Interférences #2 / Volodine in Italia e la questione dei generi

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Andrea Inglese

Non tutte le mode letterarie vengono per nuocere, anzi. Che ci siano ancora mode letterarie prova che c’è ancora qualcosa che si chiama letteratura, in grado di distinguersi, magari sottilmente, magari in modo discontinuo, dal semplice mercato editoriale e dai suoi criteri di gradimento. Antoine Volodine (romanziere francese) è stato scoperto in Italia, il dato è ormai incontrovertibile, ed è stato naturalmente scoperto nei paraggi dei lettori, traduttori, editori e scrittori italiani più attenti e curiosi (nel 2013, per Clichy Undici sogni neri e Scrittori; nel 2016, per 66thand2nd Terminus radioso e per L’Orma Angeli Minori). Per chi frequenta con una certa regolarità la letteratura francese, Volodine è una vecchia conoscenza. Nel mio caso, ad esempio, non posso esibire l’entusiasmo di chi è fresco di scoperta, ma trovo interessante riflettere sui motivi che fanno sì che un autore straniero importante, dopo essere stato a lungo ignorato, acquisti nell’universo italiano un’importanza particolare, sposando desideri e movimenti a volte profondi del campo letterario. È fenomeno ben noto dei dialoghi culturali: il Volodine tradotto in italiano e commentato con golosità, parla non solo di se stesso e della letteratura francese degli ultimi 25 anni, ma parla anche di noi, della letteratura italiana, dei suoi slanci e delle sue fragilità.

Cominciamo con una constatazione: i tanto vituperati poeti, che nessuno legge e capisce, che se ne stanno come avanzi del Diciannovesimo secolo in circoli autoreferenziali, ebbene costoro ne fanno, ogni tanto, anche una giusta. Andrea Raos e il sottoscritto, facemmo qualche segnalazione in pubblico tra il 2005 e il 2006, su Nazione Indiana, per dire che, mentre tutti elucubravano anche sulle virgole di Houellebecq, magari un terzo di quell’energia filologica la si poteva dirottare su un autore come Volodine. Non si pretendono qui vacue primogeniture, ma si ragiona su certe sordità non tanto interculturali, ma interne al nostro campo letterario. Un dialogo un po’ più serrato e frequente tra poeti e romanzieri farebbe molto bene ad entrambi. Tanto più che, nel caso specifico di Volodine, noi poeti ce ne interessavamo non solo come lettori critici del romanzo, ma anche come scrittori che si armavano per ampliare i confini di ciò che, in Italia, veniva considerata la poesia. (Di lì a poco, infatti, Raos ed io finimmo, insieme a Broggi, Bortolotti, Giovenale e Zaffarano, col proporre l’anomalia letteraria di Prosa in prosa – collana Fuoriformato, Le Lettere, 2009 –, ma quella è un’altra storia, un’altra interferenza franco-italiana.)

Su Nazione Indiana aprì le danze Raos, pubblicando una traduzione pirata tratta da Lisbonne, dernière marge, uscito nel 1990 da Minuit – spero per lui e per me che le traduzioni fatte gratuitamente, per sola passione e interventismo culturale, cadano in prescrizione dopo dieci anni, almeno come succede per i reati di corruzione. Lisbonne è un libro importante nella prolifica opera di Volodine, segna infatti la fuoriuscita dal malinteso della letteratura di “genere” – i primi quattro romanzi dell’autore escono da Denoël in una collana di fantascienza “Présence du futur” – e l’approdo alla “letteraria” Minuit. Nell’evocazione che l’autore fa dei propri esordi letterari, vi è qualcosa che ricorda le vicissitudini del nostro Antonio Moresco: per una quindicina d’anni Volodine spedisce dattiloscritti alle case editrici e subisce rifiuti. La prima pubblicazione, Biographie comparée de Jorian Murgrave del 1985, introduce finalmente lo scrittore nel mondo letterario, ma dalla porticina di servizio del genere science-fiction. Ci vorranno, dopo Lisbonne, altri tre romanzi per Minuit e due per Gallimard, prima di arrivare ad un testo (pseudo)teorico, Le Post-exotisme en dix leçons, leçon onze (Gallimard, 1998), grazie al quale l’autore potrà dissipare tutte le ambiguità legate alla questione di genere.

Di questo testo, a metà tra la finzione romanzesca e il saggio di poetica, facevo cenno io stesso nel 2006 sempre su Nazione Indiana, in coda a delle mie traduzioni pirata tratte da Des Anges Mineurs (Seuil, 1999), ora pubblicato da L’Orma nella traduzione di Albino Crovetto. Sul Post-exotisme torno poi tre anni più tardi in un saggio di critica militante, intitolato Passi nella poesia francese contemporanea. Resoconto di un attraversamento . Il mio problema di allora, da poeta, mi sembra simile a quello che oggi si pongono diversi romanzieri e lettori di narrativa di fronte ai testi di Volodine. Io studiavo possibili vie di fuga dal genere “poesia”, come in Italia era concepito e frequentato dai più, così come oggi vedo scrittori cercare vie di fuga dalla maledizione editoriale del “romanzo ben fatto”. Precisiamo subito che questa maledizione del “romanzo ben fatto” non è frutto solamente di una depravazione commerciale, ma corrisponde a tensioni profonde del nostro universo culturale e s’intreccia con una particolare interpretazione del genere. Di questa faccenda, ne parla approfonditamente Gianni Celati nel capitolo conclusivo di un suo volume saggistico, Studi d’affezione per amici e altri, apparso quest’anno per Quodlibet.

Nel Discorso sull’al di là della prosa (1998), Celati indaga concezioni della prosa alternative a quelle che sono divenute dominanti nel romanzo (italiano) attuale. Secondo queste ultime: “Il disegno costruttivo del romanziere deve condurre il lettore per strade e per calli che menino al punto prospettico finale, nel quale si suppone ci sia uno svelamento dei significati storici, sociali o altri, messi in ballo” (p. 243). In un altro passo, Celati connette il romanzo con le pretese immaginarie dell’io cosciente, ossia con “i miti dell’uomo che crede di capire come va il mondo”, dal momento che “questo capire ha in sé l’idea d’un afferramento o cattura della cosa capita, attraverso la sua rappresentazione discorsiva e grafica” (p. 265). Contro questo mito, che è anche il mito dell’autore in grado di architettare solide e perspicue trame, in cui i destini dei personaggi si sviluppano e si chiariscono, Volodine costruisce attraverso la formula del post-esotismo una strategia d’emancipazione della prosa, che si basa non sull’assottigliamento degli elementi immaginari del romanzo, ma sul loro accumulo sfrenato, affinché l’oscurità e l’incertezza travolgano qualsiasi progetto di comprensione dell’esistenza umana.

