Una città del sole

Carlo Antonio Borghi

Nel 1963, Francesco Alziator descrisse Cagliari come la città del sole. Erano i tempi del boom. In quell’epoca Cagliari era anche città del sale e lo rimase fino a quando negli anni ottanta le gloriose Saline di Stato non furono dismesse.

Da questo sole e da questo sale è partita la campagna elettorale per le Regionali del 16 febbraio prossimo. Intanto le campagne sarde sono ancora impastate di fango e macerie lasciate dal nubifragio del novembre scorso. La Sardegna in ginocchio ascolta le intenzioni dei candidati governatori.

Intanto all’antico porto di Cagliari, arriva Luna Rossa, la regina dei mari e dei regatanti d’alto bordo. Cagliari sarà la sua casa, al Molo Sabaudo. Tre anni di residenza in città nel suo cuore portuale, con annessi e connessi di equipaggi, tecnici e strutture di supporto. Dicono che la sua permanenza sarà un valore aggiunto per la Città del sole e del sale e che peserà sulla valutazione di Cagliari come candidata a Città Europea della Cultura nel 2019.

Luna Rossa si preparerà alla prossima Coppa America, all’ombra del vicino santuario di Bonaria, signora protettrice dei marinai e di tutti i naviganti, compresi quelli che solcano le onde col pedalò o sulla moto d’acqua. Nostra Signora di Bonaria è lì dalla metà del secolo XIV, insediata dagli Aragonesi. All’ombra del suo colle si sono esibiti i due maggiori candidati a governatore regionale: Francesco Pigliaru per il Pd e Ugo Cappellacci governatore uscente, per il centro-destra.

Entrambi hanno scelto la Fiera Campionaria Internazionale della Sardegna, per lanciare al popolo i loro rispettivi programmi. Pigliaru lancia il suo monito: Cominciamo il domani. Cappellacci ribatte: Aspettavamo Topo Gigio e si è presentato un asesSoru. Si riferisce al professor Pigliaru che della Giunta Soru è stato assessore alla programmazione. La Fiera è un quartiere cittadino di padiglioni destinati all’esposizione di merci. Apre in maggio in corrispondenza con la plurisecolare sagra di Sant’Efisio martire e patrono dell’isola. Il santo Efisio e la sua sagra si accingono ad entrare nel cosiddetto patrimonio culturale e immateriale dell’umanità. Dicono che anche questo sarà un altro valore aggiunto per la città.

Ci sarebbe da sparare a vista nel mucchio dei benculturalisti e degli assessori alla cultura quando usano e sbandierano l’aggettivo immateriale legandolo alla parola cultura. La cultura da che mondo e mondo è tutta materiale. Intanto Pigliaru la parolina cultura la dispone come ciliegina finale sull’intera torta regionale di prossima spartizione. Un accessorio, un decoro. “Lavoro, disoccupazione, istruzione senza dimenticarsi della cultura” – dice l’economista Pigliaru, salendo in cattedra con il suo piglio di professore. È figlio di Antonio Pigliaru, il grande decifratore dei barbaricini codici della vendetta e della balentia banditesca. Ha sostituito, come candidato, Francesca Barracciu (vincitrice di primarie e indagata per abuso di fondi destinati ai gruppi politici) ma ha tenuto in lista nomi sottoposti a indagine giudiziaria e altri derogati ai quali consentire una terza legislatura.

In questi giorni, per un regolamento di conti interno ad una faida di paese, un pastore padre e un pastore figlio sono stati eliminati a fucilate nel loro ovile. Intanto al porto di città, per ricevere al meglio il veliero Luna Rossa lucidano moli, banchine e bitte. Nello slogan democratico Cominciamo il domani verrebbe da sottolineare l’articolo il. In E se domani di Mina, si sottolineava se. Era il 1964 e il benessere economico cominciava a svanire.

