Speciale / Turchia 2017

RTE_seçim_pankartı By Myrat - Own work, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=15447516Nello Speciale:

Fabio Salomoni, Erdoğan, il referendum e altro ancora
Salvatore Palidda, Istanbul, teatro-laboratorio della “nuova Turchia”

Erdoğan, il referendum e altro ancora

Fabio Salomoni

“Obiettivo: una Turchia più forte” così recita uno dei titoli che accanto alla fotografia di Recep Tayyıp Erdoğan campeggia sulla prima pagina di una corposa pubblicazione contenuta nel kit elettorale distribuito da militanti del Partito della Giustizia e dello Sviluppo (AKP). Nella sacca di cotone “biologico” insieme alla pubblicazione ci sono un dépliant a colori con la foto del primo ministro Yıldırım nel quale vengono presentati i diciotto nuovi articoli della costituzione sui quali gli elettori saranno chiamati a votare il 16 aprile, e una scatola di tè, rigorosamente proveniente da Rize, capitale della regione del Mar Nero ove si concentra la produzione della bevanda nazionale ma anche città natale della famiglia del presidente Erdoğan. A consegnare il tutto schiere di donne, velate, che durante il giorno percorrono palmo a palmo il quartiere di residenza, si soffermano a parlare con le casalinghe, tessono relazioni. La sera poi è la volta degli uomini di organizzare nelle case del quartiere riunioni per convincere gli indecisi. Questa mobilitazione dal basso, basata sull'organizzazione capillare a livello di quartiere con un ampio coinvolgimento delle donne ha costituito fin dagli albori una delle forze che hanno determinato il primo sorprendente successo elettorale di Erdoğan e del suo AKP nel 2002 e poi la lunga sequela di vittorie successive che ne ha fatto un record nella storia politica della Turchia. Dopo un inizio in sordina, da settimane la campagna per il referendum del 16 aprile in cui gli elettori turchi saranno chiamati a esprimersi sulla riforma costituzionale, già approvata dal parlamento, che di fatto comporta un passaggio da un sistema parlamentare a uno presidenziale, è ormai entrata nella sua fase più calda.

La costituzione che l’AKP vuole riformare è quella fatta scrivere ed approvare nel 1982 dalla giunta militare che nel 1980 aveva compiuto il terzo colpo di stato nella storia della repubblica. Una costituzione che mirava a ristabilire il primato dello stato sull'individuo e a restringere gli spazi di libertà e democrazia, infarcita di riferimenti nazionalisti e militaristi, tanto da far dire a un costituzionalista dell’epoca che “ il popolo turco non è tanto barbaro da meritare nel ventesimo secolo una costituzione del genere”. Dopo alcune timide riforme negli anni ’90 fu proprio il partito di Erdoğan tra il 2005 e il 2008 a operare delle riforme sostanziali sull'onda dello slancio riformatore che all'epoca prendeva forza anche dall'avvio dei negoziati di adesione all'Unione Europea. Nel 2008 poi lo stesso partito aveva dato incarico a un gruppo di stimati costituzionalisti di preparare la bozza di una nuova costituzione “civile e democratica”. L’abbandono poco più tardi di questo progetto ha coinciso di fatto con l’inizio della fine della fase riformatrice. È sufficiente sfogliare l’opuscolo propagandistico che le militanti AKP distribuiscono in questi giorni per avere una conferma della distanza con quell'epoca. Praticamente scomparsi i riferimenti alle libertà e al processo di democratizzazione, a farla da padrone l’aggettivo forte – g üçlü- associato al partito, alla nazione o al presidente, e la celebrazione della potenza ed efficienza di un presidente che la riforma metterebbe “finalmente” nella condizione in grado di risolvere tutti i problemi del paese senza gli intralci di un sistema parlamentare. Gli articoli riformati, oltre ad aumentare il numero dei parlamentari e abbassare a diciotto anni l’età minima per poter essere eletti in parlamento, sostanzialmente mettono fine al sistema parlamentare e instaurano un sistema presidenziale dai caratteri molto peculiari. La riforma abolisce la figura del primo ministro, concentra il potere esecutivo nelle mani del capo di stato al quale affida il ruolo di capo del governo, il potere di nominare ministri e di sciogliere il parlamento; al presidente viene trasferito anche parte del potere legislativo con la possibilità di emanare decreti legge; facendo ulteriormente vacillare l’autonomia del potere giudiziario la riforma attribuisce al presidente della repubblica o ai membri del suo partito il potere di nominare un numero considerevole di membri del consiglio superiore della magistratura; infine indebolisce le possibilità di controllo delle attività presidenziali da parte del parlamento da un lato abolendo la possibilità di interrogazioni parlamentari scritte e dall'altro stabilendo che ogni azione giuridica nei confronti del presidente della repubblica debba avere l’approvazione di due terzi dei parlamentari. Un modello presidenziale sui generis nel quale la separazione dei poteri si offusca e che apre la strada al regime di un uomo solo, al quale viene lasciata la possibilità di continuare a essere iscritto al suo partito e teoricamente anche quella di essere eletto per tre legislature. Talmente sui generis che anche lo stesso Erdoğan ha ormai rinunciato a presentarlo, come faceva tempo fa, comparandolo con quello americano, per definirlo invece come assolutamente “moderno” – un termine evocativo che da sempre esercita un fascino irresistibile nel discorso politico turco­­­­ - e allo stesso tempo “locale e nazionale”. E in fondo questa combinazione di moderno e di autenticamente locale ben rappresenta il modello ideologico che da anni ispira il presidente e il suo partito. Da un lato l’efficienza e la tecnologia simboleggiate dall'imponente serie di opere infrastrutturali realizzate in questi anni: ponti e tunnel che attraversano il Bosforo, aeroporti, giganteschi progetti di trasformazione urbana, una miscela di tecnologia, efficienza e potenza. Dall'altro la produzione sempre più insistente di una narrativa fondata sul recupero di codici, simboli e riferimenti religiosi e locali che pesca nel passato ottomano e che fa leva sul mai risolto trauma della grandezza imperiale perduta, altro classico leitmotiv della destra turca. La storia ottomana fornisce poi l’ispirazione per un modello politico capace di tenere insieme questi elementi. Non è un caso che da mesi Erdoğan e il suo partito siano impegnati nell'opera di riabilitazione del sultano Abdülhamid II, nella tradizione repubblicana dipinto come incarnazione del dispotismo e da qualche tempo invece celebrato da Erdoğan come esempio di modernizzatore e allo stesso tempo difensore di un’identità islamica. Quello che Erdoğan propone adesso ai suoi elettori con il referendum del 16 aprile è in fondo un modello di “modernità alternativa”, fondato su autenticità e valori locali contrapposti a quelli occidentali.

Questo scivolamento dall'adesione a valori universali e al progetto europeo verso un ripiegamento sul locale ha sicuramente a che vedere con l’evoluzione interna del partito AKP. Il partito che vinse inaspettatamente a man bassa le elezioni del 2002 era guidato da una classe dirigente eterogenea dal punto di vista delle biografie personali e politiche. Un gruppo dirigente all'interno del quale Erdoğan svettava certo per la sua biografia di politico locale di successo e per il suo carisma personale ma che comprendeva altre figure dotate di carisma e provenienti da esperienze e culture politiche diverse. A 15 anni di distanza, di quel gruppo dirigente, a cominciare dall'ex presidente della Repubblica Abdullah Gül, e della sua eterogeneità non è rimasto più nulla. Gran parte dei suoi componenti è stata emarginata, silenziata o semplicemente si è chiamata fuori e il partito ora coincide sostanzialmente con la persona del presidente, con quella dei suoi familiari e con un insieme di figure politicamente modeste, più simili a un comitato d’affari. Da un partito che raccoglieva diversi tradizioni della destra turca, da quella religiosa a quella liberale, e anche qualcosa di più, si è passati a un partito personale, identificato con un uomo mosso dall'ambizione di arrivare al fatale appuntamento del centenario della repubblica, il 2023, spodestando il padre della patria per eccellenza, Mustafa Kemal Atatürk.

Sarebbe tuttavia incompleto attribuire l’evoluzione della politica turca solamente al carattere di un uomo e alle dinamiche interne di partito. Dietro i feroci e grossolani attacchi portati da Erdoğan e dai membri del governo all'EU e a singoli paesi europei nelle scorse settimane, alle accuse di neo-nazismo alla Germania e all'Olanda e alle lezioni di democrazia, non è difficile scorgere il risentimento di chi si è sentito tradito. L’obiettivo dell’adesione europea nei primi anni duemila ha rappresentato uno dei rari momenti in cui si è generato un ampio consenso nella società turca oltre che uno straordinario motore per il processo di democratizzazione. Tuttavia lo schiaffo ricevuto nel 2007 e 2008 dalla Francia di Sarkozy e dalla Germania della Merkel non solo ha bloccato questo processo ma anche confermato l’ambiguità dell’atteggiamento europeo verso la Turchia. Un’ambiguità per cui la Turchia è fondamentalmente considerata solo come un baluardo, prima per la minaccia sovietica, adesso per le conseguenze delle tragedie mediorientali, ma in fondo mai come un partner da prendere seriamente in considerazione. L’ultima conferma di questo atteggiamento si è avuto con la vicenda dei profughi siriani. Ignorata per anni la loro presenza in Turchia, e altrove, sebbene nel 2015 fossero già quasi tre milioni, l’Europa si è affrettata a siglare degli accordi perché continuassero a rimanere in Turchia, salvo poi tornare a ignorarli una volta constatato che non bussavano più alle porte europee. Il tutto ovviamente accompagnato dagli strali di indignazione per aver delegato “a un paese come la Turchia” il problema dei profughi. Un’indignazione che ipocritamente ignorava il fatto che il paese stava gestendo, con difficoltà e carenze certamente, un numero di profughi ampiamente superiore a quello ospitato dall'intera Europa e senza mostrare le reazioni isteriche registrate in molte opinioni pubbliche europee. Il rapporto con l’Europa tuttavia non è stato l’unico fattore internazionale che ha favorito l’involuzione del partito di Erdoğan. L’effetto delle “primavere arabe” che da un lato ha alimentato la paranoia complottista della dirigenza AKP, come si è ben visto durante le rivolte di Gezi Park nel 2013, e dall'altro sull'onda dei successi dei partiti islamici in Egitto e Tunisia ha incoraggiato Erdoğan ad abbracciare un discorso identitario “orientale” e “islamico”. Infine l’aria del tempo intrisa delle sirene che invocano un rapporto diretto tra leader e masse e pronta a sacrificare libertà sull'altare della sicurezza e dell’efficienza ha trovato facile ascolto in una cultura politica da sempre sensibile al fascino dell’autoritarismo.

