Lottare contro la corruzione?

Salvatore Palidda

L'ennesima "scoperta" della diffusione della corruzione e delle mafie ha ovviamente inscenato l’ennesima indignazione delle autorità a tutti i livelli e un ennesimo rilancio della rivendicazione di giustizialismo1. Purtroppo, autorità, giustizialisti e i "samaritani" che predicano una “pedagogia della legalità”, non evitano affatto l’approdo al risultato di sempre: l'inevitabile riproduzione della corruzione e della criminalità. Anzi, come osserva il giudice Davigo, una riproduzione ancora più agguerrita, più pervasiva e più dannosa, quasi come gli insetti che si temprano con gli antiparassitari.

Cosa pensano le persone coerenti con la difesa della res publica, chi da anni e anni si confronta con tali fenomeni per via del suo lavoro? (parlo di alcuni operatori delle polizie, magistrati, avvocati, amministratori locali e nazionali, militanti di associazioni e anche di sindacati e partiti, accademici, giornalisti ecc.). Lo studio delle loro esperienze e la discussione fra alcune di queste persone si possono sintetizzare nei punti seguenti2:

1) la riproduzione continua di corruzione e di intrecci fra legale, semi-legale e persino criminale c'è sempre stata, anche perché corrisponde alla riproduzione di una gerarchizzazione sociale che sinora ha sempre visto vincere i più forti, cioè chi dispone di posizioni di potere e di capacità di minacciare e dare la morte e quindi accumulare nuovo potere;

2) la lotta contro la corruzione e la criminalità è stata sempre ricorrente sia per iniziativa di chi cerca di difendere la res publica, sia perché lo stesso potere ufficiale cerca di correggere gli squilibri più estremi, la concorrenza "sleale" fra gruppi di potere; i gruppi emergenti si ammantano allora della missione "purificatrice", moralizzante e di "pulizia" per poi - quasi sempre - dedicarsi alle pratiche che hanno detto di combattere (ricordiamoci del saggio monito dei Pasolini, Foucault e altri che approdano allo scetticismo e a dire: "diffidate degli spacciatori di speranze").

3) Il giustizialismo o l'invocazione di più "manette", "più penalità", più punizioni sono sempre state ambigue, fuorvianti e persino controproducenti, innanzitutto perché: a) si configurano come "crociate" effimere che finiscono spesso per favorire i nuovi gruppi di potere (o le nuove mafie); b) non risanano l'assetto economico, sociale, culturale e politico che riproducono corruzione e criminalità.

È ovvio che l'azione repressiva e sanzionatoria è indispensabile e dovrebbe essere il più possibile efficace; ma da sola e per giunta sempre episodica non ha mai la portata di prevenire la riproduzione del fenomeno; le pene anche le più severe o estreme non hanno mai impedito la riproduzione dei crimini più efferati (e non perché l'"animo" umano è "per natura cattivo", ma perché l'assetto economico, sociale, culturale e politico conducono a riprodurre comportamenti e fenomeni devianti e criminali, cioè perché la riproduzione del potere si avvale sempre anche delle attività criminali (vedi U. Santino: «Mafia e marxismo» in Dizionario marxista). Tutti i paesi con la pena di morte hanno il tasso di omicidi più alto (fra essi gli Stati Uniti).

Non solo, dal 1990 e soprattutto dopo l'11 settembre 2001, la lotta al terrorismo e alla criminalità sono spesso diventate campagne di criminalizzazione razzista, di business della "tolleranza zero" a beneficio degli imprenditori del sicuritarismo e di una distrazione di massa e di distrazione delle forze di repressione verso "prede facili". S’è così favorito l’aumento dei crimini dei "colletti bianchi" grazie alla loro depenalizzazione quasi in tutti i paesi, in virtù della doxa liberista («meno stato più mercato»; «più libertà d’agire economico» ecc.).