Molti di noi il domani l’avevamo cominciato nel 1968/69. Ora siamo tutti sulla stessa barca ma non è Luna Rossa (arrubia, in sardo) tutt’al più è un traghetto ex Tirrenia. Intanto in questo fronte del porto, gli emigranti rifugiati con in tasca il certificato di asilo politico dormono sotto i portici della palazzata che comprende la sede del Consiglio Regionale. Stretta la foglia larga la via ora a Cagliari ci sono due lune e così sia.

Murales a Karales

Carlo Antonio Borghi

Mentre la Karel punica, la Karales romana e la Kaller spagnolesca concorrono all’investitura di capitale della cultura, in città scompare un grande affresco murale, l’unico della Cagliari moderna e contemporanea. L’opera era firmata da Pinuccio Sciola che, nel 1986, l’aveva pitturata a fresco sull’intonaco altrettanto fresco della facciata cieca di un palazzone nel centro città.

L’aveva intitolata Tre Pietre. Del resto Sciola è noto nel mondo per le sue pietre megalitiche che possono essere mute come menhir o sonore come arpe e violini di pietra. Era alto sei piani quel murale parietale. Gli era stato commissionato da La Rinascente che il suo edificio storico lo mantiene incastonato nella palazzata Novecentesca di via Roma che scorre parallela al porto. Pinuccio Pictor Sciola aveva eseguito l’opera in pochi giorni.

Pinuccio Sciola è stato il propagatore dell’arte muralista in Sardegna, a partire dalla sua nativa San Sperate che dagli anni Settanta è diventata paese museo a cielo aperto. Tutto era nato sull’onda del muralismo messicanista rivoluzionario di maestri muralisti come Rivera, Orozco e Siqueiros. Messico, murales e nuvole in tanti paesi-museo en plein air, Orgosolo compreso.

Il murale cagliaritano di Sciola è andato perso per essere stato smantellato insieme all’intonaco che lo sosteneva, durante il rifacimento della facciata laterale del palazzone. L’affresco prospettava su via Dante, una delle principali arterie della città. La facciata finestrata e balconata del grande condominio prospetta su Piazza Repubblica, nota per l’imponente struttura del Palazzo di Giustizia eretto in forme monumentali postfasciste. Scalpelli e martelli di un’impresa edile incaricata dal condominio dell’esecuzione dei lavori di manutenzione straordinaria, hanno demolito il murale per rifare l’intonaco e ridipingere il prospetto in arancione monocromo.

Il Comune e i suoi funzionari dei Lavori Pubblici e dell’Urbanistica non si sono accorti di nulla. Si sarebbero almeno potuti conservare i calcinacci dell’affresco e farne un cumulo-tumulo in memoria dell’opera perduta. Era un esempio di street-art segnaletica collocata in un punto nodale della giungla d’asfalto e di cemento più o meno a vista. È stato Vito Biolchini giornalista, blogger e commentatore di Cagliari Social Radio ad accorgersene per primo e a fotografare la grande parete obliterata del suo murale. È stato il web a far emergere questo caso di mancata tutela del patrimonio artistico urbano. La cancellazione muratoriale delle pietre muralizzate è dispiaciuta anche a Tex e Kit, ad Asterix e Obelix e a tutti i Flinstones.

Tutti questi sono di casa in scenari rocciosi e in paesaggi di pietra. L’operazione non rientra nei canoni dell’arte che cancella svelando alla maniera di Christo e Isgrò. L’imbarazzata giunta di sinistra si è scusata con Pinuccio Sciola e ha rilanciato proponendogli di replicare il murale su un muro urbano da trovare.

Lui ha declinato proponendo a sua volta di affidare il murale a giovani street-artist. Capita a Cagliari, dove solo da pochi mesi il Comune ha deliberato di apporre su un muro di città un’iscrizione lapidea per Antonio Gramsci: Istruitevi, perché avremo bisogno di tutta la vostra intelligenza. È l’antico muro ex conventuale dietro il quale Gramsci aveva frequentato il Liceo Classico Dettori, dal 1908 al 1911.

