Ruggero Savinio, il tempo attorcigliato della pittura

Emanuele Dattilo

Lo sguardo del pittore è, per certi versi, simile a quello di un cieco. Chi dipinge, infatti, non vede con gli occhi – o non soltanto con gli occhi – ma impara presto a vedere con le mani, e ad affidarsi a questo peculiare sguardo affinché si generino forme e colori sulla tela. Qual è dunque il senso della pittura? Dovremo pensare che il tatto è altrettanto intrinseco alla pittura dello sguardo stesso? Questa la domanda che Ruggero Savinio pone all’inizio del suo ultimo prezioso libro, Il senso della pittura. Il libro raccoglie trenta pezzi scritti da Savinio sui pittori che lo hanno accompagnato nella sua vicenda artistica. Tali pittori sono troppo eterogenei perché si possano comporre in un canone coerente, prescrittivo: Manet e Shitao, Poussin e Antonio Mancini, Asger Jorn e Tiziano. In nessun caso potremo ricavare una norma – secondo quella «assenza di regole che costituisce la regola suprema», dice Savinio citando Shitao – ma in ogni ritratto potremo, piuttosto, intravedere la traccia dell’autore, la sua ombra (e sappiamo quanto Savinio abbia sottolineato, dipingendo e scrivendo, l’importanza dell’ombra nel proprio lavoro). Ciò che tiene insieme questi nomi è Savinio stesso, il suo fulmineo e memorabile incontro con altri pittori. Dopo una autobiografia, Il cortile del Tasso (Quodlibet 2017), qui Savinio sembra consegnarci una sorta di autoeterobiografia: un’autobiografia svolta a partire dalle vite e opere altrui, come se attraverso le proprie originali vicende artistiche fossero i pittori stessi a raccontarci chi è Savinio e quale è la sua idea di pittura.

La cronologia è qui assente e l’avvertenza iniziale ci guarda subito dal considerare questi ritratti come profili storico-artistici o critici. In realtà, nella assenza di cronologia, è in questione un punto teorico importante del discorso di Savinio: la consapevolezza che il cammino della pittura «si è attorcigliato in un percorso apparentemente insensato, o forse misterioso». Una parola, questa, «attorcigliato», che tornava anche nel Cortile del Tasso («il tempo è ormai immobile e attorcigliato su se stesso», Il cortile del Tasso). Questo tempo attorcigliato, fuori dai cardini, è per Savinio non solo il proprio tempo, il tempo della propria biografia, ma il tempo stesso della pittura. Savinio è dislocato (verrebbe da adoperare lo stesso termine che fu usato una volta per suo padre da Mussolini: uno sfasato), il suo tempo raccoglie quello di tutti i nomi menzionati nel libro. L’esigenza figurativa di Savinio si comprende a partire da questo speciale tempo attorcigliato della pittura, dal rifiuto della progressività lineare della storia.

Già in Percorsi della figura (Moretti e Vitali 2004) Savinio aveva a un certo punto fatto incontrare i suoi maestri e compagni, per dialogare con loro, per riassumere il debito che sentiva verso di essi. Ma qui non c’è più l’evocazione diretta delle ombre, e tutto si scioglie in uno stile narrativo lieve, in cui la biografia dei pittori si confonde con la memoria autobiografica. «Riporto a me tutto, tutto diventa autobiografia», dice Savinio. Ma ciò è vero solo in parte: di continuo, è vero, la narrazione si confonde con l’autobiografia, ogni incontro è raccontato in prima persona, e ciò rappresenta un valore non trascurabile di questo libro, poiché Savinio rende testimonianza di un’intera epoca, delle sorti alterne di artisti oggi giudicati canonici – e tutti gli incontri chiamano altri incontri, altre memorie. Ma questa dimensione si addensa sempre in una profonda riflessione teorica sulla propria arte, nella domanda fondamentale con cui comincia il libro: «che cosa è la pittura?». La vicenda biografica di Savinio e la sua riflessione sulla pittura sono lo stesso: «perché la costruzione di me presupponeva da sempre la costruzione di un pittore». Esattamente come il quadro è qualcosa di fatto, di cui si rivendica qui la dimensione fisica e dinamica, così la vita dell’artista è fatta di una stessa materia, costituita di incontri, permeata dall’anima dei luoghi che si sono frequentati.