Si pensi a Valls che si accanisce contro i rom e i giovani delle banlieues mentre, come Sarkozy, e al pari dei governi nostrani, ignora la lotta contro la corruzione e la criminalità dei potenti e contro i rischi di disastri sanitari-ambientali derivanti da siti industriali e nucleari e dalla speculazione edilizia (le malattie oncologiche sono diventate la prima causa di mortalità anche nei principali paesi dell’Europa occidentale). La “pedagogia della legalità” - nel migliore dei casi, cioè quando non è pura retorica o "prediche"- può anche essere lodevole... ma, in quanto tale non ha e non avrà mai efficacia. Nessun potere ha mai seriamente praticato l'articolazione fra repressione-risanamento e quindi effettiva organizzazione di pratiche di prevenzione della corruzione e della criminalità.

Esempio: le attività "al nero" che raramente o episodicamente sono oggetto di azioni repressive e quindi sono "chiuse" a) spesso rispuntano da un'altra parte; b) la loro “chiusura” è una disgrazia per i lavoratori che perdono quel lavoro e salario, anche se da schiavi, perché spesso non intravedono alternative se non quella di cercare un altro lavoro da schiavi; la "chiusura" non è accompagnata da un piano di regolarizzazione della loro condizione né dell'attività che svolgono; ne consegue che questi stessi lavoratori a volte sono costretti a essere complici di questo “sommerso”; c) l'esistenza di queste attività (che in Italia sono stimate a oltre il 32 % del PIL, anche secondo la Banca d'Italia) è dovuta al loro intreccio incontrollato e pervasivo con attività legali e anche criminali. Ma tali attività sono possibili grazie a connivenze, complicità se non diretto coinvolgimento di alcuni impiegati e funzionari delle amministrazioni locali e delle agenzie di controllo, comprese parti delle polizie e della magistratura. Senza queste complicità e a volte coinvolgimenti, tali attività sarebbero quasi sempre improbabili.

Abitanti della zona, ispettori del lavoro, dell'Asl, dell'Inail, agenti delle forze di polizia ecc. sanno quale laboratorio, “fabbrichetta”, cantiere o “badante” sono al semi-nero o al nero totale e chi vi é impiegato; d) non c'è mai un vero ed efficace servizio di tutela delle vittime delle nuove schiavitù e delle diverse criminalità; la vittima ha spesso paura di rivolgersi alle polizie non solo perché a volte ha visto qualche agente in amicizia col suo caporale o schiavista, ma anche perché se denuncia non riceve mai protezione e garanzie per poi trovare una sistemazione regolare.

La lotta alla corruzione e alla criminalità (e anche alla cosiddetta evasione fiscale) è solo demagogia senza regolarizzazione. Ma, anche gli stessi sindacati ne sembrano poco consapevoli anche perché assorbiti dalle questioni riguardanti solo i loro iscritti e le negoziazioni fra i loro vertici autoreferenziali e i politici, altrettanto autoreferenziali. Diffidare degli “spacciatori di speranza” non vuol dire non continuare a resistere a cominciare dalla pratica della parresia e i continui tentativi di resistere anche perché la società comunque sopravvive e anche noi, ma almeno cerchiamo di reagire… senza alcuna illusione.

  1. Vedi le diverse opinioni nella puntata di Lerner: http://www.repubblica.it/fischiailvento/ []
  2. Cfr. ricerca “Le professioni del governo della sicurezza” che mette in luce in particolare le “insicurezze ignorate” (rischi di disastri sanitari e ambientali, economie sommerse e neo-schiavitù, corruzione e mafie, criminalizzazione razzista. []

alfadomenica novembre #1

SALVATORE PALIDDA su STEFANO CUCCHI – LELIO DEMICHELIS su GÜNTHER ANDERS – SEMAFORO di Carbone – RICETTA di Capatti

IMPUNITÀ
Salvatore Palidda

Il 31 ottobre 2014 passerà alla storia come un’ennesima data di conferma dell’impunità conferita ai membri delle istituzioni e pertanto dotati di potere discrezionale. La Corte d’appello di Roma ha assolto gli imputati della morte di Stefano Cucchi.
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DOPO HOLOCAUST
Lelio Demichelis

Ciò che non riuscirono a fare i documenti degli storici, i libri, i filmati dei liberatori dei campi di sterminio, ciò che non riuscì a dire la verità oggettiva dei fatti riuscì forse a farlo una miniserie televisiva americana, Holocaust – per altro di non eccelso valore – che nel gennaio del 1979 scese sulle acque stagnanti della (in)coscienza collettiva tedesca e provocò un fremito di vergogna e un ripensamento morale e politico collettivo.
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SEMAFORO di Maria Teresa Carbone

