Venezia 2018 / L’amica geniale, Il Diario di Angela, The Sisters Brothers, La quietud

L'amica geniale e seriale - In viaggio con Angela

Mariuccia Ciotta

Il cinema festeggia nella sarabanda demonica di Suspiria la sua liberazione, narrazione ed estetica frantumate, mentre avanza il format tv, vero e simulato con film estenuanti dall'impianto seriale. Quindi spazio alla Mostra di Venezia per la “telenovela” più pregiata di tutte, tratta dal fenomeno editoriale firmato Elena Ferrante, L'amica geniale, serie Hbo-Rai, produzione Fandango-Wilside, dal 30 ottobre su Rai1.

Due le puntate presentate con le protagoniste bambine sui banchi di scuola anni '50, primo volume della quadrilogia sulla lunga storia d'amicizia di Elena, detta Lenù, e Lila, compagne delle elementari circondate dalla Napoli misera e rancorosa del dopoguerra. Una è bionda, timida, delicata, Elena (Elisa Del Genio), l'altra bruna, pelle scura, selvatica, Lila (Ludovica Nasti), due mini-attrici formidabili con la macchina da presa incollata addosso per i 50' di ogni episodio, voce-off di Alba Rohrwacher.

Saverio Costanzo, regista dalla sensibilità speciale (La solitudine dei numeri primi, Hungry Hearts) sceglie di sottrarre il più possibile alla prosa incalzante dell'autrice e crea un'atmosfera sospesa, un immobile campo d'azione dove i fatti violenti e concitati restano a margine. Fantasmi fluttuanti, le due bambine giocano in un cortile quadrato che assiste a pestaggi camorristi, risse tra donne gelose, accoltellamenti, ma sempre in sottofondo. Un rione di Napoli devitalizzato, costruito in studio, vuoto, grigio, un po' tela di De Chirico. Forse la regia di Costanzo è condizionata dalle esigenze televisive, dal set di 20mila metri quadrati, 14 edifici, una chiesa e un tunnel compresi, ma l'effetto è sorprendente, lontano dalla liturgia pop-folk del genere. La relazione tra le due amiche, che si dipanerà nelle 32 puntate previste, sembra rivolgersi non tanto alla saga sentimental-famigliare quanto verso il romanzo di formazione in stile De Amicis e del suo Cuore, versione Luigi Comencini, miniserie Rai del 1984. Lo stesso profumo d'inchiostro, i grembiuli e i fiocchi, la lavagna, il “cattivo”, la prima della classe, la maestra dalla penna rossa, la scoperta di sé... Avvincenti le prime due puntate di Lenù e Lila, ribelli a madri e padri snaturati, riflesse in Piccole donne, il romanzo che leggono e rileggono. Dopo, però, temibilmente, Piccole donne crescono... Battuta memorabile, “Voglio scrivere un libro per far soldi”.

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Di segno opposto alla filosofia della serie, un'opera sul rigenerare le immagini mancanti, quella di Angela Ricci-Lucchi e Yervant Gianikian, che dedica Il diario di Angela – Noi due cineasti (fuori concorso) alla compagna scomparsa nel febbraio scorso, regista e pittrice, co-autrice di film found foutage come Su tutte le vette e pace e Dal Polo all'equatore. Yervant sfoglia il diario di Angela, fitto di parole ordinate, intrecciato a piccoli schizzi di cose viste, paesaggi, facce, insetti, e ricorda i viaggi alla ricerca di rari materiali d'archivio su e giù per il mondo. Dall'accogliente paese d'origine, l'Armenia, a una Russia sull'orlo della caduta (1989-1990), e quindi maldisposta verso i due cineasti, se non fosse per un simpatico gatto che fa saltar fuori preziose bobine. I tour negli Stati Uniti con i “Film profumati” fine ani '70, la Turchia e l'Iran con le sue donne-corvo, insaccate nelle vesti nere, viaggi spericolati e pericolosi a volte ma sempre pieni di scoperte. E anche di compagnie sorprendenti, Walter Chiari, fonte di “miracoli” linguistici. Angela dipinge, inventa, cucina piatti come quadri, raccoglie pomodori e racconta di quando Yervant andò a fuoco e rischiò di morire, salvato da un prato di salvia e da lei, l'amata, che nel suo diario lo disegnò ricoperto di garze, quasi una striscia a fumetti, allegra.