Riprendo qui quanto scrivevo nel saggio citato sulla poesia francese e i suoi dintorni.

“Se Ponge e Beckett inaugurano un rapporto nuovo con i generi, che si distingue dall’assimilazione automatica, ma anche dalla restaurazione delle forme desuete come dalla negazione avanguardistica, gli scrittori che vengono dopo, come Perec a partire dagli anni Sessanta e Antoine Volodine oggi, danno ormai per acquisita questa libertà d’azione. Essi muovono dall’esigenza di subordinare il codice di genere all’oggetto specifico dell’espressione. Questo oggetto può porsi nell’ambito di ciò che è “definibile-descrivibile” (Ponge) o in quello di ciò che è “immaginabile-costruibile” (Beckett), ma in ogni caso l’esito del percorso espressivo sarà un tipo di libro difficilmente riconducibile ad un genere già esistente. Un simile atteggiamento non è, però, assimilabile a quello diffuso in anni recenti, specie nell’ambito della narrativa: mi riferisco al gusto “post-moderno” per l’ibridazione dei generi, che si ottiene semplicemente sovrapponendo codici di generi già esistenti, in modo da creare narrazioni che, per esempio, siano contemporaneamente poliziesche, storiche e gotiche. In questi casi, non vi è nessuna interrogazione critica della convenzione, ma semmai convenzione al cubo. (…)

Quanto a Volodine, egli inscrive la sua intera opera narrativa non all’interno di uno pseudo-genere ma addirittura di un’intera pseudo-letteratura, il post-esotismo, «una letteratura partita dall’altrove e diretta verso l’altrove, una letteratura straniera che accoglie molteplici tendenze e correnti, di cui la maggior parte rifiuta l’avanguardismo sterile» (da Le post-exotisme en dix leçons, leçon onze, Gallimard, 1998). In Volodine convergono le esperienze degli eteronimi di Pessoa e delle voci “innominabili” di Beckett, così come l’eredità della letteratura distopica del XX secolo. Da qui l’organizzazione di un universo-fantasma di autori, opere e generi. Questi ultimi comprendono: romånce, shaggå, entrevoûtes, narrats. Ognuno di essi è caratterizzato da una serie di criteri tematici e formali. Leggiamo nuovamente in Le post-exotisme: «La distorsione delle voci e la confusione dei nomi reali di coloro che danno e di coloro che prendono la parola è così una caratteristica del romånce» oppure «La dinamica del romånce si articola in una maniera che non potrebbe iscriversi nell’universo romanzesco tradizionale, perché si fonda interamente su una concezione dei contrari dove i contrari si confondono».

Come Danilo Kiš [e Roberto Bolaño, aggiungerei oggi] giunse a storicizzare Borges, così Volodine storicizza Beckett e Pessoa. Ed è attraverso queste eredità singolari, che viaggiano ai margini della riproduzione dei codici di genere, che il paradosso delle convenzioni istituite individualmente sfuma: le radicali innovazioni di alcuni autori si cristallizzano gradualmente attraverso il riutilizzo critico che ne fanno, in seguito, altri autori.”

Debbo ora chiarire cosa intendo, parlando di “storicizzazione” di Borges o Beckett. E qui sarà utile la riflessione che uno dei grandi maestri del romanzo novecentesco, Danilo Kiš, svolge in La lezione d’anatomia (Čas anatomije, 1978), pamphlet e saggio di poetica romanzesca ancora inedito in Italia. Kiš riprende un aforisma di Borges – “La forma moderna del fantastico, è l’erudizione” – e lo riformula secondo una diversa “politica della letteratura”. In sintesi, per Kiš la forma moderna del fantastico è l’archivio. Ciò va inteso, però, non nel senso incontestabile e assai diffuso, secondo cui il romanziere lavora sui documenti, inserendo la sua immaginazione nelle pieghe degli eventi storici. Come Manzoni c’insegna, non vi è in questo atteggiamento nulla di propriamente moderno. L’interesse della tesi di Kiš sta tutto nell’ossimorica tensione tra “fantastico” e “archivio”. Leggiamo un passo decisivo di Lezione d’anatomia (mia traduzione dall’edizione francese del 1983, pp. 64-65).

“Lo scrittore, nella maniera di concepire i suoi eroi, non ha più come scopo d’interpretare le loro azioni grazie alla chiave psicologica della trasgressione del divieto o del rispetto della morale, ma tenta piuttosto di raccogliere, come fa Truman Capote nel suo libro A sangue freddo, la massa di documenti e di fatti la cui combinazione frenetica e imprevedibile produce un massacro insensato, nel quale entrano indifferentemente dei motivi sociologici, etnologici, parapsicologici, occulti e ancora diversi, che sarebbe del tutto vano analizzare come un tempo, dal momento che sullo sfondo troviamo il comportamento schizo-psicologico dell’uomo, una realtà paranoica, ossia fantastica: il dovere dello scrittore sta nel fissare questa realtà paranoica, di studiare grazie al documento, all’investigazione, all’inchiesta questo demente concorso di circostanze, e non di tentare, di sua propria iniziativa e arbitrariamente, di stabilire delle diagnosi e di proporre dei rimedi.”

Inutile dire come la dimensione paranoica sia dominante nella letteratura “post-esotica” e come l’archivio storico del Novecento, con le sue guerre, le sue rivoluzioni mancate, le sue istituzioni totalitarie, i campi di sterminio, le dottrine millenaristiche, costituiscano un materiale sempre presente nelle narrazioni di Volodine. E va notato, per altro, che l’attuale ricezione entusiastica in Italia dà spesso per scontata proprio la scelta di questo materiale d’archivio, neutralizzando la portata politica interna alla prosa dell’autore, come se si trattasse d’inserirlo in un pacifico filone post-apocalittico. Volodine, dal canto suo, ha sempre rivendicato il suo legame con l’esperienza rivoluzionaria del ’68. E oltre ai riferimenti politici evidenti, nel post-esotismo agiscono anche, forse in maniera meno evidente, il filone della letteratura psichedelica statunitense e persino esperienze poetiche del tutto inattuali, come quella di Lautréamont.