Tra Sardegna e jazz

Mario Gamba

Strano che l’unico festival jazz italiano di livello internazionale si svolga in un piccolo povero paese del Sulcis, in Sardegna. Si parla di festival jazz con un’idea musicale dignitosa, non di un baraccone di musiche varie di successo come è da tempo Umbria Jazz. Strano ma vero.

Da 28 anni a Sant’Anna Arresi, provincia di Cagliari, arrivano a fine agosto, per una decina di giorni, musicisti di punta americani (di preferenza) ed europei. Jazzmen per niente mainstream, per quanto è possibile in questo campo, oggi, non essere risucchiati in una sorta di corrente principale pur tenendo aperta la porta della ricerca.

A meno di agire esclusivamente in circoli underground di improvvisazione totale (e si tratta di circoli, anche italiani, non solo rispettabili ma importanti). Per trovare in Italia jazzmen di punta presentati come protagonisti non si deve cercare nei festival, estivi o no, ma nelle rassegne diluite nei mesi che si tengono in club non clandestini come sono Area Sismica a Forlì o il Centro d’Arte degli studenti a Padova. Oppure si ascoltano come ospiti curiosi, come squisitezze, nei festival tipo Bergamo (l’anno scorso Craig Taborn, quest’anno Peter Evans e Mary Halvorson) e Vicenza (quest’anno Henry Threadgill).

Invece a Sant’Anna Arresi sono protagonisti. Un festival esterofilo quello intitolato Ai confini tra Sardegna e jazz? No. Resiste saggiamente al nazionalismo dilagante nell’ambiente del jazz italiano. Il motivo conduttore è il fattore distintivo del festival sardo. In genere nelle ultime edizioni si preferisce l’omaggio a un grande scomparso. Omaggio critico, omaggio «nel divenire». Dopo Don Cherry e Albert Ayler è toccato quest’anno (22-31 agosto) a Sun Ra di essere indagato per gli stimoli nuovi che la sua musica può suscitare.

Nessun tono commemorativo, quindi, ma ricerca di altre strade da percorrere sulla scia di quelle planetarie di uno dei più straordinari inventori della musica del ‘900. Sfavillante, inquietante, estremo, impuro. C’era un lato sperimentale della musica di Sun Ra, c’era un lato di ritrovamento dello stile swing, c’era un lato circense sostenuto da coreografie che oscillavano tra il magico e il pacchiano. Tutti sono stati illustrati nello straripante show conclusivo del festival: il concerto della Sun Ra Arkestra diretta da Marshall Allen.

Ha 89 anni, Allen. Sassofonista. Suona con la stessa feroce energia di un tempo i suoi assoli ultra-free (è entrato nella compagine di Sun Ra nel 1958), forse più dettati da una appassionata routine che da una speranza di novità. Ha voluto continuare a far vivere il defunto leader e si è messo a capo di una sapiente, orgiastica, big-band. Come coordinatore di questa Arkestra nel concerto a Sant’Anna Arresi ha puntato su una semplificazione affascinante del composito idioma sunraiano.

Ha fatto bene, anche perché nelle folate di swing alla Fletcher Henderson con qualche punta di Ellington, persino, non ha trascurato di inserire le sortite «informali» (furiose) nel linguaggio di quella che fu l’avanguardia jazzistica degli anni ’60 e ’70, votata a una complessità vitalistica. Il risultato è stato che – dopo un ballabile Smile, dopo capriole sul palco dei musicisti ovviamente bardati con sgargianti costumi tra l’antico egizio e l’astrale, secondo i dettami del loro antico maestro - il finale con l’inevitabile Space is the Place è parso nuovissimo e ha convinto tutti.

In termini musicali limitati la sintonia con Sun Ra è stata accennata durante il festival con l’uso ricorrente di un tempo «afro-beat» coniugato nei più svariati modi con tocchi elettronici. Si è rinvenuto questo «leitmotiv strutturale» nella musica di strada degli United Vibrations («non c’è spazio/non c’è tempo/c’è solo qui/c’è solo ora», hanno cantato) come nella elaborazione raffinatissima di una musica minimale ipnotica del trio Natural Information Society diretto da Joshua Abrams, a conti fatti il momento più importante della rassegna.

