Il nuovo volto del populismo

G.B. Zorzoli

Suona maledettamente obsoleto definire populista “qualsiasi movimento politico socialistoide, diretto dall’esaltazione demagogica delle qualità e capacità delle classi popolari”, come si ostina a proporre il Devoto-Oli. Dopo Mussolini e Hitler, che hanno entrambi messo al centro del loro regime dittatoriale il rapporto diretto con il “popolo” - scelta diametralmente opposta al carisma cercato da molti autocrati del passato attraverso la separatezza assoluta, l’invisibilità, - la parola populismo ha tendenzialmente assunto una connotazione “di destra” (di qui, per esempio, il ritegno di molti, a sinistra, a utilizzare populismo per definire il regime peronista).

Nei fatti l’etichetta “populismo” viene oggi appiccicata a qualsiasi movimento che contrappone all’autoreferenzialità della classe politica (il berlusconiano teatrino della politica, Grillo scatenato contro i politici incapaci e corrotti), ma anche alle oligarchie economiche e finanziarie (i “poteri forti”), le virtù naturali del popolo, per definizione turlupinato, ma incorrotto e ricco di tutte le virtù civiche. Perché un’operazione del genere abbia successo, è essenziale un leader dotato di potere personale e di carisma, in grado quindi di appellarsi periodicamente alle masse, scavalcando istituzioni e forme di rappresentanza delegata.

Chiunque fosse il destinatario dell’etichetta, la parola ha però continuato a conservare la sua connotazione sostanzialmente negativa. Per questo motivo, si esita a definire “populista” il modus operandi di papa Francesco. Eppure, come altrimenti si potrebbe descrivere il suo continuo scavalcare le gerarchie ecclesiastiche, annunciando in diretta al mondo intero le sue determinazioni, e stravolgere i rituali e le misure di sicurezza alla ricerca del contatto personale con la folla?

Le critiche a una chiesa troppo mondana, ai porporati che preferiscono lusso e privilegi, mentre “in un mondo in cui la ricchezza fa male, noi dobbiamo essere coerenti con la povertà”? Il suo rifiuto di vivere nell’appartamento papale? Le parole da uomo della strada con cui esprime i suoi concetti? Dal “a me fa male quando vedo una suora o un prete con la macchina ultimo modello" fino alla straordinaria definizione di “cristiani da pasticceria” per coloro che non si comportano come suggerisce l’esempio di san Francesco?

A completare il quadro, la popolarità, perfino la simpatia verso il suo modo di essere e di agire di una parte rilevante degli opinion leader non credenti, provano che papa Francesco è senza dubbio dotato del carisma necessario perché il populismo si inveri. Si potrebbe obiettare che al rapporto con la gente di papa Bergoglio manca l’altra caratteristica fondante ogni populismo., La critica alla “mondanità spirituale” che, secondo lui, contraddistingue una parte rilevante delle gerarchie ecclesiastiche, è infatti accompagnata da un monito, altrettanto forte, alla gente comune: la “mondanità spirituale minaccia ogni persona”.

“È l’idolatria, fatta di vanità, prepotenza, orgoglio, sete di denaro, indifferenza”. Si tratta però di una diversità, rispetto alla retorica del popolo buono che contraddistingue degli altri populismi, imposta dall’a priori dell’uomo peccatore, che regge l’intera Weltanschauung giudaico-cristiana. Nel linguaggio della fisica, è una transizione vietata.

A confermare che terreno fertile per il populismo sono i periodi di crisi istituzionali (il berlusconismo si manifesta con la fine della Prima Repubblica, il grillismo con il tramonto della Seconda), la sequenza di scandali - dai preti pedofili, allo IOR, ai Vatican leaks – accompagnata da non più occultabili scontri interni ai vertici vaticani, ha creato i medesimi presupposti, ma in linea di principio la potestà attribuita al pontefice e l’obbligo di obbedienza da parte di tutti i cattolici, in primo luogo della gerarchia ecclesiastica, rendevano non obbligato il ricorso al populismo.

Se il papa ha optato per questa soluzione, non l’ha fatto soltanto per ragioni caratteriali, come vuole farci intendere la vulgata dei media. È segno evidente del logoramento del potere papale, a tutto vantaggio di una burocrazia vaticana, al pari delle altre autoreferenziale.

La sfida di papa Francesco è appena incominciata e nessuno è in grado di sapere come andrà a finire. Certamente un risultato l’ha già ottenuto: la connotazione negativa di “populismo” è diventata meno credibile. Cambiamento semantico che, per tornare alle piccole faccende di casa nostra, giocherà a favore di Matteo Renzi nella sua corsa verso la leadership del PD.

