Salone del Libro 2017 / Corpo a corpo con il testo (e con l’autore)

translation-studies-lp-banner1Da domani al 22 maggio si tiene al Lingotto di Torino la trentesima edizione del Salone Internazionale del Libro. Fra le molte iniziative in programma, torna ancora una volta il ciclo di incontri sulla traduzione “L’autore invisibile” a cura di Ilide Carmignani. In calendario, tra l’altro, un dialogo tra la scrittrice tedesca Jenny Erpenbeck (il cui ultimo libro, Voci del verbo andare, è da poco uscito per Sellerio) e la sua traduttrice italiana Ada Vigliani, di cui presentiamo qui un breve diario di lavoro.

Ada Vigliani

Ho incontrato per la prima volta Jenny Erpenbeck nel giugno dello scorso anno a Straelen, una cittadina del Land Nord Reno Vestafalia al confine con l’Olanda. Eravamo ospiti, lei e tutti i traduttori del suo ultimo libro Gehen, Ging, Gegangen (Voci del verbo andare nell’edizione italiana edita da Sellerio), del Collegio Europeo dei Traduttori, nato alla fine degli anni Settanta con l’intento di promuovere la traduzione.

Tra le più interessanti iniziative del Collegio ci sono i seminari residenziali di quattro giorni, nel corso dei quali traduttori di varie nazionalità si confrontano fra loro e con l’autore del libro che stanno traducendo. Un confronto a tutto campo sul testo, pagina dopo pagina, riga dopo riga, per discutere non solo problemi testuali, ma anche extra testuali: com’è nato il libro, come lavora l’autore, quali sono i suoi interessi, le sue letture.

Voci del verbo andare racconta l’odissea dei profughi originari dell’Africa subsahariana, arrivati a Berlino attraverso la Libia, la traversata sulle carrette del mare, l’approdo a Lampedusa, il soggiorno nei centri italiani di prima accoglienza. I profughi non narrano la loro storia in prima persona – non sarei mai riuscita a trovare le parole giuste, ci ha detto la Erpenbeck –, bensì attraverso il racconto di un professore emerito di filologia classica, un berlinese della ex DDR che, in pensione da qualche settimana, vedovo da alcuni anni e ancor sempre spaesato nella nuova Germania unificata, si interessa alle vicende di questi uomini ben più spaesati di lui, e con pazienza e umanità li interroga, li ascolta, li soccorre.

Essi sono gli alter ego dei richiedenti asilo, molto spesso ragazzi appena maggiorenni, che la stessa Jenny Erpenbeck – anche lei berlinese dell’Est, poco più che ventenne alla Caduta del Muro – ha conosciuto e aiutato durante i lunghi mesi in cui loro vite erano sospese tra la speranza del permesso di soggiorno e la concreta minaccia dell’espulsione. È con il carico anche materiale di queste sue esperienze che la scrittrice è arrivata a Straelen: con cartelle piene di fotografie, disegni, audio, video di quelli che lei chiama “i miei Africani”, da mostrare ai traduttori perché potessero percepire concretamente lo sfondo del suo lavoro.

Voci del verbo andare è il quarto libro di Jenny Erpenbeck che esce in Italia e, fin dal primo romanzo pubblicato da Zandonai nel 2011, ho potuto dialogare via mail con l’autrice che si è sempre rivelata molto disponibile a illuminare gli angoli che erano o mi parevano oscuri e a soddisfare in generale le mie curiosità. Più tardi ho anche avuto modo di lavorare in parallelo con alcuni colleghi stranieri, ad esempio con la traduttrice americana e soprattutto con quella olandese: occasione per riflettere sulla ricchezza, mescolanza e contrappunto di registri e lessici specialistici (giurisprudenza e giardinaggio, tecnica delle costruzioni e medicina, fisica delle particelle e linguistica e molto altro ancora) che caratterizzano la scrittura della Erpenbeck.

Ma incontrare di persona i colleghi e soprattutto la scrittrice è naturalmente un’esperienza molto più intensa: oltre alle otto ore giornaliere intorno a un grande tavolo, il discorso continuava nelle pause, durante i pranzi e i momenti liberi. E così, a cena, tra una zuppa di verdura e un arrosto con cavoli rossi, si è parlato dell’attenzione da riservare al Leitmotiv – una frase, una descrizione che compaiono identiche per caratterizzare un determinato personaggio; oppure davanti a una tazza di caffè con ottimi dolci (torte, biscotti, cioccolatini) che il Collegio generosamente offriva, abbiamo commentato la difficoltà di tradurre il titolo del libro, in modo da mantenere l’allusione alla grammatica (i profughi seguivano un corso di tedesco), al loro eterno andare e anche alla polifonia creata delle loro voci; una difficoltà per superare la quale Jenny Erpenbeck ci è venuta in aiuto sottoponendoci il lungo elenco dei titoli provvisori che lei stessa aveva ideato per il suo romanzo.