L'amica geniale e seriale

Regia: Saverio Costanzo

Il Diario di Angela

Regia: Yervant Ricci Lucchi

Uno spaghetti western al dente

Roberto Silvestri

Peccato. Harry Dean Stanton veniva dal Kentucky e aveva faccia, postura e etica giusta, per partecipare all'attuale revival western Usa che riparte – grazie alla riabilitazione di Tarantino e Alex Cox – dalla “versione spaghetti”, per incastonarla di nuovo nel paesaggio giusto e politicamente corretto del genocidio indiano (questa volta siamo in Oregon, a meta '800). Non tutti i bravi attori hanno la profondità tettonica di un viso da roccia. E c'è poco da essere grotteschi quando si tratta di conquista del West.

Dopo i 6 episodi di frontiera dei fratelli Coen, anche The Sisters Brothers è attratto dalla corsa all'oro (a indiani già massacrati, e a centinaia di migliaia). La produzione è Francia, Belgio, Romania e Spagna, e il film potremmo definirlo (visto che l'ossessione centrale per l'odontotecnica) uno “spaghetti western al dente”. Ma è la moglie americana del protagonista assoluto, Charles Reilly, a dirigere il progetto. Così i coproduttori belgi, i fratelli Dardenne devono aver chiesto a Jacques Audiard di aggiungere tocchi chic qua e là (“...e qui citami Johnny Guitar”) e differente ”prestige” (un po' di chimica d'avanguardia, Charles Fourier e la comunità utopistica da fondare a Dallas, l'innovativa pasta dentifricia, appunto, e un tono crepuscolare) al genere più commerciale (e démodé) della storia. Di condire insomma “alla francese” un doppio buddy-movie (Joaquin Phoenix, Jake Gyllenhal e Riz Ahmed, più gigioni del solito, completano il quartetto) che ruba al nostrano filone cowboy il machismo e il cinismo, ma talmente usurati da trascinare i cattivissimi protagonisti, che in fondo in fondo hanno però un cuore tenero, due sicari a contratto di pistolera precisione, e le loro due ultime prede, coppia “pacifista” e “anarchica”, ma geniali inventori di un sistema chimico per scovare pepite di infallibile efficacia, verso una inevitabile e differenziata e stereotipata punizione finale.

The Sisters Brothers

Regia: Jacques Audiard (concorso)

La sacra famiglia secondo Videla

Roberto Silvestri

L'argentino Pablo Trapero nella falsa commedia sentimentale o tragedia obliqua La quietud fuori concorso, torna ai giorni neri della dittatura militare e dei traumi irreversibili che hanno martoriato il paese. Questa volta il dramma si svolge in una paradisiaca tenuta, con cavalli, servitù e immenso terreno, dove due sorelle giovani, bellissime e super corteggiate, si ritrovano al capezzale del padre, alto avvocato di stato. L'inizio è brillante, molto sexy, a colori patriottici ben sottolineati. Tutto un delirio di bianchi e di azzurri. Con una steady-cam fissa sulla nuca di una figlia, ma più alta, penetriamo in questo gioiello borghese delle Pampas e sembra che il punto di vista della storia sia proprio quello di un equino che segue la padrona ovunque. Poi a poco a poco torna la serietà, prima una cupa immersione negli intrighi sessuali delle ragazze, innamorate dello stesso uomo e ben coscienti della cosa, perché il fatto “le avvicina di più eroticamente”, poi addirittura scopriamo che la loro madre è stata violentata dal padre, complice dei torturatori e ripagato proprio con quella tenuta sontuosa strappata a prigionieri politici in cambio della vita. Poi con un uxoricidio... Insomma il cinema argentino continua a scavare nella Historia Oficial e a trovare altri orrori.

La quietud

Regia: Pablo Trapero (Argentina, fuori concorso)

Cacciatori e raccoglitori

Ilaria Bussoni

Nutrire il Pianeta è l’ambizioso proclama di Expo 2015. A colpi di spirulina dai vertiginosi processi di moltiplicazione rigorosamente brevettati, multinazionali di ogni tipo in cerca di fertili pascoli da recintare, trovate agrolimentari di ogni sorta da proporre a un pubblico di consumatori benestanti in grado di pagarsi il cibo che mangiano, proporzionalmente costoso a quanto è bio ed eco compatibile. Il green wash dell’agroindustria dell’Expo 2015 è il colpo di spugna su allevamenti intensivi di mucche pazze, fertilizzanti di origine petrolifera schiumanti sulle falde acquifere, polli nati e cresciuti just in time per la grande distribuzione: in sostanza sul modo in cui il pianeta che poteva pagarsi il cibo ha nutrito se stesso nell’ultimo trentennio. In sintonia con l’hamburger di chianina di McDonald, un Expo ammiccante a vegani e ciliaci che sono pur sempre segmenti di mercato.