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Christian Caliandro, L'orrore

Militare con dolcezza

 Federica Tummillo

Di recente, nel suo blog, Dario Fo ha riportato l’attenzione sul suo monologo Lu Santo Jullàre Françesco, messo in scena per la prima volta nel 1999. All’indomani dell’elezione di papa Bergoglio, Fo ripropone una fabulazione che presenta l’agiografia insolita di un Francesco d’Assisi rivoluzionario, e si augura che anche il nuovo papa si ispiri «al vero San Francesco».

Sin dalle sue prime rappresentazioni, il vero Francesco ricostruito da Fo è stato considerato da molti un falso storico. Eppure vale la pena soffermarsi su questo monologo, perché ciò che l’artista mette in luce è che la tradizione agiografica e iconografica, a partire da San Bonaventura da Bagnoregio, ha “sbiancato” l’immagine del santo: da un lato, contribuendo a creare nell’immaginario collettivo una figura mite e docile che parlava con gli uccelli, dall’altro, mettendo in secondo piano la portata rivoluzionaria del suo messaggio, che proponeva il ritorno alle radici del Vangelo. E se è vero che Francesco d’Assisi prediligeva l’exemplum alla predica, ciò non toglie che egli si servisse anche delle sue doti giullaresche per comunicare con il suo auditorio, a volte composto da migliaia di persone. Ecco che Fo, giullare premio Nobel, non può fare a meno di operare una proiezione mimetica di se stesso in colui che de toto corpore fecerat linguam, come scriveva Tommaso da Celano.

La particolarità di questo personaggio, rispetto ad altri incarnati da Fo, è che in lui trova uno spazio privilegiato la parola poetica, che esprime l’amore incondizionato per la vita e le cose del mondo e ne celebra, al tempo stesso, il carattere transitorio. Per costruire un Francesco che militi, ma con dolcezza, Fo ha messo in atto quel processo di distruzione e ricomposizione di cui sempre si è servito per creare i suoi spettacoli e che può essere definito come il gioco della catastrofe.

Un tale gioco è presente in questo monologo all’ennesima potenza, dalla scelta delle situazioni alla scrittura drammaturgica, dall’indagine storiografica alla costruzione dei personaggi. Il fondale dipinto da Fo per lo spettacolo ne è la sintesi visiva: uno scenario apocalittico popolato da un caos di corpi e oggetti, in un ribaltamento tra il cielo, abitato da esseri che nuotano, e la terra, colpita dal terremoto. Al centro, Francesco protende il proprio corpo verso il caos e, come un direttore d’orchestra, si pone all’unisono con uomini, animali, elementi architettonici che crollano.

Il tremmàmoto (ovvero il terremoto, nello pseudo dialetto napoletano coniato da Fo) è la costante che attraversa la fabulazione. A due anni dal terremoto che colpì Assisi, il 26 settembre 1997, Fo sembra aver incamerato la catastrofe durante la gestazione dello spettacolo per farle avere, sulla scena, altri esiti possibili oltre quello della fine.

È un tremmàmoto l’abbattimento delle torri di Assisi, al quale partecipa il giovane Francesco durante la guerra tra Assisi e Perugia, così come lo è quello del sogno di Innocenzo III, quando Francesco salva la Chiesa dal suo crollo imminente. Terremoto, infine, è la parola del santo, che a Bologna tiene una vera e propria arringa per esortare i bolognesi a fare pace con i vicini di Imola, con i quali erano in guerra. In questo caso, Fo non menziona il terremoto, ma è interessante notare che esso è presente in una delle fonti francescane da lui consultate, ovvero la testimonianza di Tommaso da Spalato della concione che il santo tenne a Bologna il 15 agosto 1222. Questo testo si apre, infatti, con la cronaca di un terremoto verificatosi nel nord Italia che viene paragonato all’effetto della parola di Francesco d’Assisi, che sconvolge l’uditorio e lo porta a riappacificarsi.

Così, tra terremoti reali e metaforici, il Francesco ricostruito da Fo attraversa la vita facendo delle scelte, rigenerandosi ad ogni tappa del suo cammino, portando avanti con forza e tenacia un progetto di comunità, imparando che spesso, «per farsi ascoltare dagli uomini con attenzione, bisogna parlare agli uccelli».

Lu Santo Jullàre Françesco tesse una fitta rete di rimandi tra storia, microstoria, fabulazione e pittura, in un gioco che mostra come la catastrofe sia solo un evento tra tanti, una tappa che si attraversa. Chissà se Fo si riferiva al gioco della catastrofe parlando di papa Bergoglio: non si tratta, in effetti, di un Francesco che viene dalla fine del mondo?