E non solo: abbiamo analizzato con l’autrice il linguaggio dei profughi – frasi in tedesco, in italiano, in inglese -, generalmente corretto nel lessico, molto semplice ed essenziale nella sintassi; abbiamo riflettuto sull’importanza delle righe saltate in una pagina scritta, dove i vuoti e i pieni contribuiscono a creare il testo, così come di suoni e silenzi è fatta la musica; ci siamo interrogati sull’origine e sul ruolo delle numerose citazioni di testi classici (Omero, Esiodo, Erodoto, Ovidio, Tito Livio) e su come restituirle con la stessa naturalezza che hanno nell’originale, in quanto la cultura – sosteneva l’autrice – non è qualcosa di elitario, bensì di “naturale come la vita”. Avremmo potuto continuare a parlare ben oltre i quattro giorni del nostro seminario e non a caso, partendo, ci siamo augurati che Jenny Erpenbeck scrivesse presto un nuovo libro così da poter tornare a Straelen per riprendere il discorso interrotto.

Jenny Erpenbeck
Voci del verbo andare
Sellerio

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cantiereGiovedì 25 maggio alle 18 si terrà  a Roma, presso lo Spazio culturale Moby Dick (via Edgardo Ferrati 3)   il primo seminario organizzato dall'Associazione Alfabeta all'interno del Cantiere di studi che la rivista ha avviato a febbraio. All'incontro, intitolato Verità alternative. Filosofia media politica scienza, partecipano Mario De Caro, filosofo, Ida Dominijanni, giornalista e filosofa, Andrea Grignolio, storico della scienza, Vincenzo Piscitelli, esperto di postproduzione fotografica, Fabrizio Tonello, politologo. L'incontro è aperto a tutti, ma gli iscritti all'Associazione Alfabeta (e anche chi si iscriverà quel giorno) avranno in regalo una copia dell'ultimo volume pubblicato dalle edizioni alfabeta2, Ricreazioni. L'arte tra i frammenti del tempo, a cura di Achille Bonito Oliva.

Cartolina da #SalTo15

Maria Teresa Carbone

All'ingresso del Salone del Libro di Torino è stata piazzata una sorta di installazione autopromozionale, copia in pseudo 3-D del manifesto di quest'anno. I visitatori la attraversano distratti o se ne servono per quella che è probabilmente la sua finalità primaria: scattarsi un selfie, in modo da mostrare al mondo di essere stati all'edizione 2015 della fiera. Sul fondo, un pannellone con il classico Goethe pensoso nella campagna romana, sovrastato dal claim di quest'anno, Italia salone delle meraviglie, sul davanti alcune sagome di cartone ad altezza naturale che compongono un set: un'automobile (Lancia), un cameriere accanto a un carrello ricolmo di vivande e di bottiglie di vino, una bella ragazza in jeans che tiene due grucce cui sono appesi degli abiti rossi da sera, una microtroupe cinematografica, completa di regista su seggiolina pieghevole...

Una immagine del Belpaese (à la Galbani) sovraccarica e scontata, ben intonata a una manifestazione, il Salone del libro, che ha nell'accumulo e nella prevedibilità i suoi punti di forza. Di anno in anno, tutto resta più o meno uguale: il calendario all'insegna del “chi più ne ha più ne metta”, il numero dei visitatori in inesorabile crescita a dispetto della crisi, l'eterogeneità degli espositori (e se un tempo ci si limitava ai carabinieri e ai venditori di matite, negli ultimi tempi il ventaglio si è allargato e include entità come il Grand'Oriente d'Italia e la senape Maille).

