Il posto delle donne

Maria Teresa Carbone

Nota: le recensioni dei libri di Rossana Campo si rivolgono solo in minima parte alla cerchia dei lettori di Rossana Campo, e questa probabilmente non farà eccezione. Attenti, però: qui non si vuol dire che gli estimatori dell’autrice del Pieno di super o di Duro come l’amore appartengano alla schiera dei non-lettori, di quelli che hanno solo la televisione come strumento di informazione culturale. Al contrario, chi aspetta con gioia che esca l’ultimo libro della scrittrice genovese e si affretta a comprarlo, a leggerlo, a commentarlo poi con amici vicini e lontani, è quasi sempre un lettore – o una lettrice – forte, di gusti fini e attenti.

Un lettore o una lettrice che, senza attendere i consigli del recensore di turno, si accosta al nuovo libro con l’atteggiamento di un cinéphile all’uscita di un film del suo regista preferito: ne conosce e ne ama i temi, lo stile, i tic e non vede l’ora di scoprire quale veste i temi, lo stile, i tic assumeranno questa volta.

Così è di certo anche per Il posto delle donne, che segna una tappa importante nel percorso della scrittrice, perché per la prima volta un suo testo narrativo non porta più la sigla di Feltrinelli, che l’aveva accompagnata fin dall’esordio di In principio erano le mutande, nel 1992, ma si inserisce nella giovane collana «Scrittori» di Ponte alle Grazie, dove sono già usciti Laura Pugno, Emanuele Trevi e, fra gli autori stranieri, Cees Nooteboom e Philippe Claudel. Non si preoccupino, però, i fedeli lettori: al cambio di marchio editoriale non corrisponde un tradimento del patto che Rossana Campo ha stretto e mantenuto con loro per oltre vent’anni.

Tutti gli elementi che le hanno guadagnato il suo circolo (assai vasto) di aficionados e che rendono riconoscibile ogni suo romanzo ad apertura di pagina ci sono: ancora una volta l’io narrante è una donna sola, arrabbiata, in crisi (in questo caso la sua amante l’ha appena lasciata per un’altra); ancora una volta il fondale entro cui si muove questa Emma, italiana trapiantata all’estero, è una Parigi poco cartolinesca, in un triangolo che si appoggia su tre stazioni del metrò, Rambuteau, Denfert-Rochereau e Abbesses; ancora una volta la storia si chiuderà con quanto di più simile si possa definire come «lieto fine» per un personaggio refrattario agli happy endings; ancora una volta – soprattutto – la lingua con cui Emma ci racconta le sue peripezie (vagamente tinte di giallo, come già in altri romanzi di Rossana Campo) è quell’italiano parlato, efficace e credibile, mai sciatto, che rappresenta la vera cifra della scrittrice.

È questa lingua che risuona nelle orecchie mentre gli occhi scivolano sulla pagina a fare sì che, come ha scritto Angelo Guglielmi, i racconti di Rossana Campo possano «invadere qualsiasi spazio, lambire emozioni ed esperienze le più inattese». Al modo di questa lingua, così fa la cocciuta volontà dell’autrice di non essere mai dalla parte «giusta»: quella di chi ha il potere, di chi «spende trecentocinquantamila euro per fare un pieno al suo yacht», come osserva stranita Emma davanti alla tivù, notando che «il mondo non sta andando alla grande». Parlano alle ragazze, anzi alle persone, che non credono «di avere il diritto di godersi la vita» e che per questo si torturano e si lasciano torturare, i libri di Rossana Campo. Non è certo strano che siano in tante, e tanti, ad attenderli.

Rossana Campo
Il posto delle donne
Ponte alle Grazie (2013), pp.152
€ 10,00

Tony Soprano o Anna Karenina?

