Venezia 2018 / “Roma”, “La favorita”, “The Mountain”

La Storia si chiama Cleo (concorso)

Mariuccia Ciotta

Al Lido il film rifiutato da Cannes, Roma di Alfonso Cuarón targato Netflix e che gli Studios produttori del suo Harry Potter non avrebbero mai finanziato. Bianco e nero in memoria autobiografica degli anni Settanta, quando Alfonso era un bambino. La Croisette sdegnosamente non prevedeva una doppia diffusione, rete e grande schermo. Meglio così per la Mostra che sfoggia in concorso, dopo un inizio barcollante nello spazio, l'opera di uno dei “tre amigos” fondatori della Cha Cha Cha Films, ovvero oltre a Cuarón i messicani Alejandro G. Iñarritu e Guillermo Del Toro, Leone d'oro e Oscar per La forma dell'acqua, e presidente della giuria che giudicherà Roma. Nome di un quartiere della media borghesia di Città del Messico, dove si svolge l'azione, nella casa del regista, mobili, librerie, soprammobili autentici e anche, meticolosamente viscontiano, il contenuto dei cassetti. Alla ricerca del tempo perduto che torna in un folgorante presente. Il filo narrativo lo tiene in mano Cleo (Yalitza Aparicio), la domestica della “famiglia felice” con quattro ragazzini e un cane. Sguardo sbilenco e anti-celebrativo, prospettive dalla cucina, ai margini della storia, così inanellata emozionalmente da inventare una realtà già passata.

Cleo e la signora Sofia (Marina de Tavira) vedranno i loro uomini dissolversi nella polvere messicana. Uno con la sua macchina oversize, che entra a malapena nel cancello di casa, se ne andrà con l'amante ad Acapulco, la città perversa di La signora di Shangai, l'altro abbandonerà Cleo incinta. Due facce nere del Messico di Echeverria, da un lato il “padrone” e dall'altro la manovalanza a servizio della borghesia, il “fidanzato” di Cleo, Fermin (Jorge A. Guerrero), cultore delle arti marziali, arruolato nelle fila dei Los Halcones, i Falchi, gruppo paramilitare di estrema destra, sostenuta dalla Cia, che il 10 giugno 1971 replicherà il massacro degli studenti avvenuto nel '68. La polizia non intervenne, più di cento studenti uccisi. Il giorno di El Halconaro è ricordato dal bambino Alfonso, dieci anni, in un negozio di arredamento, quando Fermín e i suoi camerati inseguirono uno studente e gli spararono in testa. Cleo lo guarda uccidere, Cleo partorisce una bambina morta, Cleo salva dall'annegamento i bambini. E tutto passa nei suoi occhi, presenza oscurata dalla vita degli altri e che Cuarón restituisce alla centralità del racconto, unica verità nella penombra. Lei, la “sguattera” india, come la ricorda il bambino che sarà il visionario regista di Gravity, ispirato da Abbandonati nello spazio di John Sturges, visto allora in un cinema di Mexico City. Roma ricorda Y Tu Mama Tambien, quel vagabondare tra le cose ai margini, insignificanti dettagli di un'esistenza senza carta di identità. Quando Cleo è ricoverata in ospedale per il parto, nessuno conosce i suoi dati anagrafici, nemmeno il suo vero nome, che la figlia non avrà mai, cadaverino immobile in secondo piano, sullo sfondo della camera operatoria.

Roma

Regia: Alfonso Cuarón

Lanthimos, una sofisticata farsa da camera da letto

Roberto Silvestri

L'Hollywood Reporter nei giorni scorsi ha polemizzato con la Mostra del cinema criticandone la 'scorrettezza politica' a proposito di “quote rosa”. A Toronto un terzo dei film invitati è diretto da donne, a Venezia molto meno. Non sempre bisogna però ricorrere al sesso del regista per conoscere il sesso di un film. Le tre belle opere in concorso di oggi, il poetico e crudele The mountain di Rick Alverson, il proustiano Roma di Alfonso Cuarón e la satira in costume La favorita di Yorgos Lanthimos hanno, infatti, alle spalle due produttrici come Sarah Murphy e Gabriela Rodriguez e il terzo una sceneggiatrice coi fiocchi (e dal fraseggio libertino) come Deborah Davis. E sono tutte e tre ipnotizzate dalla centralità narrativa femminile. Una madre pazza che scompare nel nulla, una tata indimenticabile e tre donne che all'inizio del ’700 governarono l'Inghilterra. Semmai sarei più rigido sull'elenco degli invitati ai party ufficiali, onde evitare la presenza di ingombranti maschi inquisiti, peraltro più che tollerati dal popolo festivaliero che sta dando prova di scarso talento critico.

