Guardare i Promessi Sposi

Alessandro Bosco

«Una esortazione a non dimenticare certi scrittori, certi testi, certi fatti» in una società che ha «nella mancanza di memoria» uno «dei più evidenti e gravi difetti». Era sotto questi auspici programmatici che nelle parole di Leonardo Sciascia nasceva, nel 1979, la più nota e prestigiosa collana di Sellerio presso la quale è ora appena uscito La funesta docilità di Salvatore Silvano Nigro, che la memoria di Sciascia esplicitamente richiama: «Questo libro è un dialogo impossibile. Una ripresa di dialogo con i maestri, che tanto mi mancano». La funesta docilità, questo il titolo, è quindi anche un libro strettamente personale, una conversazione manzoniana con dedica, to the happy few, che si rifà allo spirito della metodologia d’indagine e di scrittura così ben riassunta dal titolo dell’ultima raccolta saggistica di Sciascia, ovvero Fatti diversi di storia letteraria e civile. Nel nostro caso il fait divers è l’assassinio di Giuseppe Prina, la storia civile quella della Milano di primo Ottocento, il riferimento letterario I promessi sposi.

Manzoni e il linciaggio del Prina s’intitola infatti una «cronachetta» di Sciascia pubblicata postuma nelle Opere curate da Claude Ambroise per Bompiani. «Sciascia» – come ci informa Nigro – «andava alla ricerca non del colpevole di un delitto, ma delle origini di un dolore: di un’afflizione, di un rimorso. […] Continuava a interrogare una frase del capitolo XIII del romanzo: “quella funesta docilità degli animi appassionati all’affermare appassionato di molti”», e incolpava la sua propria «perniciosa “‘docilità’ con cui la sua passione politica, la sua speranza rivoluzionaria, consentirono alla feroce passione dei molti”». Del linciaggio del Prina Manzoni era stato suo malgrado testimone, vista l’adiacenza della sua abitazione alla Piazza in cui si consumò l’assassinio del Ministro delle finanze. E ne parla, di fatti, in una lettera a Fauriel quattro giorni dopo l’accaduto. Ma, scrive Sciascia, «senza inquietudine»: «e in quanto ai rimorsi, certamente ne ebbe; e crediamo senz’altro possibile che tra le cause di “quei mali nervosi, ai quali andò soggetto per tutta la vita” ci fosse, mai confessata e appunto perciò imperiosa, quella di aver assistito – quanto meno senza intervenire a salvarlo, se non consentendo – al massacro del Prina».

È qui che Nigro riprende l’indagine avviata dal «maestro». «Per “amore”», scrive Nigro, «Sciascia, avrebbe voluto trovare nei Promessi Sposi una traccia, una prova del rimorso». Ma «non guardò dentro le vignette, che pure riteneva importanti». Dentro queste immagini ha invece guardato l’allievo: che da anni, e a ragione, rivendica contro critici e filologici «accademicamente “legali”», rei di aver «mortificato il romanzo» spogliandolo delle vignette, il ruolo appunto imprescindibile di queste ultime. Analizzando dunque le illustrazioni Nigro trova ciò che Sciascia aveva cercato invano: il riscatto del Prina nella figura di Renzo, salvato dal linciaggio, come solo le vignette rivelano, proprio nei luoghi del massacro del Ministro. Quest’avvincente indagine su Manzoni, che ha la forma del saggio-racconto, è così anche un libro su Sciascia e su chi, insomma, «la letteratura sapeva usare come ricerca e disvelamento dell’errore piuttosto che come glorificazione imperitura». Chiude il volumetto di Nigro, riprendendo il discorso della raffigurazione visiva del romanzo, uno scritto dedicato alle illustrazioni di Renato Guttuso e Mimmo Paladino, in parte riproposte in una galleria di immagini che fa il pari con quella che correda la prima parte del libro e che ne costituisce un ulteriore pregio.

Della storia visuale dei Promessi sposi si occupa anche Daniela Brogi, già nota per i suoi precedenti lavori manzoniani. Un romanzo per gli occhi si propone di «rileggere I promessi sposi […] in una prospettiva più sensibile ai codici della cultura visuale» per «restituire al romanzo una tensione visiva, per meglio dire un “realismo visivo”, che potrà farci considerare con più attenzione gli effetti costruiti dalla scrittura manzoniana». Come indica il sottotitolo Manzoni viene in particolare accostato al Caravaggio, nell’intenzione di rivisitare la tradizione di un archivio di immagini e narrazioni riconducibili a un’idea di «realismo» che il libro si propone di riformulare con riferimento al cristianesimo e al mondo popolare.