Rossana Campo

Appena finito di leggere Il tempo è un bastardo, romanzo della scrittrice americana cinquantenne Jennifer Egan, resto un po’ incerta, indecisa se mi ritrovo fra le mani uno dei migliori libri letti diciamo negli ultimi tre quattro anni o qualcosa che risente un po’ troppo delle famose scuole di scrittura americane. Certo il libro si legge benissimo, va che è un grande piacere e questo non è certo un difetto, Jennifer Egan è un’ottima narratrice, sa prendere il lettore e trascinarlo dentro le sue storie, sa costruire un romanzo fatto di tredici capitoli-racconti, cambiando ogni volta il punto di vista, il luogo e l’epoca, sa tenere insieme vicende e personaggi legandoli con fili sottili e abili zoomate narrative che portano in primo piano ora uno ora l’altro personaggio, sa per esempio farti entrare nella testa di un vecchio chitarrista punk che sta per tirare le cuoia o di un paio di ragazzine californiane (siamo a inizio anni Ottanta) pronte allo sballo, pronte a pogare, ti sa trascinare in un concerto punk rock, fra un’umanità sudata e puzzolente, e anche tu diventi la giovane punketta con troppe lentiggini, quella che si sente tagliata fuori, quella che ha l’amica bella con gli occhi da cinese che ha l’ardire di fare un pompino in mezzo alla folla a Lou, manager discografico a quanto pare molto cool.

Jennifer Egan sa poi tirarti dentro la vita e lo sguardo di amabili perdenti, come Scotty che vent’anni prima era un bravo chitarrista di grandi speranze e ora è un mezzo barbone che va a pesca sotto il ponte di Williamsburg, nell’East River a Manhattan e un giorno decide di andare a fare un saluto al suo vecchio amico Bennie Salazar, uno fra i peggio bassisti ai tempi del liceo che però ce l’ha fatta, è un discografico di successo anche se un po’ in declino, però ce l’ha fatta, diciamo, per gli standard correnti, ha avuto moglie e figlio e ufficio ai piani alti del grattacielo con vista dominante su Manhattan, e Scotty lo va a trovare portandogli in regalo questo grande pesce sanguinolento appena tirato su dal fiume. E poi ci sono gli avanti e indietro nei diversi momenti della vita di Sasha, che incontriamo nel primo capitolo-racconto come cleptomane incasinata a New York, in tempi recenti, dove lavora come assistente di Bennie Salazar e riscopriamo verso i capitoli finali ragazzina sballata che ha già al suo attivo depressioni, tentativi di suicidio e psichiatri, e ancora più avanti in una fuga a Napoli, fine anni Settanta, dove fa esperienze non sempre credibili (per come ci vengono raccontate) di taccheggio, droga e prostituzione. La stessa Sasha che diventerà nell’età adulta madre e moglie tranquilla, con figlia a cui è affidato un intero capitolo per raccontare la vita di famiglia come se fosse un diario di adolescente scritto in PowerPoint (a proposito del quale si è scritto parecchio, ma che non mi pare una grossa trovata). Insomma c’è questa costruzione delle storie che pare sperimentale e a proposito della quale l’autrice ha dichiarato in alcune interviste di avere preso come riferimento da un lato Proust e dall’altro la struttura di Pulp Fiction e di varie serie televisive americane tipo I Sopranos. Così la domanda che ci poniamo a lettura finita è: ci guadagnano questi poveri scrittori di romanzi se cercando ispirazione guardando The Wire, Six Fit Under, Mad Men invece che leggendo Anna Karenina, Gravity’s Raimbow o Tristram Shandy? Pur credendo che la letteratura non sia una pura terra incontaminata che debba restare chiusa e impermeabile ai linguaggi con cui quotidianamente tutti noi abbiamo a che fare (vale a dire i film, la musica, le serie televisive e in generale tutta la cosiddetta cultura pop) non riesco a nascondere un senso di leggera frustrazione per come gli scrittori di narrativa guardino sempre più e in modo un po’ troppo supino alle forme di narrazione che ormai sembrano vincenti e imperanti. Insomma, io direi che non è vero che la realtà oggi sia raccontata o raccontabile solo dai Sopranos, dai Mad Men o anche dai vari commissari dei romanzi nostrani, ritengo che ci sia un modo di andare in profondità, per dire quello che uno scrittore sente quando vive nel nostro tempo che è proprio della letteratura e che sarebbe un fallimento ritenere superato e perdente.

