Rohingya, nessun altrove

 

Claudio Canal

Dove sono finiti i Rohingya? Sono andati anche loro in vacanza? In quale oscurità sono (ri)precipitati? Neppure un anno fa ce li servivano a pranzo e a cena. Un moto di indignazione non glielo negavamo. Poveri, abbastanza neri, prolifici, musulmani, ma molto distanti. Era il loro unico pregio, oltre a quello di consentirci di parlar male di una ex immacolata esaltazione come Aung San Suu Kyi, caduta in disgrazia nei nostri teneri cuori che adesso le strappano di dosso le medaglie che generosamente le avevamo conferito. Nessun video afflitto inquadra più questa popolazione indefinibile se non per via delle sciagure incomprensibili che patisce e la sua maestosa impotenza.

Se Aung San non fosse stato ucciso

La Birmania dorata sarebbe diventata

Un luogo di pace

 

canta una tarana –canzone poetica rohingya raccolta dalla studiosa malese Kazi Fahmida Farzana nel suo bellissimo libro Memories of Burmese Rohingya Refugees. Contested Identity and Belonging, Palgrave Macmillan, 2017.

Ah, se il padre della patria non fosse stato ucciso nel 1947, come saremmo felici ora! Può darsi. Effettivamente ci sapeva fare il giovane Bogyoke-Generale Aung San, padre della deprecata figlia oggi al governo.

Abbiamo passato la nostra vita a piangere

In una terra chiamata Arakan.

Abbiamo lasciato quella patria

Per paura delle torture del governo

canta in un tarana meno ingenuo.

 

Sogno di avere un albero, dice Poli, ragazza rohingya rifugiata. Durante l’estate nel campo si muore dal caldo e non ci sono alberi. Vorrei anche avere una vita come gli abitanti dei paesi vicini. Nel disegno io sto alla finestra sperando di trovare una vita migliore.

Adesso stanno a marcire nel fango e nella merda, come racconta Vidya Krishnan sul quotidiano The Hindu. Ufficialmente settecentomila persone, forse un milione e più, in un’area del Bangladesh devastata dai monsoni, quella di Cox’s Bazar, gioiello turistico nella stagione secca con le sue spiagge chilometriche. Una vera società liquida. C’è chi dice che è un incubo e chi considera la situazione comunque più sopportabile rispetto alla pesante persecuzione birmana.

In questi mesi siamo nella lunga stagione delle piogge, in cui vivere in un campo profughi è ancora più estenuante del solito e molto pericoloso per le epidemie, per le rivalità fra boss interni, per la coabitazione forzata che rende, soprattutto le donne, facili prede.

Regna il dor, la paura.

All’esodo verso il Bangladesh non corrisponde verso Myanmar un “controesodo”, come si dice da noi a ferie concluse.

Myanmar invita il governo del Bangladesh a non aiutare i 6000 rohingya incagliati nella terra di nessuno tra i due confini. Così imparano a fare gli stravaganti, a non voler andare né di qua né di là. A Singapore Aung San Suu Kyi ha tuttavia finalmente dichiarato che il suo paese è disponibile ad accogliere i Rohingya rifugiati in Bangladesh. Senza fretta. Si chiama rimpatrio, tutti lo richiedono, eccetto molti Rohingya che hanno paura-dor di subire di nuovo lo stesso accanimento birmano già patito. Molti abitanti dei villaggi dello Stato birmano Arakan/Rakhine infatti cominciano a manifestare la loro ostilità all’eventuale rientro di Rohingya. Pongono le premesse per una crisi nella crisi tendente all’infinito.

Lo sposalizio del mare nel golfo del Bengala è molto tormentato da tifoni e diluvi. L’isola South Talpatti o New Moore è emersa nel 1970 ed è diventata subito oggetto di aspra contesa tra India e Bangladesh. Ha risolto a suo modo la controversia inabissandosi nel 2010. Scomparsa.

Vent’anni fa è improvvisamente affiorata Bhashan Char-Isola galleggiante.

Questo su e giù tra le onde deve essere bello a vedersi, se sei un pescatore, un geografo, un oceanografo, se pratichi il birdwatching. Un po’ meno affascinante abitarci.

Ed è ciò che invece sta organizzando il governo del Bangladesh che vuole spedire sull’isola deserta almeno 100.000 Rohingya, per “alleggerire” il campo di Cox’s Bazar.

Fervono i lavori preparatori.

L’isola che c’è.

L’isola che non c’è.