Proprio le contraddizioni e i paradossi della cultura e del sistema politico turco rappresentano il terzo elemento che ha contribuito a generare la situazione attuale. Il punto di svolta è rappresentato dalle elezioni politiche del giugno 2015. Dopo una lunga serie di successi elettorali, in quell'occasione per la prima volta l’AKP ha dovuto registrare una decisa battuta di arresto, perdendo quasi il 10% dei voti rispetto alle elezioni precedenti. Ancor più rilevante lo storico successo del partito filo-curdo HDP che è riuscito a conseguire un risultato di portata epocale, impossibile anche solo da immaginare pochi anni fa, mandando in parlamento 80 deputati e divenendo il terzo partito del paese. Una occasione per bilanciare le tendenze egemoniche di un partito solo al potere da 13 anni e per ridisegnare in senso pluralistico la vita politica del paese e rilanciare una nuova stagione di riforme. E invece nessuno degli attori coinvolti ha superato l’esame. Erdoğan e il suo partito, per nulla disposti a condividere un potere di cui hanno avuto il monopolio assoluto per tredici anni, hanno fin da subito mostrato di non aver nessuna intenzione di accettare i risultati delle urne. Il partito nazionalista MHP per puri interessi clientelari e il sedicente socialdemocratico Partito Repubblicano del Popolo – CHP - per le contraddizioni insite nella sua storia politica, si sono dimostrati incapaci di costruire una convincente coalizione alternativa. Il partito HDP dal canto suo, nonostante il trionfo elettorale, ben presto è stato neutralizzato dalla concomitante azione di diversi fattori: in primo luogo dalle sue contraddizioni interne che lo hanno portato inspiegabilmente a sostenere un’insurrezione urbana scatenata in nome dell’autonomia nelle strade di alcune città curde poche settimane dopo le elezioni, secondariamente dal risentimento di Erdoğan per essersi trovato di fronte un inaspettato rivale e non ultimo il fastidio del PKK, de facto un attore della vita politica turca, che più volte ha tenuto a minimizzare la portata del successo politico dell’HDP per il timore di vedere emarginato il suo ruolo. E il risultato di questa combinazione è stato esplosivo, facendo divampare di nuovo i combattimenti tra lo stato e il PPK. Una guerra che diversamente dal passato non ha avuto come teatro le montagne ma i centri urbani della Turchia orientale e che ha prodotto una lunga scia di vittime, distruzioni e sfollati, oltre che episodi di brutalità commesse dalle forze di sicurezza e anche dal PKK, responsabile tra l’altro, di una catena di attentati con autobomba che hanno provocato decine di vittime, tra cui molti civili, anche ad Ankara e Istanbul. A farne le spese la tregua durata quattro anni e i già traballanti negoziati intavolati per arrivare a una soluzione di un conflitto pluridecennale. A queste violenze si sono aggiunti da subito gli attentati sanguinosi rivendicati dall’ISIS. In questo clima plumbeo nuove elezioni nel novembre 2015 hanno restituito al partito di Erdoğan quel 10% di voti persi a giugno e il suo ruolo di signore unico della politica turca riportandolo al 49,5% dei consensi.

Il secondo momento di svolta è rappresentato dal tentato colpo di stato della notte del 15 luglio 2016. Capitolo oscuro, carico di punti interrogativi, che una commissione parlamentare sembra aver voglia di chiudere in tutta fretta, e che lascia solamente alcune certezze: qualche centinaio di vittime innalzate dalla retorica ufficiale al rango di martiri della democrazia ma destinate a essere dimenticate in fretta, la sensazione che ci siano segmenti della società che continuano a vedere l’intervento dei militari come soluzione per le difficoltà della democrazia e soprattutto l’opportunità per Erdoğan di sbarazzarsi definitivamente di Fethullah Gülen e del suo complesso e ambiguo movimento, designato come unico responsabile del fallito golpe. Pedina fondamentale per decretare il successo del progetto politico dell’AKP e garantirgli rispettabilità sul piano internazionale, il movimento di Gülen si è poi con il tempo trasformato in un pericoloso rivale dando vita a un conflitto di potere con l’AKP senza esclusione di colpi. La notte del 15 luglio ha quindi fornito al partito di Erdoğan il pretesto per la resa dei conti finale e pesantissima è stata la scure che si è abbattuta indiscriminatamente sui Gülenisti o presunti tali: 136.000 persone epurate dall'amministrazione pubblica - insegnanti, docenti universitari, giudici, poliziotti, militari -, 43.000 arresti, 100.000 indagati, chiuse associazioni, giornali, università legate al movimento di Gülen. Tuttavia ben presto sotto il maglio della repressione non sono finiti solamente coloro che erano sospettati di avere una qualche relazione con il “diavolo della Pennsylvania” ma anche esponenti dell’opposizione, intellettuali, giornalisti, studenti. Tra loro anche tredici deputati dell’HDP finiti in carcere dopo che il parlamento ha approvato la sospensione della loro immunità parlamentare, anche con i voti di deputati del “socialdemocratico” CHP, ennesimo esempio questo dei paradossi della politica turca. Perfetta sintesi del carattere paradossale assunto dalla repressione in particolare contro i giornalisti è il caso di Ahmet Şık. Coraggioso rappresentante del giornalismo d’inchiesta, Şık viene arrestato una prima volta nel 2011 insieme al collega Nedim Şener poco dopo aver terminato di scrivere un libro nel quale veniva documentata la massiccia infiltrazione di elementi gülenisti nella polizia. Rilasciato un anno dopo, nel dicembre 2016 Şık viene di nuovo arrestato questa volta con l’accusa di aver fatto propaganda per un’organizzazione terrorista, leggasi PKK, ed è tutt’ora in carcere.

Tuttavia, nonostante il paese viva da più di nove mesi sotto lo stato d’emergenza, la progressiva riduzione degli spazi di espressione del dissenso, la instancabile dedizione dei militanti dell’AKP, la onnipresente voce e figura del presidente Erdoğan sugli schermi televisivi e per le strade del paese e una campagna per il No che arranca tra molti ostacoli e qualche contraddizione, il risultato del referendum appare tutt'altro che scontato. Mai come in questa campagna referendaria si è assistito a un vortice di sondaggi di opinione e dati statistici. Al netto della prudenza necessaria nel considerare questi sondaggi, su due aspetti pare esserci un consenso di fondo: lo scarto minimo tra i voti del no e quelli del sì e la presenza di un'ampia fascia di elettori indecisi. A conferma di come il referendum non si annunci come una passeggiata trionfale, anche il cambio di atteggiamento da parte di Erdoğan e dei suoi che negli ultimi giorni hanno abbassato i toni e strizzato l’occhio all’elettorato curdo, prevedibilmente schierato in maggioranza per il no. Tuttavia il vero ago della bilancia appare rappresentato dagli elettori dell'AKP e del MHP. Il nazionalista MHP, che in parlamento ha approvato con l'AKP la riforma costituzionale e che porta in dote il 13% dei voti, appare in realtà profondamente lacerato al suo interno. Il suo segretario Bahçeli è schierato apertamente per il sì. Tuttavia da tempo il suo potere è minacciato da un’agguerrita rivale, Meral Akşener, una donna che nonostante le intimidazioni e gli ostacoli messi in atto dalla dirigenza si è apertamente schierata per il no e rischia di portare con sé una fetta consistente dell’elettorato del partito. L’incognita principale è tuttavia rappresentata dagli elettori dell’AKP, in particolare quel 10% che già nel giugno del 2015 aveva manifestato il suo malumore negando il suo voto al partito. Il clima di contrapposizione frontale e l’individuazione di un nemico interno sono una caratteristica costante delle campagne elettorali dell'AKP. Tuttavia nell'attuale frangente questa contrapposizione non solo ha raggiunto vertici particolarmente aspri travalicando i confini nazionali e lasciando la Turchia in una sorta di isolamento internazionale, ma coincide anche con un momento in cui l’economia dopo anni di crescita record mostra evidenti segni di fragilità. È soprattutto alla fascia di elettorato più pragmatico e meno propenso a scegliere un voto identitario per schieramenti che sembra legato l’esito di un referendum che, confezionato come un plebiscito sulla figura di Erdoğan, parafrasando uno slogan dell’AKP ha ormai assunto i caratteri di uno scontro decisivo “ per la democrazia vera, non per quella a parole”.

Istanbul, teatro-laboratorio della “nuova Turchia”

Salvatore Palidda

Maslak_bussines_centerAutore di La Turquie en marche (La Martinière, 2004) e di Erdogan. Nouveau père de la Turquie? (Ed. Nouvelles François Bourin, 2016), Jean-François Pérouse, direttore dell’IFEA (Istituto Francese di Studi Anatoliani) e residente a Istanbul dalla fine degli anni Novanta, viene ufficialmente presentato come geografo urbano e “turcologo”. Ma chi conosce la sua opera, si rende conto che Pérouse è un antropologo/etnografo estremamente fine, dotato di una particolare sensibilità per tutte le scienze umane, politiche e sociali. Il suo sforzo appassionato di capire Istanbul e la Turchia passa attraverso una continua osservazione, scevra da pregiudizi e giudizi di valore, secondo un punto di vista che rinvia alla geografia/antropologia politica di Erodoto e a Spinoza (Non ridere, nec lugere, neque detestari, sed intelligere). Nel suo libro più recente, Istanbul planète. La ville-monde du XXIe siècle, la descrizione della città e del paese abbraccia tutto: la storia ufficiale e la storia sociale, la letteratura antica e quella contemporanea, la lingua, nonché i processi di cambiamento economici, sociali, culturali e quindi politici.