I cambiamenti – che pure ci sono – sono sempre graduati in modo da non disorientare i visitatori, da non inceppare il meccanismo grazie al quale centinaia di case editrici italiane si sobbarcano spese notevoli (lo stand, il viaggio, il soggiorno a Torino) pur di non mancare a questo raduno annuale: insieme mercato, vetrina, occasione di possibili accordi futuri. Il che vale in misura ridotta per i grandi gruppi e tantissimo per i piccoli editori, molto più coesi rispetto ad alcuni anni fa, spesso raggruppati in stand multipli (con conseguente abbattimento dei costi), sinceramente dolenti per i colleghi che non ci sono perché non ce l'hanno fatta – come Zandonai o la :duepunti di Palermo –, energici e combattivi per le iniziative a venire, in primis il premio/festival degli editori indipendenti, lanciato in questi giorni, la cui prima edizione si terrà a Bari dal 20 al 22 novembre. Molti di loro, poi, decisi a trovare una sigla estetica che li differenzi dagli altri, che induca i visitatori a fermarsi magari solo per curiosità: è il caso, per esempio, di Del Vecchio, che fra i colori proposti/imposti dal Salone ai piccoli editori del padiglione 1, quello appunto, riservato almeno in teoria agli indipendenti, ha evitato il bianco o il grigio, tonalità sobrie preferite dai più, e ha optato per un celeste squillante che fa risaltare i mobili vintage dentro i quali ha disposto i suoi libri. (Scelta premiata da una quantità stratosferica di “mi piace” su Facebook, pubblicità gratuita insperata).

Di cose come queste, di arredi, di colori, di geografie interne, è fatto, anche, il Salone di Torino: le majors nei grandi corridoi centrali dei padiglioni 2 e 3, sempre più appariscenti, sempre più espanse – Giunti quest'anno addirittura mastodontica dopo l'accordo dello scorso autunno con la Disney – e le altre via via più lontane, verso i muri perimetrali che equivalgono a una estrema periferia. Semideserta, come sempre le periferie, anche nei momenti di maggiore ressa. Unico possibile gesto di ribellione, il guerrilla marketing adottato, fra gli altri, da Riccardo Duranti, traduttore di lunga data e ora minuscolo editore (Coazinzola Press, sede a Mompeo in provincia di Rieti) che, abbandonata la sua isolata postazione, va in giro per il Lingotto a caccia di potenziali acquirenti per i suoi libri – l'ultimo, Il fuoco dello sguardo, è una raccolta di poesie di John Berger che, giura Duranti, non può mancare in una biblioteca degna di questo nome.

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All'altro polo, accanto ai volumi di carta arrivati (anche) dalla provincia più remota, le iniziative che guardano verso nuove possibili dimensioni del libro e della lettura. Proprio del Salone 2015 TwLetteratura ha approfittato per presentare una piattaforma Betwyll, per ora in versione beta su invito, grazie alla quale sarà possibile leggere e chiosare twittando sullo stesso schermo un testo classico o contemporaneo, e alla fine montare in libro i commenti: libro non necessariamente digitale, come mostrano i chilometrici rotolini di Tweetbook che raccolgono i tweet dedicati al Viaggio in Italia di Goethe (“Parigi dev'essere la mia scuola, Roma la mia università”. E a Napoli che ci vai a fare @GoetheTw? Un master?” oppure “Tutti seggono al sole finché finisce di brillare: Goethe prima di Michel Tournier, Vendredi ou les limbes du Pacifique”: due tra le moltissime proposte). Ritornano gli antichi rotoli, la carta termica al posto della pergamena? Certo è che, innovative nell'uso delle tecnologie, molte startup rivelano un rapporto con la lettura intessuto di amorosa attenzione – si tratti degli itinerari letterari che si possono creare o condividere o semplicemente seguire con la app Cityteller o dell'ambizioso progetto Aureoo, vincitore di un bando europeo, che vede in ogni libro il nucleo di un mondo fatto di rimandi visivi, sonori, verbali. Per i pessimisti, un allontanamento nefasto da tutto quello che finora abbiamo chiamato cultura, per gli ottimisti l'avvio di una nuova fase della rete, grazie alla quale la proliferazione orizzontale di questi anni sarà affiancata dalla costruzione di “edifici” complessi. Per gli uni e per gli altri, la spia che la nostra relazione con il testo scritto si sta trasformando in modo radicale.