Excavators are seen in the Vashan Char, previously known as Thengar Char island in the Bay of Bengal, Bangladesh February 14, 2018. Picture taken February 14, 2018. REUTERS/Stringer

14 febbraio 2018/Reuters-Stringer

Disfarsi drasticamente degli ospiti non graditi è una politica ormai globale, che non prevede eccezioni serie. Sulla ontologica precarietà dell’esistenza i Rohingya avrebbero qualcosa da insegnarci e potrebbero forse dirci con storta sillaba ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.

Rohingya, abbiamo passato la vita a piangere

mohamedClaudio Canal

Non ha smosso granché le coscienze la foto del bambino a faccia in giù nel fango. È la ferrea legge del visuale. Le repliche perdono via via di attrattiva. Quella di Aylan Kurdi sulla spiaggia è memorabile, quell’altra è dimenticabile. La nostra geografia neuronale, i nostri tantissimi recettori non posso ospitare tutto il mondo, lo spazio è quello che è. Quanti bambini muoiono a faccia in giù in perfetta solitudine o circondati dallo strazio dei genitori? Non lo sapremo mai. Aveva 16 mesi Mohammed Shohayet, questo forse il suo nome, con la famiglia stava attraversando il fiume Naf che separa la Birmania/Myanmar dal Bangladesh. Qualcosa è andato storto e il formato jpeg della sua fine è rimbalzato sui video in una vampata di indignazione planetaria velocemente consumata e digerita. Ignaro della sua effimera fama postuma, Mohammed avrebbe preferito una esistenza anonima e oscura come quella dei suoi genitori, come quella della popolazione di cui faceva parte, i Rohingya, da pochi mesi invece in traballante voga mediatica.

Scontri a fuoco, artiglieria pesante, bombardamenti aerei e mitragliamenti elicotteristici, villaggi in fiamme, popolazioni in fuga respinte dai confinanti cinesi, sevizie e stupri. Mi riferisco agli ultimi sessanta combattimenti avvenuti nello scorso mese di dicembre soprattutto nella zona settentrionale della Birmania, lontanissima dall’area abitata dai Rohingya, prosecuzione dei settant’anni di conflitti cosiddetti etnici che insanguinano il paese inventato dal colonialismo inglese. Guerra senza confini tra il Tatmadaw, il temibile esercito birmano, e la miriade di formazioni che gli si contrappongono e in qualche caso combattono anche l’una contro l’altra. Immagino più di un bambino a faccia in giù nel fango, che risulta però non pervenuto sui nostri display.

La pacificazione coraggiosamente portata avanti da Aung San Suu Kyi ha concordato armistizi e trattative e indebolito questo fragore bellico, ma non l’ha zittito. Sarebbe il momento di curare seriamente le ferite che questa vita in forma di guerra ha procurato a più generazioni di abitanti. Sui canali mediatici che forgiano il nostro immaginario non c’è traccia delle infinite ostilità. Ha una ragione questo oscuramento? Se non una ragione, almeno una attenuante, la comodità. Spiegare i perché e i percome di ogni singolo conflitto, le ragioni storiche e culturali, il variare delle alleanze, gli interessi in corso, i salvati e i sommersi, è una fatica di Sisifo. C’è rischio di dover ricominciare sempre da capo e la complessità è un articolo poco commerciabile Se invece inalberi il vessillo dei diritti umani, della pulizia etnica, del genocidio, raduni una folla curiosa che, almeno per un po’, ti segue. I buoni di qua e i cattivi di là, si smercia più facilmente.

Il motore della semplificazione va su di giri se impiega due dispositivi di successo. Il primo recita: i Rohingya sono musulmani e oggi la sola evocazione di quell’identità suscita sconcerto se non panico. Ben venga dunque la possibilità di provocare pietà e non paura, riabilitare una parola e l’umanità che rappresenta collocandola dal lato perbene della convivenza. Insomma, i Rohingya sarebbero musulmani, però buoni, in quanto vittime. Il secondo congegno si applica al premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyi, di fatto oggi capo del governo, e rimanda al piacere di prendere in castagna un’icona, una Madre Teresa della politica. Lo status di vittima, se non fosse una bestemmia dirlo, aveva i suoi vantaggi. Appena dismesso quell’abito, non c’è più scrupolo. Ti abbiamo dato il Nobel per la pace e tu lasci fare al tuo esercito? Tu che i diritti umani ecc. ecc. Se anche tu…E giù con le tiratine e tiratone di orecchie.