Del resto, per capire in modo approfondito un oggetto di ricerca complesso quali sono Istanbul e la Turchia, non si può non attingere a tutte le conoscenze reperibili, esercitando il proprio spirito critico con rigore e pazienza per comprendere il significato di ciò che di volta in volta appare come un fatto sociale totale (per dirla con Marcel Mauss) o un fatto politico totale. Per questo, il titolo del libro è Istanbul planète et ville-monde. Ma qui non non si tratta più della Paris capitale du XIX siècle di Walter Benjamin, dal momento che Pérouse raccoglie la sfida di raccontare tutte le trasformazioni e le contraddizioni della città. Trasformazioni rapide, a tratti sconvolgenti, caratterizzate dalla violenza e dalla travolgente crescita demografica ma, talvolta, da una evoluzione pacifica e persino divertente. Una città che in poco più di venti anni ha visto triplicare il numero dei suoi abitanti, che è stata il luogo in cui è nato e cresciuto il cosiddetto nuovo sultano della Turchia il quale, da figlio di una modesta famiglia di inurbati, è diventato un capo ricco e potente, leader dei milioni di “terroni” provenienti dalle diverse e lontane campagne turche, suoi elettori fedeli a cui ha permesso l’accesso all'alloggio (perché padrone della gigantesca TOKI.

L’Istanbul di Pérouse non ha nulla a che vedere con i luoghi celebri di un immaginario che appiattisce questa immensa metropoli sugli stereotipi. L’Istanbul di questo libro ha cambiato radicalmente le sue dimensioni e le sue funzioni rispetto a tutta la letteratura che se n’è occupata finora e va ben aldilà di quella raccontata da Pamuk. Oltre allo sviluppo vertiginoso e distruttivo dell’ambiente (quanto quello del suo sultano e della sua reggia che vuole sminuire i fastosi edifici del passato), Istanbul è il teatro/laboratorio della costruzione sociale e politica della ‘nuova Turchia’. Si sa che tutte le grandi città del mondo sono una realtà a parte, rispetto al resto del paese cui appartengono, ma allo stesso tempo ne sono l’espressione più complessa. Pérouse mostra che Istanbul non ha soltanto una ‘funzione specchio’ della Turchia del passato e del presente, ma è anche rivelatrice di tutti gli sconvolgimenti avvenuti nei paesi dell’Est dopo la fine dell’URSS, in Iran come in Iraq, in Siria come nel resto del Medio Oriente, nei paesi del Mediterraneo e persino in Africa.

A Istanbul ci sono persone provenienti da ogni parte e che si muovono ovunque: turchi che arrivano da tutte le regioni del paese, persone in fuga dalle guerre permanenti e quanti – ricchi e meno ricchi – che vengono qui per shopping e affari. Ed è qui che fervono le sperimentazioni musicali, artistiche e letterarie più singolari, ma anche che si praticano le atrocità più inaudite contro la cultura e i diritti umani.

Sono i luoghi nei quali si può capire meglio che la storia di ogni società non è che coesistenza di sperimentazioni a volte pacifiche e spesso violente della vita associata degli esseri umani: sperimentazioni che possono produrre risultati diversissimi, effimeri e permanenti, come il politico attualmente al potere da un lato e i giovani delle rivolte di Gezi Park o il patrimonio artistico-architetturale dell’Istanbul storica dall’altro.

Jean François Pérouse
Istanbul planète. La ville-monde du XXIe siècle
La Découverte, febbraio 2017

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Speciale Francia 2017

Nello Speciale:

  • Alessandro Casiccia,  Tentazione neocentrista e nazionalsocialismo lepenista
  • Salvatore Palidda, La polizia francese, pratiche razziste e violenza neocoloniale

Tentazione neocentrista e nazionalsocialismo lepenista

Alessandro Casiccia

marine-le-pen-Con l’esito della corsa alla Casa Bianca e l’avvicinarsi delle elezioni in Francia, era naturale che l’opinione pubblica focalizzasse la propria attenzione sull’emergere di movimenti comunemente detti “populisti”, ma meglio denominabili “neo-nazionalisti”. Entro questo scenario, assume in Francia un ruolo rilevante, il Front National. Il caso deve essere tuttavia considerato nella sua specificità. Occorre non dimenticare i tratti peculiari del nazionalismo nelle vicende della Repubblica francese. E riflettere, al tempo stesso, sul tanto dibattuto distacco dell’attuale leader dal proprio padre. Se per alcuni osservatori quel distacco costituisce una frattura reale e profonda, per altri invece non rappresenta che un temporaneo camuffamento. E questa seconda ipotesi parrebbe trovare riscontro nelle dichiarazioni di Marine Le Pen a favore dei poliziotti dopo l’odiosa violenza da essi compiuta a danno di un giovane di colore nei primi giorni di febbraio. Resta fermo comunque che occorrerà tener conto anche del carattere molto particolare che nella storia francese ha più volte assunto il rapporto fra destra e sinistra (dal tardo ottocento, al periodo dell’occupazione, fin poi ai giorni nostri). Guardando a quel rapporto però i punti di contatto parvero spesso presentarsi non tanto nelle posizioni moderate di entrambi in fronti, quanto piuttosto in quelle radicali. E ciò parrebbe riproporsi ai nostri giorni in forme nuove. E non solo in Francia. Il che, considerando anche l’attuale rovina delle classi medie, potrebbe contribuire a rendere vieppiù discutibile il classico tema della “corsa al centro” come tattica vincente nei confronti elettorali. Tale “corsa” viene ora lanciata dal concorrente centrista Macron, facendo leva su un superamento delle opposte tensioni. Ma non si dimentichi che per un curioso paradosso proprio nella tradizione francese la prospettiva “né destra né sinistra” caratterizzò a suo tempo movimenti tendenzialmente fascisti.

Il partito oggi guidato da Marine Le Pen sembra confrontarsi con alcune questioni cruciali. L’immigrazione è una di queste: non solo perché non facile da gestire in assenza, al riguardo, di programmi europei coerenti, ma anche perché il fenomeno viene messo in rapporto, da una parte considerevole dell’opinione pubblica, con l’irruzione del terrorismo marcato “stato islamico”; irruzione particolarmente tragica proprio in Francia, come appare guardando agli eventi degli ultimi due anni.

Ma sarebbe assurdo ignorare quanto il fenomeno migratorio sia percepibile da una parte considerevole dell’elettorato tradizionalmente di sinistra come pressione competitiva nel mercato del lavoro. Non manca la possibile lettura del fenomeno quale “esercito industriale di riserva” utilizzabile programmaticamente da parte della classe capitalistica, grazie allo sgretolamento dei confini nazionali. Giustificabile o meno, una certa drammatizzazione del fenomeno migratorio pare presentarsi anche in altre linee politiche. Ad esempio, con la candidatura alle primarie di François Fillon, ora messa nuovamente in difficoltà per l’emergere dei noti scandali.

Un altro punto che appare oggetto di discussione è il ruolo dell’Unione Europea. Le cui politiche vengono in genere percepite, da un lato come un tentativo di limitare o controllare taluni effetti della globalizzazione, d’altro lato invece (e qui già si erano manifestate posizioni radicali di opposti segni) come un aspetto del processo globalizzante stesso, perlomeno in quanto la sua azione riduce i poteri sovrani degli stati membri; e accentua, almeno fra essi, la liberalizzazione degli scambi.

Anche sotto questo aspetto, la linea di Marine Le Pen merita attenzione in quanto, pur dichiarandosi europeista sotto il profilo culturale, esprime scetticismo e critica riguardo all’azione politica dell’Unione. Nell’ indirizzo da lei impresso al Fronte, emerge una riaffermazione dello stato-nazione, accompagnata dal progetto di un forte controllo pubblico sull’economia: aspetto, quest’ultimo, che segna una differenza marcata rispetto alle posizioni del padre. E così pure rispetto ad apparentemente simili posizioni neo-nazionaliste in altri paesi a sviluppo maturo; compresa quella rappresentata ora dalla Casa Bianca, nonostante il plauso formale di Marine Le Pen all’inaspettato successo di Trump.

A ciò si aggiunge, nella linea della leader del Fronte, una dichiarata sfiducia riguardo alle attuali élites della politica; e ancor più a quelle dell’economia finanziaria. A completare il profilo “socialista” che la nuova leader mostra (quasi a riempire il vuoto della sinistra politica), potrebbero ricordarsi le sue dichiarazioni a favore dei diritti dei lavoratori, di un fisco progressivo, del Welfare State, e contro il libero mercato globalizzato. Un atteggiamento critico nei confronti del grande capitale privato, e della crescente diseguaglianza parrebbe insomma delineare l’attuale indirizzo del Fronte. E non manca chi ritiene che un analogo atteggiamento avrebbe potuto (se assunto tempestivamente) ridare vita e seguito a molte linee politiche di sinistra, oggi in declino. L’entrata in scena, sia pur tardiva, di un candidato socialista radicale come Hamon potrebbe forse ridisegnare la scena, pur senza mutare il corso delle prossime elezioni.

È pure da tener presente che la dichiarata sfiducia nelle élites genericamente intese costituisce un tratto caratterizzante di molte posizioni demagogiche oggi presenti nel mondo; non esclusa quella espressa da Trump con frettolosa e paradossale demagogia durante la sua campagna per la Casa Bianca. In quella campagna erano oggetto di denuncia anche i poteri dell’alta finanza; rappresentanti della quale però, una volta ottenuto il successo elettorale da parte del tycoon, sono stati da lui chiamati a far parte della compagine governativa in posizioni strategicamente decisive. Del resto andrebbe sempre tenuto presente lo stretto rapporto fra il grande patrimonialismo immobiliare (di cui Trump è un rilevante esponente) e il mondo bancario.

In linea generale, la convinzione che lo sgretolarsi dei confini e delle barriere sia imputabile in buona misura alle élites cosmopolite del potere economico-finanziario, alimenta diversi movimenti neo-nazionalisti. Che tali movimenti poi si ergano anche a difesa di un’identità (linguistica, religiosa, “etnica”) e che soprattutto oggi tale difesa possa esprimersi attraverso la drammatizzazione sopra accennata delle ondate migratorie, tutto ciò acuisce la differenza rispetto a orientamenti propriamente definibili “di sinistra radicale”, pur non meno critici nei riguardi delle élite del potere, oltre che dell’attuale assetto economico-politico mondiale e dell’incontrollabilità del libero mercato senza confini e senza regole.

