Alfadomenica # 2 – marzo 2017

fibra2 copiaIl Cantiere di Alfabeta si allarga, anche se non sono mancati piccoli intoppi tecnici di rodaggio (chi ha avuto problemi di accesso è invitato a mandare un messaggio a associazioneculturale@alfabeta2.it). Si tratta di difficoltà purtroppo inevitabili in una fase iniziale com'è questa, ma qui vogliamo citare un commento che ci è arrivato e che ci fa piacere perché coglie in pieno il senso di questa nuova alfabetica impresa: "La formula del forum - che ricorda le bacheche dei primi scambi su internet - è valida, per la sua asciuttezza non priva di accoglienza. Come lo useremo? come verrà usato questo spazio? Personalmente seguirò i link proposti e cercherò di mettere in contatto persone e avvenimenti che possano richiamarsi l'un l'altro, nel piccolo delle mie competenze e conoscenze. Come per ogni comunità, sarebbe bello - fra un po' - incontrarsi in un posto per rinsaldare gli scambi dal vivo". Ed è proprio quello che contiamo di fare, secondo la logica che ci ha guidato avviando la Associazione Alfabeta

Ed ecco quello che trovate oggi su Alfadomenica:

  • Roberto Silvestri, C'è del marcio nella Sicurezza Nazionale: A Good American è il prequel di Snowden, afferma Oliver Stone che ha diretto il secondo e coprodotto il primo. Un prequel sul marcio che si annida nelle centrali d’intelligence statunitense, e che collega il “tradimento” di Assange e Snowden al caso Echelon – l’indebito spionaggio privato, anticostituzionale, dell’ex presidente G.W. Bush – e ai perversi maneggi delle multinazionali affinché si moltiplichino i conflitti invece di prevenirli, e la presunta e pesante ingerenza russa nell’elezione di Trump. Ma è un “marcio” che iniziò quasi mezzo secolo fa… - Leggi:>
  • Valentina Valentini, Roma Theatrum Mundi, non c'è crescita senza trauma: Il 25 febbraio 2017 al Teatro India di Roma si è svolto  Roma Theatrum Mundi-Assemblea cittadina per il teatro, “un primo passo verso l’aggregazione della comunità teatrale romana attorno a temi urgenti di politica culturale, di normativa, di vocazione degli artisti e degli spazi, di opportunità”, come ha descritto l’incontro Sergio Lo Gatto. Promotori dell’evento, oltre allo stesso Lo Gatto, i critici Graziano Graziani, Andrea Porcheddu e Attilio Scarpellini. Cospicua la partecipazione di compagnie, organizzatori, attori, registi, curatori, gestori di spazi indipendenti, alla presenza del direttore del Teatro di Roma Antonio Calbi e del vicesindaco al Comune di Roma, nonché assessore alla Crescita Culturale, Luca Bergamo. Leggi:>
  • Alberto Capatti, Alfagola / Uccelletti, uccellini: Continuiamo la caccia alle parole e alle immagini. Gli uccellini, gli uccelletti erano la preda ambita di ricchi e di poveri. Li si catturavano con le reti e con i richiami, o con trappole di ogni genere, archetti e lacci. Rappresentando un boccone gustoso, facile da arrostire, erano ricercati e svolazzavano, frullavano nella testa di chi aveva appetito o lo ricercava. Naturalmente per i meno abbienti, e per tutti fuori stagione, quando non c’era l’uccelletto, bisognava sostituirlo con qualcosa che ne ricordasse il sapore, il colore ovvero il pregio, intrappolandolo in un piatto. In Lombardia, gli uccelli scappati, simulazione con altre carni infilzate in uno stecco ; a Venezia gli oseleti scampai, carni, fegato, fegatini, pancetta e salvia ; nelle Langhe le grive, i tordi, son polpette di fegato e carne di maiale ; in Sicilia le sarde a beccafico son preparate alla guisa “di un uccelletto bigiognolo, che si ciba specialmente di fichi”. Leggi:>
  • Una poesia / 18 - Carmen Gallo:  La donna con i capelli neri / ha sceso le scale con le braccia vuote. / La donna bianca l’ha salutata / con gli occhi nelle mani. / La donna guida, e cerca un posto dove stare. Leggi:>
  • Semaforo: Femminismo - Machismo - Tr... - Leggi:>

C’è del marcio nella Sicurezza Nazionale

Roberto Silvestri

AGA_RE_Turkey_1966_02_300dpiA Good American è il prequel di Snowden, afferma Oliver Stone che ha diretto il secondo e coprodotto il primo. Un prequel sul marcio che si annida nelle centrali d’intelligence statunitense, e che collega il “tradimento” di Assange e Snowden al caso Echelon – l’indebito spionaggio privato, anticostituzionale, dell’ex presidente G.W. Bush – e ai perversi maneggi delle multinazionali affinché si moltiplichino i conflitti invece di prevenirli, e la presunta e pesante ingerenza russa nell’elezione di Trump. Ma è un “marcio” che iniziò quasi mezzo secolo fa…

