Crimini climatici (siamo in guerra e non lo sappiamo)

antropoceneSalvatore Palidda

L’attenzione e talvolta la passione per lo studio dei diversi aspetti dei cambiamenti nel campo delle conoscenze sul pianeta Terra sono sempre state circoscritte alle cerchie degli archeologi, biologi, geologi, alcuni antropologi, mentre non hanno mai suscitato interesse fra le scienze politiche e sociali. Si sa, sin da Platone e Aristotele sino ai vari filosofi politici (Sant’Agostino, Ibn Khaldoun, Tommaso Moro, Machiavelli, Tommaso Campanella, Hobbes e Locke) e poi Durkheim e alcuni contemporanei, queste «scienze» sono state quasi sempre condizionate soprattutto dall’imperativo «prescrittivista», cioè dalla pretesa di fornire «ricette» per «risolvere» i problemi dell’organizzazione politica della società. Spesso in nome della prosperità e posterità, della pace e persino della felicità «per tutti» (come la «giustizia uguale per tutti»). La storia del mondo recente e anche l’attuale congiuntura, al contrario, mostrano sempre crescenti diseguaglianze, atrocità e genocidi. Più guerre che periodi di pace. La pretesa prescrittivista si è rivelata dunque fallimentare, se non peggio: visto che molto spesso queste scienze, di fatto, hanno prodotto saperi utili ai dominanti, cioè i primi responsabili della riproduzione del peggio. La parresia – da Socrate a Foucault – è stata sempre osteggiata, o confinata in una nicchia concessa dal potere. Il quale si può permettere di essere criticato o dissacrato, anche perché di pari passo cresce sempre più l’asimmetria fra dominanti e dominati, ridotti oggi a qualche tentativo di resistenza spesso disperata o semplicemente all’impotenza, a fronte dell’erosione delle possibilità di agire politico (il caso della Grecia è assai eloquente). Di fronte al trionfo dei think tanks liberisti, le prospettive opposte si sono rivelate nei fatti tardive e infine perdenti, malgrado la crisi evidente in cui versa il modello liberista. Il quale sopravvive senza grandi intralci proprio perché non si concretizza un’alternativa capace di affermarsi. Un sostegno considerevole è stato offerto dai tanti scienziati politici e sociali convertitisi alla causa liberista. Si pensi per esempio alla legittimazione delle «guerre umanitarie», della «tolleranza zero» o anche al mito dei distretti, del made in Italy e della «terza Italia» – senza mai tener conto degli «effetti collaterali» delle economie sommerse, come le neo-schiavitù, gli intrecci tra economia formale, informale e criminale, la necessaria corruzione e le vittime costrette alla complicità.

Ma proprio quando pare che si stia «toccando il baratro», ecco che pare verificarsi, all’involuzione dilagante in tutti i campi, una reazione rivoluzionaria. Fra i pochi suoi esponenti c’è Bruno Latour: e non è un caso, perché da tempo la sua ricerca tende a superare le frontiere disciplinari, spaziando in un universo di conoscenze comparabile a quello che sperimentava Leonardo da Vinci. Dopo Cogitamus del 2010, Latour ha cominciato a scandagliare sempre più la cosiddetta «crisi ecologica». Presentando il suo ultimo lavoro (Face à Gaïa. Huit Conférences sur le nouveau régime climatique)1, Latour osserva che la «posta in gioco ecologica» e lo sconvolgimento climatico sono tali da «trasformare ciò che sarebbe potuta essere una crisi passeggera in una profonda alterazione del nostro rapporto col mondo. Sembra che siamo diventati quelli che avrebbero potuto agire trenta o quarant’anni fa e che non hanno fatto nulla o molto poco. […] Strana situazione l’aver oltrepassato una serie di soglie, l’aver traversato una guerra totale e non essersi accorti quasi di nulla!». Si può obiettare che sono appunto – e non a caso – le autorità economiche e politiche, ma con loro anche quasi tutti gli scienziati politici e sociali, a non essersene accorti o ad aver volutamente ignorato questa guerra prediligendone altre. È però importante che Latour arrivi ad affermare che «Gaia irrompe sulla scena politica e umana».

Come mostra un saggio della rivista Nature (http://www.nature.com/news/anthropocene-the-human-age-1.17085), citato da Latour, l’attuale era geologica prende il nome di antropocene appunto perché segnata dall’impronta degli esseri umani sull’equilibrio del pianeta; le attività umane sono divenute le cause principali delle modifiche economiche, ambientali, sociali ecc. L’articolo di Nature mostra infatti come diversi recenti studi sui tempi dei grandi mutamenti geologici provino che l’antropocene cominci dalla metà del XX secolo (secondo alcuni in periodi precedenti). In effetti, dal 1950 si sono verificati mutamenti sconvolgenti: sono state costruite due terzi delle più grandi dighe (le quali com’è noto hanno distrutto l’equilibrio ecologico di enormi territori), sono state perpetrate deforestazioni e cementificazioni senza scrupoli, si è abusato dell’acqua, fertilizzanti e pesticidi hanno avuto effetti devastanti, c’è stato un aumento enorme dell’ossido di carbonio (a causa delle auto e dell’abuso di petrolio e derivati per la produzione di energia), della radioattività (esperimenti e centrali nucleari) e dei rifiuti tossici; insomma sono stati inquinati senza pietà l’aria, la terra, le acque e i mari.

Ma la cosa più importante che dice Latour è che «siamo in una situazione di guerra»: e infatti nel 2007 al Gruppo intergovernativo sui cambiamenti climatici (http://www.ipcc.ch), congiuntamente ad Al Gore, è stato attribuito il premio Nobel della Pace, non della Chimica o della Fisica. Per Latour l’unico modo di reagire è far entrare l’Antropocene nell’arena politica. Non basterà però una minaccia così evidente, a far capire come sia necessario «rifare» la politica se si vuole evitare un Requiem per la specie umana, per dirla col titolo del libro di Clive Hamilton2. C’è però una grande differenza tra la risposta alla minaccia che dà il potere politico e quella che auspica la conoscenza (o la scienza nell’accezione ampia, soprattutto quando non embedded col potere). Si pensi per esempio alla differenza fra la rapida e folle corsa agli armamenti innescata con la guerra fredda e quella dei pochi politici impegnati nei negoziati sul clima. Centinaia di miliardi di dollari per gli armamenti atomici in risposta a una minaccia che, nella migliore delle ipotesi, le informazioni acquisite dall’intelligence davano per poco probabile, mentre la minaccia causata dallo sconvolgimento antropico dell’equilibrio ecologico e climatico è perfettamente conosciuta e largamente documentata.