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La polizia francese, pratiche razziste e violenza neocoloniale

Salvatore Palidda

Il recente stupro col manganello del minorenne Théo per mano di quattro poliziotti durante un controllo è l’ultimo di una serie di fatti ad avere suscitato rivolta e sdegno in Francia, dopo la morte, pochi mesi prima, del giovane Adama Traoré, che tentava di sfuggire al controllo di polizia perché non aveva con sé la carta d’identità e aveva già sperimentato la violenza che si può subire in tali casi.

“Adama viene buttato a terra da tre gendarmi con tutto il loro peso. I poliziotti notano che la loro preda lamenta di non poter respirare e lo sbattono sul loro furgone dove perde conoscenza. Anziché condurlo all’ospedale, lo portano nella loro caserma. Il 19 luglio 2016, verso le 17,45, Adama Traoré sparisce tra le mani delle forze dell’ordine. Secondo la versione ufficiale, il decesso avviene alle 19,05. Ma nulla è detto alla famiglia. Avendo saputo che Adama «ha avuto una crisi», i familiari cercano sue tracce negli ospedali. Invano. Verso le 21, chiamando il pronto intervento (sapeurs-pompiers) apprendono che è trattenuto alla gendarmeria. La madre d’Adama, va quindi chiedere del figlio alla caserma; le rispondono «sta molto bene». Allora, aspetta lì con altri familiari. Alle 23,30 i gendarmi annunciano la morte d’Adama, cioè quattro ore e mezza dopo la constatazione ufficiale del decesso” (dal testo dell’appello di centinaia di artisti, sportivi e altri ).

Da oltre trent’anni i giovani delle banlieues francesi sono oggetto di continue umiliazioni, abusi, violenze vigliacche e persino torture da parte di agenti della polizia e della gendarmeria. La “giustificazione” di tale accanimento è stata legittimata da destra e sinistra, da buona parte dell’opinione pubblica e anche da parte della stessa popolazione delle periferie come necessaria repressione di “vandalismi primitivi”, di inciviltà intollerabili di “feccia” (racaille ebbe a definirla Sarkozy) che distruggeva le belle cose che lo stato paternalista-pastorale creava in tali territori per il bene di tutti. Le cosiddette rivolte dei giovani delle banlieues (discendenti dei lavoratori francesi e di origine immigrata) erano infatti descritte come azioni nichiliste o da lumpenproletariat. Ricercatori in scienze politiche e sociali, urbanisti e altri esperti ne hanno proposto diverse analisi (utile in proposito la bibliografia di Laurent Mucchielli ), spesso senza arrivare a suggerimenti utili e comunque restando sempre poco ascoltati dalle autorità pubbliche, salvo per le trovate buone per la demagogia elettorale. Così, i partiti politici hanno oscillato tra ammortizzatori sociali e l’escalation della tolleranza zero.

Com’era prevedibile, le rivolte delle banlieues non hanno mai smesso di riprodursi a causa di due principali fatti: 1) l’aggravamento continuo della disoccupazione, della precarizzazione, della discriminazione razzista e l’aumento come pseudo alternative del lavoro nero oppure dello spaccio, delle attività illecite, tutte conseguenze sempre più nefaste della deriva neoliberista; 2) la continua scelta della gestione violenta del disagio, dei malesseri e dei problemi sociali proprio perché la deriva neoliberista della destra e anche della sinistra – in Francia come altrove – ha avallato la fine delle politiche e pratiche di integrazione economica e sociale.

Così da più di trent’anni la polizia francese è stata legittimata e incitata verso la deriva razzista che, come scrivono Rigouste e altri, ricorda le pratiche violente del colonialismo ( De la question sociale à la question raciale? Représenter la société française , a cura di D. e E. Fassin, La Découverte). I criminologi e gli esperti di polizia, salvo qualche rara eccezione, hanno continuato nella loro attitudine reverenziale verso la polizia. E nei ranghi di questa si sono imposti i zelanti sostenitori delle modalità muscolose accompagnati da fascisti lepenisti e neo-colonialisti («figli» dei feroci nemici dell’Algeria indipendente).

Una tale riproduzione delle violenze ha provocato il cronicizzarsi dell’impotenza e dell’odio da parte dei giovani e di parte della popolazione delle banlieues . Il discredito e l’immagine insudiciata della polizia e dello Stato hanno indotto alla costernazione, allo sconforto e alle proteste sempre più associazioni, personalità e cittadini che ancora credono nella possibilità di salvare la République democratica dell’ égalité, fraternité et solidarité. Ma, l’impotenza sembra prevalere. Come per confermare le loro abituali pratiche, alla fine della manifestazione del 18 febbraio a Parigi, in piazza della Repubblica, 4 o 5 poliziotti insieme, varie volte non hanno esitato a trascinare per terra dei manifestanti colpendoli ripetutamente a manganellate sulla testa e dappertutto (vedi le immagini). Assai grottesca appare allora la coesistenza del tentativo di «pacificazione» del presidente della Repubblica Hollande che va a trovare Théo in ospedale mentre la gerarchia della polizia comunica che lo stupro di questo ragazzo è stato solo un «fatto accidentale» e dopo dirige ancora violenze a République il 18 febbraio.

In effetti, la gerarchia della polizia, con il sostegno della maggioranza dei politici di destra e di sinistra, sembra ben ancorata all’idea che la police repose sur le désordre (la polizia si basa sul disordine). Come sottolinea Hélène Huillet, è qui che sta la «ragione» della deriva dell’attuale congiuntura. E ciò perché alcuna proposta e dinamica politica sembra essere in grado di portare la polizia e in generale il governo della sicurezza verso la gestione pacifica del disordine così come verso un governo dei malesseri e problemi economici e sociali secondo lo spirito dell’égalité, fraternité et solidarité.

A dispetto di alcune diagnosi e pronostici sulla crisi del neoliberismo, questo continua a dominare, alimenta e si nutre dei successi della destra più ignobile negli Stati Uniti come altrove. A ciò corrisponde il continuum delle guerre e di una gestione della sicurezza secondo modalità militar-poliziesche di tipo neocoloniale all’interno stesso dei paesi dominanti. Non è un caso se negli Stati Uniti come in Francia la polizia massacra sempre più giovani neri o figli di immigrati, così come è probabile che avverrà anche in Inghilterra, visto l’orientamento dopo il Brexit.

La crisi dell’assimilazionismo in Francia e in altri paesi e la nuova etnicizzazione e razzializzazione degli immigrati e dei loro discendenti è ben spiegabile. Non si tratta di inattesi revival o rigurgiti d’integrismi pseudo-religiosi, e in parte anche “laici”(J.F. Bayart, Les fondamentalistes de l'identité. Laïcisme versus djihadisme. Karthala, 2016) o di “populismi”. Questi non sono che la strumentalizzazione delle conseguenze della destrutturazione economica, sociale, culturale e politica, dello smantellamento del welfare, delle conquiste democratiche. Si tratta quindi della conseguenza ben prevedibile del successo neoliberista che produce innanzitutto una violenta destrutturazione permanente, così come le guerre permanenti, la proliferazione delle insicurezze che gli imprenditori della ‘distrazione di massa’ attribuiscono a false cause e al nemico di turno o di comodo occultando le loro responsabilità. Chi provoca immigrazioni disperate? Chi provoca la riproduzione delle guerre, così come delle rivolte delle banlieues? Chi alimenta i terrorismi?

Questa congiuntura non può non indurre al pessimismo. Tuttavia, forse la sola strada percorribile è il tenace tentativo di costruire ex novo dal basso una gestione pacifica dei malesseri e problemi sociali associandovi tutte le persone, di tutte le professioni, rimaste ancora ancorate alla difesa della res publica; si tratta allora di affrontare innanzitutto le vere insicurezze di cui soffre la maggioranza della popolazione, dai rischi di diffusione delle malattie oncologiche a causa dell’inquinamento (anche da sostanze e rifiuti tossici per mancanza di risanamento e di effettiva prevenzione), ai disastri ambientali, dalla diffusione delle economie sommerse alle neo-schiavitù. Intanto il 23 febbraio i liceali di ben 16 licei di Parigi hanno abbandonato le aule e sono scesi in piazza per “vendicare Théo”; così era scritto nello striscione di testa di una manifestazione non autorizzata nonostante le minacce strombazzate dalle autorità di polizia persino con manifesti affissi dappertutto nelle scuole e l’appoggio a queste da parte di diversi presidi e docenti. Una manifestazione molto dura con toni estremi e senza quella paura che invece sembra mal nascosta nei ranghi della polizia perché non è la prima volta che i liceali parigini non esitano a passare alle modalità estreme ben oltre i cosiddetti casseurs abituali. Dai 14 ai 18 anni hanno la vita davanti e non vogliono viverla come pecore bastonate, impaurite e silenti. Loro sono certo i soggetti sociali che non si piegano e indicano che resistere si può.

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Trump #3 – Popolarità del trash

rs-trump-crowdSalvatore Palidda

È interessante leggere quanto dicono coloro che “l’avevano previsto” e coloro che ancora non si danno pace. Il trionfo di Trump è presentato come uno sconvolgimento copernicano. Eppure ha diverse somiglianze non solo con la Brexit, ma anche con i successi di Berlusconi o di Erdogan, della destra polacca e ungherese, dell’attuale tiranno delle Filippine o anche di Grillo (che però non è la stessa cosa del M5S). Una giovane 23enne, assai colta, dice: ma com’è possibile che nell’epoca di internet, di Wikipedia, dell’accesso ormai universale e banale alle conoscenze prevalga il consenso al razzismo, al sessismo, al trash e alle violenze le più orribili (vedi i post su disabili picchiati o anche su atti di tortura messi in rete da parte di agenti delle polizie o militari). Evidentemente questa giovane crede ancora a quella funzione salvifica delle conoscenze che risale all’illuminismo. Ma le “rivoluzioni” che si sono succedute dalla fine del XIX secolo e in particolare quella neo-liberista dagli anni ottanta del XX in poi favoriscono una diffusione delle conoscenze a beneficio dei dominanti e quelle critiche solo fra una parte minoritaria della popolazione. La stragrande maggioranza della popolazione, invece, è alla mercé di una comunicazione quasi sempre bombardata da messaggi che non inducono certo alla riflessione critica nei confronti di propositi, atteggiamenti e comportamenti contro ogni umanità.