A Lanthimos è stato affidato un copione non suo, proprio come a Chazelle. Ma il regista greco è riuscito ad aggiungere al progetto internazionale – una commedia in costume con Emma Stone e Rachel Weisz, sugli intrighi di corte, ambientato durante l'epoca della dimenticata regina Anna (ultima degli Stuart) – quel tocco di eccentricità che ha sempre contraddistinto il suo sguardo, più che “indigesto”, sulla Grecia di oggi. E lo ha fatto con mezzi esclusivamente visivi. Ha chiesto a scenografi, costumisti, parrucchieri e star di esagerare, sempre. Ha utilizzato il grandangolo e l' “oscurità Kubrick”, fino ad abusarne, per distorcere le prospettive spaziali e mentali. Ci invita infatti a penetrare i labirinti crudeli e dark di uno scontro a tre, tipo “Eva contro Eva” ante litteram, ma di forte contenuto politico, mentre ogni figura e spazio coinvolto in quel gioco di potere diventa sempre più grottesca e rococò, cioè comica nella tragedia. E drammatica fu la lunga guerra tra Parigi e Londra, e lo scontro politico tra Tory falchi e Whig colombe, tra aristocratici conservatori bellicosi e mercanti rampanti che non vedevano l'ora di arrivare alla pace e alla ripresa dei commerci. Dietro a tutte le frivolezze che fanno epoca – le corse delle anatre e delle aragoste o il consumo di ananas o il lancio delle arance – dietro la fragile e malata regina Anna (Olivia Colman), la vera mente lucida del Palazzo, Lady Sarah Churchill duchessa di Marlborough (Rachel Weisz) e la giovane e furba intrigante “decaduta” e proletarizzata che le soffierà il posto, Abigail Masham (Emma Stone), ecco che la farsa da camera da letto (a pulsioni lesbiche) ci indica costantemente il fuori campo, non perde mai il contatto con la storia vera, di allora e di oggi. La regina Anna che non ebbe prole, nonostante 17 gravidanze, seppe riunificare il paese, portarlo alla modernità bipartitica e utilizzare la gelosia e soprattutto l'intuito razionale delle sue due amanti, per indicare al Regno Unito quella strada, non antieuropea, e mai Brexit, che evitò a Londra isolamento economico e futuri decollamenti.

La favorita

Regia: Yorgos Lanthimos

The Mountain, fare l'elettroshock alle immagini

Roberto Silvestri

Più inquietante e complesso, seducente e repellente, The Mountain diretto con originalità fotografica stupefacente da un beniamino del Sundance, Rick Alverson. Un ragazzo quasi catatonico che lucida le piste ghiacciate alla morte del padre allenatore di pattinaggio artistico teme di impazzire come la madre che lo ha abbandonato e accetta di seguire uno psichiatra dai metodi antichi in giro per gli ospedali fotografando pazienti, lobotomie e trattamenti “estremi”. Il film è figurativamente scolorato, come se fosse pensato da Roy Anderson ed è paralizzato dalle iconografie anni 50, come neanche Paul Thomas Anderson saprebbe fare. Il regista tratta e guarisce quell'immaginario “morto”, non solo metaforicamente, con la terapia, fuorilegge ormai, dell'elettroshock. Che però a livello di immagine si rivela feconda. Così il clou di questo viaggio verso il 'monte analogo', punto di guarigione da ogni malattia dello spirito, è lo stravagante incontro-scontro tra due scuole di recitazione molto “eccentriche”, quella americana, rappresentata dal surrealista pop Jeff Goldblum e quella francese che ha trasformato l'azione scenica grazie a Denis Levant, e al suo guru Leo Carax, in pura vibrazione tantrico-sessuale.