ANOMALIE - CASE - LINGUE - SALARI - TRENI
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RICETTA di Alberto Capatti

Macedonia di frutta: Questa macedonia serve a mettere in difficoltà quanti sproloquiano sulle origini della dieta mediterranea senza sapere da chi e come è nata.
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Impunità

Salvatore Palidda

Il 31 ottobre 2014 passerà alla storia come un’ennesima data di conferma dell’impunità conferita ai membri delle istituzioni e pertanto dotati di potere discrezionale. La Corte d’appello di Roma ha assolto gli imputati della morte di Stefano Cucchi. L’avvocato Fabio Anselmo ha osservato che tutta l’indagine mostra la più che palese “omertà fra le 170 persone che hanno visto Stefano in quelle condizioni e non hanno fatto nulla.

No, non si tratta dell’omertà mafiosa, bensì della protervia di chi, da sempre, ha la quasi certezza dell’impunità. I casi dei cosiddetti abusi di potere, corruzione, violenze, torture e altri tipi di crimini commessi in particolare da parte di membri delle polizie si riproducono sempre di più con l’aumentare dell’asimmetria di potere (leggi l'intervento pubblicato qui sulla polizia postmoderna).

Non è difficile immaginare che Stefano sia stato subito classificato e quindi trattato come uno dei tanti indegni, come una sorta di animale che “fa schifo”, che quindi non ha alcun diritto umano. Alcuni agenti dello Stato che hanno a che fare con questi reietti pensano di essere costretti a “sporcarsi le mani”, a neutralizzare e smaltire tali scarti per proteggere la società. Lo fanno per l’igiene pubblica e in nome di tutta la gente che pensa e chiede allo Stato legge, ordine, pulizia, decoro. E appare allora del tutto legittimo che questi eroi della difesa della società siano tutelati e che abbiano le “coperture sacrosante” che meritano quanti si sacrificano in quest’opera di pulizia/polizia. Così è del tutto normale che diversi colleghi e superiori (non tutti, per fortuna) voltino la testa dall’altra parte o approvino platealmente tale genere di trattamenti e, ovviamente, evitino accuratamente di svelarne dettagli e autori per impedire alla “canaglia garantista” di inscenare la solita “caciara” di violazione dei diritti contro le polizie e lo Stato.

Tutti i poteri sono suscettibili di passare dalla discrezionalità al libero arbitrio; ma, quando si tratta di forze di polizia, quasi tutte le autorità cercano di conservare il loro onore a tutti i costi, preservando così l'onore di una istituzione che ha il diritto di commettere reati. Non a caso non esistono statistiche ufficiali sui reati commessi da agenti delle forze di polizia e in generale dell’amministrazione pubblica. E non è dato conoscere e sapere che fine fanno i procedimenti interni a carico di agenti e funzionari che sono stati imputati di qualche reato. Del resto la gestione di questi fatti da parte della gerarchia delle polizie non è molto dissimile da quella delle alte autorità dello Stato.

Quando i fatti sono svelati pubblicamente non manca mai l’appello al rispetto delle norme dello stato di diritto, ma mai qualche autorità o i parlamentari della commissione interni hanno chiesto una commissione d’inchiesta sulla riproduzione dei reati da parte di agenti e funzionari (inchiesta che peraltro potrebbe permettere di capire come evitarne l’aumento mediante misure di prevenzione che non sono mai state pensate e tanto meno sperimentate, come pur dovrebbe essere prassi di uno stato di diritto che si considera democratico). Quanti sono i parlamentari effettivamente consapevoli di come funzionano le pratiche delle forze di polizia?

Come scriveva Egon Bittner (padre della sociologia della polizia): “Non appena si osserva ciò che fanno veramente i poliziotti (aggiungo: quasi tutto il personale della pubblica amministrazione) ci si rende conto che la frequenza con la quale la maggioranza di essi lavorano all’applicazione del codice penale si situa da qualche parte tra praticamente mai e molto raramente”. La metafora dell’anamorfosi (il gioco della deformazione o raddrizzamento di un’immagine con uno specchio deformante) appare la più appropriata per comprendere come chi ha potere possa passare dalla legalità all’illegalità e ritornare al legale attraverso un gioco a volte controllato, ma più spesso incontrollato e/o impensato o inconsapevole, praticato dagli attori coinvolti. A tale gioco la polizia partecipa per disciplinare la società, il gioco che fa parte della sperimentazione continua tra norme, regole informali, illegalismi tollerati nonché azioni criminali e illegalismi intollerabili. Si può quindi legalizzare ciò che appare legittimo se condiviso da una parte della società, sebbene del tutto opposto alle norme ufficiali.