È anche vero che qui si tocca forse un limite della produzione di Volodine, che è al contempo cosmografica ma anche, sul lungo periodo, estremamente monotona per certi aspetti. Varrebbe, insomma, la pena di chiedersi se ciò che ho chiamato la “storicizzazione” di Beckett non implichi, alla fine, anche una sua inevitabile banalizzazione o, comunque, una forma di depotenziamento, rispetto alle rotture più radicali che opere come L’innominabile hanno realizzato in termini di genere e aspettative dei lettori. Questo potrebbe essere lo spunto di una futura riflessione critica, quando si cominciasse a leggere Volodine un po’ più a freddo e avendo conoscenza più completa della sua ampia produzione.

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Interférences: pezzi mensili di taglio e tema variabilissimi, ma accomunati da interazioni (anche inattuali) con fenomeni francofoni e francesi di società, arti e scritture.

Dietro alle parole. Vent’anni senza Gilles Deleuze

deleuze_graphic1Federico Francucci

Vent’anni fa – il 4 novembre 1995 – moriva Gilles Deleuze. Per continuare a pensare con lui l’editore nottetempo ha ripubblicato (una prima edizione era uscita nel 1999 da Cronopio) uno dei suoi saggi degli ultimi anni, uno dei più alti: quell’Esausto (épuisé) che Deleuze scrisse nel ’91 su richiesta delle Éditions de Minuit per accompagnare la traduzione francese dei quattro drammi per la televisione composti da Samuel Beckett tra il 1975 e l’82 (Quad, Trio del fantasma, …nuvole… e Nacht und träume), ma che in realtà rappresenta una lettura deleuziana di tutto Beckett, abbordato dal versante di uno dei problemi principali posti dalla sua opera, problema che secondo Deleuze arriva, nei teledrammi, a riformularsi e a risolversi in maniera nuova. Lo si potrebbe stenografare così: com’è possibile fare di una situazione soggettiva di estrema impotenza, malattia e tormento, di vita sul bordo della morte, la condizione di un pensiero che affermi la vita e la creazione con potenza inaudita? E cosa può essere la vita, che concetto si può darne, se sperimentata in un quadro simile, persino un passo più in là dell’«irresistibile salute precaria» di cui il filosofo parla in un altro scritto coevo (La letteratura e la vita, in Critica e clinica), quando proprio la malattia in ogni momento può intervenire a vanificare lo sforzo del pensiero? Come sempre in Deleuze, l’impulso teoretico più ardito lavora immerso in situazioni concrete (ammirevole l’ironia nei confronti degli scrittori ancora «troppo beneducati» che, diversamente da Beckett, si limitano a dichiarare la morte dell’io e l’opera totale, senza far vedere «come è» e «come si fa») e, in questo caso, vissute in prima persona dall’autore – sfinito dai problemi respiratori che da tanti anni lo accompagnavano, e che si andavano facendo sempre più gravi.

Proprio associando la sua esperienza di malato alla lettura dei testi beckettiani Deleuze crea, come ricorda Ginevra Bompiani, il suo ultimo «personaggio concettuale»: quell’esausto, appunto, che sin dall’inizio del saggio, punto per punto, viene contrapposto alla figura dello stanco. Così facendo, Deleuze riprende ancora una volta i suoi concetti di sempre (le sue «intuizioni sovrane», ha scritto Alain Badiou: teoria del senso come incorporeo, virtualità, immanenza…) e dà loro un’ultima piega drammatica, nello stile contratto, perentorio e difficilissimo (anche da tradurre) del suo periodo ultimo: esempio straordinario di cristallizzazione verbale di un tempo, e un respiro, che vengono meno.

Lo stanco ha esaurito la messa in atto ma l’esausto esaurisce – vuole disperatamente esaurire – tutto il possibile: anche quanto nel possibile «non si realizza». Vuole arrivare al punto in cui non si può più «possibilizzare». L’esausto, seduto e impossibilitato a muoversi, vuole farla finita, ma non in qualunque modo. Se si è «stanchi di qualcosa», ma «esausti di niente», allora l’esausto utilizza il proprio stato come frontiera paradossalmente privilegiata sulla quale condurre una sperimentazione: anziché aspettare passivamente il «colpo» finale, lavorare alla produzione di un’entità che lo propizi, ma facendo accadere qualcosa subito prima. Ed è su questo bordo estremo che l’incontro con Beckett fa scintillare il pensiero deleuziano. Il Beckett di Deleuze infatti si dedica accanitamente a superare le impasses in cui cade questa ricerca (il proverbiale «fallire meglio»): se il regime di permutazione nella lingua dei nomi (Watt ne è l’esempio sommo) fallisce nell’esaurire il possibile (perché può sempre sopravvenire un nuovo nome per un oggetto che ne è privo), e se gira a vuoto pure il tentativo di esaurire le voci persecutorie, i flussi che veicolano e distribuiscono i nomi (perché occorre sempre che il personaggio si dica in una voce e in questa tornino a risuonare tutte le altre: nella grande trilogia romanzesca), allora nel «quartetto» televisivo giunge a compiutezza un terzo protocollo sperimentale, quello che Beckett e Deleuze chiamano «fare un’immagine». Si «fa un’immagine» per farla finita colle parole (non a caso l’immagine è «sonante» e «colorante», non verbale, e nelle opere analizzate hanno tanta importanza gli spazi da percorrere e «estenuare», e i frammenti musicali di Beethoven e Schubert come ponti sottili protesi sul vuoto) e vedere «cosa c’è dietro», per allargare gli interstizi del linguaggio e affacciarsi sulla potentissima, irrespirabile Vita.

L’immagine non è una rappresentazione ma un processo di natura esplosiva e dissipativa: «si fa un’immagine», si apre una finestra, per far percepire la Vita che volatilizza tutte le determinazioni soggettive e oggettive. L’immagine «si fa» sempre un istante prima della fine. Ma questo non vuol dire correre a testa bassa verso la catastrofe: l’esausto è immobile, non va confuso con un volgare nichilista affamato di distruzione. L’artista, dice Deleuze, non è mai sicuro di aver fatto l’immagine, perché il tempo in cui l’immagine si presenta, il suo momento giusto, cade al di fuori della serie continua del tempo ordinario, anch’essa in un buco o in un frammezzo cronologico, non assegnabile a nessun «posto»: immagine forse già «fatta» da sempre, forse per sempre a venire. «Cominciò ch’era finita», scrive da qualche parte Carmelo Bene.