Nel caldissimo set dell’ensemble di Dimitri Grechi Espinoza (quando scegliere in Italia vale la pena…) animato dai recitativi musicalissimi di Amiri Baraka, il celebre LeRoy Jones, poeta e militante rivoluzionario. Nei curiosi scapestrati Talebam! che fanno avant-rock e lo fondono col free più avanzato e originale del trombettista Peter Evans.

Nei tre concerti (un festival nel festival) di Rob Mazurek, trombettista e compositore: in trio (Sao Paulo Underground), in quartetto (Pulsar Quartet), in orchestra (Exploding Star Orchestra), ritratto di un artista eclettico, colto, conoscitore delle tradizioni, da Roy Eldridge a Miles Davis, ed esponente della «seconda ondata» del jazz di Chicago, autore di tante belle pagine nelle quali si cercherebbe invano la radicalità.

 

Pecora in cappotto

Carlo Antonio Borghi

I Sardi, fin dal tempo dell’invenzione del fuoco e della pietra sbozzata, la pecora la cucinano in cappotto. Viene bollita dentro una grande marmitta, insieme ad abbondanti patate e cipolle.
A volte capita che al posto di un pentolone o di un marmittone usino un mezzo scaldabagno recuperato da una discarica. Oltre a patate e cipolle non può mancare il pomodoro secco, pirarba in sardo. Le patate consigliate sono patate di montagna.

A fine cottura uno spesso strato di grasso ricopre il contenuto del pentolone. Sarà spesso come un coperchio e andrà estratto ed eliminato. Aldilà di tutta la carne risulta sempre un ottimo modo di cucinare le patate bollite. Preferibili le patate di Gavoi, patria del pecorino denominato Fiore Sardo e sede del Festival Letterario Isola delle Storie. La pecora tosata e macellata ad arte cuoce per tre ore. Gli intenditori consigliano la pecora nera sarda e in particolare quella pascolata in località Funtanazza-Arbus dai Fratelli Lampis.

La pecora in cappotto si può cucinare in casa con parti selezionate di pecora sistemate a bollire in pentola a pressione, con le sue patate, le sue cipolle, il pomodoro secco, il mirto e l’alloro. Con il brodo di risulta si possono cuocere capellini o spaghettini da scolare e ricoprire di pecorino grattuggiato (su succu). Queste carni ben si adattano al solito Cannonau ma, volendo cambiare, si può passsare ad un Bovale, un Cagnulari o un Nieddera, corposi rossi autoctoni.

L’estate è la stagione perfetta per questo bollito di Sardegna, dove in agosto si susseguono sagre specializzate con bicchierate postprandiali di bicicletta nuragica: tre parti di acquavite fileferru e una di mirto bianco. Chiedere ai Giganti Prama, per credere. Il cappotto della pecora in cappotto, non è quello di Gogol ma è la mastrucca tipica del pastore barbaricino. Cucinata in casa, la pecora in cappotto emanerà un intenso profumo (afrore) che resterà attaccato alle pareti, per giorni e giorni.

Dalla Sardegna con Bobore

Carlo Antonio Borghi

In Sardegna, nessuno parla più dei giganti nuragici di Monti Prama, Sos Zigantes di pietra alti oltre due metri. Tutti parlano e scrivono di Graziano Mesina ex re del Supramonte intercettato e pescato con le mani nel sacco e nella bisaccia, piene di sostanze stupefacenti. I giganti sono lì, internati nel centro conservatorista e benculturalista di Li Punti, borgata di Sassari. Sono lì, internati e ricoverati, in attesa di qualche turista che varchi la soglia del Museo, dopo aver varcato il mare sulle costose navi della Tirrenia. Loro sono arcieri, pugilatori, scudieri e spadaccini ma non hanno mai fatto del male a nessuno, né si sono mai riuniti in associazioni per delinquere o per sequestrare possidenti come ai tempi della Anonima Sequestri.