Come osservano ricercatori da anni impegnati negli studi su tali sconvolgimenti3, gli ultimi cinquant’anni hanno visto un terribile aumento della gravità, della frequenza e delle vittime dei disastri sanitari e ambientali, parallelamente allo stabilizzarsi di una condizione di guerra permanente, all’aumentata distanza fra ricchezza e povertà (in Africa, India e America Latina si trova solo il 5% circa della ricchezza mondiale – si veda il Global Wealth Report del 2015) e all’incremento delle neo-schiavitù e delle migrazioni irregolari causate dal proibizionismo dei paesi ricchi per le loro cosiddette economie sommerse4.

L’analisi della «situazione di guerra», e delle scelte e pratiche del governo della sicurezza, mostrano con evidenza come il liberismo trionfante abbia utilizzato strumentalmente alcune minacce e insicurezze reali, o presunte tali, in una gigantesca distrazione di massa – tale da occultare le insicurezze che colpiscono la maggioranza della popolazione. Queste insicurezze ignorate sono appunto i rischi di disastri sanitari e ambientali (per primo la diffusione della mortalità e malattie da tumori, oltre che di incidenti e malattie professionali spesso non denunciati) e le conseguenze delle economie sommerse fra le quali le neo-schiavitù. La storia dell’umanità è segnata da disastri di ogni genere e tipo, ma il «disastro» per antonomasia – tanto per numero di vittime che dal punto di vista dei danni materiali – è la guerra. Non è quindi casuale che il lessico della guerra pervada anche le osservazioni dei geologi, dei biologi, della ricerca nel campo delle scienze della terra e ovviamente i giornalisti a caccia di scoop (si pensi alle «bombe d’acqua» o di «guerra delle alluvioni»). E allora perché non considerare anche i disastri sanitari-ambientali, crimini contro l’umanità?

Come prevedibile, però, la logica del liberismo non si arrende di certo, a fronte del crescere della sensibilità nei confronti di un possibile «requiem per l’umanità». I programmi di ricerca nel campo della prevenzione dei rischi, in Europa e altrove, stanno riciclando quanto già perseguono nel campo militare e di polizia (si pensi all’adozione dei droni nel quadro delle operazioni di Mare Nostrum, in nome del salvataggio dei migranti a rischio di annegamento). Sistemi satellitari sofisticati, radar e sensori, dispositivi «postmoderni», nuovi megaprogetti di diverse discipline: il tutto spesso incardinato nel settore di ricerca controllato dalla lobby finanziario-militaro-poliziesca (in Italia, per esempio, da Finmeccanica in joint venture con companies statunitensi). In parallelo, uno stuolo di psicologi predicano la resilienza, intesa come apprendimento delle capacità individuali di adattarsi alle situazioni di rischio, ai disastri, alle catastrofi ecc. S’è imposto da tempo un nuovo business della sicurezza, in nome della prevenzione delle catastrofi, asservendo la Protezione civile anche alle opere speculative (si pensi al caso Katrina e, da noi, alla vicenda dell’Aquila). Invece nessun programma di risanamento delle situazioni a rischio viene promosso dalle autorità economiche e politiche; ancorché sia ben noto che senza questo e le indispensabili bonifiche non potrà mai darsi una prevenzione adeguata. Eppure un serio programma di risanamento potrebbe creare centinaia di migliaia di posti di lavoro, oltre che un futuro sostenibile. Una parte della popolazione è complice: irretita dal discorso dominante, da piccole concessioni di privilegi, o illusioni di ottenerne, da parte delle agenzie di controllo, delle forze di polizia e delle autorità locali. Le vittime sono prive di tutela, subiscono passivamente. E a volte sono persino complici dei loro carnefici. Il disastro sanitario-ambientale s’è compiuto, si ripete e ovviamente si aggrava: non solo perché gli attori dominanti non intendono rinunciare al continuo aumento dei loro profitti mercè speculazioni di ogni sorta e sulla pelle di chiunque. Lo scandalo Volkswagen si chiuderà con la riparazione delle auto «infette», ma senza alcuna sanzione per i danni arrecati dall’inquinamento; a fronte del dramma dei profughi verranno elargiti un po’ di fondi alle tante ONG (a volte corrotte), senza mettere in discussione la produzione e il commercio di armi che alimenta le guerre permanenti e l’ISIS, né un solo pensiero per i disastri economici e ambientali patiti dalle zone di esodo.

 Appare quindi assai alto il rischio che l’umanità soccomba per mano liberista (poiché prevale la logica della prosperità dei pochi hic et nunc, anche a discapito della posterità del mondo). La governance degli affari militari e di polizia che pervade la sanità pubblica e la protezione civile rischia di condurre a una nuova versione della tanatopolitica5. Ma finché la vita continua ci sarà sempre lotta per la sopravvivenza, e quindi resistenza contro la distruzione liberista non-creativa. Ce l’hanno insegnato i nostri partigiani: anche quando tutto sembra perduto, si può resistere e – sebbene per poco tempo – vincere.

Vedi e firma petizione: http://asud.net/petizione-cop21-naomi-klein-fermiamo-i-crimini-climatici/

1 Paris, Éditions La Dcouverte, 2015. Vedi articolo e video http://www.mediapart.fr/journal/culture-idees/141015/bruno-latour-sur-le-climat-nous-devons-comprendre-qui-est-lennemi-de-qui e anche la conferenza al museo del quai Branly, L’anthropocène: nouvelle époque géologique marquée par l’action humaine (https://www.youtube.com/watch?v=ctP6kYHKPU4). Interessante il modo in cui essa viene presentata: «conferenza teatrale di Bruno Latour, antropologo delle scienze, direttore di Médialab di Sciences Po e del master sperimentale in arti politiche, con la complicità della compagnia AccenT» (http://compagnieaccent.com/la-compagnie). Per una versione inglese: https://www.youtube.com/watch?v=kPxbuluOrgE.

2 Clive Hamilton, Requiem for a species. Why we resist the truth about a climate change, London, Earthscan 2010.

3 Cfr. La mondialisation des risques, a cura di Soraya Boudia ed Emmanuel Herny, Presses Universitaires de Rennes, 2015.

4 Cfr. Governance of Security and Ignored Insecurities in Contemporary Europe, Ashgate, febbraio 2016 (http://www.ashgate.com/isbn/9781472472625).

5 Cfr. Il silenzio della polvere. Capitale, verità e morte in una storia meridionale di amianto, a cura di Antonello Petrillo, Milano, Mimesis, 2015 (e video https://www.youtube.com/watch?v=jMkzqNtBP9); e Fukushina, Concordia e altre macerie. Vita quotidiana, resistenza e gestione del disastro, a cura di Pietro Saitta, Firenze, ED.IT, 2015.