Forse qualche schiarimento può venire dal confronto con uno scritto testamentario di Deleuze come L’immanenza: una vita… (in Conversazioni, ombre corte 1998). In quelle poche, commoventi pagine, soggetto e oggetto vengono definiti come trascendenti rispetto al puro piano d’immanenza, e questo viene identificato a una vita, con l’articolo indefinito: «potenza e beatitudine completa». L’esausto è l’ultima figura del soggetto, la più dolorosa e terribile, ma anche la più spoglia, quella che più delle altre può lavorare per percepire, e soprattutto dare a percepire, questa beatitudine – la beatitudine di una vita – nel tempo di un’immagine. «Un istante» – dice la voce in chiusura di Mal visto mal detto – «non più di uno. Conoscere questo vuoto. Assaporare la felicità».

Gilles Deleuze

L’esausto

a cura di Ginevra Bompiani, con un testo di Giorgio Agamben

nottetempo, 2015, 92 pp., € 7,50

Ogni domenica su Rai5, Alfabeta, programma in sei puntate di Nanni Balestrini, Maria Teresa Carbone, Andrea Cortellessa.   Domani alle 16.10, replica di Combattere, con Paolo Fabbri, Fabio Mini, Luigi Zoja, Federica Giardini, Giuliano Battiston

Spettri d’argento. The dark side di Giosetta

Andrea Cortellessa

 L’air est plein du frisson des choses qui s’enfuient

L’altra ego, il titolo dell’ultima mostra di Giosetta Fioroni – prima delle ben tre ora in corso a Roma, delle quali il bellissimo libro d’artista My Story, realizzato col complice di sempre Corraini, fa da a-catalogo splendidamente dis-ordinato –, era fatto per mettere in guardia i suoi numerosi ammiratori.

Si trattava, come si ricorderà (se ne parlava sul numero 25 di alfabeta2, giusto un anno fa), di una galleria fotografica – allestita al Macro da Marco Delogu – nella quale Giosetta come una bodyartist (o, piuttosto, una tela vivente) incarnava una serie di più o meno perturbanti archetipi tali da «alienare» una personalità, la propria, da lei stessa col tempo avvertita irrigidirsi in stereotipo: dal quale le «altre identità» così indossate le permettevano piccole o grandi «vacanze». La dimensione teatrale è stata del resto, sin dall’infanzia, parte integrante del suo modo di porsi (in una più o meno consapevole costruzione, cioè, di quello che è un personaggio: «ho cominciato a usare molta attenzione, molti accorgimenti alla postura, alla mimica facciale e degli arti»).

In Faïence – la sezione del duplice allestimento alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma che accoglie i suoi ultimi lavori in ceramica – sono accolti i noti Teatrini, che riproducono l’atmosfera e le dimensioni «magiche» di quel tempo d’infanzia, ogni volta associate ad amatissimi titoli letterari come appunto La grande vacanza di Parise, «traducendole» nel suo linguaggio artistico di oggi. In tal modo realizzando il miracolo sognato in una scultura esposta in un’altra mostra realizzata dieci anni fa con Delogu, Senex, Giosetta con Giosetta a 9 anni: un autoritratto doppio in cui la bambina del 1941 (ritratta a partire da una fotografia d’allora) viene tenuta per mano dalla donna di oggi. Le due figure sono ritratte in piedi, assorte, gli occhi rivolti a una lontananza dalla quale si attendono, forse, una risposta.

Giosetta Fioroni, Italia, teatrino 2004,  ceramica h cm 62,  (800x686)
Giosetta Fioroni, Italia, teatrino (2004) - Foto di Giuseppe Schiavinotto

Ma la parte più sorprendente della stessa Faïence (che si ritrova, in dimensioni ridotte, in una contemporanea più piccola antologica dall’eloquente titolo Il teatro della vita) sono i magnifici Vestiti che splendono, con la loro smaltata oltranza «iperpittorica», in mises fastosamente improbabili e, appunto, assai scenografiche («come sulla soglia di una sala da ballo o di un palcoscenico», scrive Maria Vittoria Marini Clarelli). Ulteriormente spersonalizzata e sottilmente crudele, siamo di fronte alla stessa esigenza dell’Altra ego: le figure, ciascuna ancora una volta intitolata a un archetipo femminino della storia della letteratura (dall’Ottilia delle Affinità elettive all’Agathe dell’Uomo senza qualità, dalla Daisy Miller di Henry James alla Effi Briest di Theodor Fontane), sono dei torsi acefali (all’Acéphale di Bataille e soci dedicò un libro d’artista, Giosetta, nel 1983) e privi di braccia: simili dunque a Nike di Samotracia senza ali o, più verosimilmente, a manichini di ateliers (più quelli di moda che d’arte).

Siamo molto lontani dallo stereotipo che imprigiona Giosetta Fioroni (visti da un’altra ottica, c’è il rischio che gli sgargianti Vestiti evochino l’armatura del Cavaliere inesistente di Calvino…): quello della bambola affettuosa e sognante, della vagheggina tutta buoni sentimenti (quanti cuori nella sua produzione, a partire dagli anni Settanta!), intenerimenti e commozioni. Goffredo Parise parlò di un’«ideologia figurativa di Giosetta Fioroni»: «vedere e soprattutto ricordare la vita rosa». Era il 1975 e tre anni prima un grande cuore di Giosetta aveva brillato sulla copertina del libro «rosa» di Parise, Sillabario n. 1.

Era la loro, si capisce, una trasgressione spiazzante e provocatoria: nel tempo dell’obbedienza di artisti e scrittori a ideologie di tutt’altro colore. Ma che col tempo ha finito per cristallizzarsi appunto in stereotipo: luogo comune ripetuto sino alla stucchevolezza dalla cerchia dei sempre più rosei, e sempre meno trasgressivi, ammiratori di Giosetta. Nel suo caso, peraltro, la svolta «rosa» degli anni Settanta non reagiva a un’ideologia politica bensì (in ciò Parise aveva visto giusto) stilistica: quella che, sotto il segno di un estremo cromatico opposto, aveva dominato la ricerca di Giosetta nel decennio precedente. E che ora viene documentata, per la prima volta in modo analitico, dalla mostra allestita con successo da Claire Gilman al Drawing Center di New York la scorsa primavera e che, trasportata a Roma, costituisce la seconda, decisiva anta del dittico alla GNAM.