Perché c’è qualcosa che può fare la letteratura che nessuna serie televisiva potrà mai fare. Magari ci costerà un po’ di più in termini di attenzione e fatica, magari ci vorrà della buona volontà per entrare dentro un sistema percettivo un po’ più complicato di quello di Tony Soprano (che pure io guardo, sia chiaro, traendone divertimento), ma la letteratura continuo a pensarla come qualcosa che non ci deve allettare a tutti i costi, non ci deve prendere per mano come se fossimo eterni ragazzini un po’ scemi e annoiati. Anche se forse abbiamo perso per abitudine e sciatteria il piacere di aspettarci dalla letteratura il famoso kafkiano pugno sulla testa che ci sveglia di colpo, perlomeno personalmente continuo ad aspettarmi da un romanzo qualcosa che mi scuote, mi mette a disagio, mi fa venire la voglia di lasciare il libro da parte un momento, perché quello che ci sto trovando dentro ha il sapore della paura o della gioia o del sollievo di essere arrivata al punto di scoprire qualcosa che forse non mi sarei mai aspettata di trovare fra le pagine di un libro, vale a dire me stessa, la mia vita e la vita di tutti dunque.

IL LIBRO
Jennifer Egan
Il tempo è un bastardo
mimimum fax (2011), pp. 391
€ 18,00

L’erba vorrei. Rossana Campo

Vorrei vedere realizzata un'idea stupenda che qualcuno, sicuramente una donna, qualche tempo fa ha lanciato in rete: perché non affidare le trattative di pace fra arabi e israeliani esclusivamente alle donne?

Perché non provare a fare in modo che a decidere il peso di altri giorni di guerra, di bombe e di razzi, siano le madri che quei morti li hanno portati dentro i loro corpi, li hanno fatti nascere, li hanno abbracciati nei loro primi istanti di vita e ne hanno avuto cura per anni? Il valore di una vita forse lo conosce meglio una donna, qualunque donna, di cinici maschi per i quali alla fine conta solo uno sporco desiderio di morte e di potere.

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L'erba vorrei cresce anche nel giardino del re... Dal 2 agosto ogni giorno le voci dei collaboratori di alfabeta2 esprimono un loro desiderio. Ogni sogno resta sogno perché troppo poco ancora gli è riuscito, si è compiuto. Perciò esso non può dimenticare ciò che resta, in tutte le cose mantiene la porta aperta [Ernst Bloch].

Su alfa+più potrete seguire anche il Festival del film di Locarno con le Lettere helvetiche di Ilaria Bussoni. Vi proponiamo infine le 31 ricette di Alberto Capatti per una estate alfasensoriale.

I lanciafiamme

Rossana Campo

L’ho trovato, alla fine, di chi era quel ritmo, quella scrittura che mi veniva in mente e continuava a ritornare ogni tanto mentre leggevo lo strabordante e assai originale romanzo di Rachel Kushner, I lanciafiamme. Era il famoso finale dell’ultima pagina di On the Road di Jack Kerouac, E così in America, quando il sole va giù e me ne sto seduto sul vecchio molo diroccato del fiume a guardare i lunghi lunghissimi cieli sopra il New Jersey e sento tutta quella terra nuda che si srotola in un’unica incredibile enorme massa fino alla costa Occidentale, e a tutta quella strada che corre, e a tutta quella gente che sogna nella sua immensità… eccetera.