Sui disordini di Milano

Salvatore Palidda

Tanto per cambiare tutti i commentatori o pseudo-esperti si sono subito improvvisati analisti dell’ordine pubblico per commentare i disordini e danneggiamenti provocati il giorno dell’inaugurazione dell’Expo a Milano dai cosiddetti black bloc. Come si può facilmente costatare tutti i commenti riflettono la profonda ignoranza che c’è in Italia dell’ABC della teoria e delle esperienze in tale campo. Ignoranza che purtroppo è da sempre dominante anche nei ranghi dei vertici delle forze di polizia, grazie anche a scuole di formazione di agenti e dirigenti che evidentemente si contentano di coltivare una qualità valutata in base alla riverenza ai capi e alle raccomandazioni (come si sa troppa cultura professionale disturba chi comanda e preferisce yesmen ignoranti). Proviamo a fare il punto su quanto è successo e sui diversi attori nella scena del primo maggio milanese 2015.

1. È arci-risaputo che in Italia, in Europa e dappertutto da sempre ci sono alcune centinaia e a volte anche migliaia di giovani e giovinastri, ma anche persone mature che cercano l’occasione per “sfogarsi”, per “spaccare”, per “far casino”. Occasione che a volte trovano in certi eventi come quello di Milano o allo stadio o anche in certi megaconcerti ecc. La quantità di queste persone e la loro disponibilità a queste performances corrispondono, in genere, al “clima” economico, sociale e politico.È ovvio che quando questo “clima” è "burrascoso" o addirittura da cataclisma, le persone che “non ne possono più”, che vogliono “sfogarsi” sono molto più numerose. Ed è anche noto che quando non si sfogano con queste modalità ne cercano altre, collettive o individuali, non meno violente e distruttrici o auto-lesioniste. Nei paesi in cui non c’è diritto di manifestare scoppiano disordini e violenze durante le partite di calcio o di altri sport, o durante riti religiosi. Oppure proliferano i sabotaggi di vario tipo o gli atti di vandalismo, o le aggressioni nel vicinato o nelle scuole ecc.

È sin troppo banale osservare che a Milano, prima ancora dei black bloc, c’erano tanti che volevano “sfogarsi” visto che l’Italia ha un tasso di disoccupazione senza pari, e visto che i governi che si sono succeduti hanno aggravato le condizioni di vita della stragrande maggioranza della popolazione e le condizioni di lavoro da semi-schiavi o neo-schiavi di circa otto milioni di persone (in maggioranza italiani), mentre è costantemente aumentata la distanza fra ricchezza e povertà, mentre si spendono somme enormi per aerei da guerra come gli F35, missioni militari (peraltro bidoni che gli Stati Uniti ci rifilano grazie ai loro lecchini italiani) e mentre si elargiscono sempre più risorse alle banche e per opere inutili come la TAV.

2. I black bloc possono essere considerati una sorta di network di forse un migliaio di militanti europei postmoderni a modo loro antiliberisti che puntano su alcuni eventi abbastanza mediatizzati per proporre l’esempio di una pratica distruttiva secondo loro unica risposta oggi possibile. Nei fatti, si tratta di una ribellione marchiata dall’impotenza oggi prodotta dall’erosione liberista delle possibilità e capacità di agire politico collettivo. Alcuni hanno detto che a Milano sarebbero stati circa millecinquecento, altri cinquecento, probabilmente anche solo duecento, più o meno seguiti da alcune centinaia di quelle persone che prima s’è detto “in cerca di occasioni per sfogarsi”. Considerare i black bloc e i casseurs “antagonismo insurrezionalista” è alquanto ridicolo, ma fa comodo all’intelligence e a chi cerca sempre di giocare con la “distrazione di massa” agitando l’allarme per il nemico di turno.

Allora, prima domanda ai dirigenti dell’O.P.: fra i vostri grandi esperti analisti avete qualcuno capace di decriptare le comunicazioni delle cerchie black bloc? Se sì, avreste dovuto sapere abbastanza per stimare quanti sarebbero venuti a Milano e come sarebbero arrivati e dove si sarebbero dislocati ecc. (non certo così scemi da andare nei centri sociali come il Giambellino!).

Seconda domanda: con tutti gli undercover o agenti sotto-copertura che hanno tutte le polizie nonché i servizi segreti dei vari paesi europei come mai non è possibile seguirli e fermarli in tempo? Bisogna sospettare che qualcuno preferisce lasciarli fare secondo l’adagio che “un po’ di casino fa sempre comodo a qualche dirigente di polizia se non a tutte le istituzioni deputate a garantire l’O.P.?

Terza domanda: sin da Delamare, von Justi, Turquet de la Marenne, Peel (ma vedi caso di italiani teorici della polizia non ce n’è …) e altri, si sa che la polizia dello stato moderno viene creata perché non si può usare l’esercito per sedare le rivolte che inevitabilmente si riproducono a causa dell’aumento delle ingiustizie economiche e sociali oltre che delle angherie (vedi Polizia postmoderna, 2000; Polizia e protesta. L'ordine pubblico dalla Liberazione ai no global, 2004). L’esercito spara, come fece Bava Beccaris che nel 1898 sparò cannonate contro la folla della “protesta dello stomaco” (per “brillante” operazione ricevette dal re grandi riconoscimenti, un po’ come è stato per De Gennaro per la sua performance al G8 di Genova).

Per definizione, l’azione militare è contro un nemico che deve essere sopraffatto o annientato e costretto alla resa. Lo sviluppo capitalista non può sempre trattare le “classi laboriose” come “classi pericolose” (come le chiamava Louis Chevalier), cioè come i sovversivi perché la guerra civile permanente “non fa bene” all’economia. Perciò lo stato borghese un po’ illuminato creò la polizia come istituzione che avrebbe dovuto essere capace di separare i facinorosi dai semplici manifestanti. Si tratta quindi di quella che si chiama “chirurgia sociale”. Per realizzare questa la polizia si dota di quella che diventa la “squadra politica” e che oggi dovrebbe essere la Digos, oltre che i servizi e unità simili (vedi i ROS). Dovrebbero essere questi gli agenti in borghese infiltrati o che seguono e conoscono i cosiddetti “sovversivi”. E dovrebbero essere questi “poliziotti politici” in grado di mantenere rapporti di collaborazione con i leader dei manifestanti pacifici (sindacalisti, leader di partiti o associazioni ecc.) e quindi con i “servizi d’ordine” dei manifestanti (come s’è sempre fatto in passato, esplicitamente o tacitamente).

