Il nuovo Portrait di Joyce, o la parola che si fa acqua

james-joyceEnrico Terrinoni

«Tradurre Joyce non significa semplicemente tradurre dall’inglese in un’altra lingua. Significa tradurre da un inglese plasmato sull’irlandese in un’altra lingua». Sono parole tratte dalla brillante, informata, sapiente postfazione all’ultima edizione di A Portrait of the Artist as a Young Man di James Joyce, firmata da Franca Cavagnoli che ne ha curato anche la traduzione.

Iniziamo col notare che finalmente viene restituito al romanzo il proprio titolo in tutta la sua interezza. Conosciuto a lungo infatti – dopo la bella ma per molti versi curiosa traduzione di Cesare Pavese – semplicemente come Dedalus, il libro di Joyce ha visto anche edizioni italiane in cui cadeva l’articolo indeterminativo iniziale. Una colpa primordiale, la sua assenza. Quella «A» è una tessera fondamentale del mosaico: serve a restituire il misto di universalità e individualità di questo bildungsroman tra i più importanti del Novecento. Una «A» che, come quella imposta al seno di Hester Prynne nella Lettera scarlatta di Hawthorne, qui si imprime sulla narrazione a significare tante cose, tra cui l’Assoluto, ma anche una nuova Aleph, l’inizio inesorabile di una storia che si dipanerà poi nell’Ulisse (altro libro attento alle lettere, tanto da iniziare e finire con la «S»: una sorta di simbolo dell’infinito a metà, e per giunta orizzontale). E una storia che poi avrà modo di dissolversi persino nel libro definitivo di Joyce, il Finnegans Wake.

A dare il senso della continuità tra queste tre opere – una continuità che passa proprio per Ulysses tramite la triade di personaggi che in qualche modo «completa» il singolo protagonista di A Portrait – basti un semplice trittico di parole nella prima riga del Wake. Qui, dietro un’apparente indicazione spazio-temporale («past Eve and Adam») si nasconde proprio la trinità laica dell’Ulisse, di cui il libro precedente, A Portrait, era il trampolino di lancio. Infatti, «past Eve and Adam» può anche esser letto: «Pa [papà] + Steve [Stephen Dedalus] and a dam [e una dama – dama in tutti i sensi]». Insomma, chi altri se non Bloom, Stephen e Molly, che pure nel Wake non compaiono se non come ombre? E neanche in A Portrait; eppure sono già là, per quanto in absentia. Bloom, genitore putativo di Stephen che un padre però ce l’ha e si chiama, anche in A Portrait, Simon (come il padre della Chiesa e sua «pietra» portante); Stephen, che nei pochi mesi narrativi tra la fine di A Portrait e l’inizio di Ulysses sembra perdere di slancio teorico e poetico, e piombare in un abisso di insustanzialità; e infine Molly, la grande invenzione di Joyce, che in Ulysses contempla persino l’ipotesi di irretire sessualmente il giovane Stephen.

(Il lettore scuserà questa lunga ouverture intertestuale, quando sarebbe forse stato meglio tuffarsi sin da subito nel testo; ma davvero non si capirebbe a fondo il segno del magnifico romanzo incentrato sulla figura di Stephen Dedalus se non lo si collocasse all’interno di una cornice molto più ampia, quella dell’opera-vita di James Joyce.)

La nuova traduzione, attentissima al dettaglio – perché sappiamo bene che è proprio lì che risiede il diavolo –, è condotta da una studiosa dell’autore irlandese che già in passato si è confrontata con la duttilità sfuggente, eppure esatta, definitiva della prosa di Joyce, avendo reso in italiano il difficilissimo Giacomo Joyce per le edizioni Henry Beyle qualche anno fa. Cavagnoli, non nuova dunque a sfide di questo calibro, sa bene che per tradurre Joyce non basta «dire quasi la stessa cosa», perché l’ambiguità della sua lingua non è solo un artificio retorico, ma un vero e proprio atto politico. Un’irlandesizzazione dell’inglese, per così dire. Come nel vecchio adagio diplomatico per cui «voi (inglesi) ci avete dato la vostra lingua, noi (irlandesi) vi abbiamo dato la vostra letteratura».