Se ciò che abbiamo detto all’inizio è vero, si può comprendere l’importanza emblematica dell’ultimo quadro descritto da Savinio, uno dei più bei dipinti dell’ultimo Tiziano: Venere che benda Amore. Che cosa rappresenta questo quadro? Venere, incoronata, stringe una benda attorno agli occhi di un putto alato, chino su di lei, mentre un altro putto, appoggiato sulla sua spalla, osserva quasi sconsolato la scena. Già Panofksy, e poi Edgar Wind in Misteri pagani nel Rinascimento, avevano visto in questo stupendo dipinto la conferma delle teorie filosofiche rinascimentali sulla conoscenza, o meglio, sulla non-conoscenza erotica: «Il godimento infatti nell’uomo felice supera la visione», diceva Pico della Mirandola. Il piacere è, in amore, una resa della conoscenza. Come dice Savinio, qui Tiziano recupera temi che gli furono cari cinquant’anni prima, il senex ritrova il suo Eros puerile, la conoscenza acquisita culmina infine in una suprema forma di non-conoscenza. Ma non serve bendarsi gli occhi, è sufficiente, per chi dipinge come per chi ama, «vedere, avendo imparato a non sapere» (Yves Bonnefoy, citato in epigrafe al libro). Al di là dei quadri straordinari, dei nomi e delle notizie che tutti possiamo apprendere leggendo questo libro, Il senso della pittura ha senz’altro il merito di farci accedere a questa forma speciale di visione che riguarda la pittura.

Ruggero Savinio

Il senso della pittura

Neri Pozza, 2019, 352 pp., € 15

Ruggero Savinio, l’uomo alla finestra

Raffaella Battaglini

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Ruggero Savinio (fotografia di Dino Ignani)

È un procedere in apparenza svagato, da flâneur, quello di Ruggero Savinio nel suo ultimo libro, Il cortile del Tasso: un testo sospeso tra il memoir e il saggio, tra la riflessione esistenziale e il diario d’artista. L’exergo goethiano, «Chi negli amici suoi non vede il mondo / non è degno che il mondo lo conosca», tratto appunto dal Torquato Tasso, dà subito un primo annuncio del tema: annuncio parzialmente ingannevole, ma del resto quasi tutto lo è in questo libro lieve e denso come la materia della pittura. Ingannevole in primo luogo è la semplicità: l’autore racconta, volentieri divagando, come se stesse conversando con noi a voce bassa davanti a un camino, passando da un argomento all’altro senza soluzione di continuità: a prima vista questi passaggi sembrano governati da associazioni casuali, più che da leggi compositive; mentre man mano ci accorgiamo invece che l’apparizione e il ritorno dei temi, comprese le eventuali variazioni, obbediscono a una regola musicale, tanto precisa quanto poco esibita. In questo senso, l’affermazione di Savinio («la musica è un linguaggio paterno che non ho ereditato») forse non corrisponde del tutto a verità...

Leit-motif musicale in senso stretto è la Gerusalemme liberata, poema che accompagna tutto il libro, a tratti presentandosi con un accenno, a tratti scomparendo carsicamente, a tratti riemergendo nei punti più imprevisti e dispiegandosi come un canto (talvolta viene cantata per davvero: come nell’episodio riportato da Chateaubriand in cui durante un viaggio per mare, nel cuore della notte, un mozzo ne intona l’inizio). È intorno alla figura del Tasso, d’altronde, che si sviluppa la narrazione: il poeta (che, come vedremo, funziona da personaggio-specchio dell’autore) dà il nome al liceo frequentato da Savinio, dove ha inizio la serie degli incontri che in modo più o meno significativo scandiranno la sua vita. I primi a venir ricordati sono proprio i compagni di scuola, alcuni dei quali sono artisti famosi, altri invece del tutto sconosciuti. Alla fine di questo primo elenco c’è una chiosa: «Di tutti questi sono stato amico. Quasi tutti sono morti». Con questa enunciazione laconica fa il suo ingresso il vero tema del libro – di cui fa parte ovviamente la vecchiaia, condizione attuale del narrante –: per tutta la durata del testo amicizia e caducità s’intrecciano continuamente, con una lievità di tocco che esclude le note gravi o le sfiora soltanto. Eppure le storie tragiche non mancano, gli amici morti di morte violenta, i suicidi. Questo umor malinconico non è estraneo al personaggio del Tasso, «introverso, e portato alla cupaggine», connotati che l’autore riferisce anche a se stesso. Tasso è la pesantezza, contrapposta alla leggerezza e alla grazia di Ariosto: un territorio in cui Ruggero Savinio, nonostante il nome ariostesco, non si sente a suo agio.

