

Viaggi in Barberia

Paolo Fabbri

La storia è d’attualità - forse non si è accorta della sua fine annunciata. Le istituzioni francesi ritengono, dopo il sanguinoso episodio di Charlie Hebdo, che sia persino utile insegnarla. Spostando però l’accento dalle radici europee - carolinge e cristiane - al rizoma mediterraneo e islamico.

Nell’acerbo dibattito che ne è seguito, trovano posto problemi da comparare e da condividere. Come il traffico contemporaneo, lucroso e tragico, di esseri umani attraverso il cosiddetto mare nostrum, che ci impone comparazioni non passive e anacronismi necessari. I cronisti non bastano, ci vogliono gli anacronisti. Cominciamo col dire che gli attori delle attuali migrazioni sono omologhi ai pirati e agli schiavi che, volenti e nolenti, hanno infestato per secoli il mare tra l’Africa e l’Europa.

Oggi è il momento giusto per rileggere la leggenda nera dei filibustieri scafisti e le loro guerre sante, condotte con il commercio di carni umane. Un bio-traffico non di organi, ma d’interi organismi. Alcuni antichi “scafisti” erano Corsari cioè “predoni in nome del Re” – come ricorda il Monumento dei Quattro Mori a Livorno, prede dell'Ordine corsaro dei cattolici cavalieri di Santo Stefano. Così come la reggia di Caserta, costruita col lavoro forzato di equipaggi barbareschi catturati della Real Marina del Regno delle Due Sicilie. Schiavi tunisini si trovavano infatti a Malta - con le ciurme corsare dei suoi Cavalieri - Genova, Napoli, Palermo, ecc...

Altri trafficanti erano invece “predoni in nome del sé”, cioè Pirati veri e propri, come quelli associati nelle Reggenze barbaresche del nord Africa (Tripoli, Tunisi, Algeri). Qui l’antico retaggio della schiavitù durò fino al 1890, acme positivista della Belle Epoque, ma perdurò fino alla 1° guerra mondiale (a Tunisi per esempio nel 1881 si contavano ancora 7000 schiavi). Organizzazioni commerciali di vasta portata – inosservate dalla retorica orientalista e postcoloniale, che esportarono, con razzie devastatrici e abbordaggi, più di un milione di cristiani europei tra il 16 e il 18 secolo. Senza tener conto della nera mandria di schiavi africani, la cui tratta si estendeva fino a tremila chilometri all’interno del continente. Tra il 1700 e il 1880, la Libia accolse almeno 400.000 schiavi, meno del Marocco e metà di quelli dell’Egitto. Nel 1738 gli algerini, che sdegnavano le flotte mercantili, tentarono di rapire per pingue riscatto un re di Napoli, Carlo di Borbone!

Contro questa “jihad inferiore”, gli interventi dissuasivi, come i trattati con istituzioni inaffidabili –vedi gli accordi berlusconiani con Gheddafi; i bombardamenti di barconi, la cattura e condanna di scafisti fino alle incursioni e gli sbarchi armati - vedi Carlo X e Sarkozy - hanno procedenti tanto vani quanto le prevedibili conseguenze. Ricordo solo l’inno dei marines american: From the Halls of Montezuma,/To the shores of Tripoli/ We fight our country's battles/ In the air, on land, and sea, che ne vanta le imprese libiche, apprezzate da Nelson, e in forte anticipo su F.T.Marinetti. Nel 1801, gli USA, da pochissimo indipendenti, per non pagare i pedaggi barbareschi ingaggiarono, due Barbary Wars - sostenute dal regno di Napoli - le quali ricordano irresistibilmente, al malevolo anacronista, gli esiti attuali in Irak e Afganistan.

La pertinenza del passato se la sceglie il presente: quello che ha rimeritato quest’anno a due giovani francesi il premio giornalistico più importante - Albert Londres - per un reportage televisivo: Voyage en barbarie. Un documento spietato sul calvario di giovani eritrei, fuggiti da un regime militarizzato e che rappresentano gran parte degli attuali sbarchi a Lampedusa. Schiavismo è una parola sdrucciola - gli schiavi africani a differenza di quelli europei erano ereditari - ma lascio giudicare chi ha visto il film premio Oscar 2014: 12 anni schiavo. Gli eritrei sono catturati e sequestrati da feroci negrieri del Sinai - una no mans land simile ad uno stato barbaresco - abusati fisicamente, incatenati e torturati con professionalità, per ottenere lucrosi riscatti e/o estorcere il maltolto per poi avviarli a migrazioni e naufragi. Centri per la detenzione e tortura di capitale umano non mancano nello Yemen e neppure in Libia. Il disumano è contemporaneo del post-umano.

Insomma le “grandi” migrazioni in corso hanno i loro congrui precedenti e la storia può informarci, sine ira et studio sulle forme più abbiette della vita. Ma prima di spendere i Superlativi assoluti e le desinenze in -issimo, “l’invasione dei clandestini” e altri solecismi, un confronto statistico s’impone. Dopo la sospirata Unità statale - “fatta l’Italia ora bisogna fare gli italiani”, questi ultimi si affrettarono a spargersi per l’Europa, prima e per le Americhe poi: dal 1860-80 in ragione di 100.000 l’anno. Una cifra che si moltiplicò via via e che nel decennio 1901/10 superava i 600.000 l’anno, fino a raggiungere nel 1913 il record di 872.598. Li precettò poi la Grande Guerra Mondiale e la Grande Epidemia Spagnola.

Big data di migranti, come si proclama oggi, intensificando nomi e aggettivi, avverbi e pronomi per squalificare linguisticamente l’estremo e il non graduabile dell’ospitalità. È il momento invece dei Comparativi!