Arte e carbone, arte e acciaio

Andrea Fiore

Il passaggio da cultura rurale a realtà industriale ha maturato nel Mezzogiorno importanti trasformazioni antropologiche. È possibile, in questo modo, parlare di mutamenti che seguono due direzioni: le trasformazioni ambientali, che intervengono nella conformazione fisica di un territorio e quelle di natura sociale, legate ai cambiamenti scaturiti dalle nuove necessità collettive.

I luoghi simbolo di questo cambiamento in Puglia sono le aree che comprendono la grande acciaieria di Taranto e la centrale termoelettrica a carbone di Cerano. Dalla violazione della costa di Cerano, agli ulivi secolari che «cadono come burattini di legno» per costruire il mostro d’acciaio a Taranto – immagini che compaiono nell’unico numero della rivista Res Publica (1979) di Eugenio Carmi – i due stabilimenti hanno sostituito l’arcaico paesaggio rurale con la grande macchina industriale. Un cambiamento nel passato sinonimo di progresso, ora eredità di distruzione.

L’ILVA e il complesso termoelettrico di Cerano sono due esempi rilevanti di agenti esterni che hanno portato in un territorio un violento cambiamento sociale. Le storie legate a questi due complessi solo la testimonianza di come possa una società prevalentemente rurale trasformarsi attraverso un massiccio processo di industrializzazione, inizialmente accolto come un’opportunità di riscatto economico e sociale, poi, con il tempo, rivelatasi un male per l’economia e per la salute degli abitanti.

Cerano (Brindisi) - Foto di Sandro Mele
Cerano (Brindisi) - Foto di Sandro Mele

Tutto questo segna in maniera decisiva anche l’impegno e la sensibilità di alcuni artisti. Presso le Manifatture Knos a Lecce, uno spazio sperimentale nato dalla riqualificazione di una vecchia scuola di formazione per operai metalmeccanici, sono presentati i lavori di Sandro Mele e Gianluca Marinelli, in un’esposizione curata da Francesca De Filippi.

I progetti dei due artisti pugliesi s’incontrano nell’impegno sociale, rendendo evidente la necessità di indagare, attraverso le arti visive, i mutamenti avvenuti nei due siti industriali più grandi in Puglia. Sandro Mele, che è «da sempre impegnato nel coniugare il linguaggio delle arti visive con un autentico impegno sociale e politico», in questa occasione si concentra su un’indagine relativa al territorio di Cerano, collaborando attivamente con il movimento No al Carbone nella performance intitolata C’erano anche loro.

Un altro lavoro presentato nell’esposizione da Mele è Raccontami di Cerano; un progetto che analizza le condizioni degli abitanti di Cerano segnate da drammatici problemi ambientali e dal cambiamento sociale dovuto alla presenza di una forte industrializzazione che coesiste con un’agricoltura riadattata.

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Mele si fa testimone del disagio di un territorio, le cui origini del male sono spazzate via dalla presenza del colosso termoelettrico. Il video intitolato l’Ambiente audio-cinetico di Antonio De Franchis documenta la storia dell’artista e operaio dell’Italsider, che, dopo una singolare esperienza di arte cinetica (probabilmente Antonio De Franchis è l’unico artista cinetico in Puglia), abbandona la sua produzione artistica per l’impossibilità di sostenere i costi della produzione di opere. Molte opere saranno distrutte dallo stesso De Franchis, altre cancellate dal tempo.

Proprio attraverso questo tipo di riflessioni Marinelli riflette sul senso di precarietà a noi contemporanea. Il filmato PLA 2 è invece un found footage di numerose pellicole di propaganda realizzate dall’Italsider tra gli anni Sessanta e Settanta; testimonianze di una violenta rivoluzione culturale e sociale avvenuta nel territorio tarantino. L’esposizione presso le Manifatture Knos rappresenta una possibilità di comprendere meglio alcuni processi artistici che collimano con la storia sociale di un territorio, attraverso l’impegno degli artisti che affrontano temi di grande attualità.

Due domande poste agli artisti concedono la possibilità al lettore di comprendere, attraverso le parole degli stessi autori, gli intenti che guidano i loro progetti.