Sì forse perché anche tutto questo lungo racconto della scrittrice americana parla di strade, e di velocità e di motociclette e di meccanica e tutti i personaggi sono spinti da un fuoco che li muove in direzione opposta a quella di chi ha deciso di essere stanziale, di continuare a vivere dove è nato e di accettare le leggi sociali come sono. Qui tutti i personaggi percorrono le strade del mondo, a cominciare dalla bionda protagonista che viene chiamata Reno con riferimento alla sua città del Nevada, e che incontriamo subito, a partire dal secondo capitolo, vestita di pelle e sfrecciante per le ampie strade d’America su una moto Valera, Nelle Salt Flats, sole e sale cospiravano producendo una miscela luminosa e calda che penetrava da tutte le direzioni, riflettendo raggi che rimbalzavano dal terreno, bruciandomi, attraverso la tuta in pelle, il lato posteriore delle cosce

Reno adora le moto e la velocità fin da quando ha 14 anni, perché nel tenermi ben salda durante impennate e salti imparai ben presto ad avere fiducia, e quando a vent’anni si lancia verso New York decide di unire la passione per le moto col sacro fuoco artistico. Sono gli anni ‘70 e anche se all’inizio si sente sola e completamente tagliata fuori da quella metropoli piena di gente brillante, artistica e mondana, riuscirà presto a mettersi in un giro interessante di artisti che espongono nelle gallerie più alla moda e che sono affascinanti e tenebrosi quanto basta, sfuggenti il giusto e ricchi senza sfoggio. Reno si immerge anima e corpo nei molti incontri e cene con chiacchiere a raffica e narrazioni di sé e del mondo, e quando incappa nell’artista italiano Sandro Valera, erede degli industriali italiani delle motociclette, è coup de foudre e da lì seguirà un viaggio in Italia dove si troverà prima nella quiete borghese in una gran villa sul lago di Como poi di colpo in mezzo a manifestazioni e scioperi della contestazione degli anni ’70 (il libro è anche dedicato a quell’Anna che fu la protagonista del famoso film di Grifi del ’75 che riprendeva per molte ore una ragazza di 16 anni incinta e tossica).

La storia della famiglia Valera si intreccia durante tutto il romanzo con le vicende della ragazza americana Reno, ed è anzi proprio Valera padre, colui che darà inizio alla fortuna di famiglia, che apre il libro. Nel primo capitolo troviamo il soldato Valera colto in un momento del 1917, sul fiume Isonzo, durante la Grande Guerra, che uccide un soldato tedesco colpendolo con un faro di moto. Dopo la guerra Valera vivrà a Roma dove stringe amicizia con un circolo di artisti Futuristi, e sarà poi per gelosia furiosa e furibondo amore di una ragazza che vede sfuggirgli a bordo di una motocicletta guidata dal rivale che deciderà di avere a che fare con le moto. A diventarne anzi uno dei più grandi costruttori, lui e quella famiglia che Rachel Kushner vede come protagonista di tutta la storia italiana del Novecento.

La moto e la velocità, il provare a spingersi oltre i limiti del corpo fisico, le sfide lanciate a se stessi e alle leggi stabilite dalla società sono il materiale che affascina la scrittrice, così come le narrazioni di vite di artisti e performer, brigatisti rossi e anarchici lanciatori di molotov. Sono storie che pur correndo sparate a velocità fulminante ci portano ogni volta fin dentro i pensieri le sensazioni i desideri le paure dei vari personaggi, con una scrittura percussiva, ipnotica, martellante e precisa nei dettagli che entra e esce da paesaggi, stanze, corpi e storie umane, quasi un tentativo letterario di superamento dei limiti per arrivare ad appropriarsi di ogni aspetto della realtà, Ora corri muovendoti a zig zag tra gli alberi fitti resistenti e robusti, che fermano la luce del sole, raggiungendola tuttavia in cima… gli alberi, allungati in direzione della luce che fermavano, non rientravano nella matrice di Dio. E andavano dalle radici al cielo, senza parti in paradiso o all’inferno. gli alberi erano e basta

Rachel Kushner
I lanciafiamme
traduzione di Stefano Valenti
Ponte alle Grazie (2014), pp. 566
€ 18,60