Con l’ultimo libro che scrisse, Joyce disse di «aver messo a dormire il linguaggio». Con A Portrait, invece, lo risveglia da un lungo sonno, quello del romanzo realista con cui vuole chiudere i conti, perché il genere non si sarebbe occupato di una buona parte della realtà: l’invisibile, la mente. Ma, lasciando per ora stare la mente, sarebbe opportuno specificare di quale linguaggio e di quale veglia stiamo parlando.

Come tutti gli irlandesi che si rispettino, Joyce manipola l’inglese a suo piacimento in mille modi: sintatticamente, dal punto di vista lessicale, ma soprattutto plasmandolo per rendere a parole l’indicibile. Questo accade con la tecnica epifanica di A Portrait, con l’introspezione di Ulysses, e infine con la deflagrazione di ogni struttura linguistica nel Wake, un testo in cui la coppia edenica di cui sopra, Adam and Eve, diviene nientemeno che Atoms and Ifs, atomi e possibilità. Nientemeno che una versione atomistica del Genesi.

Ma una simile tecnica, affine a quella trascendentale del violinista Paganini, è già presente in nuce anche in A Portrait. E questo fin dalle prime righe, quando ad esempio il narratore, o chi per lui, inventa la parola onomatopeica moocow (che a ben vedere potrebbe anche essere un gioco con l’italiano: una sorta di pronuncia anglofonata della parola mucca; come avviene nel Wake dove trightyright – altra parola inventata – può essere l’italiano tradirai pronunciato all’inglese, ma anche un fantomatico Treaty right, ovvero un’allusione ironica a un qualche diritto – right concesso a mo’ di mancia agli irlandesi dagli inglesi, dopo avergli diviso l’isola in due, con il trattato – Treaty del 1921).

Vale la pena, a questo punto, leggere per intero le prime righe di questa nuova musicalissima traduzione, per afferrare il senso dell’operazione condotta da Cavagnoli: «C’era una volta, ed era una gran bella volta, una muccamuuu che veniva giù per la strada e questa muccamuuu che veniva giù per la strada incontrò un bambino tanto carino che si chiamava Baby Tuckuuu…». Un inizio da fiaba, in tutti i sensi. Joyce dà prova, nell’originale, di saper adoperare gli stilemi linguistico-letterari, anche i più semplici, come «un bambino che accarezza l’erba», diceva MacLuhan; e Cavagnoli lo segue su questo tracciato, alla ricerca di un equiparabile canto, di simili echi evocativi. Echi che, senza cali di stile e tensione, accompagnano lungo la storia narrata da Joyce.

La lettura del romanzo ci conduce a lidi che dal fiabesco sono distanti se altri mai. Veniamo condotti infatti in un ricco college gesuitico; poi si torna a casa per le feste di Natale e assistiamo a una magnifica e tragica cena di famiglia; si viene in seguito portati all’inferno con i sermoni di Padre Arnall del terzo capitolo (modellati su quelli del «nostro» Padre Pinamonti); si transita attraverso le prime tempeste e tumulti sessuali; e si giunge infine a disquisire di estetica attingendo alle teorie dell’Aquinate. Questi i principali snodi del plot, attorno ai quali poi si annidano le subitanee epifanie o rivelazioni momentanee e inaspettate del senso delle cose. Un rimescolio di tecniche che spingono lontano il lettore attento alla parabola joyciana, fino ai capitoli più sperimentali di Ulysses, ad esempio, dove le tematiche appena accennate ricevono il ruolo di protagonista in vari luoghi: il linguaggio bambinesco nel tredicesimo episodio, quelli infernale e sessuale nel quindicesimo, quello teologico nel secondo ma un po’ dappertutto, e così via ad libitum.

Insomma, Joyce scrisse in vita un solo romanzo, che va da A Portrait a Finnegans Wake; ma a voler essere arditi potremmo persino considerare l’opera precedente, Dubliners, come la prima pietra di quell’architettura, dal momento che ad esempio molti dei personaggi nel libro ritorneranno in seguito. Tuttavia, data anche la distanza temporale tra la stesura delle prime due opere (anche perché tra loro si colloca lo Stephen Hero – incompiuto, accantonato, e riscritto), e vista invece la relativa contiguità tra la seconda e le ultime due, è più facile considerare A Portrait come il vero biglietto da visita del Joyce romanziere.