Ne consegue che in caso di provocatori infiltrati nei cortei sono i “poliziotti politici” e i militanti dei servizi d’ordine a isolare e a volte arrestare il provocatore di turno. Allora perché a Milano tutto ciò non è successo? E, peggio, perché ancora una volta come a Genova, i veri black bloc non sono stati isolati e intrappolati? È ovvio che questo non si deve e non si può chiedere alle unità mobili di agenti che palesemente sono sembrati alquanto allo sbando E anche qui: che formazione hanno in particolare i loro capi? Dove hanno imparato la gestione del disordine? (dal Dott. Roberto Sgalla primo funzionario a uscire dalla Diaz al G8 di Genova?).

3. Un aspetto rilevante non va sottovalutato: checché ne dicano i benpensanti di regime (stile Servegnini) capaci solo di coprirli di vituperi, i black bloc sono attori politici che agiscono a modo loro. Se quest’agire è illegale, che lo Stato sia in grado di punirlo! Ma uno Stato un po’ intelligente dovrebbe chiedersi perché si riproduce conflittualità politica radicale. E comunque non va trascurato il fatto che a Milano nessuno ha usato armi da fuoco; il che vuol dire che, nonostante lo spirito criminale che si pretende attribuire ai black bloc, questi non possono essere considerati criminali al pari degli assassini che sono ancora peggio fra i responsabili di disastri sanitari e ambientali e delle guerre, e degli annegamenti di persone che le fuggono a causa del proibizionismo europeo e dei paesi dominanti. Speculare sui fatti di Milano per criminalizzare ancora una volta il movimento NO-TAV è vile! È arcinoto che questo movimento non ha nulla a che spartire con i black bloc.

Allora dire che a Milano abbiamo visto all’opera la “nuova strategia delle forze dell'ordine per la gestione dell’O.P.” non regala tanto onore alle forze di polizia che peraltro, contro le norme europee, solo in Italia continuano a essere tante quando questa come altre attività dovrebbe essere svolta da una sola forza rigorosamente formata nel rispetto anche del Codice etico europeo.

Vedi anche
https://www.alfabeta2.it/2015/04/12/g8-genova-2015-fra-ignoranza-e-falsificazioni/
https://www.alfabeta2.it/2014/11/02/impunita/
https://www.alfabeta2.it/2014/05/11/sulla-polizia-postmoderna/
https://www.alfabeta2.it/2015/04/21/la-strage-continua/
http://www.poliziaedemocrazia.it/live/index.php?domain=ricerca&action=risultati&where=Palidda

La strage continua

Salvatore Palidda

L’annegamento di 700 forse 900 migranti il 17 aprile 2015 è l’ennesima conseguenza diretta di due fatti principali: la riproduzione delle guerre e il proibizionismo delle migrazioni. La maggioranza dei media continua a vomitare lacrime da coccodrillo, vili ipocrisie, falsità e addirittura il compiacimento da parte degli sciacalli; ancora una distrazione di massa per nascondere le vere cause di queste stragi e i responsabili.

Soprattutto dal 1990, la maggioranza degli emigranti fugge le guerre o le conseguenze dirette o indirette di queste: palestinesi, ruandesi, sudanesi, eritrei, congolesi, originari dei Balcani, iracheni, afgani, sub-sahariani, kurdi e oggi siriani e ancora altri di altre zone di guerra che i nostri media raramente menzionano. La riproduzione delle guerre dal 1945 a oggi è dovuta innanzitutto al continuo aumento della produzione delle armi e al suo commercio legale e illegale da parte delle principali potenze mondiali e dei paesi loro alleati. È risaputo che le armi e i soldi dell’Isis provengono soprattutto dagli Emirati amici degli Stati Uniti o anche della Russia e talvolta della Cina.

Da anni la più grande fiera annuale degli armamenti si svolge negli Emirati; all’ultima, il 22-26 febbraio scorso ad Abou Dhabi (http://www.idexuae.ae/page.cfm/link=1; si veda anche video della precedente SOFEX: http://www.vice.com/it/video/sofex-the-business-of-war-part-1) hanno partecipato 600 rappresentanti delle imprese e paesi espositori (fra cui 32 imprese italiane), ossia ministri (fra i quali la sig.ra Pinotti e il sig. Minniti), diplomatici, alti ufficiali delle forze armate e alti dirigenti delle polizie e dirigenti delle grandi imprese (per l’Italia in primo luogo la Finmeccanica presieduta dal prefetto, ex-capo della polizia e poi dei servizi segreti, De Gennaro).

Secondo il Sipri (http://books.sipri.org/files/FS/SIPRIFS1503.pdf), la produzione e l'esportazione di armamenti sono notevolmente e continuamente aumentate in particolare dal 2005; i principali paesi esportatori di armamenti sono Stati Uniti, Russia, Germania, Cina, Francia e Italia che per buona parte produce in joint venture o subappalto con/per imprese statunitensi; i primi cinque paesi insieme occupano il 74% del volume mondiale di esportazioni, USA e Russia da soli il 56% del mercato; i principali paesi importatori sono India, Arabia Saudita, Cina, Emirati Arabi Uniti e Pakistan; i principali clienti dell’Italia sono gli Emirati, l’India e la Turchia (su affari militari italiani vedi l’ottimo: http://antoniomazzeoblog.blogspot.it/).

Come mostrano alcune ricerche di questi ultimi anni, le lobby finanziarie-militaro-poliziesche transnazionali e dei singoli paesi soprattutto dopo l’11 settembre 2001 hanno puntato all’esasperazione di ogni situazione di crisi e a favorire la costruzione del “nemico di turno” per giustificare la guerra permanente o infinita (come la definiva senza ambasce G. Bush jr.). Dopo Al Qaeda, l’Isis è palesemente il nemico ancor più orribile e forse ormai non più condizionabile da parte delle grandi potenze e dai loro alleati arabi, così come è diventata incontrollabile la situazione in Iraq, in Libia e altrove. Ma questo va bene per il “gioco della guerra infinita” e del “governo attraverso il terrore” (J. Simon).

Ovviamente, nessun paese produttore ed esportatore di armi sembra disposto a bloccare queste attività; tanti gridano contro la guerra, anche il Papa, ma non si dice che a monte c’è la responsabilità di chi realizza profitti e mantiene o accresce il suo dominio grazie a queste attività (vedi tutte le banche, e anche la finanza vaticana). Scappare anche a costo di rischiare la vita è l’unica possibilità che resta a chi ha la forza, la capacità e i soldi per fuggire le guerre. È quindi ovvio che tanti cercano di approfittare di questo bisogno. Ma, i trafficanti di migranti possono praticare questo business a volte criminale perché c’è proibizionismo delle migrazioni.