The Mountain

Regia: Rick Alverson

Alla ricerca del Sacro GRA

Salvatore Finelli

Il Grande Raccordo Anulare circonda Roma come un anello di Saturno. L’incipit del documentario di Gianfranco Rosi si perpetua nella serie di metafore che costellano il film, dal groviglio di anguille appena pescate alla serpentina di automobili radiocomandate che sfrecciano sotto l’asfalto dell’autostrada urbana più estesa d’Italia.

Nodi da districare come i frammenti di vita quotidiana che si alternano sullo schermo, disconnessi da un continuum temporale ma ancorati a uno spazio onnipresente eppure mai localizzabile. Nella geografia di una Roma evanescente, ostentata nel dialetto caricaturale ma offuscata nella distopia di un non-luogo metafisico, si concentra il nucleo della vita intorno al raccordo: i tanti chilometri d’asfalto nero macinati al buio dai fari dell’autoambulanza che coincidono con il nostro punto di vista;

l’acqua melmosa del Tevere solcata dal povero pescatore d’anguille; un esperto botanico che lotta contro i punteruoli rossi per la sopravvivenza delle palme; la decadenza nobiliare di chi si è ridotto a vivere nell’angustia di un monolocale di periferia nella vacuità delle proprie speculazioni filosofiche o di chi affitta il proprio castello – una versione kitsch della Xanadu di wellesiana memoria – come set per fotoromanzi; la roulotte delle prostitute transessuali; uno squallido bar di strada dove di notte le ragazze ballano sul bancone; l’eclisse vissuta come mistero mariano dai fedeli del Divino Amore.

Realtà e finzione sono i due poli tra cui oscilla il documentario di Rosi, al confine labile tra docudrama e mockumentary. La realtà è quella che l’occhio distante della cinepresa cattura nei tanti campi lunghi privi di movimento, ma è la stessa che si nasconde dietro il velo grottesco che avvolge situazioni e personaggi lontani e allo stesso tempo debitori nei confronti del lirismo felliniano. È questa l’originalità di Sacro GRA, ma anche il suo punto debole. Gianfranco Rosi compone quello che risulta essere né più né meno che un saggio manierista sulla teoria dei generi cinematografici.

Numerosi sono i riferimenti citati per Sacro GRA, dalla commedia italiana degli anni ’50 alle situazioni da camera tipiche del Kammerspiel tedesco. La realtà ripresa è sempre filtrata dalla finzione, orchestrata dallo sguardo vigile del regista che per quanto tenti di eclissarsi resta una presenza ingombrante. Il disagio dei personaggi di fronte alla macchina da presa non è conseguenza di una immediatezza visiva, ma piuttosto di una spontaneità sapientemente ricostruita e guidata da una precisa scelta di regia.

Sacro GRA lavorando sulla dimensione del limen, sui confini tra generi cinematografici e tra realtà e finzione, resta privo di una identità propria, sospeso nel limbo di un non-film. In bilico tra due opposte possibilità – o impossibilità – d’essere, al pari della stessa esistenza procrastinata dei personaggi, in attesa di un futuro tanto agognato quanto improbabile. Destini incrociati e impossibili nel segno di una lacaniana manque à etre: il bisogno d’amore manifestato da uno dei paramedici, i cui unici contatti con il sesso opposto sono la madre affetta da demenza senile e le donne virtuali di internet; il sogno di cultura del pescatore avido consumatore di fotoromanzi pop o ancora la bellezza agognata da una delle ragazze del bar, che affida alla scommessa di un rossetto troppo rosso un’identità incerta tra ballerina e troia.

