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Giorgio Mascitelli

La querelle sull’eliminazione dell’italiano dal biennio specialistico della facoltà d’ingegneria del Politecnico di Milano si è arricchita di un nuovo episodio lo scorso 23 maggio con l’annullamento da parte del TAR della delibera delle autorità accademiche in virtù dell’accoglimento del ricorso degli oppositori.

Questa vicenda non è un banale scontro tra umanisti e tecnici o tra provinciali e globalizzati, ma ha una sua centralità paradigmatica (e forse non solo paradigmatica) nella ridefinizione dei rapporti tra università e società in Italia e più in generale nell’uso sociale dei saperi. Che le cose stiano così è dimostrato dall’insofferenza con cui alcuni hanno accolto la forma della sentenza, prima ancora del suo contenuto, da parte di un tribunale dello stato perché è diffusa la convinzione che i grandi soggetti di tipo privato debbano trovare la loro autoregolazione attraverso accordi di governance e arbitrati non statali piuttosto che con uno strumento universalistico quale le leggi.

Da questo punto di vista, è indicativa la dichiarazione di uno dei docenti favorevoli all’eliminazione dell’italiano che spiegava che il corso della storia non può essere fermato dal Tar, quasi che i finanziamenti alla sua facoltà arrivassero da questa anziché dallo stato. Implicita in questa dichiarazione è l’idea che l’università abbia uno spazio sociale completamente autonomo dal luogo in cui ha sede e che il suo vero ambito sia quello virtuale delle classifiche, dei convegni e dei progetti internazionali.

L’università rivendica così di essere una multinazionale del sapere che può delocalizzare simbolicamente e linguisticamente come vuole perché non è più un’articolazione della società italiana né tanto meno del suo stato sociale. In questo senso la rivendicazione di autonomia non ha un significato di tutela della libertà della ricerca dai condizionamenti del potere politico, ma piuttosto una ridefinizione del suo statuto all’interno della nuova gerarchia reale dei poteri che sono sovranazionali e impolitici.

In fondo non è una novità, ma un ritorno alle origini medievali, quando l’università godeva dell’immunità dalla giurisdizione del sovrano. A suo tempo il rettore del Politecnico Giovanni Azzone aveva giustificato la scelta dell’eliminazione dell’italiano con la necessità di “formare capitale umano di qualità” nel quadro di un’economia ormai globalizzata. Si tratta di una definizione che ha il pregio della chiarezza anche lessicale e che da sola rende ragione di quel processo per cui “le università sono diventate soggetti attivi sul mercato, vendendo i loro servizi alle imprese e ai governi…” (Wallerstein).

Pertanto se il mercato è globale, l’università ne accoglie le priorità, anche se non coincidono con quelle della società: detto in soldoni, se la priorità delle autorità accademiche è quella di competere sul mercato internazionale della formazione fornendo ingegneri a tutto il mondo, quelle della società italiana, che sarebbe di avere ingegneri per le proprie esigenze, possono passare in secondo piano. Il che, sia detto en passant, ha come effetto collaterale di rendere poco appetibile l’investimento pubblico nell’istruzione.

È interessante notare che l’obiezione degli oppositori delle autorità accademiche, che imporre delle lezioni in inglese in un’università popolata perlopiù da docenti e studenti italiani significa ridurre la ricchezza culturale e scientifica delle stesse, non abbia trovato risposte di sorta. È come se il contenuto effettivo dell’insegnamento fosse secondario rispetto alle sue forme per i sostenitori dell’eliminazione dell’italiano.

Mi sembra che questo sia un indizio di un salto di qualità in quel processo, descritto a suo tempo da Lyotard con il nome di condizione postmoderna, di validazione performativa del sapere. La performatività in questa nuova fase si autonomizza perfino dal sapere stesso, venendo feticizzata in segno autonomo a discapito della stessa organizzazione razionale della trasmissione della conoscenza.