Il titolo, L’Argento, rinvia subito alla dominante cromatica di quegli anni Sessanta. Gli esordi erano stati nel segno dell’astrazione, sulle orme del maestro all’Accademia Toti Scialoja. Ma già sul finire dei Cinquanta – con la frequentazione dei sodali di Piazza del Popolo – torna nella pittura di Giosetta la figurazione. Solo, raggelata appunto dalla costante cromatica (o a-cromatica, piuttosto) di una pittura argentata all’alluminio: la cui spettrale fissità (che rinvia al «regno pallido», annota Gilman, dei primordi della fotografia) congelava figure umane e paesaggi in «un’atmosfera funerea» (così in una dichiarazione dell’artista del ’61), una sorta di semi-cancellazione dalla quale di continuo si tenta di emergere, e nella quale ogni volta insensibilmente si risprofonda.

Giosetta Fioroni, Bambino solo (1968)
Giosetta Fioroni, Bambino solo (1968) - Foto di Giuseppe Schiavinotto

Se non ci fossero i titoli a identificare un Palazzo sul canal grande o un Ponte di barche sul Piave, sarebbe del tutto impossibile riconoscere quei luoghi in questi diagrammi semi-astratti: un’«eclisse dei luoghi», come la chiama Dalila Colucci, leggibile anche in relazione all’autore dell’Eclisse, come scrive Romy Golan – che prende le mosse dall’Immagine del silenzio, il lavoro di Giosetta esposto al padiglione italiano della Biennale del ’64 (quella celebre dello «sbarco» europeo, quasi militarizzato, del Pop americano). Come nei film di Antonioni di quegli stessi anni, in quei quadri di Giosetta ci si aggira alla ricerca di persone e luoghi «scomparsi»: che sono stati o si sono sottratti alla nostra vista. Quello dell’argento, come la luce nel finale dell’Eclisse appunto, è un raggio extraterrestre, una proiezione disumanizzante e metafisica.

Ma c’è un altro riferimento culturale inaggirabile, secondo me, nella scena di quegli anni (che tra l’altro Giosetta frequentava allora anche di persona, nel periodo passato a Parigi al fianco di Germano Lombardi): Samuel Beckett. Non è solo nello spazio, infatti, che il mondo si è perduto; l’argento è il segno di una malcerta e sospesa, peritosa collocazione degli enti, piuttosto, nel tempo: cioè nel palinsesto instabile della memoria (questo il concetto, infatti, che Giosetta associa sempre a questa sua palette). Una tela del 1963-64, già nota come Bambini, ha in mostra il titolo Malone e i suoi amici. Raffigura appunto bambini come proiettati su uno schermo (c’è un reticolo leggero che li incasella, in parte li astrae dallo sfondo): i volti appena accennati, proiettano ombre incerte e imprecise; quello in primo piano ha il corpo e il volto semicancellati.

Nel romanzo beckettiano del 1951 Malone muore, secondo della Trilogia, il personaggio del titolo, soffuso da una luminescenza «grigiastra» («una specie di luce plumbea che non getta ombre […] io stesso sono grigio, qualche volta ho addirittura l’impressione di diffondere del grigio»), attende immobile la fine in una cameretta «biancastra e fatta a volta come scavata nell’avorio». Segno, ha annotato Gabriele Frasca (introducendo all’ultima edizione del testo, Einaudi 2011), che è nella sua testa che si svolge, si fa per dire, l’azione: una «scatola cranica dove non c’è memoria personale che non sia tormento, e depersonificazione che di contro non purifichi». Avrebbe dovuto intitolarsi L’Absent, il romanzo di Beckett: l’infanzia, cui sempre resterà devota Giosetta, nasce simmetrica all’agonia del moribondo di Beckett. È l’altra faccia, il simmetrico perfetto (come mostrerà, fra qualche anno, il finale di 2001 di Kubrick) di quella condizione semi-viva, o che sta appunto per definitivamente assentarsi.

Giosetta Fioroni, Malone e i suoi amici (1964)
Giosetta Fioroni, Malone e i suoi amici (1964) - Foto di Giuseppe Schiavinotto

È in questo clima apocalittico e «penultimo», per dirla con Deleuze, che Parise intercetta Giosetta. È la fine del ’64. Nel febbraio dell’anno seguente scrive della sua mostra alla Tartaruga, elogia la capacità del suo sguardo (che accosta a quello di Richard Avedon) di farsi «matematico entomologo dell’apparenza femminile». Ma si congeda con un augurio, un esplicito «suggerimento all’artista» anzi. Colto in un unico quadro, fra quelli in mostra, l’uso di uno «smalto rosso arancio», conclude Parise: «ci piacerebbe vedere altri rossi di quel genere, altre superfici di quei toni smalto per le unghie e, in generale, altri colori, per così dire, cosmetici». Di lì a qualche anno Giosetta accoglierà quel suggerimento, riempirà di colori le sue tele – e la sua vita. Ma è come se lo smalto luccicante di quei colori serbasse in sé, sempre, l’eco mentale della «luce plumbea» di Malone.

Che le due facce dell’astro di Giosetta non siano consecutive ma in lei alternative, sempre, lo dimostra che proprio nel ’74 – nel pieno della Grande Vacanza nel rosa, dunque – abbia prodotto le sue immagini in assoluto più «negative» e perturbanti, le fotografie Da un atlante di medicina legale messe in mostra da Alberto Boatto, a Bologna, in Ghenos Eros Thanatos – e presenti anche in My Story. Intervistata da Enzo Golino nel 1982, diceva Giosetta: «gli estremi si toccano: al rosa corrisponde il nero» e il suo «è un tentativo di allontanare i timori di un inconscio forse difficilmente accettabile, portatore di oscurità».

È un po’ come in quel vecchio numero che una volta ha evocato Luigi Baldacci per spiegare un autore «rosa», ma segretamente «nero», come Palazzeschi: «quel classico numero di varietà in cui il mimo è per metà vestito da donna e per metà da uomo e, volteggiando rapidamente, riesce a ballare con se stesso». Gli spettrali Vestiti acefali di Giosetta paiono usciti da un bal masqué splendidamente mondano, ancorché funebre: danzano a una musica inudibile – ma di sicuro bellissima.

