alfadomenica febbraio #1

BRAIDOTTI sul POSTUMANO  – GIANNOLI su ROKEM - VOCE / POESIA - ILVA TARANTO / VIDEO *

LA CONDIZIONE POSTUMANA
Rosi Braidotti

Non tutti noi possiamo soste nere, con un alto grado di si curezza, che siamo sempre stati umani, o che non siamo null’altro all’infuori di questo. Alcuni di noi non sono considerati completamente umani ora, figuriamoci nelle precedenti epoche della storia occidentale sociale, politica e scientifica.
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FILOSOFI E UOMINI DI SCENA
Giovanni I. Giannoli

Filosofi e gli uomini di scena si incontrano, si scontrano, collaborano, discutono, cercano di sedursi a vicenda, "viaggiano" insieme. Sono interlocutori raffinati, che assumono spesso le pratiche discorsive dell’altro. E lo fanno da sempre, almeno da quando Platone ha voluto mettere in scena questo ricco e complesso rapporto, nella Repubblica e nel Simposio.
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MILONGA MUTANTE
Lello Voce

Oltre e inoltre anche un po’ più in là senza confini
senza destini pelle a pelle paura a paura rinuncia
a rinuncia per mano come fossimo astri bambini
pianeti crocifissi all’infanzia vaghi come sorrisi
maghi come sfatati sino all’orlo della delusione
a due palmi dal cuore di lepre d’ogni rivoluzione
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ILVA TARANTO
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Sul nuovo numero di alfabeta2 un focus su Taranto con testi di: Christian Caliandro, Alessandro Leogrande, Gianluca Marinelli, Cristò, Leo Palsmisano

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La condizione postumana

Rosi Braidotti

Non tutti noi possiamo sostenere, con un alto grado di si curezza, che siamo sempre stati umani, o che non siamo null’altro all’infuori di questo. Alcuni di noi non sono considerati completamente umani ora, figuriamoci nelle precedenti epoche della storia occidentale sociale, politica e scientifica.

Non se per «umano» intendiamo quella creatura che ci è diventata tanto familiare a partire dall’illuminismo e dalla sua eredità: il soggetto cartesiano del cogito, la kantiana comunità di esseri razionali o, in termini più sociologici, il soggetto-cittadino, titolare di diritti, proprietario, ecc. E tuttavia questo termine gode di ampio consenso e conserva la rassicurante familiarità del luogo comune. Affermiamo il nostro attaccamento alla specie come se fosse un dato di fatto, un presupposto. Fino al punto di costruire attorno all’umano la nozione fondamentale di diritto. Ma stanno davvero così le cose?

Mentre, oggi sempre più spesso, le forze sociali conservatrici e religiose si adoperano per reinscrivere l’umano all’interno dei paradigmi della legge naturale, il concetto stesso di umano è esploso sotto la doppia pressione degli odierni progressi scientifici e degli interessi dell’economia globale. Dopo la condizione postmoderna, postcoloniale, postindustriale, postcomunista, persino dopo la contestata condizione postfemminista, ci troviamo oggi a vivere la difficile situazione postumana.

La condizione postumana, lungi dal costituire l’ennesima variazione n in una sequenza di prefissi che può sembrare infinita e arbitraria, apporta una significativa svolta al nostro modo di concettualizzare la caratteristica fondamentale di riferimento comune per la nostra specie, la nostra politica e la nostra relazione con gli altri abitanti del pianeta. Tale questione solleva una serie di domande intorno alla struttura stessa delle nostre identità condivise – in quanto umani – colta nel bel mezzo della complessità delle scienze attuali, delle relazioni politiche e internazionali. Non umano, inumano, antiumano sono oggi al centro di molti discorsi e di molte rappresentazioni, mentre disumano e postumano proliferano e si sovrappongono nel contesto delle società globalizzate e tecnologicamente guidate.

I discorsi della cultura mainstream spaziano dalle ostinate discussioni economiche sui robot, le protesi tecnologiche, le neuroscienze e i capitali biogenetici fino alle più confuse visioni new age del transumanismo e della tecnotrascendenza. Il potenziamento umano è il punto centrale di queste discussioni. Nella cultura accademica, d’altro canto, il postumano è, alternativamente, celebrato come nuova frontiera per la teoria critica e culturale, o respinto come l’ultima moda nella serie dei noiosi post.