Per dare un contenuto concreto a questa formula astratta, voglio ricordare quanto mi disse un giovane giurista di ritorno da un master di una prestigiosa università statunitense: il valore di ciò che aveva appreso non poteva essere disgiunto dalla possibilità di esibire la tessera di old fellow della suddetta prestigiosa università e dal patrimonio di conoscenze e accessi privilegiati che essa portava con sé. Si tratta indubbiamente di un nuovo mondo che avanza, ma chi si ricorderà di come funzionava quello antico, quello di quando c’erano forche e sovrani per parafrasare il poeta, capirà anche il funzionamento di questo.

 

Dagli all’untore

G.B. Zorzoli

Il classico dagli all’untore sintetizza al meglio l’effetto della sentenza di condanna a sei anni per i membri della Commissione Grandi Rischi, rei di mancata previsione. L’edilizia illegale, tollerata. La mancata applicazione delle norme antisismiche da parte dei costruttori, che ha fra l’altro provocato il crollo della Casa dello studente e la morte di nove studenti. Chi doveva controllare che fossero rispettate e non l’ha fatto. I tre condoni edilizi, approvati da governi e assemblee parlamentari. L’accurata ricerca del CNR, che negli anni Settanta aveva individuato gli interventi da effettuare sull’edilizia allora esistente (incluso il patrimonio storico) per metterla in sicurezza sismica: sarebbero bastati 25 miliardi di euro, adesso saliti a quasi il doppio per far fronte ai successivi scempi edilizi, ma la ricerca è finita in qualche polveroso archivio. Il mancato, periodico addestramento della popolazione, come si usa fare altrove in zone di rilevante sismicità. Tutto questo passa in sottordine: i morti si potevano evitare (non i danni materiali, in particolare dei beni di valore artistico-culturale), se la Commissione Grandi Rischi avesse avvertito per tempo la popolazione aquilana.

Non credo però che i giudici abbiano scientemente emesso un verdetto di colpevolezza per fornire un alibi ai troppi colpevoli degli effetti disastrosi di un sisma di notevole intensità, ma di per sé gestibile. All’errore – perché di errore si tratta – ha certamente contribuito la visione mitica di una scienza ben diversa da quella reale, descritta con immagini efficaci da Karl Popper: “la scienza non posa su un solido strato di roccia… È come un edificio costruito su palafitte… e il fatto che desistiamo dai nostri tentativi di conficcare più a fondo le palafitte non significa che abbiamo trovato un terreno solido. Semplicemente ci fermiamo… quando riteniamo che almeno per il momento siano abbastanza stabili da sorreggere la struttura”. Descrizione che massimamente si applica alla sismologia, ancora incapace di previsioni affidabili.

Non si tratta però soltanto di limiti culturali soggettivi. Presupposto del pensiero unico è la riduzione ad assiomi, quindi non contestabili in quanto di validità assoluta e astorica, dei modelli interpretativi del mondo fisico, dei sistemi economici, delle dinamiche sociali, ecc., che vanno dalla formalizzazione matematica di quelli fisici fino all’astrazione puramente concettuale di quelli filosofici. Modelli che, per definizione, semplificano realtà troppo complesse per essere integralmente recepite al loro interno. Quindi perfettibili per via evolutiva o attraverso drastici cambiamenti di paradigma.

Di tutti i settori della conoscenza il sapere scientifico è quello che meglio si presta alla Weltanschauung che il pensiero unico cerca di imporre. Della sua oggettività assoluta sono convinti molti di coloro che quotidianamente lo praticano, figuriamoci gli altri. Se qualcuno contesta l’utilizzo al servizio del pensiero unico di questa idea della scienza, è pertanto un oscurantistica, da emarginare; se il colpevole è un uomo di scienza, certamente nasconde intenzioni riprovevoli. È la versione aggiornata del malcapitato che nell’URSS staliniana non raggiungeva gli obiettivi fissati dal piano quinquennale, per definizione infallibile: colpevole come minimo di essere venuto meno ai propri doveri, spesso consapevole sabotatore delle magnifiche sorti del proletariato, la condanna a una lunga detenzione nei lager era il meno che gli potesse capitare. Se chi si occupa di sismi non prevede luogo, giorno e intensità di un terremoto, dagli all’untore.