Giosetta Fioroni
My Story, La mia storia
Corraini (2013), pp. 304
€ 30,00

L’Argento, 1956-1976
a cura di Claire Gilman
Faïence, 1999-2013
a cura di Angelandreina Rorro
Roma, Galleria Nazionale d’Arte Moderna
fino al 26 gennaio 2014

Il teatro della vita
a cura di Eva Bellini
Roma, Galleria La Nuvola
fino al 14 febbraio 2014

Guarda le opere di Giosetta Fioroni pubblicate sul n.25 di alfabeta2 (dicembre 2012)

 

L’ultimo nastro di Krapp

Roberto Rizzente

Lo avevano dato per spacciato. Questione di debiti: il Crt, lo storico teatro di ricerca che tanti grandi aveva portato a Milano, da Grotowski a Kantor, dall’Odin Teatret al Bread and Puppet, dal Living Theatre a Emma Dante e César Brie, rischiava di chiudere.

Ci hanno pensato i privati a risollevarne le sorti. Per una volta, facendo fronte comune: il Crt con Crt Artificio, insieme con la Triennale. Primo appuntamento della nuova stagione è stato L’ultimo nastro di Krapp nella versione di Bob Wilson (1941). Un gigante dei nostri tempi, presentato in conferenza stampa - caso più unico che raro, nella storia del teatro milanese - a cinque soli giorni dal debutto. Ma tant’è: Wilson fa parlare in ogni caso di sé. Persino dalla Svizzera sono venuti a vederlo.

Le ragioni sono molteplici. Una di queste è la presenza in scena dello stesso Wilson. Abituato da sempre ai grandi interpreti – nientemeno che William Dafoe e Michail Baryshnikov nel recente Old Woman, a Spoleto; Isabelle Huppert, qualche anno fa, in Quartett – è lui la star incontrastata della pièce. Per un’ora tenendo banco con navigata perizia, ammiccando ai maestri del muto, Chaplin prima degli altri, e anzi sdoppiandosi in un suo ‘doppio digitale’, grazie alla registrazione della voce su nastro.

Robert Wilson in rehearsal of Krapp´s Last Tape at Grand Thèâtre Luxembourg

Ma c’è un’altra ragione, più profonda. Ed è il sodalizio con Samuel Beckett (1906-1989). La scrittura calibrata e sorvegliatissima del grande irlandese pare fare a pugni con la sfrenata fantasia del regista texano. Non ci sono spazi, qui, per l’improvvisazione, ogni particolare è descritto su carta: le luci, la mimica dell’interprete, i movimenti in scena. Passo dopo passo, come in una partitura che tutto prevede, nello sforzo titanico di controllare e, perché no, orientare l’esecuzione.

Impossibile esimersi dal confronto: troppo vasta è la letteratura critica fiorita intorno a Beckett per pensare di potersene liberare di un colpo. Wilson segue alla lettera il canone. E ne esce, a nostro avviso, sconfitto. Troppo imbolsito, troppo rattenuto si mostra, in questo spettacolo. Come se, dinanzi ad un drammaturgo troppo grande, il più grande, forse, con Brecht, del Novecento, egli temesse di azzardare troppo, contro la vulgata.

Il risultato è uno spettacolo a mezzo. Beckettiano, certo, è Krapp. Questo uomo solo, escluso dalla vita. Questo derelitto che invano tenta di riannodare i fili della passata esistenza, ordinando i ricordi. Questo ‘clown’ dal sorriso triste, che come un Hans Schnier qualunque tenta di capire perché l’amore, quello vero, se ne è andato.

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Beckettiano è, poi, l’incedere della pièce. La forma-franta di cui si compiace. Quella struttura incompiuta, incrinata sul nulla, che lascia trapelare i silenzi, il non detto. Quel lento scivolare verso la morte, dove la comunicazione si interrompe, la parola si disincarna, si fa soffio, pneuma, pura phonè, un’istante prima dell’afasia degli ultimi dramaticules, di Footfalls e di Not I.

Beckettiani sono, infine, gli accenni alla comicità. Per dire basta. Per allontanarsi dalle forme compiute della pièce bien fait e le ambizioni egemoniche del pensiero, le ideologie. Quel riso maieutico che tutto annienta, propedeutico alla saggezza, la libera accettazione del niente, via da ogni prebenda letteraria. Come la banana sbucciata, il passo felpato di Krapp. Il loop continuo e ossessivo di situazioni, pensieri, omissioni.

D’altra parte, però, tutta wilsoniana è l’atmosfera di cui è impregnata la pièce. Quel gioco intellettualistico e totalizzante che alla riflessione sulla vita, la morte, il niente, sostituisce la direzione ondivaga delle luci, il decor degli arredi, l’effetto a tutto campo della pioggia, che ossessivamente incombe, come in una tardiva reminiscenza da Blade Runner.

krapp3

E poco importa se mancano, qui, gli eccessi cui pure Wilson ci aveva abituati, da I La Galigo alla Tentazione di Sant’Antonio, quando le luci convergono su di un punto e le prospettive si dilatano, lasciando proliferare l’immagine. Lo spettacolo molto deve alla fascinazione del regista per il teatro Nō, il cinema espressionista, l’estetizzazione delle forme.

Compresso tra questi due poli, termini di un’equazione impossibile, lo spettacolo finisce, così, per avvitarsi su sé stesso, traducendosi in una sequela infinita e poco convinta di esclamazioni, interiezioni, manieristi arabeschi di luce.

Senza scegliere tra realismo e astrazione, verità poetica e culto egotista dell’immagine, questo Nastro di Krapp rimane un guscio vuoto, patinato e sofisticato, magari interessante per i fashion victim, al quale però è necessario insufflare la vita.

Essere ottimisti è da criminali

Dal numero 23 di alfabeta2 che esce in questi giorni nelle edicole, in libreria e in versione digitale

Federico Francucci

Nel febbraio 1968 un’emittente tedesca trasmise, in fascia oraria di grande ascolto, due opere beckettiane risalenti a pochi anni addietro: un adattamento televisivo di Play, pièce teatrale del 1963, e Film, il mediometraggio del 1964 diretto da Alan Schneider con il vecchio Buster Keaton come indimenticabile protagonista. A seguire fu messa in onda una conversazione su queste opere, e sul significato e l’importanza del lavoro di Beckett, a cui partecipavano Theodor Adorno, uno dei più importanti e discussi filosofi occidentali del Novecento, e poi Martin Esslin, intellettuale cosmopolita e direttore dei programmi radiofonici della BBC, nonché collaboratore e amico di Beckett, Ernst Fischer, scrittore austriaco di fiera militanza comunista, e Walter Boelich, giornalista culturale e allievo del grande filologo romanzo Ernst Robert Curtius.