La realtà non può essere più documentata, non perché necessiti di una mediazione attraverso le convenzioni dei generi cinematografici, ma perché la stessa nozione di reale perde consistenza nell’immaginario mediatico, l’unica Realtà Oggettiva secondo Julia Kristeva. E di questo processo Sacro GRA resta totalmente inconsapevole, nonostante proprio l’immagine del raccordo finisca per sfaldarsi nella serie di immagini riprodotte e moltiplicate sugli schermi a circuito chiuso della sicurezza stradale. Le curve d’asfalto tra le quali si snodano le diverse esistenze dei personaggi senza mai incrociarsi, si chiudono in un movimento vorticoso ma improduttivo, e che come tale trasfigura in stasi. La stessa stasi in cui continua ad arenarsi il cinema italiano.

È sintomatico del nostro movimento cinematografico che anche Paolo Sorrentino, in La Grande Bellezza, componga un affresco della città capitolina rivolgendosi alla tradizione aulica del cinema di Fellini e inevitabilmente rimanga schiacciato sotto il peso di quell’angoscia dell’influenza di cui parla Harold Bloom. A identico risultato perviene Sacro GRA. Nonostante le buone premesse, il progetto di Rosi tradisce proprio nella sua ambizione: non si può rinnovare un filone – e per metonimia il cinema italiano in toto – con uno sguardo mai proteso in avanti e ancora vincolato ai fasti del passato.

 

L’ultimo Corsaro

Milo Adami

Roma, quartiere Pigneto, ore 17.00. “Chiudo”, mi dice rassegnato il proprietario della libreria il Corsaro di via Macerata, “la strada è cambiata, il quartiere non è più lo stesso”. Esco stordito sulla via, sento accompagnarmi il profumo delle vecchie edizioni di letteratura italiana, un senso di vuoto mi attanaglia, penso a tutto questo che a fine luglio se ne andrà per sempre: se ne andrà chissà dove lo scaffale con le prime edizioni, se ne andranno le mensole con la storia del partito comunista, se ne andrà via la sezione cinema e teatro, tutto quanto se ne andrà per sempre via, da un quartiere che di una libreria non sa più cosa farsene.

Mi aggiro pensoso per le strade del Pigneto, appena fuori dalla libreria, trovo un bivacco di ubriachi sbracati sull’asfalto, abbracciano le loro Peroni giganti, a mala pena stanno in piedi, entrano ed escono da un piccolo negozietto che li rifornisce per due soldi di birra, uno di loro se ne sta seduto su una cassetta della frutta, un accento del sud america, ride sdentato e sputa per terra. Giro l’angolo, salgo per via Perugia, poco sopra il piccolo cineclub Kino c’è un bivacco di africani, credo ghanesi, anche loro occupano il marciapiedi, hanno l’aria stordita, intossicata, gli sguardi persi nel vuoto, cocci di bottiglia, sigarette, buste di plastica intorno a loro, parlano ad alta voce, litigano.

Mi guardo intorno, non si vede nessuno, non c’è nulla di aperto a parte il bar dello “Yeti” che sembra un isola felice dove rifugiarsi. Decido di spostarmi sull’isola pedonale, di fronte alla gelateria artigianale che fa uno splendido pistacchio, incontro due ragazzini italiani, avranno sì e no 15 anni, stanno comprando del fumo da un ragazzo nero alto come una statua. Il caldo è insopportabile, l’odore di piscio ovunque nauseante, quei pochi alberi spennacchiati che sono rimasti, gli altri sono stati chissà quando e perchè sradicati, proiettano una timida ombra sui marciapiedi dissestati. Intorno non si vede altro che mondezza abbandonata ad ogni angolo, piccole discariche a cielo aperto che esprimono una sinfonia maleodorante di puzzo umano. Nessun libro che ti potrà in tutto questo più consolare, nessuno, perchè “il Corsaro”, ci ripenso, a luglio se ne andrà.

Assorto nei miei pensieri continuo a deambulare sull’isola pedonale, non c’è nessuno. Un'isola pedonale deserta, penso, è un controsenso, qui la gente del quartiere non trascorre più le sue giornate, del resto non saprebbe cosa fare, non c’è più un negozio, una vetrina da vedere, neanche una panchina dove sedersi, qualcuno si rifugia nella biblioteca comunale protetto dall’aria condizionata, ma nessuno, nessuno passa il suo tempo sull’isola pedonale, questa è una lingua di asfalto caldo desolata e silenziosa.