Tradurre quindi il primo tentativo dell’irlandese con il più inglese dei generi, il novel, è impresa da far tremare le vene, i polsi, e anche altro – soprattutto se teniamo presente l’inevitabile confronto perlomeno con la traduzione di Pavese, che nel bene e nel male resta un monumento della cultura italiana. Ma, come si sa, le nuove traduzioni non servono a scalzare quelle vecchie. Sono nuovi atti d’amore che possono coesistere con quelli passati. La traduzione è una sorta di famiglia allargata, in cui l’amante convive con i coniugi. Questo perché, in fin dei conti, nessun amante forse è quello definitivo. Secondo Freud, per ogni coppia che fa l’amore ci sono sempre almeno quattro persone nel letto: gli amanti materiali, e quelli presenti nei loro pensieri.

La traduzione talvolta non si limita, come accennavo più su, a «dire quasi la stessa cosa», ma ambisce a dirne proprio un’altra. Questo non nel senso trito e sbiadito della troppo spesso citata infedeltà; perché semmai, come spiegava Renato Poggioli, per un traduttore è meglio «essere fedele senza sembrarlo». In realtà, le traduzioni agiscono su un piano che è parallelo a quello degli originali. Un piano traslato, per così dire, e non a caso uno dei sinonimi di tradurre è proprio traslare. Riposizionare, ricollocare, rendere utile per altre persone e in altri modi. È amare in contesti altri, e infine arricchire lo spazio di arrivo, la destinazione; perché una traduzione, soprattutto di una grande opera, ambisce sempre a parlare a occhi e orecchi nuovi, aspira a trovare il proprio posto in culture «tenute a distanza» da quelle di partenza.

Ma, a ben vedere, qualche tratto comune tra le traduzioni di Pavese e Cavagnoli sembra esistere. Più che affinità, parlo di una voce di fondo che pare riaffacciarsi, un’attenzione per la prosa elegante e fluida, quella del Cardinale Newman cui soprattutto si ispirava Joyce. Valga a dimostrare quest’affermazione la resa (che nel caso specifico non segnala affatto un arrendersi) di alcuni stralci da uno dei passi più memorabili del libro, l’epifania della ragazza sulla spiaggia, dove persino le ripetizioni, volute, cercate, cullate, compongono trame di mare increspate dal vento: «Era solo e giovane e ostinato e aveva un cuore selvaggio, solo in mezzo a una landa di aria selvaggia e di acque salmastre e a una messe marina di conchiglie e viluppi e velata luce grigia del sole e figure vestite di leggerezza, vestite di gaiezza, di bambini e ragazze e di voci infantili e ragazzine nell’aria. | Davanti a lui in mezzo all’acqua una ragazza, sola e immobile, guardava verso il mare. Sembrava che la magia l’avesse tramutata in un uccello marino singolare e bello. Le lunghe gambe snelle e nude erano delicate e pure come quelle di una gru, eccetto là dove una traccia smeraldina di alghe si era plasmata in un segno sulla pelle. Le cosce, più piene e di una tinta delicata come l’avorio, erano nude quasi fino ai fianchi […] Sola e immobile, guardava il mare; e quando avvertì la sua presenza e l’adorazione dei suoi occhi, gli occhi della ragazza si volsero verso Stephen in quieta sopportazione del suo sguardo, poi ritrasse quieta gli occhi e li chinò verso il ruscelletto, muovendo dolcemente l’acqua qua e là con il piede».