Tra proiezioni e discussione, il programma durò più di due ore e mezzo. A leggerne la trascrizione, oggi, è fin troppo ovvio guardarlo come un reperto, un fossile raro di trasmissione culturale estintasi al cambiare della composizione dell’atmosfera mediatica; e magari appoggiandosi sulle esitazioni che a tratti colgono gli stessi partecipanti (non staremo esagerando? non saremo troppo esigenti col pubblico?), pensarlo già allora scandalosamente elitista e incomunicante. È una soluzione comoda, per chi oggi è chiamato a fare critica. Liquidare, o perlomeno escludere dai circuiti di diffusione e discussione massiccia, i risultati più alti della «nuova arte» novecentesca, con formula adorniana, perché «troppo» formalizzata, oscura, inaccessibile, e a maggior ragione cancellare una critica filosofica e mediologica che di quell’arte si voleva meditazione e rilancio, spiana le fronti e sgrava le coscienze di chi, in modo peraltro legittimo, cerca il «buono» anche nel programma televisivo più miserabile e idiota (e non è che ce ne sia scarsità): il «buono», ossia le pratiche di fruizione potenzialmente vitali, i microtracciati di soggettivazione e conoscenza di sé che possono passare anche di lì.

Se molta parte dei tentativi di ricostruire un tessuto sociale e culturale passa oggi attraverso lavori su immaginazione e immaginario (l’identità e lo stare assieme come forme di proiezione narrativa continuamente vigilate e ripattuite), e usa l’empatia come dispositivo di immedesimazione in vitro, come test per l’articolazione intersoggettiva di emozioni fini, niente allora sembra meno funzionale dell’incessante lotta beckettiana contro l’immaginazione e della sua programmatica antiempatia. Così come niente sembra entrare meno in quegli schemi dell’estetica adorniana, che sottolinea sempre il carattere di colpevole apparenza delle opere d’arte, il costitutivo tasso di mortificazione che si portano dietro. Eppure è proprio da questa morte, portata a coscienza nelle opere d’arte più progredite, che si slancia un nesso dialettico, mai risolto, mai armonico né organico, con la mera possibilità, col tenuissimo barlume, di una conciliazione.

I tre personaggi di Play, affondati fino al collo in giare grigiastre, non sono esseri umani che si fanno modellare dalla sfera del loro dialogo, ma tronconi espressivi a cui la parola viene estorta dalla luce di un riflettore puntato volta per volta su uno di essi, e trattata come materiale sonoro. La presenza più importante del dramma è il riflettore, dice Esslin. Il protagonista di Film distrugge le tracce materiali e mnestiche della sua identità, passata e presente, nell’impossibile tentativo di percepirsi nell’atto di non essere più. Solo a questo altissimo prezzo – la piallatura tramite operazioni formali dell’ineliminabile germe illusorio dell’opera, e del consolatorio presupposto che lo accompagna, la convinzione che sia ancora possibile capirsi, parlare – l’arte può ancora avanzare la pretesa di dire qualcosa di vero sul mondo, e di testimoniare ancora, nonostante tutto, in favore della vita.

Questa è una lezione molto estrema, e non è detto la si debba, oggi, assumere senza modifiche e reinterpretazioni (ma non è la sorte che tocca a ogni lezione che conta?). Tuttavia il suo valore di guida e correttivo, in tempi di spontaneismi e disintermediazioni molto indotti come i nostri, resta altissimo. Oggi, per vedere Play e Film, non bisogna grazie al cielo aspettare la tv: basta cercarli su quell’archivio sempre più incredibile e ancora così poco compreso che è youtube. Forse uno dei compiti della critica sarebbe quello di insegnare a cercarli, e prima ancora, a desiderarli. Come farlo, e dove, questo è un problema sempre più urgente.

IL LIBRO
Theodor W. Adorno
Essere ottimisti è da criminali
. Una conversazione televisiva su Beckett
a cura di Gabriele Frasca
traduzione di Taddeo Roccasalda
L’ancora del Mediterraneo (2012), pp. 110
€ 12,50

Out of order

Valentina Valentini

Il tema del libro affronta una tematica complessa e molto discussa, quella del rapporto tra Corpo e Spettacolo e testimonia, con i suoi molteplici esempi, utili riflessioni per confrontarsi con il cambiamento in corso. Gli autori di questi nove saggi - alcuni giovani ricercatori italiani e francesi, e altri più maturi docenti di spettacolo - sciorinano una serie di esempi di “corpi famosi” di attori e artisti di ieri e di oggi, e ne analizzano i percorsi esistenziali, con particolare attenzione per la relazione tra arte e vita.

Gli artisti di cui si parla appartengono a diverse generazioni e provenienze: Pippo Del Bono, Antonio Rezza, ma anche Michael Jackson e i Pink Floyd, Tadeusz Kantor, Antonin Artaud, Samuel Beckett, insieme all’analisi delle opere di Robert LePage e Steve Marc Quinn. Il disegno complessivo che ne emerge, quanto mai ricco di contaminazioni e suggestioni, è capace di produrre riflessioni irrituali e transdisciplinari, e di far affiorare nel lettore pensieri inattesi e non banali su una questione a lungo dibattuta: ha ancora senso la ricerca di un canone per definire quel Corpo perfetto dell’artista che, con apposito lungo lavoro di training psico-fisico, sappia agire la scena?

