Non c’è più satira

Giorgio Mascitelli

La fotografia, vista in edicola nel torpore depressivo del lunedì mattina, di Berlusconi che stringe affettuosamente una cagnolina apparsa sul suo giornale di famiglia e l’annuncio che la fortunata sarà adottata dal presidente del Milan coronando così il sogno di decine di migliaia di sue connazionali di specie umana mi hanno richiamato alla mente Decimo Giunio Giovenale. Del resto la cagnolina ha ricevuto il nome di Vittoria, secondo fonti giornalistiche, in onore dell’ex ministro Micaela Vittoria Brambilla, già illustratasi per la sua dedizione cinofila e politica in passato.

Giovenale, invece, nella IV Satira racconta di un gigantesco rombo che venne pescato al largo di Ancona e subito regalato all’imperatore Domiziano: il pescatore nel cederglielo gli dice che il rombo stesso si è voluto far prendere per poter essere mangiato dall’imperatore. Almeno il pescatore ha la scusante che se non si fosse comportato così e avesse cercato di vendere il pesce al mercato, sarebbe stato denunciato dai delatori e avrebbe fatto una brutta fine; il consiglio imperiale, riunito in tutta fretta per risolvere il grave problema che non esiste una pentola sufficientemente larga per cucinare un pesce così grande, fa di peggio e delibera che sia fabbricata una nuova pentola. Benchè nella cultura latina il concetto di satira sia un po’ diverso dal nostro, tra i satirici latini Giovenale è senza dubbio quello che più assomiglia a quelli moderni. Il fatto è che non mi è mai riuscito di ridere di questi versi che in realtà sono dominati da una grande disperazione.

Per ridere del riso satirico occorre l’indignazione, e questo si sa, ma anche una vita pubblica che susciti qualche elemento di speranza o meglio una vita pubblica che sia ancora vitale e che crei implicitamente un contromodello o una critica di ciò che viene deriso. Per esempio penso che le più potenti opere di Dario Fo ricevessero una spinta decisiva dalla comune fiducia del pubblico e dell’autore in una prospettiva diversa, che se anche non avrebbe eliminato le ragioni dell’indignazione, perlomeno le rendeva intollerabili. In questo senso il riso satirico è un riso di conciliazione con le ragioni della vita, è il riso di una società in cui si spera oggettivamente di vivere meglio. È dunque un riso collettivo.

Quando la satira non fa più ridere evidentemente queste condizioni non ci sono più; non è mai colpa degli artisti della satira se non si riesce più a ridere perché almeno un autore all’altezza dei tempi c’è sempre o al limite si può ridere del presente attraverso le cose passate. Invece il riso che muore in gola si trasforma in un urlo strozzato, nel rantolo di chi sente di non aver più parte nella commedia sociale. Possiamo perciò affermare che la satira è un indicatore della vitalità di una società non nel senso della libertà di espressione (oggi non abbiamo che poche e circoscritte censure, insomma delle censure chirurgiche come i celebri bombardamenti), ma nelle fiducia di un agire collettivo.

Nella sua satira Giovenale dice di uno dei cortigiani che partecipano al consiglio imperiale per cucinare il rombo che era un cittadino tale da non poter esprimere le libere parole del suo animo: quando non si ha più nulla da opporre a simili cittadini, la satira non c’è più.

Satira

Paolo Fabbri

Mi faccia ridere, dicono. Lo so che sul comico si dicono cose originali e interessanti. Peccato che quelle originali non siano interessanti e quelle interessanti non sono sempre originali. Chissà? Forse sono troppe le parole per designare il (linguaggio, discorso, genere) comico e l'elenco non sarebbe divertente. Uno dei termini di più largo e mediatico impiego è Satira, che proponiamo d'iscrivere - insieme all’anima degli Animali - nella dichiarazione universale dei Diritti dell'Uomo. Dopo qualche chiarimento terminologico.