A quell’ora del tardo pomeriggio gli unici abitanti dell’isola sono gli spacciatori maghrebini all’angolo con “Contesta Rock”, il parrucchiere più alternativo di Roma, di fronte al quale un paio di mesi fa un ragazzo è stato sgozzato per un regolamento di conti, e poi ci sono i proprietari dei locali notturni che si apprestano a montare le loro occupazioni di suolo pubblico: tendoni, tavolini, sedie e quant’altro. Sono diventati loro gli abitanti del Pigneto, arrivano a quell’ora e si impadroniscono del quartiere, e tutti gli altri, noi che qui ci viviamo, ci sentiamo in ostaggio di un baraccone a cielo aperto del divertimento a buon mercato.

Francesco Telese, proprietario del “Corsaro”, mi racconta che quando aprì, nel 2003, aveva vinto un bando del comune che incentivava l’apertura di librerie nelle aree periferiche, c’era venuto pure il sindaco Veltroni all’inaugurazione. Erano gli anni in cui il quartiere sembrava essersi avviato ad una rinascita culturale, “ci si impegnava tutti quanti, ci credevamo”. E oggi di quel progetto che cosa resta? Me lo continuo a domandare mentre torno a casa e proprio non riesco a rassegnarmi al pensiero che la mia libreria, l’unica del quartiere, chiuderà.
Era uno di quei pochi posti al Pigneto dove potersi ancora rifugiare, scappando da un paesaggio umano alcolizzato, fatto, distrutto e degradato. Quei libri erano un rifugio e una speranza, aiutavano a non rassegnarsi, a non sentirsi soli, a non sentirsi ospiti, ostaggi nel proprio quartiere.

Per fortuna “Il Corsaro” non sparirà del tutto, la sua seconda libreria, aperta nel 2010 in via di San Vito nel quartiere Monti, resta aperta, sì ma da qui, dal Pigneto, da questo quartiere che poteva essere e non è, da qui se ne andrà per sempre lasciando vuoto il locale di via Macerata. Un crampo lungo e definitivo mi blocca la bocca dello stomaco, di fronte a me un ragazzotto addenta un succulento kebab, alzo sconsolato lo sguardo cercando una qualche via di fuga, incontro l’obiettivo di una videocamera di sorveglianza installata da poco sull’isola pedonale, mi guarda interrogativa, stupidamente mi fissa ed è come se dicesse: “perché non te ne vai da qualche altra parte?”. Da qualche altra parte sì, io seguirò il mio “Corsaro” e i suoi libri ovunque andranno.

La grande incertezza

Rossella Catanese

La grande bellezza è il titolo del nuovo film di Paolo Sorrentino con Toni Servillo, Carlo Verdone, Sabrina Ferilli. Un film dibattuto e contestato, che esibisce una straordinaria elaborazione visiva, grazie alla direzione della fotografia curata da Luca Bigazzi, ma al contempo configura un immaginario debole e problematico.

Toni Servillo è l'attore che interpreta il protagonista, Jep Gambardella, uno scrittore e giornalista di successo sessantacinquenne, dedito alla vita mondana, circondato dalle figure istrioniche dell'upper class capitolina, in un torbido contesto di feste, pettegolezzi e sfarzo ostentato nella suggestiva cornice del centro storico di Roma. L'accento partenopeo sbandierato dal protagonista ne sottolinea l'estraneità rispetto all'urbe in cui vive da quarant'anni, passeggiando e osservando silenziosamente il fascino solenne della Città Eterna, vibrazione emozionale che riporterà il flaneur alla sua ispirazione creativa.

Praticamente una citazione continua del Federico Fellini de La dolce vita (1960) e 8 e 1/2 (1963), con riferimenti espliciti a Roma (1972) nel ritratto di una capitale intrisa di un epico passato e una variegata e composita umanità notturna, tra aspirazione alla grandezza e pulsione di morte. Il riferimento intertestuale all'opera di Fellini è così invadente che crea però evocazioni di maniera: è quasi come paragonare la portata storica della Cappella Sistina e quella del Complesso del Vittoriano (1911), solenne, maestoso e Kitsch.