Il postumano suscita entusiasmo e ansia allo stesso tempo rispetto alla possibilità di un serio decentramento dell’Uomo, misura prima di tutte le cose. Vi è una diffusa preoccupazione circa la perdita di importanza e supremazia che sta interessando la visione dominante del soggetto umano e il campo di studi a esso attiguo, ovvero le scienze umane. Dal mio punto di vista, il comune denominatore della condizione postumana è l’ipotesi secondo la quale la struttura della materia vivente è in sé vitale, capace di autorganizzazione e al contempo non-naturalistica. Questo continuum natura-cultura è il punto di partenza per il mio viaggio nella teoria postumana. Rimane tuttavia da capire se questa ipotesi postnaturalistica, alla fine, si limiti a concludersi nelle sperimentazioni ludiche intorno ai limiti della perfettibilità del corpo, nel panico morale per la scomparsa di credenze vecchie di secoli circa la «natura» umana, o nella caccia orientata al profitto dei capitali neuro-genetici.

A che cosa si riferisce questo continuum natura-cultura? Esso evidenzia un paradigma che prende le distanze dall’approccio socio-costruttivista che ha goduto di largo consenso. Approccio che postula una distinzione categorica tra il dato (la natura) e il costruito (la cultura). Nelle politiche progressiste i metodi del costruttivismo sociale sostengono i tentativi di denaturalizzare le differenze sociali e mostrare così la loro struttura contingente e storicamente determinata dall’uomo. Basti pensare agli effetti rivoluzionari che, su scala mondiale, ha avuto la frase di Simone de Beauvoir: «Donna non si nasce, si diventa».

Tale comprensione delle ingiustizie sociali, colte all’interno di una natura determinata socialmente e variabile storicamente, apre la strada al progetto umano di risolverle tramite politiche sociali e attivismo. La mia tesi è che questo approccio, che si attesta sull’opposizione binaria tra il dato e il costruito, sia progressivamente sostituito dalla teoria non dualista dell’interazione tra natura e cultura.

Dal mio punto di vista quest’ultimo approccio è legato e supportato dalla tradizione filosofica monista, che rifiuta i dualismi, soprattutto l’opposizione natura-cultura, e si concentra piuttosto sulla forza autopoietica della materia vivente. I confini tra le categorie del naturale e del culturale sono stati spostati e, in larga misura, sfumati dagli effetti degli sviluppi scientifici e tecnologici. La mia analisi prende le mosse dall’ipotesi che la teoria sociale necessiti di fare il punto sulla trasformazione dei concetti, dei metodi e delle pratiche politiche causata da tale cambiamento di paradigma. Di converso la domanda circa che tipo di analisi politica, e che tipo di politica progressista, sia sostenuta dall’approccio basato sul continuum natura-cultura, risulta centrale nell’agenda della situazione postumana.

In primo luogo: cos’è il postumano? E, in modo più specifico, quali sono gli itinerari intellettuali e storici che possono condurci al post -umano? In secondo luogo: dove la condizione postumana si separa da quella umana? E in modo più specifico: quali nuove forme di soggettività si addicono al postumano? In terzo luogo: in che modo il postumano produce le sue specifiche forme di inumano? Ovvero: come possiamo resistere agli aspetti inumani della nostra era? Infine: quali sono le conseguenze che il postumano ha sulle scienze umane oggigiorno? Ovvero: qual è la funzione della teoria ai tempi del postumano?

Dopo la fine ufficiale della guerra fredda, i movimenti politici della seconda metà del XX secolo sono stati marginalizzati e i loro sforzi teoretici banditi in quanto ritenuti esperimenti storici fallimentari. La nuova ideologia dell’economia del libero mercato ha eliminato tutte le opposizioni, nonostante le massicce proteste di diversi settori della società, imponendo l’antintellettualismo come caratteristica saliente dei nostri tempi.

Questo è un duro colpo soprattutto per le scienze umane in quanto penalizza la sottigliezza dell’analisi, chiamata a prestare indebita fedeltà al senso comune – la tirannia dell’opinione – e al profitto economico – la banalità dell’interesse individuale. In questo contesto la teoria ha perso valore ed è stata spesso screditata come una sorta di fantasia o di narcisistico autocompiacimento.