Uno dei meriti del libro è senz’altro quello di mettere sotto gli occhi del lettore tutta una serie di aspetti visuali dell’ordito, e in particolare la dialettica tra luce e ombra (ripresa ed enfatizzata dalle vignette) che se da un lato insinua la presenza divina tra gli uomini, dall’altro rende visibile il mondo sommerso della quotidianità accidentale e deperibile della vita. Parzialmente irrisolto resta tuttavia il legame che tutti questi aspetti visuali del romanzo intratterrebbero con l’opera di Caravaggio. Secondo Brogi Caravaggio e Manzoni parlerebbero «al popolo come poteva accadere nel Seicento», sicché Manzoni nel suo romanzo avrebbe per certi versi recuperato nel suo affresco della società seicentesca «il sistema culturale, simbolico e visuale» messo in atto da Federigo Borromeo (al quale si deve una notevole collezione di dipinti) nell’intenzione di diffondere la fede in un contesto culturale fatto «per lo più di gente che non sapeva leggere né scrivere e dunque era abituata a percepirsi attraverso esperienze visuali». Un «realismo cristiano», lo definisce Brogi, riassumibile come «progetto di evidenza visiva della realtà; come scelta di racconto delle moltitudini; come mescolanza di alto e basso, di sacro e profano; come teatralità drammatica, come adesione profonda allo spirito del pauperismo». Nel segno di tale realismo Caravaggio e Manzoni sarebbero uniti nella «comune esperienza di rinnovamento dei modi di pensare, di inventare, e di vedere la realtà trasformando la gente e le storie di strada in soggetti di historia».

Intorno a questo nucleo concettuale del libro mi pare sorgano anche i maggiori interrogativi, e due in particolare. Anzitutto Brogi, nonostante una serie di osservazioni anche molto acute (si veda ad esempio il bel capitolo su Gertrude), non fornisce in sostanza nessuna fonte documentaria che testimoni di un’effettiva riflessione in questi termini del Manzoni su Caravaggio. Sicché a volte, in analisi testuali pur condivisibili, il rinvio a Caravaggio è stringente fino a un certo punto. Ma un interrogativo forse ancora più urgente sorge nel momento in cui la scelta di eleggere a protagonisti del romanzo «due montanari» viene implicitamente ricondotta alla matrice del detto «realismo cristiano», senza minimamente problematizzarla alla luce del dibattito storiografico e politico della Restaurazione di cui quella scelta, e la scelta del romanzo in sé, sono palesemente e in primo luogo figlie. Thierry, Fauriel, ma soprattutto Guizot e quella sua Vie de Shakespeare inviata a Manzoni mentre questi si accingeva all’impresa romanzesca.

Un conto è osservare come Caravaggio e Manzoni trasformino entrambi le «genti meccaniche e di piccol affare» in soggetti degni dell’historia rendendo «visibili le esistenze rimaste al buio», un altro è chiedersi sotto quali premesse ideologiche ciò avvenga. La concezione manzoniana del realismo può benissimo riallacciarsi, come giustamente sostiene Brogi, a una tradizione segnata dall’alleanza tra pittura e religione. Ma a patto di non ridurre l’impianto storiografico del Manzoni a «una storia capace di “pensare” a un’epoca proprio nel senso di far vedere “che cosa in quegli anni si facesse, come si vivesse”», finendo così per generare una equivoca consonanza con la definizione stessa di «realismo» che sarebbe anch’esso, «alla lettera, capacità di “far vedere”». Stiamo parlando tuttavia di un libro che comunque alla fine riesce a comunicare la «tensione visiva» del romanzo (documentata anche dal ricco apparato iconografico), e che rappresenta quindi un apprezzabile acquisto nel quadro delle ricerche manzoniane.

Salvatore Silvano Nigro

La funesta docilità

Sellerio, 2018, 210 pp., € 15

Daniela Brogi

Un romanzo per gli occhi. Manzoni, Caravaggio e la fabbrica del realismo

Carocci, 2018, 248 pp., € 23