Il suo percorso artistico è caratterizzato da un forte impegno politico e sociale; quanto è importante per lei la presenza di alcuni gruppi, come No al Carbone, sia nello sviluppo che nell’esecuzione del suo lavoro?

Sandro Mele: In ogni mio progetto mi affianco a testimoni o movimenti coinvolti in prima linea, nelle situazioni e nei fatti che ho scelto di raccontare. Nei miei progetti non potrei fermarmi a quello che leggo o quello che è riportato dai media, spesso con grave approssimazione, per me è necessario approfondire e conoscere direttamente gli argomenti che analizzo. In realtà ho già condiviso un progetto nel 2010 con il gruppo NO AL CARBONE, in occasione della mia video installazione Raccontami di Cerano. Sposo la loro lotta, anche per ragioni che mi legano alla mia terra, difatti la performance C'erano anche loro è un mio omaggio al loro coraggio. Raccontami di Cerano descrive la realtà contadina del brindisino che scompare soprattutto a cause legate alla centrale a carbone, una faccenda complessa e mal gestita che continua a provocare gravi danni.

Nel suo lavoro emerge la necessità di coniugare lo studio delle fonti documentarie con le arti visive; perché necessario elaborare secondo più livelli di lettura un’esperienza come quella di Antonio De Franchis o altre raccontate nei suoi progetti?

Gianluca Marinelli: Nella vicenda di De Franchis si intrecciano molti temi a me molto cari: l'oblio, l'assurdo, la volontà di essere di essere presenti al proprio tempo. Mi interessa, in genere, tutto ciò che va al di là della ricerca di taglio filologico. Studio materiali d'archivio, spesso inediti, ma ritengo fondamentali gli aspetti relazionali che nascono dall'incontro con la gente e tutte quelle dinamiche che irrompono nell'indagine, coinvolgendo la mia storia personale. Una ricerca che si configura come carattere mobile, senza alcuna presunzione di offrire una lettura definitiva.

 

The American brothers

Tiziana Migliore

Vivere in un mondo altamente informatizzato non è detto sia un bene. Il rumor impedisce la concentrazione; cerca il luccichio dell’evento, non vuole acume. Che cosa abbiamo capito dei cambiamenti in Fiat dall’anno dell’alleanza con Chrysler? È curioso, ma il nostro rapporto coi mass media ricorda la relazione fra i politici italiani e la società: pratica dell’ascolto distratto e di una parola sputata, unilaterali. L’annuncio dura pochi secondi, come uno spot che vende un nome o un marchio. Spentosi il clamore, l’informazione, placida, torna nel sommerso. Sensazioni, non contenuti. Poi ci chiediamo perché i programmi elettorali abbondino di slogan – democrazia, diritti, libertà – e manchino di idee concrete per inverarli…

Un artista ex carpentiere, Sandro Mele, studia le condizioni di lavoro nelle odierne fabbriche. Fino al 16 marzo, a Venezia, la galleria Michela Rizzo ospita la sua lettura del modello Fiat, The American brothers. O quando è arte, perché restituisce l’esperienza da un punto di vista, de-automatizzandola (tratto che non è tipico dei mass media). Il resto sarebbe bene chiamarlo effimero. La focalizzazione del tema è interna. Filmati, disegni, fotografie e pitture raccontano, con adesione identitaria, i rischi di implosione di una strategia. Fra i dipinti c’è un doloroso rilevamento. L’epitaffio “Art. 1. L’Italia era una Repubblica democratica fondata sul lavoro”, sovrascritto in marron sull’enunciato bianco “Per i diritti di chi lavora Lotta di classe”, funziona per connessione con garze sovrapposte a carte da imballaggio. Fiat e Chrysler, divenuti fratelli, sperimentano una stretta parentela, senza prole. Si ritiene che l’industria possa stare sul mercato barattando i suoi utili con il benessere dei propri dipendenti, e dunque con il credito che ha presso di loro. Quanto a lungo?