Di conseguenza la versione superficiale del neoempirismo – spesso coincidente con la mera raccolta di dati – è diventata la norma metodologica della ricerca nelle scienze umane. È innegabile che vi sia un lato oscuro nella condizione postumana, specialmente a proposito delle genealogie del pensiero critico. È come se, dopo la magnifica esplosione di creatività degli anni Settanta e Ottanta del XX secolo, fossimo entrati in un monotono orizzonte pietrificato, privo di differenze e caratterizzato da un persistente senso di melanconia. Una dimensione spettrale si è infiltrata nei nostri schemi di pensiero, amplificata dai concetti, tipici della destra politica, della fine del tempo delle ideologie e della inevitabilità delle crociate civilizzatrici.

Sul versante della sinistra politica, invece, il rifiuto della teoria ha condotto all’onda di risentimento e di pensiero negativo rispetto alle generazioni intellettuali precedenti. In questo contesto di malessere teorico intellettuali neocomunisti hanno sostenuto l’impellenza di ritornare all’azione politica concreta, persino all’antagonismo violento, se necessario, piuttosto che insistere con altre speculazioni teoretiche. E hanno così contribuito a rendere obsolete le teorie filosofiche poststrutturaliste.

In risposta a questo generale clima sociale negativo, vorrei rivolgermi alla teoria postumana intendendola sia come strumento genealogico che come bussola per la navigazione. Il postumano è un termine utile per indagare i nuovi modi di impegnarsi attivamente nel presente, ragionando su alcuni suoi aspetti in modo empiricamente fondato ma non riduttivo, critico ma non nichilista. Mio intento è quello di mappare alcune delle strade attraverso le quali il postumano sta circolando come termine dominante nelle nostre società globalmente connesse e tecnologicamente mediate.

Più precisamente, la teoria postumana è uno strumento produttivo capace di sostenere quel processo di ripensamento dell’unità fondamentale, riferimento comune dell’umano, in questa età biogenetica nota come antropocene, momento storico in cui l’umano è diventato una forza geologica in grado di influenzare la vita su tutto il pianeta. Per estensione, esso può anche aiutarci a ripensare i principi fondamentali della nostra interazione con altri agenti umani e non umani su scala planetaria.

Pubblichiamo un estratto dal nuovo libro di Rosi Braidotti, Il Postumano. La vita oltre l'individuo, oltre la specie, oltre la morte, appena pubblicato dalle edizioni DeriveApprodi

Il postumano

Anna Simone

In una società come la nostra, prevalentemente basata sulla crisi prodotta dal neoliberismo, determinata dalla non-etica della prestazione e della concorrenza, dal malessere prodotto dai processi di individualizzazione e scomposizione sociale, dall’aumento esponenziale della vendita di psico-farmaci, dall’impoverimento generalizzato, dalla gabbia d’acciaio prodotta dal debito collettivo e individuale, dalla supremazia della quantità sulla qualità, dall’aumento del tasso suicidario per ragioni economiche e da un sistema di valutazione basato sulla “meritocrazia”, ovvero un sistema che “premia” solo chi sa vendersi meglio nel mercato sottostando ciecamente alle sue regole, azzerando definitivamente la cultura dell’esigibilità dei diritti sociali, un titolo come Il postumano. La vita oltre l’individuo, oltre la specie, oltre la morte (DeriveApprodi, 2014) potrebbe persino apparire ostile, se non fosse che l’autrice porta il nome di Rosi Braidotti.

Sul tema, infatti, si scrive da più di un decennio, a ridosso della grande rivoluzione analogica e a ridosso dell’avvento della bio-genetica, delle bio-tecnologie, delle neuro-scienze, del successo delle scienze psico-cognitive, la cibernetica e via dicendo, ma l’approccio si è sempre collocato su un doppio binario: o l’accettazione esaltata della nuova realtà, o la critica radicale. All’interno di questa letteratura, invece, leggere il nuovo libro di Braidotti – che peraltro non avevamo il piacere di leggere in Italia dal 2008 - può generare un respiro, un sollievo, ma anche qualche punto di domanda, come vedremo più avanti.

La sofisticata ricostruzione epistemologica di Braidotti, infatti, pur collocandosi sempre al presente e nel presente resta prepotentemente legata ad una certa idea di intendere la ricerca e la scrittura che non prescinde mai né dal corpo, né dall’esperienza. Questa postura, propria di molto pensiero della differenza, incarnata da una scrittura densa e intervallata da una miriade di esempi, in Braidotti incontra sempre un esterno, ovvero un grande tema della contemporaneità, togliendo ogni dubbio sulle critiche ad un approccio femminista che non tiene mai conto dei grandi mutamenti sociali in relazione alle stesse trasformazioni del sé.