Così come la distanza fra ricchezza e povertà e fra dominanti e dominati è diventata sempre più mostruosamente gigantesca, lo stesso si può dire a proposito della distanza fra le cerchie sociali e morali dei professionisti della politica e degli intellettuali (gli uni e gli altri siano di destra, di centro o di sinistra). Si capisce così come in una congiuntura di devastante processo di destrutturazione economica, sociale, culturale e politica quale quella che viviamo dagli anni ottanta in poi la maggioranza della popolazione sia approdata alla quasi totale disillusione se non all’odio verso la politica, verso gli intellettuali, verso le cerchie dominanti (di destra e di sinistra) che a loro volta sono sempre più autoreferenziali.

Come osserva giustamente – fra pochi altri – lo scrittore Jonathan Lethem (intervistato da Viviana Mazza per il Corriere), “Trump incanta perché incarna la noncuranza nei confronti della ragione, della civiltà, della logica … è una figura profondamente anti-intellettuale” … “è una persona legata allo show business, non un autentico politico … è incapace di incarnare qualunque significato o valore … ma le persone ne hanno fatto il depositario dei loro autentici dolori e desideri” … Paradossalmente il successo di personaggi come Trump “è un fortissimo atto d'accusa contro i decenni di fantasie neoliberiste, e il fatto che abbiamo celebrato le élite, gli imprenditori e i vincitori del boom tecnologico e abbandonato le idee della vecchia sinistra … i miliardari decidono per il mondo, senza alcun contatto con la base, con i lavoratori, con i movimenti di liberazione ai margini della cultura».

Perché i blue collars, le banlieues della cintura rossa di Parigi o parte dei lavoratori della sinistra italiana sono diventati di destra o grillini o non votano più così come buona parte dei giovani nati fra la fine del XX e questa prima parte del XXI secolo? E perché le “schegge impazzite” dei giovani “senza futuro”, spesso oggetto di criminalizzazione razzista, diventano persino terroristi? Che cosa dovrebbe attirarli e convincerli ad aderire alle proposte dei politici e ai discorsi degli intellettuali? Dagli anni ottanta in poi la maggioranza di queste due categorie è approdata al neo-liberismo e quindi al deserto delle menti dei dominati. Foucault suggeriva di decostruire le scienze politiche e sociali per capire il discorso che il dominio fa diventare potente e pervasivo affinché sia interiorizzato da tutti come proprio (la biopolitica). Ora sembra essere approdati a un non-discorso in opposizione a tutti i discorsi. Non siamo difronte al fascismo o al nazismo del XX secolo, ma a una sorta di fascismo democratico che sembra nutrirsi soprattutto di popolarità del trash, dell’antipolitica, dell’antintellettualismo e del “mi piace” per la violenza. Spesso il dominato che subisce questa tende a rifarsi sul più debole che può sottomettere.

È probabile che Trump non durerà molto se disturba troppo gli orientamenti e obiettivi dell’apparato della prima potenza mondiale e delle grandi lobby che continueranno a gestire il potere a prescindere da lui. Non a caso il suo primo discorso da presidente è stato moderato e conciliante, volto a rassicurare tutti. Ma, come è stato col berlusconismo che ha permeato l’Italia e continua a governare con la maggioranza parlamentare del governo Renzi, l’esperienza Trump (come il Brexit ma anche come Sarkozy e la sua continuità con Hollande e Valls) aggraverà la frattura fra élite e maggioranza della popolazione. Non solo distanza fra ricchezza e povertà, fra potere e non-potere, ma sarà ancora più evidente l’impossibilità del mantenimento delle promesse.

E allora in cosa si trasformerà il fascismo democratico? Probabilmente in una nuova ondata di assassinii di neri e di latino-americani, della tolleranza zero e anche di resistenze a volte disperate. Allo stesso tempo aumenteranno le neo-schiavitù degli indocumentados ma anche dei migranti regolari e di poveri statunitensi, e aumenteranno i diversi crimini non solo finanziari dei white collars e sarà favorita la libertà di provocare crimini sanitari-ambientali cioè l’aumento dei malati di cancro e altri disastri. Insomma il neo-liberismo dell’amministrazione Trump promette di più di quanto hanno già conosciuto gli Stati Uniti da Reagan a Bill Clinton ai Bush. Ma l’isolazionismo sarà alquanto improbabile mentre le guerre permanenti continueranno a riprodursi. La maggioranza del senato e della camera sembra ben lungi dall’avallare tutte le promesse di Trump: gli Usa continueranno a pretendere di essere la prima potenza mondiale così come l’abbiamo conosciuta dal dopo 11 settembre 2001, approfittando anche della nullità politica europea e dell’avallo del governo del Brexit nel Regno Unito.

Dati sul voto

Usa, aventi diritto di voto: 220 milioni (su 325 milioni di abitanti)

Voto popolare”, voti validi: 120.195.359 (54,6 %)

per Hillary Clinton: 59.798.978 (27,2  %)

per Donald Trump: 59.594.262 (27,09  %)

per altri: 802.119 (0,364  %)

(fonte Associated Press, elaborazione Repubblica, ultimo aggiornamento: 10 novembre)

Quindi Trump è stato eletto dal 27% degli elettori; nel 2012 Obama non aveva fatto molto meglio: 28,5 %; il sistema elettorale Usa come quello di quasi tutti i paesi non favorisce per nulla la partecipazione ... ciò dà ragione a chi pensa che la democrazia è un'impostura!)

NB: nel 1990 gli Usa contavano 250 milioni di abitanti, oggi 75 milioni in più grazie non tanto alla natalità ma alla “naturalizzazione” degli immigrati soprattutto messicani; allo stesso tempo in questi 26 anni gli Usa hanno continuato a beneficiare di oltre 13 milioni di immigrati irregolari (che però sono costretti a pagare le tasse) nonostante 400 mila e a volte un milione di espulsioni l’anno e le centinaia e a volte migliaia di ammazzati alla frontiera messicana. Al di là della demagogia razzista di Trump, è più probabile che la schiavizzazione degli immigrati irregolari aumenterà e la regolarizzazione e la naturalizzazione diminuirà.

Brexit, la vittoria del neoliberismo o “tanto rumore per nulla”?

brexit-ukSalvatore Palidda

Grazie alla Thatcher e poi a Blair il Regno Unito è stato il paese europeo in cui s’è sperimentata più in profondità la svolta liberista con amalgami o ibridazioni apparentemente singolari di “arretrato” e “postmoderno”, comprese eredità di destra e di sinistra. Il primo obiettivo liberista è stato e resta la permanente destrutturazione economica, sociale, culturale e quindi politica. Non solo perché divide et impera è da sempre la modalità vincente di ogni dominio, ma anche perché così si erodono o si cancellano le possibilità e le capacità di agire politico collettivo che negli anni 68-75 portarono alla conquista di diritti e di miglioramenti per lavoratori e studenti.

Non deve quindi stupire che i risultati del referendum scombinino tutte le carte tradizionali della lettura della realtà: per il Brexit hanno votato sia razzisti e “popolo” di destra sia quello di sinistra, sia nazionalisti che semplici qualunquisti, sia zone considerate l’“Inghilterra profonda” sia zone popolari alla periferia di Londra, sia operai che neo-ricchi, sia acculturati che “analfabeti di ritorno”. E, in parte, lo stesso è avvenuto per quelli che hanno votato per restare nell’UE: nazionalisti scozzesi e nord-irlandesi, tutto il mondo della finanza, a parte probabilmente qualcuno che ha scommesso sulla sorpresa inaspettata visto che tutti si sono fatti abbindolare da sondaggi fallaci ma super mediatizzati. Proprio il clamoroso fallimento dei sondaggi può essere considerato l’indicatore emblematico della profonda destrutturazione sociale. I sondaggisti, infatti, costruiscono i loro campioni e algoritmi per le ipotesi di oscillazioni secondo criteri, categorie e parametri che non sono mai al passo con i cambiamenti continui di una società fortemente soggetta alla segmentazione instabile e discontinua, propria dell’andamento liberista dell’economia che si riflette anche nelle rappresentazioni culturali e nei comportamenti sociali e politici.

In altri termini, la vittoria del Brexit è il trionfo di una “frattura sociale” e politica permanente (in parte lo stesso avviene un po’ in tutti i paesi). La vittoria della grande illusione liberista è voler fare del Regno Unito sempre più un grande paradiso fiscale, un paese dove non si vogliono immigrati con diritti, a parte la cosiddetta “immigrazione scelta”, il che immancabilmente equivale a volere immigrati clandestini cioè schiavizzabili come appunto i tredici milioni negli Stati Uniti o i circa 300 o 400 mila in Italia, risorsa eccezionale per le economie sommerse e semi-sommerse. E’ evidente, infatti, che nessun paese ricco può sopravvivere senza il lavoro di quasi neo-schiavi, di inferiorizzati a cui si danno i salari più miserabili, i lavori più pesanti e più nocivi e che si possono eliminare tout court senza alcuna ambascia come “eccedente umano” (o waste life). Una manodopera, questa, essenziale per il “gioco del ricatto incrociato”: al clandestino si danno 2 euro l’ora, all’immigrato regolare 4, all’autoctono 6 o anche 8; chi si lamenta sa che lascia il posto a chi sta in fila ad aspettare.