L’impotenza di fronte alla ripetizione di tanti terribili fatti come l’assassinio di Stefano Cucchi non può che alimentare quello scetticismo estremo che già molti, tra i quali Pasolini e Foucault, esprimevano. Ma, come essi hanno dimostrato, ciò non esclude pratiche di resistenza a cominciare dalla parresia e dai tentativi forse destinati al fallimento ma che si rinnovano e si rinnoveranno sempre perché fanno parte dello stesso istinto di sopravvivenza e dell’insopprimibile aspirazione all’emancipazione. Oltre alle richieste – sempre inascoltate - da parte delle organizzazioni che si battono in favore della tutela dei diritti fondamentali, sarebbe ora di creare in ogni città un’associazione di avvocati (tipo il Legal Advice londinese) sempre disponibili a garantire la presenza nei luoghi di detenzione “provvisoria” (questure, commissariati, strutture dei CC e celle dei tribunali).

alfadomenica 12 ottobre 2014

MORINI sul FEMMINISMO - PALIDDA sulle CATASTROFI - DOTTI sulla BUCHMESSE - CARBONE Semaforo - CAPATTI Ricetta **

FEMMINISMO E NEOLIBERALISMO
Cristina Morini

Come salvarsi, quando il corpo-mente assume il ruolo del capitale-fisso, diventando il terminale materiale e sensibile delle imposizioni della precarietà in termini di auto-sfruttamento e auto-normazione? Imprenditoria di sé, la definisce il libro collettaneo Femminismo e neoliberalismo. Libertà femminile versus imprenditoria di sé e precarietà, curato da Tristana Dini e Stefania Tarantino.
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CATASTROFI ANNUNCIATE
Salvatore Palidda

La cronaca genovese, ligure e di tante altre località italiane, ma anche europee e del mondo intero, è eloquente: i disastri si ripetono immancabilmente ogni volta che si produce un nubifragio violento così come in occasioni di incidenti industriali, stradali e di altro tipo.
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DIARIO DA FRANCOFORTE
Marco Dotti

Saranno 7100 espositori, provenienti da 103 paesi. Tutti sparsi per i 171.790 metri quadrati della sessantaseiesima Buchmesse di Francoforte. I numeri, come sempre, fanno paura. Ma poi ci sono i contenuti a rassicurarci, fra nuove tecnologie, vecchi ma mai invecchiati stand e un ospite d'onore, la Finlandia, che spicca tra i primi paesi al mondo per indice di lettura, spesa pro-capite per l'acquisto di libri e funzionalità e fruizione delle biblioteche.
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SEMAFORO di Maria Teresa Carbone

Burrito - Etnie - Immondizia - Negozio
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RICETTA di Alberto Capatti

Cuocer le uova, nella cucina francese, domandava la guida di uno chef. Fra i primi a dedicar loro un ricettario era stato Alfred Suzanne, nel 1885 (100 manières d’accomoder les oeufs). Due anni dopo usciva la traduzione inglese. Ecco la sua: Omelette au naturel.
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Catastrofi annunciate