Nel libro, invece di rispondere ai canoni della rappresentazione odierna con esempi di Corpi allenati e superiori – si descrive l’articolata e complessa realtà di corpi diversi che abitano le diverse scene. Da corpi allenati a corpi alienati, nel significato inglese di stranieri e diversi. Si parla del corpo attraversato dalla scrittura di Antonin Artaud ormai prossimo alla morte, che incarna in fondo nel suo corpo tutte le tensioni che hanno attraversato il teatro del suo tempo, fino a morirne, facendo di questo suo corpo lo spazio del suo ultimo teatro (Maia Giacobbe Borelli), di narrazioni televisive che hanno come protagonista il Dr House, il medico che, mentre sfianca il suo corpo, usa i corpi malati per una sua personale battaglia contro il Male (Luigi Avantaggiato), di un altro corpo-teatro, quello dell’attore Antonio Rezza, fatto a pezzi dalle scenografie di Flavia Mastrella, e del suo modo particolare di scatenare reazioni fisiche nei suoi spettatori, e di fare del teatro uno spazio di condivisione profondissima di energie e di emozioni (Paola Quarenghi), del corpo umiliato e denudato di Pippo Del Bono e del suo Bobo (Suzanne Fernandez), di corpi reali dei giocatori che vivono nei videogiochi come in mondi paralleli, con tutta la loro partecipazione emotiva (Marco Andreoli), dei Pink Floyd, grandioso corpo musicale, macchina scenica creata per nascondere i corpi (Gianni Pingue), per tornare alla narrazione, alla scena vuota, carica di immagini ritrovate e proiettate, dove risuonano le voci degli attori di Robert LePage nello spettacolo teatrale Lipsynch (Antonella Ottai).

Un esempio lampante di questa fusione biografica tra l’uomo e il suo spettacolo è descritto nel saggio che illustra la traiettoria mitica e disperata di Michael Jackson, analizza il suo corpo sfiancato e sbiancato, ridotto già a spettro sulla scena dei suoi ultimi spettacoli, corpo mostruoso destinato al sacrificio, come un solitario Minotauro, perso nel labirinto da lui stesso costruito (Katia Ippaso). Ma cosa hanno in comune gli artisti di ieri e di oggi, raccontati nella stessa raccolta, pur così lontani tra loro? Probabilmente il loro stare tra due o più mondi in modo non più oppositivo: in bilico tra il mondo dell’azione fisica e quello della scrittura, tra il testo e l’attore che lo incarna, ma anche tra natura e tecnologia, tra azione e percezione, in un percorso di ibridazione sempre più spinta tra elementi che in altri tempi erano considerati come assolutamente inconciliabili.

Un altro elemento emerge dalla visione complessiva proposta dal libro: tanto più lo spettacolo, grazie ai nuovi media, cerca strade tecnologicamente avanzate, quanto più appare evidente e necessario il suo scopo principale, la relazione tra l’attore e lo spettatore, attraverso un rapporto emotivo tra i due, fisico e mentale insieme, che entra a far parte a pieno titolo della scrittura scenica. Che peso ha in questa relazione la storia personale? Questi artisti, scavalcando i propri personaggi, vengono incontro agli spettatori, attraverso la verità tragica dei propri corpi. Cito dal libro: Il corpo dell’attore è da sempre al centro dello spettacolo, ma cosa succede quando, sullo schermo e in scena, al cinema al teatro ma anche in tv o ai concerti, la narrazione sostituisce al corpo i suoni e le immagini prodotti dalle nuove tecnologie? Sfuma ogni distinzione tra corpo materiale e virtuale, e davanti agli occhi dello spettatore scorrono visioni di corpi invivibili, svuotati, martoriati, eppure vibranti di energia.

L’aspetto più interessante del libro è nel suo vagare apparentemente casuale nel tempo e nello spazio, tra arti diverse, mettendo in relazione personaggi dell’altro secolo - grandi maestri, come il sempre luminoso Antonin Artaud, il grande artista polacco, Tadeusz Kantor, e l’altrettanto immortale Samuel Beckett - al localissimo Antonio Rezza, odierno giullare dello sberleffo e del nonsense, passando dal visivo delle arti, della televisione e dei videgiochi al sonoro musicale e teatrale, ricostruendo storie, vicende, atmosfere diverse, parti frammentarie di una stessa inchiesta indiziaria sul rapporto tra i corpi e le arti nel contemporaneo. I libro non parla direttamente e semplicemente dei corpi come strumento primo di lavoro degli attori e degli artisti, bensì della loro sparizione dalle scene, e ne cerca le tracce in quei corpi virtuali, narrati nei serial e nei videogiochi e maltrattati sulla scena artistica, ovvero di quello che resta del corpo nello spettacolo contemporaneo, come recita il sottotitolo.

Interessante quesito, dopo il passaggio negli studi teatrali del pensiero sui Cso «corpi senza organi» e le apparizioni degli spettri, intravisti dai filosofi francesi che li hanno teorizzati proprio prendendo spunto da personaggi cardine della scena teatrale come Artaud e Amleto. Ogni saggio mette quindi al centro i corpi e li declina in modi vari e inaspettati, proponendo riflessioni che risultano come una serie di frammenti; solo alla fine della lettura emergono in modo evidente alcune connessioni, utili a rivelare come ogni discorso, analizzando aspetti diversi, faccia parte di un unico grande disegno: quello che vede il passaggio dal Corpo (con la maiuscola) dell’attore santo o biomeccanico delle avanguardie teatrali di ieri ai molteplici corpi di oggi, e l’abbandono della ricerca di uno Spettacolo che cambierà la vita del suo spettatore.

Il tutto è presentato sotto l’egida di Évelyne Grossman, curatrice delle opere di Antonin Artaud per l’editore Gallimard, che si interroga sui danni che le nuove tecnologie hanno apportato alla psiche dei nostri giovani. Nella sua prefazione le ipotesi che il libro rilancia e che riguardano lo spettacolo diventano facilmente applicabili alla realtà dei corpi fuori scena: un corpo svuotato dagli affetti è un corpo che non risponde alle sollecitazioni dell’arte, così il corpo virtuale che, nello spettacolo contemporaneo è spesso rappresentato come frantumato, svuotato dalle emozioni, disperato, sfiancato, si rivela lo specchio fedele dei corpi reali degli stessi suoi spettatori. Così il discorso si allarga ad uno scenario ancora più interessante, quello dei corpi invivibili nel mondo reale...

IL LIBRO
Out of order. Quel che resta del corpo nello spettacolo contemporaneo
Maia Giacobbe Borelli (a cura di) con una prefazione di Évelyne Grossman
Autori: Marco Andreoli, Luigi Avantaggiato, Suzanne Fernandez, Maia G. Borelli, Guillaume Gesvret, Katia Ippaso, Antonella Ottai, Gianni Pingue e Paola Quarenghi
Bulzoni (2012), pp. 250
€ 20,00