L’infinita serie cinematografica Rambo, aperta da First Blood nel 1982, fu il contributo psicoterapeutico (a scoppio ritardato) di mezza Hollywood per metabolizzare lo shock nazionale dopo la disfatta nordamericana nel sud-est asiatico. Far credere che le cose non sono andate come sono andate, in fondo, è il compito di chi fa politica, direttamente o indirettamente, tra gioco immaginario e serietà finzionale. Il classicismo hollywoodiano era stato perfetto nel consolare e aizzare alla speranza e al futuro radioso gli spettatori americani schiacciati dalla grande Depressione, producendo “torte emozionali” di millimetrica efficacia, no?

Dunque, dopo la resa di Saigon del 1975 passò subliminalmente nel mondo quella certa rilettura fiabesca e rambesca dei fatti: gli eroici, invincibili soldati Usa del Cacciatore e di Platoon, proletari infangati nella giungla, avrebbero facilmente annientato un nemico così piccolo e mal armato, senza il tradimento dei burocrati borghesi di Washington, dei soliti politici incollati sulle loro poltrone. E senza il “cedimento morale dell’opinione pubblica americana”, infuriata dopo gli oltre 45 mila giovani morti e perché quella non era una guerra, ma una aggressione immotivata se non dalla voracità del complesso militare-industriale.

Un documentario austriaco, A Good American, realizzato da Friedrich Moser nel 2015 per raccontarci come funziona lo spionaggio americano elettronico dei giorni nostri e la NSA, uscito sugli schermi di tutto il mondo in queste settimane, intanto ha il compito di smentire quella falsità. Sarebbe stata proprio l’ottusità militare del generale William C. Westmoreland, comandante in capo delle forze militari nordamericane in Vietnam, convinto di schiacciare facilmente i vietcong per superiorità di mezzi e potenza di fuoco, a provocare quell’immane (e per noi ben meritato) disastro. Pur avvertito dai servizi segreti che nel febbraio del 1968 Ho Chi Minh e Giap avrebbero lanciato l’offensiva del Tet, trovò l’informazione insignificante. E fu un massacro che rovesciò i destini del conflitto.

Quella nota riservata arrivò proprio dal good american William Binney, un matematico geniale che iniziava a lavorare in quei mesi a Fort Meade (Maryland), dove ha sede appunto la NSA, una delle più importanti agenzie di spionaggio Usa (assieme a CIA e FBI, in tutto sono 22), e che avrebbe fatto una fulminante carriera da dirigente prima di dimettersi all’indomani dell’11 settembre. Certo stiamo sempre parlando di spie. Non fidarci è meglio. Per esempio Matt Damon, nel ruolo di un giovane matematico dal talento mozzafiato, in Good Hunting, dice di no proprio alla NSA che vorrebbe arruolarlo: “La politica estera nordamericana, al servizio delle multinazionali, è criminale. Perché dovrei aiutarla?”.

Sulla sua sedia a rotelle Bill Binney è arrivato combattivo anche a Roma, nella sede della stampa estera, per raccontarci, al fianco del regista, la sua emblematica e incredibile storia, dal sorprendente succo che negli States solo il periodico radical The Nation ha svelato: non solo l’attacco alle Twin Towers poteva essere sventato, ma per aver messo a punto un sistema digitale poco costoso, il ThinThread, “rispettoso della privacy di individui e aziende” ed efficace per sventare quella e altre azioni terroristiche, lui e i suoi collaboratori (J. Kirk Wiebe and Edward Loomis) sarebbero stati emarginati e costretti al silenzio o alle dimissioni (con i computer sequestrati, il materiale distrutto e la stessa vita tuttora a rischio), mentre i nuovi famelici dirigenti imposti da Bush (come il generale Michael Hayden, al vertice NSA dal 1999 al 2005, poi promosso capo della CIA, che oggi in pensione maledice Snowden e Trump) trovarono più redditizio farsi finanziare il costosissimo, obsoleto e mai operativo Trailblazer Project. Forse perché nell’attacco (auspicato?) alle Torri gemelle e sulla pelle di quei 3000 morti avrebbero trovato un’occasione formidabile per triplicare i finanziamenti pubblici dell’Agenzia in nome della calamità nazionale. Quando perfino lo spionaggio assume una logica d’azienda c’è da far scandalizzare perfino un patriota come Binney, che ora ripone solo in Trump le sue residue fiducie: “Almeno è fuori dall’establishment”.