In questa atmosfera di solennità, a cui contribuisce l'iconografia visiva e acustica di una Roma ancora fortemente clericale, Jep è circondato da amicizie frivole e da maschere sociali, tra gli stereotipi di freaks altoborghesi e nobili decaduti; Romano (Carlo Verdone) è l'amico sfortunato, scrittore fallito e provinciale, imbranato nelle relazioni, che nella sua ingenuità rappresenta il cliché dell'uomo sincero e puro di cuore. Sabrina Ferilli interpreta Ramona, improbabile spogliarellista quarantenne figlia del gestore di un nightclub, che parla solo in dialetto romanesco e sfoggia un tatuaggio del volto di Karol Wojtyla in giallorosso sul braccio destro, per omaggiare la squadra di calcio capitolina.

Romano e Ramona, nel facile e ammiccante gioco di anagrammi, rappresentano il naïf nazionalpopolare, esattamente come Antonello Venditti, che compare nei panni di se stesso, riverito dal suo brano "Forever". Questo rende ancora più evidente il punto di vista del racconto, interno alla prospettiva altoborghese, che valuta gli outsider con una sorta di benevola pietà, mista ad interesse antropologico. A parole si decreta l'ipocrisia dell'ideologia "impegnata" pseudo-marxista, ma di fatto la focalizzazione è tutta interna alla cerchia di fortunati custodi della Cultura.Che è sempre e solo quella con la "C" maiuscola, ben separata dalla peccaminosa vita quotidiana degli altri.

Agli altri sono concessi i calciatori o le icone pop, efficacemente inserite nel contesto del salotto borghese, ma santificate: sono i 'buoni', contrapposti ai meschini personaggi dell'alta società e dei simposi di botulino, che però possiedono per diritto di nascita lo scettro della cultura, negato alle altre classi. Ramona è ignorante, Romano è privo di talento, ma sono umili e onesti e dunque rappresentano la personificazione di quel binomio natura/cultura che ha già deciso il cliché di valori etici e costruttivi promossi dal film. Jep è affezionato a Romano/Ramona; è un viveur dongiovanni alla ricerca di se stesso e di un'ispirazione creativa e la sua condotta da cinico "vitellone" è in qualche modo giustificata da un trauma relativo ad una relazione adolescenziale, cui si dà spiegazione attraverso un flashback.

E il passato vivificante, che esorcizza il malessere esistenziale, è un altro motivo rubato a Fellini, come il «non ho niente da dire ma voglio dirlo lo stesso» di Guido Anselmi, protagonista di 8 e 1/2, che pervade tutto il film di Sorrentino senza però avere la stessa forza senza tempo. Se 8 e 1/2 è «un misto tra sgangherata seduta psicanalitica e un disordinato esame di coscienza in un'atmosfera da limbo» (F. Fellini), «una tappa avanzata nella storia della forma romanzesca» (A. Arbasino), «una costruzione in abisso a tre stadi» (C. Metz), qui c'è solo l'ombra di un autoritratto in forma fantastica. E non bastano un vestito bianco e il Panama del protagonista, né giraffe fenicotteri sul Colosseo, a creare il medesimo terremoto esistenziale.

E il film non solo resta lontano dalla forza espressiva di quella Babilonia postmoderna che è La dolce vita, ma diventa un irritante esercizio di esibizionismo compiaciuto. Ne La grande bellezza vengono a mancare proprio la radicalità del punto di vista, e quella ricerca stilistica personale che ha fatto la fortuna del cinema di Sorrentino.

Festival a Palazzo

Augusto Illuminati

Festival tematici e mostre presentano spesso due difetti: inclinano senza necessità talune discipline in senso spettacolare e (in Italia) sostituiscono con eventi effimeri la normale gestione di musei e università abbandonati a uno scoraggiante sottofinanziamento. Va in controtendenza il Festival di storia Roma città ribelle, organizzato per il 26-28 ottobre in collaborazione fra Nuovo Cinema Palazzo, Anomalia Sapienza, Circolo “Gianni Bosio”, Dipartimento di Storia Culture Religioni dell’Università La Sapienza di Roma, Associazione Culturale “La Lotta Continua”, Gruppo Archeologico Romano e alfabeta2, non perché l’idea sia inedita (manifestazioni consimili abbondano), ma perché è suggestivo che il primo promotore sia non un’istituzione paludata ma un pezzettino stesso di storia, della storia della riacquisizione dei beni comuni quale il cinema Palazzo.