Il funzionamento di questo dispositivo passa grazie a un certo consenso sociale e la connivenza se non il coinvolgimento/corruzione di ispettori del lavoro, ispettori Asl, polizia, alcuni dell’ente locale. Questa è la prassi abituale in tanti luoghi degli Stati Uniti, d’Italia e di altri paesi, cioè la legittimazione di illegalismi tollerati e di quelli bollati come intollerabili. Ma la vittoria del Brexit provoca un altro fallimento: tanti sono gli inglesi che svolgono attività che necessariamente hanno bisogno del libero mercato europeo. Può esistere una città come Londra senza stranieri ? Tanti operatori economici stranieri e anche semplici immigrati e inglesi che lavorano a stretto rapporto grazie al mercato libero europeo non potranno accettare misure autarchiche. E se Londra punterà a diventare città-stato che ne resta del Regno Unito? Le schermaglie sono già all’opera. Johnson e tanto meno Farage difficilmente possono ricevere l’incarico di formare il nuovo governo. Il successo della Vandea inglese non può portare all’autarchia; nell’attuale congiuntura del liberismo globalizzato è la city che decide il futuro. E’ allora probabile che il Brexit finirà per ridursi a nulla o al massimo ad accordi con l’UE simili a quelli con il Canada e gli Stati Uniti. Insomma nulla esclude che tutto finisca in “tanto rumore per nulla”.

Anamorfosi dello Stato. La gestione dell’ordine in Europa

video.tensions-rennes-entre-casseurs-manifestants-et-policiers_0Salvatore Palidda

Le pratiche adottate dalla polizia francese negli ultimi mesi, e in particolare fra la fine d’aprile e il 18 maggio, hanno scioccato la maggioranza dei manifestanti pacifici e provocato danni e ferite a molti di loro. Il 17 maggio la polizia ha inscenato manifestazioni di protesta contro le violenze anti-flics e il 18 i servizi d’ordine dei sindacati hanno picchiato duramente alcuni cosiddetti casseurs. Le testimonianze e i dibattiti su questi fatti sono numerosi (si vedano i reportage di Médiapart, qualche tv e anche di «Le Monde» e «Libération»)1. Manca però una riflessione più approfondita e anche una prospettiva comparativa con fatti simili riscontrati, su un periodo più lungo, in altri paesi sedicenti democratici2.

I fatti

Indurimento, deriva e deregolamentazione incontrollati, involuzione violenta: definizioni come queste, adottate da diversi commentatori delle recenti pratiche poliziesche, indicano che si sarebbe di fronte a un cambiamento inatteso. Tali fatti sono avvenuti nella congiuntura della scelta del governo d’imporre la legge El Khomri di riforma delle norme che regolano i rapporti di lavoro (una sorta di job act), manifestamente ispirata alla logica liberista. I capi dello Stato e del Governo, François Hollande e Manuel Valls, hanno affermato con fermezza di voler escludere qualsiasi negoziazione con i parlamentari «dissidenti» e con sindacati e scioperanti. Prima ancora delle manifestazioni, Valls, il ministro dell’interno Cazeneuve e i prefetti di polizia hanno affermato che non avrebbero lasciato crescere la protesta invocando l’alibi dei cosiddetti casseurs per legittimare, e giustificare, pratiche «muscolari». È apparso allora chiaro che il governo dell’ordine pubblico ha optato per una sua gestione violenta, anziché per una pacifica e negoziata: oltretutto approfittando di una congiuntura di indebolimento del movimento operaio, umiliando i sindacati e ogni altro contestatore, a dispetto del carattere assolutamente pacifico della stragrande maggioranza dei manifestanti (con l’eccezione di qualche centinaio di cosiddetti casseurs, cioè giovani che si illudono di compiere atti «rivoluzionari», nei fatti gesticolazioni inefficaci, inutili o persino auspicate dalle autorità al fine di scatenare le violenze poliziesche). Ricordiamo che, anche in passato, ogni volta che i governi hanno dovuto imporre leggi impopolari hanno fatto ricorso alla gestione violenta dell’ordine, impiegando agenti provocatori e «schegge impazzite». Ma quando il movimento operaio era forte, la polizia non osava spingersi sino a entrare nel corteo per tagliarlo in più spezzoni, ingabbiando tutti i manifestanti, come è invece potuto avvenire lo scorso 1 maggio poco dopo la partenza del corteo da Bastille verso Nation. Quando i manifestanti sono relativamente forti e «arrabbiati», la polizia evita il contatto: ha paura di poter essere disarmata, o che qualche manifestante possa portare con sé armi vere e proprie.

Lo stato di diritto democratico è un simulacro vuoto?

Come dicono testi giuridici, codici deontologici e altre norme3, la gestione dell’ordine in uno stato di diritto che si definisca democratico dovrebbe garantire anzitutto il diritto di manifestare, e quindi la protezione dei manifestanti pacifici, anche isolando eventuali fautori di disordine o «schegge impazzite» secondo modalità rispettose delle garanzie democratiche. E dovrebbe adottare sanzioni severe nei confronti di agenti e funzionari di polizia che si macchino di abusi, violenze e atti arbitrari.

Senza farsi illusioni sull’effettiva possibilità che venga rispettato lo Stato di diritto, si constata che il governo della sicurezza oscilla sempre tra gestione pacifica e negoziata del disordine e gestione violenta, a seconda delle circostanze. Così, può accadere che nella stessa congiuntura si abbiano momenti in cui s’impone la gestione violenta a discapito della negoziazione pacifica, e che ciò non riguardi solo l’ordine pubblico ma anche altre situazioni classificate – spesso secondo una discrezionalità che scivola facilmente nel libero arbitrio – come disordini, infrazioni o trasgressioni alle norme. Il passaggio dalla gestione pacifica a quella violenta può seguire precise direttive provenienti dall’alto (dal potere politico o dalle gerarchie poliziesche) o prodursi in modo occasionale (i fautori dei disordini possono trovarsi fra i manifestanti, fra le forze dell’ordine, a volte in mezzo a qualche piccolo sindacato di polizia). Tuttavia lo scontro può sempre essere controllato e bloccato se i dirigenti delle forze dell’ordine schierate in piazza controllano davvero le loro «truppe» perché in ogni caso è sempre la polizia ad avere la maggiore forza (salvo in alcuni casi di guerra civile). In diverse circostanze si è visto come il potere «giochi il disordine per imporre il suo ordine»: si usa l’alibi dei casseurs o dei black block, spesso con l’ausilio di agenti provocatori, ma anche con discorsi che aizzano le forze dell’ordine e l’opinione pubblica.

Le forze di polizia nella deriva liberista

Da qualche decennio, specie dopo il G8 di Genova, le polizie dei paesi sedicenti democratici sono tornate alle pratiche muscolari conosciute in tanti momenti del secondo dopoguerra4. L’obiettivo è stato evidentemente quello di scoraggiare, dissuadere e smobilitare le possibilità di azione pubblica da parte di chi contesta le scelte dei dominanti, cioè contro la svolta liberista. Per far ciò le polizie sono state dotate di nuovi equipaggiamenti, addestrate a far fronte alla «guerriglia urbana», alimentate da una propaganda interna di esasperazione della paura di «attacchi terribili» da parte di terroristi che si infiltrerebbero fra le folle, eccetera. Una parte dei nuovi reclutati nelle polizie sono ex-militari che hanno alle spalle missioni militari in teatri di guerra (Irak, Afghanistan ecc.). Vestiti da robocop, dotati di flashball, gas lacrimogeni, taser, droni: equipaggiamenti che fra l’altro sono uno dei nuovi business del XXI secolo, al pari degli armamenti «intelligenti». Il non infrequente abuso di tali dispositivi non fa che aumentare il disordine e, se adottati anche dai «fautori di disordine», non possono che condurre a situazioni assai pericolose per tutti, manifestanti pacifici e poliziotti che non hanno voglia di fare i Rambo. Si capisce peraltro che una città inondata da gas lacrimogeni e da immagini di scontri e «devastazioni» – spesso manipolate dai media – sia funzionale a dissuadere la partecipazione alle proteste (se tutti questi gas fossero emessi da privati, questi verrebbero perseguiti per inquinamento!). È certo che questo non aiuterà il turismo; ma lo stato di guerra e la militarizzazione del paese, proclamati da Hollande, sono anzitutto una stupidaggine, in un paese che pretende di essere una delle grandi potenze globali, che dà dignità di nemico a un pugno di terroristi sfuggiti al controllo dei servizi segreti.

Le esperienze passate mostrano che quando si tira troppo la corda, del gioco dell’ordine attraverso il disordine, si rischia di favorire una vera radicalizzazione. Invece è assai probabile che se la polizia mantenesse un ruolo discreto e non invasivo le manifestazioni si svolgerebbero pacificamente e gli eventuali casseurs o fautori di disordini sarebbero isolati dalla maggioranza dei pacifici. Questo non ha nulla a che fare con l’azione dei servizi d’ordine dei sindacati in nota intesa con la polizia, come richiesto dallo stesso Valls5. Anche i sindacati sono in effetti tornati a partecipare alla cogestione dell’ordine pubblico: in quello che tanti manifestanti e sindacalisti di base hanno definito «collaborazionismo» (un termine che in Francia evoca lo spettro di Vichy, il governo fantoccio degli occupanti nazisti dopo il 1940). Questo fatto è abbastanza sconcertante, poiché aggrava la perdita di consensi dei sindacati e abbatte il recupero di credibilità iniziato con la lotta contro la legge El Khomri. Ancora una volta la nomenclatura sindacale pensa di salvare le cadreghe e di riguadagnare peso attraverso l’intesa sottobanco col governo; e non otterrà alcuna revisione della legge sul lavoro. Le pratiche poliziesche nelle banlieues6 o nei confronti degli immigrati e persino dei clochards, come dei manifestanti per le più diverse cause, s’inscrivono in una concezione del governo della sicurezza palesemente incoerente rispetto allo Stato di diritto democratico. Il Governo mira all’imposizione violenta di scelte economiche, sociali e militari disutili alla res publica, distraendo compiti e risorse che invece dovrebbero essere destinate a combattere le vere insicurezze, ossia i rischi di disastri sanitari-ambientali (basta verificare le statistiche dei decessi per tumori, incidenti sul lavoro e malattie professionali), le neo-schiavitù connesse alle economie sommerse7, a loro volta legate alla corruzione di una parte delle agenzie di controllo e delle polizie e alla depenalizzazione dei crimini dei colletti bianchi8. Le polizie detengono sempre un potere discrezionale che facilmente può scivolare verso il libero arbitrio9 e così gestisce gli illegalismi tollerati e gli intollerabili10, “lascia correre o chiude gli occhi” di fronte a situazioni di neo-schiavitù, di violenze sessuali nei posti di lavoro ecc. Nei fatti garantisce così l’impunità di comportamenti illegali, legittima pratiche illecite e s’accanisce per reati attribuiti sulla base dell’aspetto somatico (délit de faciès), per qualche piccola infrazione e a volte inventa anche le prove. Non è un caso che non sia stata mai istituita un’autorità effettivamente indipendente dotata di potere di controllo delle pratiche delle polizie.