In queste righe fluenti si nasconde tutto lo spirito della lezione di Joyce. L’elevazione del profano a sacro e viceversa, la trasmutazione della materia in immateriale, la finale simbiosi tra l’uomo e quel che lo circonda, in una discordia concors o coincidentia oppositorum in cui l’attrito trascolora e la lingua diviene marea. È esattamente quello che avverrà nel Wake, dove il verbo si farà fiume; e A Portrait è una lettura imprescindibile per giungere ai lidi lontani della sfida finale lanciata da Joyce agli orizzonti e alle limitazioni del linguaggio. Questa nuova traduzione è un ponte che tende verso quei lidi: un ponte solido e infinito, un ponte gettato verso il bellissimo vuoto che gli occhi stanchi di Joyce, a metà degli anni Trenta – dunque a quasi un ventennio dall’uscita del Portrait – avevano, a suo dire, già fissato intensamente da quasi mezzo secolo. È l’intenso vuoto della parola: una word che si fa void, e nell’abbraccio col mondo (world) diventa woid nel Wake.

Di questa prospettiva abissale, ma ancora in fieri, ci informa il romanzo di Stephen Dedalus, e il lettore italiano è invitato ancora una volta a scrutarne i misteri, grazie a una traduzione che ha il merito di lasciare davvero poco sul campo, e di apparire ispirata dalla lezione joyciana assai più di altre in passato.

James Joyce

Un ritratto dell’artista da giovane. Edizione integrale

Feltrinelli, 2016, 282 pp., € 9,50

Oggi a Milano, all'interno di Bookcity (Scuola Interpreti e Traduttori Altiero Spinelli, via Francesco Carchidio 2, ore 16.30), si terrà un incontro intitolato Da Joyce a Joyce e organizzato in occasione dell’uscita delle nuove traduzioni di Un ritratto dell’artista da giovane (Feltrinelli), Finnegans Wake (Mondadori) e Lettere e saggi (Il Saggiatore) di James Joyce. Saranno presenti gli autori delle traduzioni: Franca Cavagnoli, Fabio Pedone, Sara Sullam ed Enrico Terrinoni.

Su Alice Munro

Intervista di Sara Sullam

Già traduttrice di un’altra grande “signora del racconto” – Flannery O’ Connor – Marisa Caramella ha fatto conoscere Alice Munro al grande pubblico dei lettori italiani. E nel 2013 ha curato il Meridiano dell’autrice canadese.

Il Nobel alla Munro è il primo Nobel al Canada. Pensi sia un dato significativo?
Io non credo tanto al Nobel al Canada. Nel 2003 ho accompagnato John M. Coetzee a ritirare il premio a Stoccolma: durante la cena mi sono ritrovata seduta accanto all’addetto culturale del Canada e gli ho chiesto subito: “Perché non Alice Munro?” Lui mi ha risposto che prima c’erano Mordechai Richler e Margaret Atwood, molto più conosciuti e popolari, mentre la Munro era troppo schiva; insomma l’avrebbe difficilmente avuto..

E invece…
E invece il Nobel è arrivato: sicuramente ci sono state pressioni, anche se non quelle della “lobby” canadese. In fondo, nel 2009 era già stata insignita di un premio importante come il Man Booker International Prize.

Però in lizza c’era Philip Roth
Roth scrive benissimo: se ti interessano le sue storie, però. E se ti interessa lui. Le scene di sesso sono così aliene! Trovo sciocche le accuse di misoginia ma Roth è troppo spesso autoreferenziale, mentre la Munro è il contrario, parla a tutti.

Perché?
Perché la sua scrittura funziona come la memoria: tira fuori cose che di solito affiorano in tutti noi, che però ignoriamo, e che comunque non siamo capaci di mettere insieme. E questo viene fuori anche dalla sua immaginazione, non dalla sua realtà vissuta: la realtà serve per cominciare, poi la l’immaginazione si scatena e la Munro attinge a cose che ha dentro. E che riesce a comunicarci. La realtà storica, sociale non le interessa, la lascia agli scrittori di sesso maschile. Lo dice lei stessa in una delle prime interviste. Quello che le interessa è la realtà “marginale”.

È per questo che non ha mai scritto un romanzo?
Non so se abbia mai davvero voluto scrivere un romanzo. Ci ha provato, gli editori glielo hanno chiesto. Il tentativo è stato Lives of Girls and Women: ma non è un romanzo. I suoi non detti sono difficili da mettere in un romanzo: diventa noioso. Se si inizia a dare una scansione cronologica a storie come le sue che cosa viene fuori? La storia di un divorzio faticoso con le bambine che restano con il padre: si può benissimo presentare tre famiglie diverse per allargare il contesto, ma alla fine che cosa si ottiene più che con un racconto?