Così devono aver ragionato altri Nobel [Desmond Tutu, Malala, Mohammed Yunus…] e personaggi pubblici, come gli italiani Emma Bonino e Romano Prodi, che hanno firmato una lettera al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite in cui ribadiscono che contro i Rohingya è in atto una persecuzione su vasta scala. La stessa cosa sostiene il premier della Malesia, Najib, che ne fa una questione di “sicurezza regionale” e si autoproclama difensore islamico [le elezioni sono vicine, le accuse di corruzione anche]. L’Indonesia si attiva nella stessa direzione, mobilitando ministri e funzionari. L’internazionalizzazione del caso Rohingya è compiuta e così arriva fino a noi la foto del piccolo Mohammed, grazie alla CNN che fa un servizio tra le tende dei rifugiati in Bangladesh.

La “nazione dei campi”, che costella il mondo a Nord come a Sud, ospita decine di migliaia di profughi Rohingya in Bangladesh, Malesia, Indonesia, Thailandia e nella stessa Birmania. Il vocabolario ci è noto, respingimenti, centri di detenzione, internamento. Abbiamo passato la vita a piangere recita un verso del canto detto tarana proprio dei Rohingya, i quali non sono padroni neppure del loro nome che, più che un’etichetta a rappresentare una popolazione, indica una aspettativa, l’auspicio a essere considerati un’entità decente.

Dare il nome in Birmania, ribattezzata Myanmar, è un’attività altamente politica. Anche le persone hanno un nome esclusivo, non di famiglia, modificabile a piacere nel corso della vita. Anche i nomi delle 135 minoranze etniche riconosciute vanno e vengono. Lo stato/regione Arakan, al nord del quale abitano i Rohingya, nel dopoguerra regione autonoma [Mayu], è stato rinominato Rakhine e la maggioranza buddhista dei suoi abitanti si considera una minoranza “sociale” del paese essendo tra le realtà più povere, nonostante gli oleodotti che lì estraggono e trasferiscono direttamente in Cina. I Rohingya sono dunque una minoranza di una minoranza e avrebbero forse riconosciuta una qualche embrionale forma di cittadinanza se accettassero di essere chiamati Bengali, cioè stranieri immigrati dall’attuale Bangladesh, già Pakistan Orientale, già prima linea nella guerra Alleati/Impero Giapponese, già British Raj o Impero Britannico, già Nawab dell’Impero Moghul, già...

La storia non è un orpello per eruditi. Il conflitto tra storiografie sta invece al centro di tutti gli scontri e rinforza le identità contrapposte. Quando nel 2012 in Birmania si scatenarono veri e propri pogrom contro i musulmani, accomunati dall’insulto kular, pelle nera, negro, lo slogan era, in sostanza, cosa ci fate qui? Tornatevene a casa, rivolto non solo ai Rohingya, ma ai Kaman, musulmani cittadini ufficialmente riconosciuti, ai pathay, musulmani birmani di origine cinese, ai birmani-birmani musulmani. Allora non ci sono state recapitate foto di bambini a faccia in giù, ma abbiamo visto barconi strapieni alla deriva nell’oceano, tali e quali ad altre derive mediterranee, case incendiate, moschee distrutte, morti adulti a faccia in giù e in su. Abbiamo visto, per chi voleva vedere, un colonialismo interno manovrato sul progetto di birmanizzazione indotta di tutta la popolazione, in cui si è inserito con successo il buddhismo ipernazionalista proclamato da frange estremiste, come il MaBaTha del monaco U Wiratu in coordinamento con il Bodu Bala Sena dello Sri Lanka. Il tutto puntellato dalla paura buddhista della propria estinzione, prevista dal millenarismo predicato dal Gautama Buddha.

Aung San Suu Kyi non era ancora al governo, ma c’erano i militari. E ci sono ancora con il loro granitico potere. La sovranità in questi luoghi equivale alla capacità di definire chi conta e chi non conta, chi è eliminabile e chi non lo è, ci ricorda Achille Mbembe riferendosi all’Africa. Non è il soft power il prediletto dai militari. La brutalizzazione del controllo non fa che rinforzare una identità inizialmente labile e plurale. La tentazione di accedere all’appoggio della rete islamica radicale potrebbe rivelarsi una carta da giocare per chi non ha proprio niente da perdere.

alfadomenica #4 – gennaio 2017

A tutte le lettrici e i lettori di alfabeta2, buongiorno. Prima di presentarvi il sommario di questo alfadomenica, un paio di brevi comunicazioni sulla programmazione dei prossimi giorni e sul nostro cantiere. Tra i materiali che vi proporremo a partire da domani, desideriamo sottolineare in particolare la presenza, dopo l'articolo di Bifo uscito ieri, di due nuovi contributi su C 17, la conferenza sul comunismo che si chiude oggi all'Esc di Roma (la pubblicazione dei testi è prevista per martedì 24), e di uno speciale dedicato alla Giornata della memoria, in calendario venerdì 27 gennaio. Quanto all'associazione alfabeta, siamo al lavoro per aprire all'interno del nostro sito uno spazio dedicato unicamente ai soci e che vuol essere, appunto, un vero cantiere di riflessione, di intervento, di cambiamento. A chi ancora non ha aderito, segnaliamo che è attivo un modulo di iscrizione online. Per qualsiasi dubbio è possibile scrivere all'email associazioneculturale@alfabeta2.it, mentre l'email della redazione è redazione@alfabeta2.it