Se le persone che cercano di scappare trovassero la possibilità di aiuto, di “corridoi umanitari” e quindi di accesso regolare ai paesi non in guerra, i trafficanti non potrebbero lucrare sul loro disperato bisogno di cercare salvezza. Ipotesi quali quella del “blocco navale”, oltre a essere del tutto insulsa anche dal punto di vista giuridico e tecnico, è degna di neo-nazistelli del XXI sec. Gli Stati Uniti, l’Unione europea, la Russia, ma anche la Cina, il Giappone e altri paesi che sono direttamente o indirettamente responsabili delle guerre e della disperata emigrazione di oggi dovrebbero essere obbligati dall’ONU a fornire aiuti e accesso regolare nei loro territori così, come si fece per i Boat people che scappavano dal sud-est asiatico negli anni Settanta a seguito della guerra in Vietnam e Laos, e i massacri di Pol Pot in Cambogia.

alfadomenica aprile #2

PALIDDA sul G8 e la tortura - MELANDRI su LECLERC - SCOTINI e VANNINI sul Padiglione albanese a Venezia - RUBRICHE **

G8 GENOVA 2015: FRA IGNORANZA E FALSIFICAZIONI
Salvatore Palidda

Chiunque abbia una decente conoscenza, diretta o indiretta, di quanto successo al G8 di Genova non potrà che essere sconcertato dai diversi commenti dopo la condanna dell'Italia della Corte europea per le torture in occasione di quel nefasto summit. Ancor peggio è ciò che si dice sul prefetto De Gennaro, comunque difeso da Renzi, ma anche dall’on. Mucchetti e dal dott. Cantone (che farebbe bene a imparare a parlare di quello che sa, e non a difendere a spada tratta le "forze dell'ordine" dicendo anche una cosa molto grave: “sono popolari!”. Anche Mussolini e Hitler erano popolari, e poi dove ha misurato questa popolarità?).
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UN MALE SENZA NOME
Lea Melandri

Anticipiamo qui la prefazione al libro di Annie Leclerc Della Paedophilia e altri sentimenti, in libreria in questi giorni per la Malcor D' edizioni (2015), pp. 109, 14,00.

Le cose a cui non riusciamo a dare un nome è come se non esistessero. Lo stesso si può dire per passioni, esperienze essenziali dell’umano che per la loro ambiguità sembrano destinate a rimanere impensabili, e di conseguenza private della condizione necessaria per essere dette. Nella maggior parte dei casi, il silenzio che fa sprofondare l’io in se stesso è, paradossalmente, coperto da un grande clamore e da manifestazioni evidenti di ciò che non può essere mostrato.
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MONUMENTO, BIOGRAFIA e POTERE. IL PADIGLIONE ALBANESE A VENEZIA
Intervista di Elvira Vannini a Marco Scotini curatore del Padiglione albanese

Direi che dietro il progetto Albanian Trilogy c’è piuttosto Foucault, quello genealogico. La storia non garantisce il ritrovamento di qualcosa. Anzi mostra terreni friabili lì dove avremmo pensato croste non scalfibili, moltiplica i rischi, distrugge le protezioni illusorie, non recupera le radici della nostra identità ma, al contrario, le disperde, le disgrega. La venerazione del monumento diventa parodia, il documento rivela la propria sostanziale ambiguità. I tre scavi filmici di Lulaj nel socialismo di Hoxha sono presentati a Venezia in forma espansa: mettono in discussione il dispostivo museale, i depositi della storia, le narrative legittimanti del presente, il ruolo di testimone degli spettatori.
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GIOCO (E) RADAR - CAMBIO DI PARADIGMA, ALCUNE ANNOTAZIONI di Marco Giovenale

Qualcosa di molto vicino a un cambio di paradigma ha iniziato a prodursi nella scrittura oltre mezzo secolo fa. Molte certezze che si avevano o si pensava di avere su elementi di stabilità e coesione (struttura) del testo inteso come tessuto sono state a dir poco intaccate, e in certi casi si sono rivelate estranee sia alla formazione intellettuale dei contemporanei sia ai modi possibili di costituzione della pagina.
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SEMAFORO di Maria Teresa Carbone

DEFAULT - FOTOGENIA - LETTERATURA
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COORDINATE - AMERICA LATINA di Francesca Lazzarato

Pioniera assoluta della cucina mediatica (esordì in televisione nel 1952, undici anni prima di Julia Child), Doña Petrona è stata un personaggio di grande importanza nella cultura popolare del suo paese, come ci conferma un brillante saggio appena pubblicato da Capital Intelectual: Delicias y sabores. Desde Doña Petrona hasta nuestros días
, della sociologa Andrea Matallana, che attraverso la figura della famosa cuoca analizza il peronismo degli anni '50, le trasformazioni della famiglia e del ruolo femminile, l'avvento e l'influenza della televisione.
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G8 Genova 2015: fra ignoranza e falsificazioni

Salvatore Palidda

Chiunque abbia una decente conoscenza, diretta o indiretta, di quanto successo al G8 di Genova non potrà che essere sconcertato dai diversi commenti dopo la condanna dell'Italia della Corte europea per le torture in occasione di quel nefasto summit. Ancor peggio è ciò che si dice sul prefetto De Gennaro, comunque difeso da Renzi, ma anche dall’on. Mucchetti e dal dott. Cantone (che farebbe bene a imparare a parlare di quello che sa, e non a difendere a spada tratta le "forze dell'ordine" dicendo anche una cosa molto grave: “sono popolari!”. Anche Mussolini e Hitler erano popolari, e poi dove ha misurato questa popolarità?). Mi limito qui a ricordare alcuni aspetti rinviando per il resto ad alcune ricerche già pubblicate (vedi la bibliografia qui in fondo).

Per il G8 di Genova fu prevista una sospensione dello stato di diritto democratico che non ha alcun fondamento giuridico. Non si può certo assimilare questo evento a una sorta di stato di guerra, cosa che, di fatto, le autorità americane hanno imposto a quelle italiane come sempre supine. L’allora segretaria di stato Condoleeza Rice, infatti, nella sua relazione al Congresso a proposito dell’attentato dell’11 settembre ebbe a dire che già al G8 di Genova temevano attacchi terroristici. Da qui tutta una campagna mediatica mostruosa che forgiò un clima di terrore. La popolazione genovese fu sollecitata, se non costretta, ad andare via, almeno i giorni previsti “caldi”. Le forze di polizia furono tartassate con le più angoscianti bufale (cfr. infra) e incitate a dare una lezione definitiva ai “pidocchi rossi”. La selezione di personale con inclinazioni e persino tenute e armi illecite non mancò (si ricordi quelli che torturando i ragazzi alla Diaz e a Bolzaneto o anche per strada gridavano slogan fascisti – si vedano i reportage anche di media stranieri fra i quali questo del Guardian). Il dispositivo delle forze di polizia, e ancora di più dei servizi segreti, non solo italiani, assunse le caratteristiche del teatro di guerra. Come racconta ancora oggi il dott. Sabella, allora capo dell'Ufficio Ispettorato del Dap e inviato a Genova:

Prima dell'inizio del G8 mi illustrano il piano degli arresti preventivi. Gli obiettivi - mi spiegarono - erano due: respingere alla frontiera quanti più malintenzionati possibile; cominciare ad arrestare, già da lunedì 15 luglio, tutti i manifestanti che avessero con sé cappucci neri, mazze da baseball e ogni tipo di arma, propria e impropria. E trattenerli in stato di fermo … sino alla fine del summit. Vietando per di più i colloqui con i difensori ". Un piano folle “intanto perché non si può portare la gente in carcere senza prove… avevano deciso di chiudere i due penitenziari della città e di creare due prigioni provvisorie a Forte San Giuliano e a Bolzaneto… Mi sono fatto l'idea che dietro ci fosse una regia politica" ... non lo so. È possibile che qualcuno a Genova volesse il morto, ma doveva essere un poliziotto, non un manifestante, per criminalizzare la piazza e metterla a tacere una volta per sempre". Infine alla domanda: All'indomani dei massacri lei ha difeso i suoi uomini, risponde: "Pensavo fossero stati corretti. Quando ho scoperto cosa avevano fatto, mi sono sentito uno schifo 1.

La sospensione dello stato di diritto democratico (notoriamente denunciata da Amnesty International e da alcuni eminenti giuristi) riguardò quindi anche le autorità giudiziarie, l’Ateneo e le amministrazioni locali, ma tutti accettarono supinamente. Da quanto è stato detto da alcuni dei più alti dirigenti di polizia, l’operazione Diaz non fu affatto un’azione improvvisata, decisa da qualche dirigente in loco. Fu agita su input del vertice supremo della Polizia, cioè da De Gennaro tant’è che il dott. Sgalla, porta voce del capo della polizia e suo primo fedele collaboratore, uscì dalla Diaz quando ancora il blitz era in corso per leggere subito a Rai News 24 (a mezzanotte) il comunicato stampa già prestampato in cui asseriva che si era scoperto che in quella scuola c’erano black bloc con armi e che c’erano feriti pregressi con sangue raggrumato dagli scontri del mattino ecc. (vedi documentario Genova per noi).

L’obiettivo dell’operazione era quello di riscattare l’immagine della polizia, particolarmente degradata da tanti reportage italiani e stranieri e da dichiarazioni di diverse personalità. Fini, allora vice-capo del governo, per promuovere i Carabinieri arrivò a dire che De Gennaro doveva dimettersi. Prima della Diaz erano stati effettuati pochi arresti e di fatto la polizia aveva in mano quasi nulla quanto a prove che potessero giustificare le violenze sui manifestanti inermi viste sulle tv di tutti il mondo. Allora l’idea “geniale” di qualche “consigliore del principe” fu di rimediare con un bel blitz per arrestare un bel po’ di “black bloc” che una ancor più “geniale” segnalazione dice che stanno alla Diaz. Invece, si sapeva bene che forse due o tre blackbloc s’erano fatti vedere da quelle parti, ma anche che tutti i cosiddetti black bloc erano andati via da Genova alla chetichella così come erano arrivati. Ma nessuno ha mai spiegato come i due o trecento black bloc possano essere arrivati a Genova senza alcun problema nonostante l’enorme dispiegamento di forze di polizie e ancora di più di agenti di servizi segreti di tutti gli otto paesi del summit. Chi ha lavorato al classico “gioco del disordine”? Ecco cosa scrive un militare che ha partecipato al G8 (si firma Grale) sul sito Militariforum.

Nel Luglio del 2001 ho svolto il mio servizio di leva nell'Arma dei Carbinieri nel 2° Battaglione Carabinieri Liguria di stanza a Genova. Sono profondamente attaccato all'Arma e alle FFOO in generale …, eravamo attaccati alle radio e alle TV per seguire l'evoluzione della situazione. E naturalmente il tifo era da stadio. Cariche, idranti, blindati, retate e perquisizioni. Tutto sembrava legittimo e anzi, ci sembrava poco. Di più ne dovevano prendere dicevamo. E alla notizia della morte di Carlo Giuliani nessun segno di pietà, solamente risate. Non ci rendevamo conto della immensa tragedia. Eravamo stati caricati in una maniera incredibile. Ci era stato detto che i manifestanti ci avrebbero tirato boccette e siringhe di sangue infetto, che avrebbero tentato di rapirci, che avrebbero usato armi da fuoco! Vi lascio immaginare con quale stato d'animo eravamo. E non parlo solamente di me, di noi del Battaglione. Tutti i CC avevano subito lo stesso trattamento comprese le famigerate CIRR. [Compagnie di Intervento Rapido e Risolutivo, create dai CC per il G8 e guidate quasi tutte da ufficiali del Tuscania fra cui il famoso maggiore Cappello, responsabile dell'addestramento della polizia irachena, già comandante della Cirr «Echo» presente a Genova e a p.za Alimonda insieme a “Betulla”/Farina.]
Poi passata la festa e finito il clamore si iniziò a capire … E sinceramente quello che è successo alla Diaz, anche senza aver visto il film, non si può certo definire un'operazione da manuale. L'allora Vice Questore Fournier là defini una Macelleria Messicana e in uno sfogo col suo comandante Dr. Canterini disse "con questi macellai non ci voglio più lavorare". Questa era l'operazione che doveva ristabilire gli equilibri, come disse l'allora Vice Capo Vicario della PS Prefetto Andreassi: "che fosse sentita la necessità di effettuare il maggior numero di arresti possibile per poter recuperare l'immagine delle forze dell'ordine che non erano riuscite a fermare gli atti vandalici e gli scontri di quei giorni. Si fa sempre così, in questi casi. È un modo per rifarsi dei danni e alleggerire la posizione di chi non ha tenuto in pugno la situazione. La città è stata devastata? E allora si risponde con una montagna di arresti."