Tutti hanno detto di Roberto Saviano che ha pontificato, in affollati reading a Cagliari e Nuoro, di Graziano Mesina e di certi traffici negli ovili sardi. Fatti di cronaca nera misti a destrutturazioni etno-demo-antroposociologiche. I Giganti ci capiscono poco. Hanno altro a cui pensare e vorrebbero darsi da fare per riportare a galla la povera Sardegna finita nella disperazione profonda della crisi. Lorsignori giganti sono fatti di solida, cocciuta e sarda pietra arenaria ma sono così sensibili, a fior di pelle scolpita, che avvertono tutte le scosse telluriche che attraversano l’Italia e la sua schiena appenninica.

Sentono anche le scosse sismiche più piccole nonostante si trovino piazzati in Sardegna, terra asismica e granitica per eccellenza. Eppure di loro non si parla. Per fortuna c’è Bobore, gigante parlante per grazia ricevuta da una magica e sinuosa restauratrice. Intanto Grazianeddu prende i suoi pasti in cella. Molti uomini politici e d’affari ci tenevano a mettersi a tavola e in mostra con lui, in qualche locale stellato in costa più o meno Smeralda. Il gigante Bobore è il portavoce del popolo dei giganti (8/9° secolo a.c. – Cabras – Oristano - ora con fissa dimora a Sassari) ed è l’unico, tra 25 esemplari, capace di aprire bocca e di muoversi come un’automa. Bobore in sardo è Salvatore e nella sua precedente vita trimillenaria si chiamava Urgurù.

Scrive Bobore in un comunicato stampa intestato Centro di Conservazione e Restauro Li Punti: Noi Giganti Prama che abbiamo avvistato i primi Fenici che sbarcarono in Sardegna, non potevamo credere ai nostri occhi quando abbiamo visto Mesina Graziano e graziato che usciva dal carcere. Era l’inizio del 1°decennio del 3°millennio d.c., 2800 anni dopo la nostra epoca di bronzo e di ferro.

Quell’uomo sovrappeso portava un borsello appeso alla spalla. Un bandito che era stato un mito non poteva ripresentarsi libero con un borsello in mano. Ci caddero le braccia, così che dovettero riattaccarcele al busto con ripetuti restauri. Non c’è mai da fidarsi di un uomo in borsello, bandito o piazzista che sia e infatti eccoci qua con la primula rossa di Orgosolo di nuovo in gattabuia. Speriamo ora che si torni a parlare di noi statue giganti che per essere statue veniamo prima dei Kouroi e delle Korai elleniche. Ora metto su Agente 007 – dalla Russia con amore.

Era il 1963 e Grazianeddu, più o meno ventenne, già sparava pistolettate e fucilate e si specializzava in clamorose evasioni. Un giorno o l’altro, appena tutti noi giganti riprenderemo l’uso delle gambe, proveremo a fuggire da questa Casa di Sorveglianza e di Restauro. Il vero dramma è che la peste suina africana infesta il Supramonte e il Gennargentu. Carcasse di maiali e di cinghiali dappertutto, a putrefare. La Trichinellosi è in agguato e può colpire anche gli esseri umani, come già capitato in quella Orgosolo che ha dato i natali al bandito che diventò un mito. Siamo tutti da restaurare… non vi pare?!

 

Bellas Mariposas volano

Michele Emmer

“Dovevo nascere pesce”. Il silenzio, il mare azzurro, la profondità, galleggiare, andare a fondo, lasciarsi andare, finalmente, del tutto, dimenticare, sognare. “Quando nuoto dimentico casa quartiere futuro mio babbo il mondo e mi dimentico mi piace guizzare sotto il pelo dell’acqua e uscire ogni tanto a respirare e guardare il sole che scintilla sulle ondine di maestrale e abbaglia sulle onde di levante che ti succhiano in basso mi piace giocare con le onde allungarmi perché mi portino in alto e mi buttino in un gorgo scivolargli sotto combattendo il risucchio e quando il mare è come ieri piatto mi piace ascoltare nell’acqua il rumore del mio respiro che esce e entra ogni tre bracciate”.

