Sulla scuola

Giorgio Mascitelli

Nel libro di Giovanni Accardo Un’altra scuola, il diario verosimile di un anno scolastico tipico, l’autore, insegnante alle superiori a Bolzano, racconta alla classe la storia dei propri studi e, in fondo, della propria vocazione professionale: non si tratta certo di un percorso lineare e virtuoso, anzi, dopo un liceo condotto e concluso svogliatamente, l’iscrizione alla facoltà di medicina, fatta per compiacere il padre, si rivela un fallimento e solo dopo questi scacchi il futuro professor Accardo trova la propria strada. Ho trovato questo episodio uno dei momenti più belli del libro, non solo per l’elogio della lentezza e dell’umano errare impliciti, ma perché rivela che l’autorevolezza di un insegnante non dipende né dal prestigio sociale della categoria né dal suo ruolo di specialista, ma dall’essere qualcuno che parla delle cose che gli competono a partire da ciò che ha vissuto.

Uno dei tratti più significativi, che incideranno di più nel vissuto sociale del paese, della battaglia politico-sindacale svoltasi intorno alla buona scuola è la massiccia campagna mediatica contro gli insegnanti descritti come fannulloni, arcaici e incapaci: la scelta di impostare su questo terreno lo scontro, mutuata dal governo Monti, era obbligata per Renzi per impedire che si discutesse, fuori da consessi per addetti ai lavori, dell’impianto generale della riforma e del tipo di scuola e società che va a prefigurare. È in un contesto come questo che il libro di Giovanni Accardo diventa un controcanto di quello che è il discorso ufficiale sugli insegnanti. Non che nel libro manchino accenti critici al mondo della scuola e anche ai suoi lavoratori, ma questo insegnante che ostinatamente svolge il suo ruolo di stimolo intellettuale per i propri allievi e costruisce giorno per giorno quella specifica relazione umana che è il rapporto didattico, rappresenta la negazione vivente delle idee della buona scuola.

Un approccio organico e sistematico, almeno sotto il profilo culturale ed educativo, alla questione scolastica è offerto da La scuola impossibile di Giulio Ferroni. Questo pamphlet riassume sia i principali momenti della riforma infinita degli ultimi vent’anni sia i principali nuclei tematici del dibattito intorno alla scuola tanto da un punto di vista informativo quanto di intervento critico ed è, tra l’altro, un’ottima introduzione per chi non conosce direttamente la realtà scolastica di questi anni e voglia saperne di più. Uno dei punti essenziali e più perspicui dell’analisi di Ferroni consiste nel mettere in luce come la narrazione, per usare una parola in voga, sottesa alla buona scuola sia un’accettazione acritica della descrizione trionfalistica e ufficiale del mondo globalizzato come un parco giochi che pullula di buone occasioni che attendono solo di essere colte tramite l’informatica, l’inglese e la didattica delle competenze.

Questo taglio dell’argomentazione non ha solo il merito di individuare la natura ideologica di un discorso come quello sulla buona scuola, che si vuole eminentemente pragmatico, ma evidenzia la mancanza di qualsiasi responsabilità e impegno verso il futuro. Infatti, “manca la cura del mondo e del modo in cui i nostri figli e nipoti e del modo in cui i nostri figli potranno abitare il mondo che può scaturire dalle nostre scelte e dalla scuola che possiamo costruire per loro” ( p.95).

La critica di Ferroni al fondamentalismo delle nuove tecnologie e all’assurdità della didattica delle competenze, svolta in maniera chiara e puntuale, è una conseguenza di questa preoccupazione, così come lo sono le considerazioni sul ruolo della scuola nell’integrazione degli stranieri e sulla lingua italiana in rapporto all’inglese, improntate a un buon senso e a un principio di realtà che sembrano mancare nel legislatore; tuttavia non si può negare che una questione di riassetto dei saperi nella nostra scuola esista. È una questione urgente che non richiede trasformazioni spettacolari da poter vendere al circo mediatico, ma un dibattito serrato e un lavoro di aggiustamento nella continuità, del cui bisogno ci si può rendere conto nelle pagine in cui Accardo descrive concretamente il suo lavoro in classe.

Questo lavoro di rinnovamento è reso più difficile da prese di posizioni sia a livello mediatico sia specialistico, anche ad opera di illustri scrittori come Lodoli e Baricco , che hanno proposto una sostanziale liquidazione della funzione culturale della scuola in nome del fallace totem dei nativi digitali, per i quali sarebbe ormai incomprensibile la vecchia cultura cartacea. Queste uscite, spesso basate su una descrizione caricaturale delle nuove generazioni, non solo determinano un’ovvia reazione di arroccamento nella parte più consapevole culturalmente e didatticamente dei docenti, alla quale spetterebbe questo lavoro di rinnovamento, e acuiscono la sindrome da fortino assediato, tipica di chi lavora nella scuola in questi anni, ma favoriscono l’idea di un mondo ormai immutabile che va accettato acriticamente.

Alex Corlazzoli sceglie, invece, i modi e i contenuti del reportage di denuncia nel suo #lacattivascuola secondo modelli che nel giornalismo italiano, sia televisivo sia della carta stampata, hanno ottenuto grande successo negli anni passati. Questo approccio funziona bene laddove l’autore affronta questioni denunciabili come l’edilizia scolastica o certi episodi di discriminazione di alunni extracomunitari, ma non appena la tematica è caratterizzata da confini meno netti che richiedono più riflessione e analisi, il discorso si incastra su se stesso. Il patto che lega autore e lettore di questo genere di testi è la promessa di rivelare quali fattori occulti o palesi impediscano il buon funzionamento di una determinata istituzione, ma se la questione al centro del dibattito è proprio quella di cosa s’intenda per buon funzionamento di un’istituzione, ecco allora che il testo gira a vuoto.