Ricordiamo che nessun manifestante, e neanche i cosiddetti black bloc, avevano armi da fuoco. Il dott. Sgalla, oggi capo delle scuole di polizia, primo a uscire dalla Diaz non è mai stato incriminato. Perché? L'ho chiesto già il primo un giorno dopo la Diaz, sul manifesto, e anche dopo, ma nessuna risposta neanche da amici avvocati. Ma alcuni avvocati e anche giornalisti sanno qualche particolare inquietante: il magistrato di turno quella sera si rifiutò di andare alla Diaz nonostante reiterate telefonate anche da avvocati che avevano vittime sanguinanti pronti a deporre! Perché? Alcuni di noi sanno che ci fu una telefonata notturna di un eminente personaggio che ha sempre difeso il prefetto De Gennaro, per dire appunto di non toccare questi e quindi neanche il dr. Sgalla che dal Viminale si era precipitato a Genova inviato dal capo per seguire l’operazione “magistrale” che avrebbe dovuto salvare la faccia della Polizia di Stato. Dire che l’insigne Prefetto non abbia alcuna responsabilità di quei fatti non è quasi come dire che i capi fascisti non furono responsabili delle deportazioni nei lager tedeschi? E perché si premurò di premiare i responsabili diretti delle torture promuovendoli alle più alte cariche della polizia e dei servizi segreti?

Perché ancora oggi questo eminente Prefetto è tanto intoccabile e tanto potente? Come dicono alcuni vecchi dirigenti di polizia, la risposta sta nella sua abilità ad accumulare scheletri d'armadio di tutte le grandi autorità dello Stato, del privato e della chiesa, così come hanno sempre fatto alcuni capi della polizia e dei servizi segreti. E non è quindi un caso se, da Napolitano a Renzi, oltre che delle personalità della destra, tutti lo rispettano. De Gennaro vale quanto i suoi protettori perché fa parte della lobby militare di polizia che ha sostenitori in tutti i partiti e oggi soprattutto nel Pd (D'Alema, Violante, Minniti, Napolitano e, fuori dal PD, Amato che lo nominò capo della polizia nonostante non avesse i requisiti perché ne protesse l’onorabilità durante le inchieste su Craxi e perché della cerchia filo-CIA (non tanto per grandi meriti di indagini ma per le informazioni passate). Dulcis in fundo: l’Italia è stata condannata perché non ha una legge sulla tortura e se quella che in Parlamento si sta arraffazzonando passa alla Diaz non ci fu tortura! La continuità italiana della garanzia di impunità si conferma.

Biblio:
- Black block. La costruzione del nemico, a cura di C. Bachschmidt, Fandango Libri, 2011.
- Salvatore Palidda, Appunti di ricerca sulle violenze delle polizie al G8 di Genova in “Dei delitti e delle pene”, Vol. 3, Nº.1, 2008 , pp. 33-50.
Lorenzo Guadagnucci su: http://www.cornicerossa.com/la-legge-beffa-sulla-tortura-e-le-riforme-impossibili/#more-4438
Archivi documenti e video: http://www.processig8.org e http://www.piazzacarlogiuliani.org/
Yasha Maccanico/Statewatch: http://www.statewatch.org/analyses/no-77-genoa-aftermath.pdf

  1. http://roma.repubblica.it/cronaca/2015/04/10/news/g8_sabella_nella_bufera_io_vittima_di_una_regia_-111565317/?ref=HREC1-4 []

Alle radici del terrorismo al servizio della guerra permanente

Salvatore Palidda

Quando, perché, come e dove si genera il terrorismo che il 7 gennaio ha massacrato Charlie Hebdo, ma prima s’è manifestato in tante occasioni e non solo col marchio “islamista”? La letteratura sull’argomento è ormai enorme, ma anche le descrizioni a volte corrette sono lacunose e mancano della lettura sufficiente per capirne le “radici” e gli eventuali rimedi.

Il “profilo” più credibile descritto da alcuni autori è che si tratta di giovani marchiati dalla disgregazione sociale, marginali spesso diventati devianti (alcool, droghe, spaccio, piccola delinquenza). Ma, come s’è visto anche a Londra e altrove, si tratta anche di giovani di buona famiglia, senza passato deviante, magari scolarizzati sino alla laurea eppure convertiti al radicalismo islamista sebbene prima atei o cristiani, o persino ebrei. Sarebbero tutti "infatuati" dal neo-mito (ma quanto vecchio) dell’“eroe negativo” che trova nello jihadismo una sorta di maniera di definirsi positivamente rispetto alla sua condizione di esclusione economica, sociale, culturale o dovuta a quel razzismo perfido di cui sono intrisi anche i ceti medio-alti. Non sopporta la mancanza di pari dignità, di rispetto per lui e i suoi simili, non trova lavoro o gliene offrono solo malpagato, inferiorizzato, nocivo o da delinquente, se laureato non ha le stesse chances di chi è wasp o di origini “DOC”.

Cerchiamo di andare alle radici: questi “radicalizzati” sono il prodotto di un preciso contesto (frame), cioè il frutto di una precisa costruzione sociale. È esattamente la conseguenza della profonda destrutturazione liberista dell’assetto economico, sociale, culturale e politico della società industriale in cui prima si situava l’immigrazione e i figli di immigrati e in generale delle classi subalterne o anche delle classi medie (che anche allora si rivoltavano diventando criminali – si pensi alla banda Cavallero e altri casi del genere - e in alcuni casi anche terroristi – si pensi a diverse biografie dei “rossi” e dei neri in Italia e altrove). Il liberismo ha smantellato il welfare, l’inserimento pacifico, l’assimilazionismo, l’integrazione sociale e culturale (di destra e di sinistra) (vedi Robert Castel) e ha innescato la criminalizzazione razzista. Le rivolte nelle banlieues cominciano nel 1985 ed emerge allora anche il lepenismo dapprima come razzismo anti-immigrati e antisemitismo e via via contro l’égalité e la solidarité...

Liberismo oblige: l’accanimento per aumentare i profitti impone l’inferiorizzazione a cominciare dagli immigrati e dai loro figli per poi estenderla alla maggioranza della popolazione. Le rivolte delle banlieues sono palesemente contro il liberismo che fa dei giovani del popolo la "posterità inopportuna" (vedi Sayad), la racaille (feccia). E devastante e criminogena è la risposta a queste rivolte che da allora non smettono di riprodursi sia perché il liberismo si accanisce accentuando l’esclusione, la marginalizzazione in tutti i sensi, sia perché la risposta le alimenta. I governi da un lato perseguono la pura criminalizzazione razzista e dall’altro elargiscono qualche "caramellina" distribuita ai "docili" (una piccola minoranza dei giovani marginalizzati).

Per questo lavora in subappalto la schiera di educatori, assistenti sociali, psicologi, islamologi, antropologi, sociologi e politologi e varie ONG, spesso embedded, cioè il “terzo settore” di cui si serve la governance liberista privatizzando il welfare ed escludendo ogni effettivo risanamento delle cause che aggravano la disoccupazione, le economie sommerse, la destrutturazione economica e sociale. In trent’anni questa è la "carotina" elargita a una minoranza della "posterità inopportuna", mentre alla maggioranza è rifilata la criminalizzazione razzista, sistematica e spesso assai violenta (vedi Rigouste e D. Fassin) in Francia con Sarkozy e poi con Valls. Di fatto si alimenta soprattutto la clientela elettorale dei partiti al governo parallelamente al business del sicuritarismo (più soldi alle polizie e ai dispositivi di sicurezza).