Il modo di pensare, il modo di esprimersi mentalmente cambia, non utilizza più il linguaggio delle periferie di Cagliari, pensa e sogna in italiano. È felice, serena, nel suo elemento, con le parole che l’autore dei dialoghi le ha messo in bocca. Sergio Atzeni non ha mai pubblicato Bellas Mariposas, il racconto che è uscito per la prima volta nel 1996, dopo che il suo autore il 6 settembre del 1995 era stato ucciso dal mare in Sardegna a Carloforte, sbattuto sugli scogli.

Il racconto in prima persona di una ragazza ancora bambina, che sta crescendo, in una periferia immaginaria di Cagliari, Santa Lamenera, che dovrebbe essere il quartiere di San Michele, in cui Atzeni aveva vissuto da giovane. Una ragazza che vive in un mondo di degrado e abbandono, la cui giornata è segnata dagli incontri con personaggi privi di speranze, dimenticati, abbandonati. E sono soprattutto uomini i personaggi senza futuro, senza capacità di reazione, senza capacità di mutare e di mutarsi, il cui unico interesse è un ossessione malata per il sesso. “I maschi sono così la minca è il pezzo più importante”.

Lei li vede, per primo il proprio padre pezzemmerda, il proprio fratello che si droga, l’altro ossessionato dalle donne, ma è una ragazzina, che riesce a essere un pesce che da questa acqua melmosa riesce a mantenersi fuori, a divertirsi, ad avere sogni, ad avere speranze, ad essere giovane, che pensa al futuro. Divertendosi con la sua amica del cuore Luna che “ha sempre in mente idee di azioni”, per sentire che sono vive, che non stanno accettando quello che le circonda, che sanno osservare, senza voler giudicare ma certe che loro sono e saranno diverse. Che il futuro è loro.

Un libro allegro, divertente, con invenzioni linguistiche sorprendenti, scritto come un dialogo della protagonista che si chiama Caterina, Cate, che vuole diventare una rockstar, “dopo che sarò rockstar sceglierò l’uomo”. E il libro è diventato un film, che verrebbe da dire quasi ovviamente, non ha avuto distribuzione, pur avendo partecipato a diversi festival e ricevuto premi, comprese le due straordinarie protagoniste che sembrano essere loro a dettare le regole del film, loro a scandire i tempi, loro a parlare con gli spettatori, mantenendo per quanto possibile sia la lingua scritta di Atzeni sia il dialogo della protagonista. È la loro vitalità, il loro sguardo di non illuse ma di persone mature che sanno che saranno padrone del loro destino. Perché ragazze che saranno donne. Tanto gli uomini sono solo minca.

“Cate è una voce narrante, ed io ho voluto rispettare, finché è stato possibile, l’idea di un personaggio narrante e protagonista, che quasi si rivolge agli spettatori. Per il resto credo che il film rispetti l’andamento picaresco di Atzeni. Quanto ai dialoghi, ho cercato di rimanere fedele alle parole del libro, senza farne un feticcio. Mi rendo anche conto che ci saranno tantissime persone che giudicheranno il film in base al tasso di fedeltà al romanzo e alle sue parole. Ma un regista deve pretendere che si giudichi il film autonomamente” ha dichiarato Mereu, regista e sceneggiatore del film dallo stesso titolo.

Film di cui ha dovuto improvvisarsi anche distributore visto che ad un anno della presentazione al festival di Venezia nessuno lo voleva distribuire. Fortunatamente ora a forza di insistere, in alcune sale, poche ancora, il film si può vedere. E lo merita proprio perché Mereu è riuscito a far percepire quasi fisicamente questo straordinario entusiasmo giovanile che rende la storia, il film, una commedia piena di sorprese, di divertimento, pur trattando di una situazione tragica. Un film vitale come le sue protagoniste, semplice ma allo stesso tempo profondo nel delineare i personaggi che non decadono quasi mai nel male oscuro delle commedie italiane, il macchiettismo.