Salvatore Palidda

La cronaca genovese, ligure e di tante altre località italiane, ma anche europee e del mondo intero, è eloquente: i disastri si ripetono immancabilmente ogni volta che si produce un nubifragio violento così come in occasioni di incidenti industriali, stradali e di altro tipo. Chiunque abbia studiato con un minimo di onestà intellettuale questi eventi capisce che si tratta di “fatti politici totali”: sono la conseguenza ben prevedibile di un governo della società che sin dal diciannovesimo secolo e sempre peggio durante il fascismo e dal secondo dopoguerra, non ha mai smesso di operare favorendo nei fatti la riproduzione di catastrofi annunciate. Il liberismo che ha trionfato soprattutto dalla fine degli anni Ottanta ha già esasperato e sicuramente non smetterà di aggravare questa prospettiva proprio perché ormai la sinistra s’è convertita alla sua doxa : priorità allo sviluppo economico, priorità ai profitti, priorità alle grandi opere, non ci sono soldi per il risanamento del dissesto idro-geologico, delle situazioni di inquinamento e di gravissimi rischi per la diffusione di malattie oncologiche. Insomma la res publica è più che mai “parola sconosciuta”, lo stesso futuro sostenibile della società e quindi dell’umanità non ha alcuna importanza secondo il paradigma liberista (dell’hic et nunc massimo profitto).

La situazione è paradossale, in apparenza: si potrebbero creare milioni di posti di lavoro se si adottasse un programma di effettivo risanamento dell’assetto urbanistico, delle infrastrutture e di tutte le attività economiche. E si potrebbe, quindi, creare un assetto in grado di favorire una prospettiva di sviluppo effettivamente duratura, dotata di dispositivi e meccanismi di prevenzione adeguati e di una ricerca che rinnova le conoscenze e quindi i saperi necessari a tale scopo. All’opposto, destra e sinistra convertita al liberismo procedono senza alcuna ambascia nel pensare e promuovere uno sviluppo che promette una versione “postmoderna” delle Mani sulla città, la diffusione del lavoro precario, sotto minaccia, in parallelo a quello neo-schiavo nelle economie sommerse, l’annichilimento nell’impotenza di tutte le persone che non riescono a trovare spazio in questa configurazione economica-sociale e non hanno più neanche un minimo di reattività o di capacità di azione collettiva. Questo è il lavoro che è e sarà offerto anche a discapito dei rischi per la salute del lavoratore, dei suoi familiari, della popolazione che vive attorno a strutture produttive che vomitano tossicità (si riprodurranno così i tragici casi quali Casal Monferrato, Taranto, Porto Marghera, Priolo (SR) e tanti altri ancora non solo in Italia). Il governo della sicurezza che conosciamo in particolare dal 1990, e probabilmente avremo nel futuro liberista, non lesina costi per dispositivi “postmoderni” (videosorveglianza intelligente, controlli sempre più sofisticati ecc.) e per polizie pubbliche e private, oltre per polizze assicurative esose e “ineluttabili”.

Una sicurezza per chi? Per cosa? Per la tutela dei beni e delle persone ovviamente è stato detto. L’accanita “distrazione di massa” costantemente gridata da quasi tutti media, dalla maggioranza degli intellettuali, dei politicanti e imprenditori del sicuritarismo sembra riuscire a conquistare il pieno consenso della popolazione; il ragionamento dominante: “l’insicurezza è provocata dalla delinquenza dei rom, degli immigrati, dei drogati e marginali; ci vuole più polizia, più arresti, più penalità”. Da venticinque anni abbiamo avuto una continua escalation della criminalizzazione razzista, del sovraffollamento delle carceri, della persecuzione di tanti colpevoli solo di avere caratteristiche d’aspetto diverso da quello che l’agente delle polizie pensa sia socialmente considerato normale e in regola.

Nessuna voce ha avuto spazio pubblico per dire che la sicurezza dovrebbe essere subordinata alla res publica e quindi dovrebbe dare la priorità alla tutela della salute e dell’ambiente e ai diritti fondamentali delle persone costrette a condizioni di neo-schiavitù nelle economie sommerse (autoctoni e stranieri, regolari e irregolari, tutti alla mercé del gioco del ricatto incrociato sulla loro pelle). Nessuna voce ha avuto spazio pubblico per dire che le agenzie di controllo (ispettorati del lavoro, delle ASL, dell’INAIL, della prevenzione civile, gli enti locali, le polizie municipali e quelle nazionali) fanno ben poco o persino nulla per la tutela della salute pubblica e dell’ambiente e per la tutela delle vittime di super-sfruttamento (e le donne di perpetue molestie e violenze sessuali). Nessun risanamento/regolarizzazione di queste situazioni è stato mai programmato e praticato, e non è quindi casuale che la popolazione coinvolta sia spesso reticente, rassegnata o persino ostile alle rare operazioni repressive da parte delle agenzie di controllo proprio perché poi rimane senza tutela e senza alternative.