Nel frattempo, i discorsi più mediatizzati hanno confortato la governance che rifiuta di riconoscere le vere cause della fracture sociale, ossia dell’anomia prodotta dal liberismo. Tanti classificati come democratici o di sinistra da trent’anni veicolano bla-bla sulla crisi dell’identità, sulla crisi dei "valori", genericamente contro il razzismo e l’antisemitismo, prescrivendo ricette a-sociologiche e a-politiche a favore di un trattamento psico-sociale di quasi nulla utilità (tranne che per i boss dell’"umanitario" che spesso sfruttano giovani precari malpagati). Da parte degli ideologi del liberismo, abbiamo avuto una produzione letteraria che, da Huntington e Fallaci a Houllebecq, ha sistematicamente rilanciato il sostegno alla guerra permanente/infinita (come diceva esplicitamente G. W. Bush).

È questo l’elemento chiave che marchia in maniera decisiva il frame liberista che s’è riprodotto soprattutto dall’inizio degli anni 1970: la rivoluzione liberista è stata la sovrapposizione di quella finanziaria/economica, di quella tecnologica e di quella politica, passata innanzitutto con la RMA (revolution in military affairs che è anche rivoluzione negli affari di polizia, vedi Alain Joxe). Il liberismo è sostenuto innanzitutto dalla lobby finanziaria-militare-poliziesca che ha assolutamente bisogno della riproduzione permanente delle guerre (unico modo per consumare i suoi prodotti... terribile ironia di questa guerra liberista: Coulibaly ha ucciso 4 persone nel supermercato casher con una mitraglietta israeliana). Questo alimenta il continuum delle guerre permanenti che diventano guerre per la sicurezza urbana, contro le rivolte nelle banlieues, la criminalizzazione razzista di rom e immigrati e persino la persecuzione dei barboni e la reintroduzione delle pene corporali per i minori al primo sospetto di loro devianza.

L’accanimento della carcerizzazione e della penalità e l’escalation delle violenze e torture con la conversione militare-poliziesca anche nelle carceri e il ricorso frequente a criminali e mafie per il lavoro sporco diventa un nuovo potente fattore criminogeno. La stigmatizzazione dei giovani che si sentono rigettati nella marginalità, insultati e senza futuro, spinge alcuni a cercare riconoscimento, gratificazioni o persino gloria nella loro stessa autodistruzione (sacralizzata nei media… lo jihadismo come ogni terrorismo dà l’illusione di un riconoscimento mondiale rispetto alla marginalità sociale e politica).

La “distrazione di massa” e la “distrazione” delle polizie e di parte della magistratura le orienta verso la criminalizzazione razzista (in nome della guerra all’islamismo radicale, all’antisemitismo, alla delinquenza giovanile quasi sempre classificata come manovalanza delle mafie, ai nemici della democrazia). Diventa allora ben prevedibile la deriva terrorista di “schegge impazzite” che trovano rifugio nelle proposte jihadiste o radicali, così come negli esempi di stragismo nichilista o di "umani-bomba". Un comportamento non nuovo nella storia dell’umanità, cioè tipico di chi non intravede alcuna possibilità di negoziazione pacifica per soddisfare le sue rivendicazioni di miglioramento della propria vita.

È questo che il liberismo è riuscito a realizzare: l’erosione dell’agire politico, l’impotenza dell’azione politica per negoziare col potere. L’asimmetria di potere che s’è sviluppata con il liberismo ha eroso le possibilità di agire collettivo pacifico. Ecco perché il fenomeno del radicalismo islamista, come altri radicalismi o anche l’auto-distruzione e i suicidi “postmoderni”, è un “fatto politico totale”: investe tutti gli aspetti e sfere dell’organizzazione politica della società e degli esseri umani.

Ora, dopo il massacro di Charlie Hébdo, è probabile un nuovo rilancio della guerra permanente a tutti i livelli, subito invocata da alcuni che trovano ampio spazio mediatico. Mentre l’a-sociologia e i benpensanti si contenteranno di provare a suggerire qualche piccolo tampone per limitare il danno.

 

alfadomenica dicembre #4

S. PALIDDA sulla CORRUZIONE – A. ANEDDA SU MARK STRAND - IL SEMAFORO di M.T. Carbone - LA RICETTA di A. Capatti **

LOTTARE CONTRO LA CORRUZIONE?
Salvatore Palidda

L’ennesima “scoperta” della diffusione della corruzione e delle mafie ha ovviamente inscenato l’ennesima indignazione delle autorità a tutti i livelli e un ennesimo rilancio della rivendicazione di giustizialismo1. Purtroppo, autorità, giustizialisti e i “samaritani” che predicano una “pedagogia della legalità”, non evitano affatto l’approdo al risultato di sempre: l’inevitabile riproduzione della corruzione e della criminalità. Anzi, come osserva il giudice Davigo, una riproduzione ancora più agguerrita, più pervasiva e più dannosa, quasi come gli insetti che si temprano con gli antiparassitari.
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SENZA PARADISO TUTTO È ADDIO. MARK STRAND (1934-2014)
Antonella Anedda

Mark Strand era un uomo gentile, molto bello, molto remoto, forse senile fin dalla giovinezza, se per senilità intendiamo un essere come in pensiero e non del tutto sicuri che la persona di fronte a noi esista davvero e non sia invece irreparabilmente perduta. Il suo ultimo, splendido libro Almost invisible (Quasi invisibile, Mondadori 2014), senza recinti tra poesia e prosa, condensava anni di dubbio sull’identità. Il quasi smussava l’invisibile schivando i toni alti, immettendo una riflessione ironica sul desiderio di esserci sempre, sulla volontà di essere sempre visibili, sempre presenti.
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SEMAFORO di Maria Teresa Carbone

Differenze di genere - Diritti e doveri - Interrogativi - Record - Sapere e non sapere.
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RICETTA di Alberto Capatti

Il beverone: Scelgo una parola che forse amate: tiramisù. Una ennesima versione del dolce che dagli anni Ottanta ricorre ovunque, case, supermercati e ristoranti? Affatto. Un capitolo di Uomini in cucina di Elena Spagnol e Bruno Vergottini (famoso parrucchiere milanese), porta questo nome e tratta di cocktails. Il tiramisù sarebbe un “beverone capace di rimettere in sesto il giovane signore più annebbiato”. Volete la ricetta?
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