Ma ha anche una specificità perché Braidotti, fin da Madri, Mostri e Macchine, ha sempre fatto suo l’approccio rizomatico e in divenire di Deleuze e Guattari, producendo a sua volta una “differenza” rispetto ad altri autori maschi che hanno fatto la stessa scelta epistemica, collocandosi dentro e oltre Marx. La differenza è data soprattutto dalla postura epistemica: fuori da ogni dualismo l’autrice riesce sempre a dare conto anche di ciò che produce “striature” nello “spazio liscio” del perenne divenire, riesce sempre a situarsi a partire dal corpo e dall’esperienza – come dicevamo -, riesce ad avere sempre una tensione etica, non esce mai dal bisogno di chiarire dove può collocarsi una nuova soggettività in grado di essere responsabile e rivoluzionaria insieme. Affermativa e dentro l’avanguardia, ma mai assertiva e imperativa, la parola di Braidotti chiarisce subito due punti essenziali prima di scendere nelle declinazioni possibili di quel che lei definisce “condizione postumana”.

Intanto l’impossibilità di scindere il dato dal costruito, ovvero la natura dalla cultura, contro l’ipotesi socio-costruttivista secondo cui tutto è solo cultura. Concentrandosi sui processi di naturalizzazione e di culturalizzazione prodotti dalle bio-tecnologie e dalla biogenetica è possibile, infatti, disvelare le pratiche e gli ordini discorsivi che rendono merce i corpi o pezzi di corpi nel mercato, così come assumendosi la logica secondo cui non v’è biopolitica senza tanatopolitica si rifiuta il principio di rimozione permanente sull’inumano o sul disumano presenti nelle società globali (guerre, gestione della paura, il fantasma del nucleare etc.). Ma c’è anche di più. Questo bisogno di collocare le varie declinazioni della complessità generata dalla condizione postumana diventa, per Braidotti, un’occasione fondamentale anche per riflettere sul ruolo delle scienze umane e sociali, nonché sul ruolo delle Università. Il volume, infatti, si compone di quattro parti, tutte collegate tra loro: il postumanesimo in tutte le sue declinazioni, il postantropocentrismo, l’inumano (ovvero le tanatopolitiche) e le scienze postumane.

Con l’ambizione riuscita di tracciare un grande quadro di riferimento l’esito di questa ricerca tocca da vicino anche la postura politica da assumere dinanzi a queste radicali trasformazioni dell’umano, della vita e dei saperi. La “politica affermativa” di Braidotti – come abbiamo già detto mai liscia e messianica, ma sempre caratterizzata da un alto livello di complessità - si attesta, come sempre nei suoi lavori, soprattutto su due linee: il ripensamento delle soggettività nel postumano e la necessità di tradurre la politica attraverso una nuova etica pubblica. Ma è proprio qui che collocherei i miei punti di domanda: da cosa può essere data la misura nell’epoca della dismisura prodotta anche dal postumano? Situarsi criticamente nell’oltre, inventando una nuova etica, è davvero così facile se la governance neoliberale e il capitalismo, sempre più veloci di noi, svolgono in prima battuta una funzione antropofagica sia dell’umano che del suo desiderio?

Insomma, al di là di ogni bisogno e desiderio di produrre nuove politiche affermative dentro la condizione postumana, non sarebbe anche utile capire quanto, di fatto, l’estrazione di valore e plusvalore, dentro la logica dell’accumulazione del capitale, tocchi e produca prepotentemente il senso stesso della vita e della morte? Qui le strade tornano ad essere due: o una nuova etica pubblica dentro la linea del divenire e delle metamorfosi prodotte dalla condizione postumana, come suggerisce Braidotti, o la sottrazione, la resistenza, il conflitto per difendere quel che resta dell’umano, nel senso della sua irriducibile materialità. Io propenderei per seguire entrambe le strade perchè non è detto che sia sufficiente seguire l’avanguardia per produrre potenza critica al suo interno. La storia recente e la crisi della nozione stessa di società, così come la crisi irrevocabile delle scienze umane e sociali, ci raccontano una storia un po’ più tragica.

Anna Simone
Il postumano
La vita oltre l’individuo, oltre la specie, oltre la morte

traduzione di Angela Balzano
DeriveApprodi (2014), pp. 220
€ 17,00