Un film che meritava di essere visto e che speriamo grazie agli sforzi del regista e del passa parola degli spettatori riesca a far arrivare questo piccolo film, uno dei migliori film italiani della stagione, in tante sale per essere visto. Che la peggior condanna per un film, per un regista, è che il film non sia visto. Ma solo giudicato magari anche positivamente in festival del cinema. E sono delle farfalle loro due, le protagoniste del film. “Le nostre labbra sembrano farfalle ho risposto. Anche noi sembriamo farfalle. Luna ha detto Bellas Mariposas. E ci siamo addormentate.”

Bellas Mariposas, regia e sceneggiatura Salvatore Mereu, con Sara Podda e Maya Mulas, con Micaela Ramazzotti, Davide Todde, Luciano Curreli, Marina Loi, produzione Viacolvento, Rai Cinema, Italia, 2012

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Su Re

Carlo Antonio Borghi

A pustis de tanti dolore Issu torrata luchere, e cun Issu su mundu. Con queste parole si chiude Su Re, l’ultimo lungometraggio di Giovanni Columbu. Parole profetiche da Isaia, dette dal sardista Michele Columbu, padre di Giovanni, scomparso un anno fa. Tradotte dalla limba sarda barbaricina quelle parole suonano così: dopo tanto dolore, Lui è tornato Luce e con Lui il mondo.

L’intero film è in limba, così come lo era il precedente lungometraggio del regista, Arcipelaghi (2001) tratto dall’omonimo romanzo di Maria Giacobbe. Se fosse rimasta traccia riconoscibile di una lingua e di una scrittura nuragica databili al Secondo Millennio prima di Cristo, Giovanni Columbu l’avrebbe messa in bocca ai suoi attori non professionisti. In mancanza di quella, ci pensa Sa Limba a dare corpo e suono doloroso a tutto il film.
Su Re è il Re dei Re, il Messia, il Salvatore, il Figlio dell’Uomo protagonista del Nuovo Testamento e dei suoi quattro libri chiamati Vangeli, sinottici e panoptici. Le azioni di persecuzione, condanna e crocifissione sono ambientate nel paesaggio livido e spigoloso dell’interno della Sardegna.

Panorami brulli, carsici e lunari dove, a volte, pare non esserci possibilità di vita e di storia. La narrazione risulta altrettanto indurita e tagliata con l’accetta, per sfrondarla da ogni superfluo. Il film parte dall’epilogo: la Crocifissione. Gesù diventa Cristo. Vento e silenzi sono con Lui. Anche il regista, a modo suo, diventa un Cristo con la macchina da presa caricata sulle spalle, come fosse una croce. Della storia tutti da sempre conoscono la trama, la premessa veterotestamentaria e l’esito. Tutti conoscono il movente, i mandanti, l’arma del delitto e gli aguzzini, eppure è sempre una vicenda che appassiona e buca lo schermo trapassandolo come può fare un chiodo ribattuto nel legno di quella stessa croce.

Dopo il passaggio ai Festival di Torino e Rotterdam, Su Re è uscito in prima nazionale a Cagliari e dal 28 di Marzo è distribuito sugli schermi italiani dalla Sacher di Nanni Moretti. L’occhio di Giovanni Columbu ha scavato nella pietra di calcare del Monte Corrasi dove si consuma la Crocifissione. Altrettanto scava tra le pietre di basalto squadrato di un Nuraghe dove si svolge il capitolo processuale del Sinedrio. La sua Ultima Cena, ambientata in una casupola, è la più magra e la più povera che si sia mai vista in tutta la Storia dell’Arte.

Il Cristo e il Creato. Questo è un Cristo sardo che si muove in un Creato altrettanto sardo. Una Teologia della Visione e forse della Liberazione alla maniera di quei missionari che camminavano il Nuovo Mondo con il Vangelo in una tasca e il Capitale nell’altra tasca o in bisaccia. Su Re, il Re dei Re, sullo schermo è Fiorenzo Mattu. Ogni schermo a fine proiezione diventerà una Sacra Sindone, ma sarda.