Ed ecco cosa trovate oggi su alfadomenica:

  • Ludovica del Castillo, Anni di lotta o anni di latta?:  «Il personaggio che prende la parola in questo libro […] entra in scena negli anni Cinquanta […]: “l’intellettuale impegnato”. […] l’immedesimazione in questa parte viene meno a poco a poco col dissolversi della pretesa d’interpretare e guidare un processo storico. Non per questo si scoraggia l’applicazione a cercar di comprendere e indicare e comporre, ma prende via via più rilievo […] il senso del complicato e del molteplice e del relativo e dello sfaccettato che determina un’attitudine di perplessità sistematica». Così scrive Calvino nel 1980 nella Presentazione a Una pietra sopra (raccolta di saggi scritti tra il 1955 e il 1978): c’è la volontà di ordinare il passato, gli scritti del passato (allontanandoli «di quel tanto che permette d’osservare nella giusta luce e prospettiva»). La distanza libera la visione, ma questa è cosa risaputa. Ed è proprio la distanza che permette a Roberto Contu nel suo Anni di piombo, penne di latta di affrontare con uno sguardo libero da prospettive consolidate l’argomento spinoso della perdita di centro che ha coinvolto la maggior parte degli scrittori italiani negli anni della «crisi sistematica del mondo intellettuale». Leggi:>
  • Claudio Canal,  Rohingya, abbiamo passato la vita a piangere:  Non ha smosso granché le coscienze la foto del bambino a faccia in giù nel fango. È la ferrea legge del visuale. Le repliche perdono via via di attrattiva. Quella di Aylan Kurdi sulla spiaggia è memorabile, quell’altra è dimenticabile. La nostra geografia neuronale, i nostri tantissimi recettori non posso ospitare tutto il mondo, lo spazio è quello che è. Quanti bambini muoiono a faccia in giù in perfetta solitudine o circondati dallo strazio dei genitori? Non lo sapremo mai. Aveva 16 mesi Mohammed Shohayet, questo forse il suo nome, con la famiglia stava attraversando il fiume Naf che separa la Birmania/Myanmar dal Bangladesh. Qualcosa è andato storto e il formato jpeg della sua fine è rimbalzato sui video in una vampata di indignazione planetaria velocemente consumata e digerita. Ignaro della sua effimera fama postuma, Mohammed avrebbe preferito una esistenza anonima e oscura come quella dei suoi genitori, come quella della popolazione di cui faceva parte, i Rohingya, da pochi mesi invece in traballante voga mediatica. Leggi:>
  • Alberto Capatti, Alfagola / Albertario: È una raccolta, con questo titolo, offertami per il mio compleanno, il 2 novembre scorso. L’autrice, Paola Sosio, è infermiera, ciclista da competizione, cuoca e pasticcera. Ultima generazione, raccoglie, trascrive ricette della nonna, della mamma, della cognata, del marito, eppure tutte respirano il suo talento e sono solo sue. Dagli antipasti ai liquori, anticipano la degustazione in una veste che non ricorda i vecchi quaderni di casa, perché uscite da un computer sono stampate e rilegate con un frontespizio. Quaranta pagine ognuna con il suo numero e la sua ricetta. L’eredità ha stimolato la fantasia e la precisione, emancipando la cuoca e citeremo i Baci di dama salati. Leggi:>
  • Antonella Sbrilli, Giochi alfabetici / Intitolate (3): Il gioco che sfida a rintracciare il nome di un artista reale, anagrammando il titolo di una mostra immaginaria, stavolta è declinato al femminile e si intitola appunto IntitolateFinora abbiamo giocato con Gianfranco Baruchello (fragore con la china blu), Mario Ceroli (mai colorire), Sandro Chia (china sorda), Luca Vitone (vuole canti), Massimo Bartolini (amo simboli strani). Era ora di cambiare genere, rifacendosi a un esempio magistrale: gli anagrammi che nel 1974 Man Ray dedica all’amica Carol Rama, geniale e irriducibile artista nata a Torino come Olga Carolina Rama e morta nel 2015. Leggi:>
  • Semaforo:  Frigoriferi - Pulsanti - Scarpe  Leggi:>