L’anamorfosi continua dello stato di diritto e la beffa della res publica

La polizia pratica un’anamorfosi11 dello Stato di diritto, arrivando a oscillare fra illegale e legale: così contribuendo alla regolazione economica e sociale e all’aumento della gerarchizzazione della società. Il suo potere discrezionale, aumentato dal monopolio della forza (legittimato dal potere politico e dal consenso conservatore anche quando è illegale), si articola tra l’uso del bastone e quello della carota. Coesistono autoritarismo e democrazia, repressione esemplare e tolleranza, «stato di polizia» o «d’eccezione» e «stato democratico»: pratiche autoritari corrispondenti ormai anche all’opinione di buona parte della popolazione, che ha interiorizzato il discorso dei dominanti.

L’eterna questione della democratizzazione delle polizie, delle carceri e dell’amministrazione della giustizia e di altre istituzioni, è resa vana quando si constata che la democrazia non può essere che un simulacro vuoto, una trappola per catturare prede ingenue, quando coesiste con l’autoritarismo violento. La svolta liberista ha condotto a portato a un ulteriore incremento di potere, in favore di attori che hanno aumentato la loro discrezionalità e le proprie chances di praticare l’arbitrio, a discapito dei soggetti sociali più deboli e della res publica.

Cos’è la re-invenzione della democrazia in crisi, o la post-democrazia di cui discutono Dominique Schnapper e Yves Sintomer? O la rinascita auspicata da Edwy Pleinel e Médiapart? Si va verso un’involuzione autoritaria o verso il ritorno a una competizione tra grandi partiti di massa o si può sperare in una sorta di «comunismo» come secondo alcuni pensano o sognano filosofi come Žižek, Agamben o Badiou?12 Bisogna dar credito a chi drammatizza sino all’estremo o, all’opposto, a chi dice che non si tratta che di un’orribile congiuntura come tante altre passate e che alla fine la «democrazia» sarà capace di rinnovarsi? Ma restare in mezzo al guado non ci porterà alla mercè del gioco abituale del «dibattito», che infine fa digerire tutto e il contrario di tutto? Non rischiamo insomma di partecipare al gioco dell’anamorfosi dello stato di diritto reazionario o democratico? I fatti sembrano lasciare poco spazio a dibattiti a volte farraginosi. La Commissione europea sembra una vecchia signora inglese circondata da uomini d’affari esperti in white collar crimes, dirigenti di polizia, esperti di antiterrorismo, militari, mercanti d’armi, leader delle «multinazionali del cuore» (che si occupano dello smaltimento di poveri, rifugiati e migranti) e anche mandarini delle scienze politiche e sociali; una specie di Regina Elisabetta che riverisce emiri arabi e oligarchi russi e indonesiani che investono a Londra, facendo finta di non sapere che così si alimenta indirettamente l’ISIS.

Ci troviamo in una delle peggiori congiunture dal 1945 a questa parte. I margini d’azione politica pubblica sono assai ristretti. Resta vitale un impegno rigoroso per la parresia come resistenza della libertà di parola e d’azione: nei limiti del possibile, cioè tenendo conto dei rapporti di forza reali e senza farsi illusioni di sorta13.

2 Cfr. L. Zedner, Policing before and after the Police: The Historical Antecedents of Contemporary Crime Control, «British Journal of Criminology», XLVI, 2006, 1, pp. 78-96

4 Cfr. La Frénésie sécuritaire. Retour à l’ordre et nouveau contrôle social, a cura di L. Mucchielli, Paris, La Découverte, 2008 e i contributi raccolti in Les violences politiques en Europe.

6 Cfr. M. Rigouste, La Domination policière. Une violence industrielle, Paris, La Fabrique, 2012; D. Fassin, Pouvoir discrétionnaire et politiques sécuritaires. Le chèque en gris de l’État à la police.

7 Cfr. Governance of Security and Ignored Insecurities in Contemporary Europe, London, Routledge, 2016.

8 Cfr. G. Chantraine-G. Salle, Pourquoi un dossier sur la «délinquance en col blanc»?, in «Champ pénal»/«Penal field», X, 2013: http://champpenal.revues.org/8555.

9 Cfr. E. Bittner, E. (par R. Lévy) «Egon Bittner et le caractère distinctif de la police : quelques remarques introductives à un débat”,  www.cairn.info/revue-deviance-et-societe-2001-3-page-279.htm

10 «Politix», 3, 87, a cura di N. Fischer e A. Spire: http://www.cairn.info/revue-politix-2009-3.htm.

11 Cfr. J. Baltrušaitis, Anamorfosi o Thaumaturgus opticus [1955-1984], Milano, Adelphi, 1990.

alfadomenica #5 maggio 2016

Oggi su alfadomenica:

  • Scott Hutchins, L'evoluzione del desiderio:  Mio padre premette il pulsante con il pollice e The Land of Make Believe si posò sul piatto girevole. Il braccio automatico si mosse a scatti indietreggiando e si abbassò con precisione sul bordo del disco. Un assolo di tromba scandì qualche nota nel nostro salotto vuoto. C’era il ghiaccio nel secchiello e mia madre aveva fatto del chex mix. Questi erano gli unici segnali che i miei genitori quella notte stavano facendo qualcosa d’insolito come ospitare una festa.  Leggi:>
  • Salvatore Palidda, Anamorfosi dello Stato. La gestione dell’ordine in EuropaLe pratiche adottate dalla polizia francese negli ultimi mesi, e in particolare fra la fine d’aprile e il 18 maggio, hanno scioccato la maggioranza dei manifestanti pacifici e provocato danni e ferite a molti di loro. Il 17 maggio la polizia ha inscenato manifestazioni di protesta contro le violenze anti-flics e il 18 i servizi d’ordine dei sindacati hanno picchiato duramente alcuni cosiddetti casseurs. Le testimonianze e i dibattiti su questi fatti sono numerosi. Manca però una riflessione più approfondita e anche una prospettiva comparativa con fatti simili riscontrati, su un periodo più lungo, in altri paesi sedicenti democratici. Leggi:>
  • Semaforo, Shakespeare in Trump e altri trumpismi: ...i drammi storici forniscono il più ricco tesoro del pensiero politico di Shakespeare, ma non c'è un equivalente falstaffiano per the Donald. (Trump potrebbe essere in grado di eguagliare la millanteria del compagno di bevute del principe Hal, ma i suoi insulti da parco giochi sono di qualità inferiore per estro linguistico e mordacità satirica). Leggi:>

Crimini climatici (siamo in guerra e non lo sappiamo)

antropoceneSalvatore Palidda

L’attenzione e talvolta la passione per lo studio dei diversi aspetti dei cambiamenti nel campo delle conoscenze sul pianeta Terra sono sempre state circoscritte alle cerchie degli archeologi, biologi, geologi, alcuni antropologi, mentre non hanno mai suscitato interesse fra le scienze politiche e sociali. Si sa, sin da Platone e Aristotele sino ai vari filosofi politici (Sant’Agostino, Ibn Khaldoun, Tommaso Moro, Machiavelli, Tommaso Campanella, Hobbes e Locke) e poi Durkheim e alcuni contemporanei, queste «scienze» sono state quasi sempre condizionate soprattutto dall’imperativo «prescrittivista», cioè dalla pretesa di fornire «ricette» per «risolvere» i problemi dell’organizzazione politica della società. Spesso in nome della prosperità e posterità, della pace e persino della felicità «per tutti» (come la «giustizia uguale per tutti»). La storia del mondo recente e anche l’attuale congiuntura, al contrario, mostrano sempre crescenti diseguaglianze, atrocità e genocidi. Più guerre che periodi di pace. La pretesa prescrittivista si è rivelata dunque fallimentare, se non peggio: visto che molto spesso queste scienze, di fatto, hanno prodotto saperi utili ai dominanti, cioè i primi responsabili della riproduzione del peggio. La parresia – da Socrate a Foucault – è stata sempre osteggiata, o confinata in una nicchia concessa dal potere. Il quale si può permettere di essere criticato o dissacrato, anche perché di pari passo cresce sempre più l’asimmetria fra dominanti e dominati, ridotti oggi a qualche tentativo di resistenza spesso disperata o semplicemente all’impotenza, a fronte dell’erosione delle possibilità di agire politico (il caso della Grecia è assai eloquente). Di fronte al trionfo dei think tanks liberisti, le prospettive opposte si sono rivelate nei fatti tardive e infine perdenti, malgrado la crisi evidente in cui versa il modello liberista. Il quale sopravvive senza grandi intralci proprio perché non si concretizza un’alternativa capace di affermarsi. Un sostegno considerevole è stato offerto dai tanti scienziati politici e sociali convertitisi alla causa liberista. Si pensi per esempio alla legittimazione delle «guerre umanitarie», della «tolleranza zero» o anche al mito dei distretti, del made in Italy e della «terza Italia» – senza mai tener conto degli «effetti collaterali» delle economie sommerse, come le neo-schiavitù, gli intrecci tra economia formale, informale e criminale, la necessaria corruzione e le vittime costrette alla complicità.