In primis: la Satira non ha niente a che vedere coi Satiri, divinità boscherecce che infastidivano antichi viaggiatori e insidiavano ninfe. Quindi è legittimo satireggiare chi sia affetto da Satiriasi, cioè prova un'irresistibile ingordigia sessuale. Gli esempi non mancavano e non ci mancheranno. Satira invece, come farsa, si rifà alla saturazione e l'infarcitura. In questa accezione chi ha più cose divertenti da dire, più ne dica e nei modi più diversi. Ma deve dirle grosse. Per esser Satirica la parola comica dev'essere salace, mordace, sferzante, graffiante e mordente. Metter unghie e denti, artigli e zanne alla lingua. Dove questa batte deve far dolere. La Satira scotta: caustico e sarcastico significano il bruciore. Sono semioticamente disponibili parodie e libelli, pamphlet ed epigrammi linguistici, musicali e visivi. Lo scopo è il ridicolo e la caricatura, che vuol dire metterci il carico, andarci giù pesante. Non bastano le giullarate ed è sconsigliato il genere lirico, così soggettivo che non fa male a nessuno.

La Satira inoltre non ha intenzioni di verità; non è buonista, anzi è animata da un'ingiustizia felice: vuol castigare ridendo politica e costumi. Il «vituperio» ha etimologicamente a che fare col «vizio». Tanto per citare: colpisci un politico per educare cento elettori, anche astensionisti! la Satira s'oppone e s'impone in quest'epoca di apologeti, cortigiani ed encomiasti Ma il compito è difficile: i bersagli della parola Satirica in Italia sono già largamente ridicoli e caricaturali per loro conto: un raro, imprevisto caso di auto-Satira. C'è il rischio che prendere in giro il politico - ladro anche quando piove - diventi un distensivo. L'aumento delle vignette e barzellette politiche può anche essere un segno di regime!?

Se il sintomo del comico, la sua prova provata, è il riso, la Satira non può far ridere tutti: almeno uno deve restarci male, farsi il sangue amaro. Quindi, per definizione, il Satireggiatore non può godere d'impunità e deve aspettarsi ritorsioni. Seneca chiamò «zuccone» un imperatore che lo suicidò; Voltaire per avere finto di stupirsi che «una colomba avesse fatto un bambino alla moglie di un falegname», assaggiò, dolendosene, il bastone. Fortunatamente oggi i media procurano ai professionisti del satirico dei fringe benefits, pardon dei vantaggi collaterali, a chi si attira pubblicamente la censura. Incrementando l’audience beninteso. Già, è curioso: chi subisce la censura se l'è meritata, diceva un noto Satirico, Karl Kraus. È necessario usare la lama linguistica più del bastone visivo? Ma c'è il rischio di sfuggire all’attenzione fluttuante dell'opinione pubblica, quella prodotta dai media, magari controllati dal Satireggiato.

Infine. Nella satira, arma dell’antitesi, è questione di forti sentimenti, Quelli del Ricevente: la vergogna e la rabbia del bersaglio; il riso - che è una passione del corpo e della mente - di disprezzo e commiserazione dello spettatore. O quelli dell’Emittente: l’indignazione o l’ira a senso unico del satirico-sarcastico, ben diversa dalla capacità dialogica dell’umorista, che sa giocare di tutte le emozioni. L’umorista preferisce infatti la parodia, che non richiede di schierarsi pro o contro, ma che cita parole d’altri e le problematizza.

Quanto a me, preferisco l'ironia, che, a differenza della Satira devastatrice è costruttiva e talvolta pedagogica. Preferisco il suo sorriso sottile alla risata grassa che risuona attraverso tutti i tubi catodici e le autostrade dell’informazione digitale. Perché è un genere che implica una virtù non universalmente condivisa: l'autoironia. Ah! dimenticavo: l'etimo di ironia è «interrogare». Non reitera le risposte scontate, politicamente corrette, cerca le domande giuste.