Sandro Mele, The American brothers
Sandro Mele, The American brothers (allestimento)

La mostra, a cura di Raffaele Gavarro e con gli interventi di Ennio Colacci per le basi musicali e Roberto My per i video, è una variante estesa dell’opera di Mele Fratelli d’Italia (2011), un box di manganelli tricolore, deputati alla cultura del controllo e della prevaricazione. Ora The American brothers sembra destituire, insieme alla bandiera, i diritti sanciti nella Costituzione. Eppure, di prove che l’efficienza non sia direttamente proporzionale a un alto numero di cassintegrati, Mele ne ha fornite. Anzi, ha cominciato a interessarsi al problema da un caso virtuoso, quello della FaSinPat (Fabrica Sin Patrones), messo in forma nella mostra speculare Lucha (2010). FaSinPat è un’impresa di ceramiche argentina chiusa nel 2001, a seguito di un’ondata di licenziamenti, e acquisita dagli operai, che con l’avvio di un’autogestione, hanno invertito la tendenza negativa e si sono espansi, sino a finanziare la costruzione di una clinica pubblica. Non si è verificato in Italia.

Riattivando lo spazio della galleria, l’artista installa il visitatore davanti a un paradosso: nel corridoio d’entrata, a sinistra campeggia un gigantesco ritratto frontale di Gramsci, a carboncino (Antonio Gramsci). Gli occhi sono coperti da un rettangolo bianco, una benda sui cui è inscritto, a caratteri tipografici, il motto “ogni movimento rivoluzionario è romantico per definizione”. È lui ad aver respinto i tentativi di Agnelli di assorbire in Fiat il gruppo dell’“Ordine Nuovo”, che “sosteneva un ‘americanismo’ accetto alle masse operaie” (Quaderno 22, 1934, p. 2146). Gramsci, e Pietro Mosso (Carlo Petri), non contestarono mai i processi di razionalizzazione e più perfette organizzazioni del complesso aziendale, ma intervennero contro la proposta della Fiat di gestione in forma cooperativa. Temevano che la classe operaia sarebbe diventata “un appendice dello Stato borghese” (Quaderno 1, § 57 nota 5, pp. 2500-2501).

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Sandro Mele, Storyboard

Per ideologismo, ignaro delle conseguenze. La parete opposta, verso dove mira Gramsci, accoglie uno Storyboard a strati di disegni a tempera e carboncino, con figure e calligrafie di protesta: adiuvanti (falce e martello, megafoni, amplificatori) e opponenti (spranghe, bavagli neri). In mezzo a teste mozzate e a bocche zittite, di nuovo Gramsci con la benda, priva della frase. Era un combattente il destinante e sanzionatore della lotta nella gigantografia. A lui tocca riconoscere lo status quo; a noi la variabile maggiore, la ritorsione delle scelte (non) prese allora. La esemplifica, in fondo al corridoio, la foto beffarda dell’operaio con la felpa FIOM e la maschera di Marchionne (Unfair Play). Un’immagine “mitica”, ardua conciliazione di contrari (Lévi-Strauss). Fiat, oggi, è un corpo disarmonico: la Società per Azioni che interessa a Marchionne conquista l’America, con il titolo Chrysler e una newco olandese quotata in Borsa. Quanto a lungo? L’azienda manifatturiera, per cui l’Italia era apprezzata e che sta a cuore agli operai, precipita negli stabilimenti nazionali, ma trasloca in Polonia, in Serbia e in Cina.

Nelle altre sale le testimonianze video di un metalmeccanico anonimo, di un giornalista, Paolo Griseri, e di un responsabile FIOM, Giorgio Airaudo, esprimono il disagio della convivenza fra culture che non pensano il lavoro nello stesso modo. A Griseri e Airaudo si devono due stimabili analisi per Einaudi, rispettivamente La Fiat di Marchionne (2012) e La solitudine dei lavoratori (2012). Fiat, per trasformarsi, ha risanato Chrysler, che ha finito con l’imporre le sue ricette di funzionamento: l’impegno a non scioperare. Una stranezza esotica divenuta clausola di responsabilità del nuovo contratto aziendale. La mostra convince che non si forza un’impresa di uomini, italiani o stranieri, a oscillare come Piazza Affari. E lascia col dubbio se non fosse stata meglio l’“appendice dello stato borghese” ieri dell’organo espianto oggi.