Ma proprio quando pare che si stia «toccando il baratro», ecco che pare verificarsi, all’involuzione dilagante in tutti i campi, una reazione rivoluzionaria. Fra i pochi suoi esponenti c’è Bruno Latour: e non è un caso, perché da tempo la sua ricerca tende a superare le frontiere disciplinari, spaziando in un universo di conoscenze comparabile a quello che sperimentava Leonardo da Vinci. Dopo Cogitamus del 2010, Latour ha cominciato a scandagliare sempre più la cosiddetta «crisi ecologica». Presentando il suo ultimo lavoro (Face à Gaïa. Huit Conférences sur le nouveau régime climatique)1, Latour osserva che la «posta in gioco ecologica» e lo sconvolgimento climatico sono tali da «trasformare ciò che sarebbe potuta essere una crisi passeggera in una profonda alterazione del nostro rapporto col mondo. Sembra che siamo diventati quelli che avrebbero potuto agire trenta o quarant’anni fa e che non hanno fatto nulla o molto poco. […] Strana situazione l’aver oltrepassato una serie di soglie, l’aver traversato una guerra totale e non essersi accorti quasi di nulla!». Si può obiettare che sono appunto – e non a caso – le autorità economiche e politiche, ma con loro anche quasi tutti gli scienziati politici e sociali, a non essersene accorti o ad aver volutamente ignorato questa guerra prediligendone altre. È però importante che Latour arrivi ad affermare che «Gaia irrompe sulla scena politica e umana».

Come mostra un saggio della rivista Nature (http://www.nature.com/news/anthropocene-the-human-age-1.17085), citato da Latour, l’attuale era geologica prende il nome di antropocene appunto perché segnata dall’impronta degli esseri umani sull’equilibrio del pianeta; le attività umane sono divenute le cause principali delle modifiche economiche, ambientali, sociali ecc. L’articolo di Nature mostra infatti come diversi recenti studi sui tempi dei grandi mutamenti geologici provino che l’antropocene cominci dalla metà del XX secolo (secondo alcuni in periodi precedenti). In effetti, dal 1950 si sono verificati mutamenti sconvolgenti: sono state costruite due terzi delle più grandi dighe (le quali com’è noto hanno distrutto l’equilibrio ecologico di enormi territori), sono state perpetrate deforestazioni e cementificazioni senza scrupoli, si è abusato dell’acqua, fertilizzanti e pesticidi hanno avuto effetti devastanti, c’è stato un aumento enorme dell’ossido di carbonio (a causa delle auto e dell’abuso di petrolio e derivati per la produzione di energia), della radioattività (esperimenti e centrali nucleari) e dei rifiuti tossici; insomma sono stati inquinati senza pietà l’aria, la terra, le acque e i mari.

Ma la cosa più importante che dice Latour è che «siamo in una situazione di guerra»: e infatti nel 2007 al Gruppo intergovernativo sui cambiamenti climatici (http://www.ipcc.ch), congiuntamente ad Al Gore, è stato attribuito il premio Nobel della Pace, non della Chimica o della Fisica. Per Latour l’unico modo di reagire è far entrare l’Antropocene nell’arena politica. Non basterà però una minaccia così evidente, a far capire come sia necessario «rifare» la politica se si vuole evitare un Requiem per la specie umana, per dirla col titolo del libro di Clive Hamilton2. C’è però una grande differenza tra la risposta alla minaccia che dà il potere politico e quella che auspica la conoscenza (o la scienza nell’accezione ampia, soprattutto quando non embedded col potere). Si pensi per esempio alla differenza fra la rapida e folle corsa agli armamenti innescata con la guerra fredda e quella dei pochi politici impegnati nei negoziati sul clima. Centinaia di miliardi di dollari per gli armamenti atomici in risposta a una minaccia che, nella migliore delle ipotesi, le informazioni acquisite dall’intelligence davano per poco probabile, mentre la minaccia causata dallo sconvolgimento antropico dell’equilibrio ecologico e climatico è perfettamente conosciuta e largamente documentata.

Come osservano ricercatori da anni impegnati negli studi su tali sconvolgimenti3, gli ultimi cinquant’anni hanno visto un terribile aumento della gravità, della frequenza e delle vittime dei disastri sanitari e ambientali, parallelamente allo stabilizzarsi di una condizione di guerra permanente, all’aumentata distanza fra ricchezza e povertà (in Africa, India e America Latina si trova solo il 5% circa della ricchezza mondiale – si veda il Global Wealth Report del 2015) e all’incremento delle neo-schiavitù e delle migrazioni irregolari causate dal proibizionismo dei paesi ricchi per le loro cosiddette economie sommerse4.

L’analisi della «situazione di guerra», e delle scelte e pratiche del governo della sicurezza, mostrano con evidenza come il liberismo trionfante abbia utilizzato strumentalmente alcune minacce e insicurezze reali, o presunte tali, in una gigantesca distrazione di massa – tale da occultare le insicurezze che colpiscono la maggioranza della popolazione. Queste insicurezze ignorate sono appunto i rischi di disastri sanitari e ambientali (per primo la diffusione della mortalità e malattie da tumori, oltre che di incidenti e malattie professionali spesso non denunciati) e le conseguenze delle economie sommerse fra le quali le neo-schiavitù. La storia dell’umanità è segnata da disastri di ogni genere e tipo, ma il «disastro» per antonomasia – tanto per numero di vittime che dal punto di vista dei danni materiali – è la guerra. Non è quindi casuale che il lessico della guerra pervada anche le osservazioni dei geologi, dei biologi, della ricerca nel campo delle scienze della terra e ovviamente i giornalisti a caccia di scoop (si pensi alle «bombe d’acqua» o di «guerra delle alluvioni»). E allora perché non considerare anche i disastri sanitari-ambientali, crimini contro l’umanità?

Come prevedibile, però, la logica del liberismo non si arrende di certo, a fronte del crescere della sensibilità nei confronti di un possibile «requiem per l’umanità». I programmi di ricerca nel campo della prevenzione dei rischi, in Europa e altrove, stanno riciclando quanto già perseguono nel campo militare e di polizia (si pensi all’adozione dei droni nel quadro delle operazioni di Mare Nostrum, in nome del salvataggio dei migranti a rischio di annegamento). Sistemi satellitari sofisticati, radar e sensori, dispositivi «postmoderni», nuovi megaprogetti di diverse discipline: il tutto spesso incardinato nel settore di ricerca controllato dalla lobby finanziario-militaro-poliziesca (in Italia, per esempio, da Finmeccanica in joint venture con companies statunitensi). In parallelo, uno stuolo di psicologi predicano la resilienza, intesa come apprendimento delle capacità individuali di adattarsi alle situazioni di rischio, ai disastri, alle catastrofi ecc. S’è imposto da tempo un nuovo business della sicurezza, in nome della prevenzione delle catastrofi, asservendo la Protezione civile anche alle opere speculative (si pensi al caso Katrina e, da noi, alla vicenda dell’Aquila). Invece nessun programma di risanamento delle situazioni a rischio viene promosso dalle autorità economiche e politiche; ancorché sia ben noto che senza questo e le indispensabili bonifiche non potrà mai darsi una prevenzione adeguata. Eppure un serio programma di risanamento potrebbe creare centinaia di migliaia di posti di lavoro, oltre che un futuro sostenibile. Una parte della popolazione è complice: irretita dal discorso dominante, da piccole concessioni di privilegi, o illusioni di ottenerne, da parte delle agenzie di controllo, delle forze di polizia e delle autorità locali. Le vittime sono prive di tutela, subiscono passivamente. E a volte sono persino complici dei loro carnefici. Il disastro sanitario-ambientale s’è compiuto, si ripete e ovviamente si aggrava: non solo perché gli attori dominanti non intendono rinunciare al continuo aumento dei loro profitti mercè speculazioni di ogni sorta e sulla pelle di chiunque. Lo scandalo Volkswagen si chiuderà con la riparazione delle auto «infette», ma senza alcuna sanzione per i danni arrecati dall’inquinamento; a fronte del dramma dei profughi verranno elargiti un po’ di fondi alle tante ONG (a volte corrotte), senza mettere in discussione la produzione e il commercio di armi che alimenta le guerre permanenti e l’ISIS, né un solo pensiero per i disastri economici e ambientali patiti dalle zone di esodo.

 Appare quindi assai alto il rischio che l’umanità soccomba per mano liberista (poiché prevale la logica della prosperità dei pochi hic et nunc, anche a discapito della posterità del mondo). La governance degli affari militari e di polizia che pervade la sanità pubblica e la protezione civile rischia di condurre a una nuova versione della tanatopolitica5. Ma finché la vita continua ci sarà sempre lotta per la sopravvivenza, e quindi resistenza contro la distruzione liberista non-creativa. Ce l’hanno insegnato i nostri partigiani: anche quando tutto sembra perduto, si può resistere e – sebbene per poco tempo – vincere.

Vedi e firma petizione: http://asud.net/petizione-cop21-naomi-klein-fermiamo-i-crimini-climatici/

1 Paris, Éditions La Dcouverte, 2015. Vedi articolo e video http://www.mediapart.fr/journal/culture-idees/141015/bruno-latour-sur-le-climat-nous-devons-comprendre-qui-est-lennemi-de-qui e anche la conferenza al museo del quai Branly, L’anthropocène: nouvelle époque géologique marquée par l’action humaine (https://www.youtube.com/watch?v=ctP6kYHKPU4). Interessante il modo in cui essa viene presentata: «conferenza teatrale di Bruno Latour, antropologo delle scienze, direttore di Médialab di Sciences Po e del master sperimentale in arti politiche, con la complicità della compagnia AccenT» (http://compagnieaccent.com/la-compagnie). Per una versione inglese: https://www.youtube.com/watch?v=kPxbuluOrgE.

2 Clive Hamilton, Requiem for a species. Why we resist the truth about a climate change, London, Earthscan 2010.

3 Cfr. La mondialisation des risques, a cura di Soraya Boudia ed Emmanuel Herny, Presses Universitaires de Rennes, 2015.

4 Cfr. Governance of Security and Ignored Insecurities in Contemporary Europe, Ashgate, febbraio 2016 (http://www.ashgate.com/isbn/9781472472625).

5 Cfr. Il silenzio della polvere. Capitale, verità e morte in una storia meridionale di amianto, a cura di Antonello Petrillo, Milano, Mimesis, 2015 (e video https://www.youtube.com/watch?v=jMkzqNtBP9); e Fukushina, Concordia e altre macerie. Vita quotidiana, resistenza e gestione del disastro, a cura di Pietro Saitta, Firenze, ED.IT, 2015.