Ecumenicamente, anzi, democristianamente, verrebbe da dire, pensando alla lunga gestione di Rolando Picchioni, affiancato da Ernesto Ferrero, il Salone del Libro – #SalTo15, in twitterese – accoglie tutti: indipendenti, Mondadori/Rizzoli (con le domande del caso: si fonderanno? andrà/andranno a Francoforte?), futuribili. Nei giorni scorsi si è parlato di una imminente successione, della fine di un duopolio che ha attraversato indenne più di una stagione. Si sono fatte ipotesi, nomi. Ma ora, sulla base di un'analisi quasi sovietologica delle ultime dichiarazioni, qualcuno giura che il tandem sarà riconfermato, che l'edizione 2016 non porterà sorprese, né rivoluzioni. E su questo, al di là dei nomi dei responsabili, si può scommettere.

 

Lettura futura, un interrogativo plurale

Maria Teresa Carbone

Mai come negli ultimi dieci o vent'anni la lettura si è rivelata per quello che in realtà è, a dispetto dei suoi goffi propagandisti: una attività profondamente innaturale – se per naturale si intende una di quelle pratiche, come camminare o giocare, che hanno accompagnato la specie umana per un tempo sufficientemente lungo da potersi confondere con essa.

Leggere, no: a voler essere generosi, lo sappiamo fare da cinquemila anni, il tempo di un respiro nell'orologio dell'umanità, ma quel “noi” è in larga parte usurpato se – anche tacendo i lunghi secoli in cui i lettori, e ancora di più le lettrici, erano una minuscola minoranza – solo sei decenni fa, nel 1950, si calcolava che almeno il 44 per cento della popolazione mondiale fosse completamente analfabeta.

Questi banalissimi dati bisognerebbe tenere a mente, a mo' di tela di fondo, tutte le volte che parliamo di lettura, magari stracciandoci le vesti perché un italiano su due non prende in mano neanche un libro l'anno (ma sarà poi vero, o forse anche l'idea di libro, come quella di lettura, è più fluida di quanto si immagina solitamente?) o scuotendo la testa di fronte all'idea di leggere un romanzo sullo schermo dello smartphone o infine scoprendo inorriditi che noi stessi, sacerdoti della lettura d'antan, non siamo più capaci di soffermarci a lungo sulla pagina scritta.

In effetti abbiamo (come specie) “imparato a leggere” così di recente, che qualsiasi variazione indotta dall'introduzione di nuove tecnologie è tutt'altro che sorprendente. Senza contare – ma naturalmente conta, e parecchio! – che sempre più spesso gli stessi dispositivi sui quali leggiamo ci offrono, quasi senza soluzione di continuità, altri stimoli, visuali e sonori, che di fatto trasformano la modalità della lettura o forse, più precisamente, aggiungono ad essa una dimensione nuova.

A una idea astratta e prescrittiva della lettura, se ne sostituisce un'altra, plurale e interrogativa. Plurale, perché ci rendiamo conto che la lettura è condizionata da una infinità di fattori (chi siamo, cosa leggiamo, dove leggiamo, come ci sentiamo...) che di fatto modellano il nostro rapporto con il testo, e in fondo il testo stesso, o per lo meno quello che noi ne ricorderemo. Interrogativa, perché non siamo affatto sicuri dove tutti questi cambiamenti – l'aumento esponenziale dei leggenti, la nascita di nuovi supporti, una organizzazione sempre più serrata dei tempi di vita – porteranno.

Sia chiaro, infatti: se possiamo immaginare che fra cinquanta o cento anni il nostro modo di camminare o di mangiare non sarà poi molto diverso da quello che mettiamo in pratica oggi, non altrettanto possiamo dire del leggere. Quali saranno le conseguenze del calo di concentrazione provocato quasi fisiologicamente dalla lettura su schermo? Il testo scritto ha sufficiente vitalità da poter rivaleggiare – sui grandi numeri – con una quantità crescente di “piattaforme” alternative? Oppure si assisterà al paradosso di un numero sempre maggiore di alfabetizzati e di un parallelo calo della lettura di libri? Comprensibile, in questa situazione, il disorientamento degli editori e dei librai, che vedono trasformarsi giorno dopo giorno il paesaggio a cui si erano abituati e che hanno spesso la sensazione di navigare in un mare aperto e burrascoso, senza possibili punti di approdo.

E tuttavia, a meno di ipotizzare che la lettura sia condannata a morte, questa tempesta va affrontata con gli occhi aperti e con la disponibilità a scoprire i paesaggi inattesi che si possono presentare sotto i nostri occhi. È quello che Alfapiù si propone di fare con lo speciale Leggere oggi che presentiamo online alla vigilia del Salone del libro di Torino e che si arricchirà nei prossimi giorni di nuovi interventi.