L’occupazione di questo spazio, che si colloca in una serie ben nota di iniziative riappropriative analoghe (dal teatro Valle di Roma all’edificio Macao di Milano, dall'ex-Asilo Filangieri di Napoli al Teatro Garibaldi e ai Cantieri della Zisa a Palermo, al teatro Coppola a Catania, dall’Ex-Q di Sassari al recentissimo teatro Rossi di Pisa), ha la caratteristica di un legame molto stretto e vissuto con un quartiere storico – della resistenza antifascista dal 1922 prima che della movida cittadina – ed è nata sul fronte di una battaglia contro il dilagare mafioso del gioco d’azzardo che, in Italia come in Spagna e sin dalle origine negli Usa, è un laboratorio sperimentale dell’aggressiva pervasività del capitalismo finanziario. Che una rilettura della storia parta da un protagonista d’avanguardia della storia presente, con il sussidio prezioso dei professionisti in senso largo della ricerca scientifica, è un dato significativo, cui non a caso partecipa attivamente anche una rivista sperimentale e dis-organica come alfabeta2.

Il programma del festival (vedi qui) si articolerà su tre sedi romane (il cinema Palazzo, P. dei Sanniti 9, l’aula II della Facoltà di Lettere e Filosofia, P.le Aldo Moro 5, e La Casa della Memoria e della Storia, V. S. Francesco di Sales 5) e comprende lezioni e discussioni sulle repubbliche romane del 1798 e 1849, sulle eresie della Roma papalina, sulla storia orale e il romanzo storico, sul ventennio nella capitale e sulla Resistenza, sull’evoluzione della cucina locale. Interverranno M. Caffiero, L. Villari, C. Lucrezio Monticelli, A. Foa, G. Marcocci, A. Ciccarelli, S. Portelli, G. Monina, V. Evangelisti, L. Villani, V. Gentili, R. Carrocci. D. Conti, R. Sansone, G. Pisani Sartorio e A. Sotgia, cui si affiancheranno concerti di S. Modigliani, P. Brega, del Coro multietnico Romolo Balzani, del gruppo Muro del canto, letture belliane con P. Minaccioni, una mostra del libro storico, la degustazione di piatti popolari. A conclusione, una stimolante rassegna dei luoghi e delle lotte degli anni ’70, presentata da M. Gotor e G. Bonacchi, con contributi di alcuni dei protagonisti. Per tutta la durata del Festival al Palazzo saranno esposte le fotografie di Tano D’Amico, cronista e poeta di tutta quella stagione.

Fabbricare il comune – un dibattito di “alfabeta2”

«alfabeta2» invita a un dibattito:

Fabbricare il comune

Venerdì 9 dicembre ore 17:00
Palazzo dei Congressi - sala Diamante
(Piazza John Fitzgerald Kennedy, 1, 00144 Roma)

Intervengono
Furio Colombo, Letizia Paolozzi, Lucia Tozzi e Gian Battista Zorzoli

Moderano
Maria Teresa Carbone e Andrea Cortellessa

«alfabeta2» vi aspetta a Più libri Più liberi presso lo stand P02 di DeriveApprodi Leggi tutto "Fabbricare il comune – un dibattito di “alfabeta2”"

“alfabeta2” al Teatro Valle – dibattito sul postmoderno

«alfabeta2» invita a un dibattito sul Postmoderno

Tramonto del postmoderno

Giovedì 1 dicembre ore 18:00
Teatro Valle Occupato
(via del Teatro Valle, 21, 00186 Roma)

Intervengono
Omar Calabrese, Stefano Chiodi, Paolo Godani, Angelo Guglielmi, Massimiliano Fuksas

Moderano
Andrea Cortellessa e Maria Teresa Carbone Leggi tutto "“alfabeta2” al Teatro Valle – dibattito sul postmoderno"