Un esempio eloquente è quello dell’informatizzazione della scuola: Corlazzoli a più riprese indica tra i fattori che ne ostacolano la realizzazione la lobby degli editori scolastici, salvo citare come opinioni autorevoli e indipendenti a riguardo quelle di esponenti di note multinazionali informatiche, che forse qualche interesse economico e ideologico nella faccenda ce l’hanno. Così, anche quando Corlazzoli fa osservazioni e proposte condivisibili, il tono del discorso sembra sempre cercare un potere oscuro da denunciare anziché un problema da decifrare e analizzare. Fatalmente la scuola, nella prospettiva generata dal genere reportage, sembra essere salvata dalle infrastrutture digitali ed edili, anche se è più probabile che saranno le idee a salvarla, come è sempre stato del resto e come è prevedibile che sia in futuro, visto che una costante di tutti i governi dell’ultimo ventennio è stata quella del taglio delle risorse economiche.

Giovanni Accardo
Un’altra scuola
Ediesse (2015), pp. 275
€ 12

Alex Corlazzoli
#lacattivascuola
Jaca Book (2015), pp. 120
€ 12

Giulio Ferroni
La scuola impossibile
Salerno editrice (2015), pp. 123
€ 9,90

Gaddus, il gigante

Paolo Morelli

A volte si ha l’impressione che taluni interventi critici sui più grandi scrittori del secolo scorso serbino nell’intenzione la volontà segreta, come dire, di allontanare il problema. In specie quando elaborati col metro accademico, lasciano il sospetto che ci si affretti a consacrarne la grandezza come un’irriducibilità ai nostri parametri, quelli odierni voglio dire, o perlomeno evidenziare come tali dimensioni siano oggi impossibili, come se la letteratura avesse passivamente assorbito la rassegnazione e la presunzione d’un epoca debole che non sopporta più niente né ha bisogno di collegarsi ad alcuna tradizione.

Ecco, proprio nulla di tale mode d’emploi si trova in Gadda, di Giorgio Patrizi. Patrizi, che pure è ordinario di Letteratura italiana all’Università del Molise, sembra proprio sia rimasto impaniato nelle ossessioni dell’ingegnere, tanto da dover cedere parte della sua «sovranità di giudizio» a favore d’una minuziosa e misteriosa empatia che finisce per esaltare, invece di sminuirlo, il lavoro critico che osserviamo come lungo e costante. Il medium, il tramite lo si trova io credo nella «strettissima connessione di poetica ed etica» nell’opera dello scrittore, vale a dire nella maniacale riflessione critica sul suo fare che interessa tutte le sfaccettature della creazione o invenzione che sia, nella loro dimensione etica appunto e spirituale perfino, la maniera insomma in cui ogni singolo gesto di scrittura «gratta» o meno sull’esperienza reale del mondo. Tutte le costanti stilistiche della duttilità, l’alternanza di registri, l’«oltranza linguistica» così come la «smania deformante» nonché la danza celebre e frenetica di bipolarità di soluzioni linguistiche, sono rilette da Patrizi come spia accesa e fiammeggiante, anzi, dell’autentica necessità espressiva d’un «senso morale alto e risentito», quasi un titanismo morale si può dire.

E i temi ricorrenti nella scrittura del Gaddus, a partire da quello assai centrale del gran disordine nel sistema del mondo, quel dispendioso «gomitolo di concause» e ogni laboriosa fatica di ragioni espressive che portano alla mirabile serie di modalità di costruzione discorsiva, sono affrontati con «l’orgogliosa consapevolezza della precisione esecutiva» che sempre è riconducibile a una sorta di «risentimento etico», dove «l’acuto bisogno morale s’incastra con la passività e i ripensamenti dell’individuo». Allo stesso modo si produce la scelta comica, come tonalità che va più a fondo del tragico poiché necessariamente già lo contiene e prova a fornire perlomeno un’ipotetica risposta o via d’uscita, una comicità che d’altronde e bachtinianamente non ha mai del «carnevale da salotto», non si distanzia per dare arie all’ironia ma è implicata sempre, e drammaticamente in prima persona.

«Quando scriverò la poetica, dovrà, ognuno che si proponga intenderla, rifarsi dal leggere l’Etica; e anzi la Poetica sarà poco più che un capitolo dell’Etica», così Gadda nella Meditazione breve circa il dire e il fare. «È così che si definisce progressivamente l’entità insieme estetica ed etica del gesto creativo: il suo essere nel e per il mondo, invenzione, memoria, traccia del tempo, delle esistenze», chiosa Patrizi. Al centro del suo lavoro critico c’è l’idea che, al di là d’ogni risultato e possibile anzi probabile fallimento, lo scrittore ritenga suo imprescindibile dovere, nonché diritto, credere che se sposta o toglie una virgola ciò avrà ripercussioni sul mondo intero, anche e soprattutto perché sa bene quanto sia poco vero. Lì proprio infatti risiede la forza, ma lì è pure dove casca l’asino: se si insiste su quello che è ormai meno d’un luogo comune, la nevrosi come carburante nella prosa di Gadda e di tutto forse il Novecento, se se ne bolla la folle coerenza o mummifica nel comportamento da «moderno», si sappia bene che di politica culturale si tratta, datata nonché retriva. Se poi si finge di non sapere questo, si è già firmata la propria condanna e non ce se la può prendere con nessuno, nemmeno con l’industria culturale.

Giorgio Patrizi
Gadda
Salerno, 2014, 271 pp., € 14,00