“Se si dice che il condominio della mia casa è fuorilegge per l’amianto o altro, io ho perso tutti i sacrifici di una vita per comprarlo!” “Se vengono a chiudere qua questa attività che è al nero dove vado a trovare un lavoro? Non ne trovo più neanche malpagato e da schiavo?”. “Se vado a denunciare questo porco di caporale o il padrone che ogni giorno mi molesta chi mi crede? Quanti sono disposti a testimoniare a mio favore? Nessuno! E poi è finita per me! E poi non è così dappertutto anche per chi lavora negli uffici? Quelle che sanno come si fa e conoscono gli ambienti fanno bene ad andare a fare le prostitute, ma se ci andassi io finirei sicuro in mano a dei magnaccia che mi massacrerebbero!”. “Non mi venite a parlare di ispettori e polizie, almeno la metà sono corrotti o amici del padrone.” “Belin, vieni ogni giorno al bar o alla trattoria qua vicino, ci vedi il mio caporale e il padrone una volta con l’ispettore del lavoro o delle Asl, un’altra con uno della polizia municipale, un’altra ancora con un finanziere... e secondo te cosa devo pensare io che non ho mai visto una busta paga e lavoro qua in mezzo al fumo di merda e nel fango?”. Queste testimonianze sono ricorrenti nell’Italia che ha circa otto milioni di lavoratori che oscillano fra precario semi-regolare e nero totale, probabilmente più del 35% del PIL (che ufficialmente diminuisce). Il governo proclama con sicumera che recupererà risorse finanziarie mai viste dalla lotta alla frode fiscale, e fa gran battage pubblicitario delle operazioni della guardia di finanza. Ma, mai nessuno ha proposto un vero programma di risanamento delle economie sommerse praticabile solo con la regolarizzazione di tutti i lavoratori (italiani e stranieri regolari e irregolari) e anche degli imprenditori e artigiani disponibili? E come mai nessuno ha mai chiesto un analogo programma di risanamento della corruzione nei ranghi delle agenzie di controllo, degli enti locali e delle polizie ?

Nel rapporto del 2011 dell’European Environment Agency - EEA1 basato su dati del 2009, 622 siti industriali sono considerati come i più "tossici" del continente; la lista in base ai costi dei danni aggregati per paese mostra ai primi posti la Germania, la Polonia, il Regno Unito, la Francia, l’Italia, la Romania, la Spagna, la Rep. Ceca, la Bulgaria, i Paesi Bassi, la Grecia, il Belgio ecc. Secondo l’agenzia Ispra del Ministero dell’Ambiente, sulla base dei criteri stabiliti dalla Comunità europea (direttiva Seveso 96/82/CE) in Italia ci sono cinquantasette siti d’interesse nazionale che dovrebbero essere bonificati in priorità, ma in totale i siti contaminati sono più di 15mila e 4.300 quelli che sono già stati oggetto di analisi provantene la tossicità2.

In tanti documenti ufficiali e nel programma Horizon 2020 la comunità europea, fra le “sfide sociali” invoca: “Società sicure... attività di ricerca e di innovazione necessarie per proteggere i nostri cittadini, la società e l'economia, nonché le nostre infrastrutture e servizi, la nostra prosperità, la stabilità e il benessere politico. Gli obiettivi primari sono: migliorare la resilienza della nostra società contro le catastrofi naturali e di origine antropica...”. Ma ecco che gli euroburocrati suggeriscono poi progetti che, di fatto, favoriranno il nuovo business delle nuove tecnologie (come i droni per Mare Nostrum), quindi la lobby finanziaria-militare-poliziesca, quella stessa che assicura la guerra permanente o infinita, come diceva senza censura Bush. E con coerenza, alle guerre permanenti corrisponde la riproduzione delle catastrofi annunciate, in qualche caso governate sempre secondo la logica liberista (come con Katrina o L’Aquila ecc.); quindi, nessun programma di serio risanamento di un assetto che, in particolare nei paesi dell’Europa occidentale, produce ormai una mortalità dovuta in primo luogo alle malattie oncologiche e continui e sempre più costosi disastri cosiddetti ambientali3.