E il Nobel alla Munro, fin nella motivazione – “maestra del racconto breve contemporaneo” – è anche un riconoscimento a un genere letterario. Bisogna risalire al 1910, al Nobel del teorico della novella Paul Heyse, per ritrovare un precedente simile. Eppure – almeno da noi – i racconti brevi rimangono un genere di minore successo, da cui spesso gli editori rifuggono.
Vero; anche se va detto che la Munro scrive racconti lunghi. In America il genere gode di maggiore successo: basta pensare a Flannery O’Connor, a Raymond Carver, e tanti altri, ma nessuno ha preso il Nobel. Munro però ha una produzione sterminata, e non fa che migliorare.

E non a caso è approdata nei Meridiani. Il volume da te curato è uscito con un tempismo perfetto. Ti aspettavi già il Nobel?
Sì, me l’aspettavo già l’anno scorso, e tremavo perché il libro non era ancora pronto!

Come hai selezionato i racconti? La maggior parte appartengono alla fase più tarda della scrittrice.
Ho cercato di scegliere una quantità equa di racconti delle prime raccolte; quelli che mi piacevano di più, ma soprattutto quelli che hanno conosciuto un’evoluzione in racconti successivi. Questo è importante: per esempio “Botte da re” viene ripreso in Dear Life, diventa un piccolo memoir. E poi da Il sogno di mia madre la Munro diventa molto più brava, non c’è dubbio.

Quindi c’è anche un giudizio di valore
Certo. Lei migliora tantissimo da quando torna nella sua terra, l’Ontario, da quando lascia Vancouver e le figlie – scelta difficile, certo. Gli ultimi dieci anni della sua produzione sono diversi dagli altri. In ogni caso è difficile scegliere: la Munro si sarebbe meritata due Meridiani, per dare conto di tutta l’opera, ma c’era urgenza di pubblicare.

Nell’introduzione al Meridiano ti soffermi a lungo sul rapporto, in Munro, tra scrittura e geografia.
È la cosa che mi interessa di più. In Canada non ci sono altri “scrittori geografici,” tranne la Laurence. Mavis Gallant – che è bravissima – scrive di Parigi o della Guerra Mondiale, che ha vissuto. Richler avrebbe potuto scrivere ovunque, Robertson Davies anche. Lo stesso vale per gli scrittori di lingua francese. E poi non esiste un’epopea della frontiera canadese, che pure c’è stata: del Canada come continente e come geografia non ha scritto nessuno tranne, in parte, la Laurence.

Mentre nella Munro il Canada è molto presente: non tanto negli spaccati sociali, ma nel paesaggio, nella sensazione che ti dà. Non a caso è sposata a un geografo, con il quale ha approfondito le conoscenze che già le aveva trasmesso il padre raccontandole le origini geologiche del continente: in questo senso il ritorno in Ontario ha rappresentato una svolta. Non credo che esista uno scrittore bravo che non si ancori nella sua geografia, anche immaginaria. Ma deve essere radicato da qualche parte.

E tu hai fatto mettere radici alla Munro in Italia.
Sì, l’ho proposta io a Einaudi. Serra e Riva, La Tartaruga ed e/o avevano pubblicato già alcuni racconti, in parte a cura di Oriana Palusci. Poi la sua agente volle cambiare editore e mi propose The Love of a Good Woman (Il sogno di mia madre) e Hateship, Friendship, Courtship, Loveship, Marriage (Nemico, amico, amante).

Allora lavoravo alla Einaudi, che secondo me era il marchio giusto per un’autrice come questa. Ed è stato un successo, anche grazie alla traduzione di Susanna Basso, che è in perfetta sintonia con lo stile della Munro. Poi è arrivata la recensione entusiasta di Pietro Citati. La Munro ha spiccato il volo. E ora, finalmente, è arrivato il Nobel.

Alice Munro
Racconti
Mondadori - I Meridiani (2013), pp. CXVI - 1840
a cura di Marisa Caramella
traduzione di Susanna Basso
65, 00