Al filo della Gerusalemme se ne mischiano altri che conducono al passato e all’inconscio: «Questa considerazione del poema [...] s’intreccia spesso con la narrazione di cose cadute in oblio». Qui come altrove la scrittura funziona da macchina del tempo: perché, tra le cose cadute in oblio, la prima a comparire è la casa dell’infanzia. Non a caso, rimossa nella veglia, solitamente ricompare in sogno; finché un giorno, per una serie di circostanze fortuite, l’autore si trova a ritornarci nella realtà. Subito questo spazio domestico si connota come uno spazio dominato, anzi quasi totalmente occupato, dal fantasma del padre: il centro simbolico della casa è lo studio paterno, altrove definito «la sua stanza totale», dove Alberto Savinio scriveva, dipingeva e faceva musica. Alla sua morte, il figlio ne eredita la stanza, oltre al tavolo e al cavalletto, emblemi dell’investitura artistica. Vive nella stanza del padre «come una controfigura», seppure «a modo suo». La figura del doppio, cara peraltro anche a Savinio padre, si replica vertiginosamente nel personaggio di Torquato Tasso: anch’egli figlio d’arte, poeta e cortigiano come il padre Bernardo, Torquato Tasso «ha il destino segnato». Artista precoce, da giovane viene chiamato «il Tassino», per distinguerlo dal padre. Così Ruggero Savinio, da ragazzo, durante una villeggiatura al mare, sente da lontano, attraverso la pineta, la voce di Soffici che lo chiama: «Saviniotto!»

Caratteristica del libro è la continua traslazione dei termini letterari in termini pittorici: le due forme espressive, i due linguaggi di Savinio, nella scrittura s’intrecciano e si integrano di continuo. Anche la Gerusalemme viene spesso descritta in termini pittorici – vedi l’insistenza sul paesaggio pastorale di Erminia, descritto come «paesaggio orizzontale, verde e acquatico», che ricorda da vicino molti quadri dell’autore. L’ora del Tasso è quella «a cavallo fra i diversi momenti del giorno», una luce altamente pittorica quindi, «emanata dalle cose più che diretta a illuminarle [...] una luce che, in termini di sentimento, corrisponde alla malinconia».

Pittorico è anche il modo in cui appaiono talvolta i personaggi, senza presentazione alcuna, indicati dal solo nome di battesimo: ad esempio il personaggio di Maries, la prima moglie, «ritratta» accanto all’Annunciata di Antonello da Messina, con in testa uno scialle color sabbia – a replicare, pur variandola, l’immagine del velo azzurro della Vergine.

L’innesco narrativo dell’intero racconto è dato dalla costruzione di un cantiere, proprio sotto le finestre di casa Savinio, al centro di Piazza Dante: piazza un tempo occupata da un giardino, e ora invasa dalla minacciosa presenza di ruspe e betoniere, all’opera per trasformare la sede ottocentesca delle Poste negli uffici dei Servizi Segreti. L’uomo che guarda dalla finestra i lavori, ora fermi, inizia da questo cambiamento il suo viaggio nel passato: «Probabilmente queste scritture erratiche che girano intorno a un centro che ne comprende altri: un poeta epico, o meglio, epico-lirico, che contiene il nome della scuola dove ho passato l’adolescenza [...], queste scritture, dunque, cercano di trovare un senso alla mia vita, proprio adesso, nel tempo che, come si dice, è tempo di bilanci».

Ruggero Savinio

Il cortile del Tasso

Qodlibet, 2017, 118 pp., € 14

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