Esemplare: Valls pensa alla militarizzazione delle banlieues marsigliesi e per nulla alla zona di Berre sur Mer et Fosse, altra periferia di questa città flagellata dal cancro. Da parte sua, Renzi sembra ossessionato solo dal dimostrare di essere più liberista della Merkel riuscendo a far passare ciò che la destra non è mai riuscita a fare e di fregarsene allegramente del disastro in cui il paese sprofonda senza fermarsi. Se continua così - dice qualcuno - saremo comprati a pezzetti dagli emiri o dagli asiatici o messi ai bordi dell’Europa come zavorra inombrante che non si sa come sbarazzarsene. Intanto a Genova, due giorni prima del disastro, Renzo Piano ha presentato il suo nuovo waterfront e una ‘magnifica’ foto ricordo ha immortalato i "magnifici 4" (Gerundio, Doria, Merlo e Piano); ma nessuno ha chiesto al grandioso archistar quando farà il progetto per risanare Genova e per prevenire i disastri ... perpetui ... E nessuno ne ha parlato all’incontro fra Doria e Pisapia al Ducale sempre due giorni prima ... avrebbero parlato del futuro della sinistra...

 

 

  1. www.eea.europa.eu/publications/cost-of-air-pollution []
  2. http://annuario.isprambiente.it/ -  http://www.legambiente.it/contenuti/comunicati/legambiente-presenta-ecomafia-2013-nomi-e-numeri-dell-illegalita-ambientale []
  3. Questo articolo si rifà alla ricerca in parte pubblicata nel volume Ignored insecurities. It is possible rethinking a Governance of Security Affairs Based on Res Publica?, in stampa nel 2015 - volume collettivo di ricercatori tedeschi e italiani []

alfadomenica maggio #2

Palidda su POLIZIA e VIOLENZA – sui LIMITI DEL MULTICULTURALISMO – Carbone SEMAFORO Broggi POESIA Capatti RICETTA*

SULLA POLIZIA POSTMODERNA E LA VIOLENZA
Salvatore Palidda

Ogni volta che si verificano tanti tornano a interrogarsi sul perché dei comportamenti violenti da parte delle polizie nel corso della cosiddetta gestione dell’ordine pubblico o durante azioni repressive (oltre a quanto successo a Roma il 12 aprile scorso, ricordiamo i “pestaggi” dei pastori sardi, dei terremotati dell’Aquila e altri ancora, oltre al G8 di Genova, ma non meno gravi sono i casi di Aldovandi, di Uva, Bianzino e altri ancora riguardanti anche agenti delle polizie municipali -si pensi al caso Bonsu ecc.).
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I LIMITI DEL MULTICULTURALISMO
Un dialogo tra Lassègue e Stjernfelt a cura di Simone Morgagni

La recente traduzione in inglese e francese del volume Adskillelsens politik (Politiche della segregazione), originariamente pubblicato in danese nel 2008 da Jens-Martin Eriksen e Frederik Stjernfelt, dimostra la grande attenzione verso la maniera in cui questi autori hanno affrontato la spinosa questione del “multiculturalismo”.
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SEMAFORO
Maria Teresa Carbone

Bestseller in Germania - Niamh Ní Mhaoileoin Manoscritti - Francesca Rigotti Onore - Alexis C. Madrigal Predizioni - Theo Merz Self help
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L'EFFETTO FINALE - Poesia
Alessandro Broggi

Dispositivi di destino delimiteranno il campo. Sarà il risultato di una sommatoria di evidenze. Nuovi standard razionali declineranno il senso del paesaggio, l’esasperazione dei significati primari suggerirà una ricca orchestrazione del caos. Un’identità fondata sull’astrazione metrica apparirà come la tipologia definitiva.
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CARCIUGA - Ricetta
Alberto Capatti

Il carciofo e l’acciuga hanno sempre avuto sentimenti reciproci. A San Remo, ricordo che dissalata si rifugiava fra le foglie, e ad Alessandria, i carciofi al forno quaresimali le accolgono, con capperi e olive, nel grembo divaricato (Luigi Bruni, La cucina allessandrina, 2007).
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*alfadomenica è la rubrica settimanale di alfabeta2 in rete:
ogni domenica articoli di approfondimento, dibattiti, scritture, poesie ecc.