A far sembrare il lavaggio meno efficace ci si mette un film: Hungry Hearts di Saverio Costanzo, in sala in questi giorni. E non perché sia un film-denuncia o inchiesta o reportage in stile Super Size Me, solo perché parla di una cosa semplice e dolorosissima: di una generazione che cerca ostinatamente un altro modo per nutrire se stessa e i propri figli, e nel farlo fallisce. Che ha un comprensibile orrore per lo sterminio di massa delle forme di vita sul quale si è fondato il paradigma nutritivo dei nostri padri e tenta un modo suo di far vivere la vita. Dopo che quelli di prima, cioè i genitori, per nutrirsi hanno cacciato, predato, creato riserve e ricavato trofei. Dopo che quelli di prima hanno smesso di gloriarsi della loro bravura di procacciatori di cibo. Lasciando in giro qualche cadavere, poi decapitato e appeso al muro.

Come nutro me e questa vita? È la domanda di una madre, delicata, spiritosa e leggera, abitante di una metropoli, poliglotta, disponibile a migrare e non attaccata a una terra, senz’altro dal lavoro precario e intermittente, un po’ sola come tutti, capace di farsi venire delle idee e giustamente perplessa per le scelte, la tecnologia, i farmaci, i pareri degli scienziati che hanno fatto da guida alla generazione che l’ha preceduta. Come nutro me e questa vita? Se prendo le distanze dal paradigma predatorio di un gruppo di umani che per mangiare ha pensato di armarsi e di partire per la caccia grossa.

È una domanda che si fa largo insieme a una parola alla quale è intrecciata: generazione. Quando un ragazzo e una ragazza che si incontrano e si amano si trovano a generare un’altra vita e l’arrivo di un bambino segna per loro la soglia di una crescita, di una responsabilità delle proprie azioni che in polemica intende smarcarsi dalla generazione precedente e dare qualcosa a quella che la seguirà. Prima a provvedere al cibo erano i cacciatori, oggi siamo raccoglitori, dice il film. Prima palchi di cervo a ornare il salotto, oggi l’orto urbano sul tetto di casa. Prima fucili a pallettoni e grasso animale, oggi misticanza autoprodotta.

Il problema è che affamate nel film non sono solo le pance, bensì come dice il titolo i cuori. Per questo il nutrirsi e il nutrire non è questione di filiera corta e di gruppi d’acquisto, bensì di antropologia dell’atto alimentare. E il film di Saverio Costanzo illumina questo atto nel momento in cui esso passa dall’essere una pretesa sovrana su una vita da uccidere per nutrirne un’altra all’espressione del dubbio che una strada diversa possa darsi. Quando l’atto alimentare diventa metafora di una relazione, di un rapporto d’amore, di un mondo al quale tendere rigettandone un altro e tutto da costruire con i ferri del bricolage. Quando l’atto alimentare è metafora di una generazione nutrita da carnivori dissipatori che invece sceglie per i propri figli una via diversa, anche a costo di farli morire di fame.

La psicosi connessa all’atto alimentare che diventa il tema del film non ha la sua origine nella serra orticola presumibilmente poco bio piazzata sul tetto di un immobile nel pieno delle polvere sottili metropolitane. Né nella convinzione che si possa essere vegetariani già fin dalla nascita o che si possa crescere in salute anche senza antibiotici. La psicosi sta in quel gesto alimentare che si chiude nella pretesa di autosussistenza, nell’autoinganno di poter formare un tutto genuino al riparo dalla contaminazione. Nello spazio riservato e privatizzato e dunque sicuro di un nucleo famigliare, certo più bello e simpatico, più easy e senza corna appese al camino, ma pur sempre un tutto dalla forma di famiglia.

La psicosi sta allora nel modello famigliare securitario e poco cambia che si passi dalla sicurezza del fucile a quella di un’enclave bio. Entrambi portano a poco di buono. E certo non perché il bio sia equivalente al fucile, ma perché nella famiglia intesa come un tutto di autopreservazione non c’è salvezza. E infatti non c’è nel film, davvero bello, di Saverio Costanzo. Forse perché delle strofe della canzone di Springsteen, Hungry Hearts, il regista sceglie di trascurare quel desiderio di libertà e di gioia che dovrebbe stare in ogni relazione decente, ben prima della sua sicurezza: I went out for a ride and I never went back. Sarà un altro film.