La NSA, National Security Agency, per gli umoristi la No Such Agency (l’agenzia che non c’è), nata in piena guerra fredda nel 1947 per ordine di Truman, è un organismo che ha il compito di tutelare l’integrità del paese da attacchi di qualunque tipo, attraverso il controllo più ampio possibile delle informazioni mondiali che riguardano gli Stati Uniti d’America, nonché di proteggere e criptare i dati e i messaggi che giornalmente transitano attraverso gli uffici governativi, la Casa Bianca, il Pentagono, le ambasciate, etc. Per fare questo ha il dovere di tradurre messaggi cifrati e registrare tutto tutto, telefonate, telegrammi, lettere, un tempo, ma oggi anche email e cellulari, con ogni mezzo necessario, satelliti spia e hackers inclusi. Compito del personale operativo è inventare algoritmi o sistemi complessi che riescano a selezionare dalla quantità immensa di dati nel più breve tempo possibile solo quelli “sensibili”, utili.

Musiche suggestive, “alla Glass”, tensione di montaggio da thriller, cartoni animati per spiegare le suggestive visioni di Binney (“miliardi di miliardi di comunicazioni da registrare e ordinare? Si può fare!”), impennate da horror quando le interviste ai collaboratori di Binney fanno capire che la gang Hayden ha il sopravvento (e le insostenibili immagini dei corpi volanti dalle Twin Towers in apertura sembrano una ouverture da Requiem) non sono solo una resa alla sensibilità postmoderna. Manca al lavoro – ed è peccato mortale per i critici statunitensi – la parola data al gruppo Hayden. Ma loro si sarebbero rifiutati. Mentre la simulazione fatta da Binney solo dopo il crollo delle torri, utilizzando la procedura ThinTread, che avrebbe facilmente messo le mani sugli infidi sauditi, è convincente fino a un certo punto, o semipersuasiva, come scrive Variety (soprattutto dopo aver visto Sully non ci si può fidare della freddezza del robot, davanti a tragedie flagranti). Si spera solo che la lunga trafila giudiziaria, vincente finora, provocata dall’ex dirigente patriottico e irriducibile della NSA porti, prima o poi, a una sentenza che ristabilisca un po’ di regole costituzionali aggirate da alcune presidenze a dir poco scorrette. E porti all’incriminazione dei colpevoli e alla riabilitazione di chi, come Snowden oggi o i soldati che fuggirono all’estero per non combattere in Vietnam, si comportò da americano vero. O meglio, come la metà degli americani sanno comportarsi.

A Good American. Il prezzo della sicurezza

regia di Friedrich Moser

Austria 2015, 104’

Dustur di Marco Santarelli. Il cuore sapiente di Dossetti

dustur Roberto Silvestri

Zoommate su foto sbiadite e voce fuori campo. Esperti intervistati, cinegiornali di repertorio, raccordi sull’asse. La storia della Dc, lo scontro con De Gasperi. Il mistero dell’abbandono improvviso della politica nel 1958, la nascita della «piccola comunità monastica dell’Annunziata», il ritorno in campo, altrettanto sconvolgente, nella metà degli anni Ottanta, di un monaco-partigiano che difende, tra Craxi e Berlusconi, i principi della Costituzione italiana nata dalla Resistenza e dall’antifascismo popolare.

Un documentario ortodosso su Giuseppe Dossetti, padre della Costituzione, in stile BBC sarebbe fatto così. Marco Santarelli invece, tra i migliori cineasti italiani della nuova generazione, anche perché frequenta luoghi vivi di cultura come il carcere e le navi container, ha presentato Dustur («Costituzione») al recente festival di Torino, tenendo il suo argomento, questo «contenuto», il dossettismo, piuttosto nascosto, obliquo, lontano da sguardi indiscreti. Lo fa lievitare attraverso procedimenti formali sofisticati (home movies, filone carcerario, commedia scolastica, road movie mistico, reportage poetico anti-nazista ecc.…) e catturando con la telecamera digitale l’ascolto e il rispetto, anche quando non c’è condivisione di idee. Fino a farlo diventare scandalosamente altro. Fino a toccare il nervo scoperto del nostro dibattere di oggi su spiritualità orientale e occidentale, sharia, legge islamica, e jihad, giustizia sociale. Su Islam e democrazia, stato e religione (perché tenerli separati), incontro-scontro tra culture. Sui nostri valori e stili di vita messi in discussione dagli apocalittici dell’ISIS e da altri fondamentalismi integrati. Dante Alighieri e Abu al Baqua al Rundi, stessa lotta. E dunque sul senso da dare, da questa e quella parte del Mediterraneo (non c’è libertà senza saper declinare alla maniera arabo-ebraico-laico-cristiana la parola amore) a Dustur – che significa, in arabo, Costituzione.

Neo-Dustur, «Nuovo partito libero della Costituzione», era la formazione politica che guidò la Tunisia all’indipendenza del 1956 e, con Bourguiba, al laicismo, alla parità di diritti uomo-donna e al socialismo del partito unico, poi degenerato in forme sempre più autoritarie. «Neo-Destur» anche nell’Italia del Partito Della Nazione: le «riforme costituzionali» funzionali alla crescita e alla globalizzazione «sono trent’anni che il paese le aspetta», ripetono come macchinette i renziani: rieditando quei movimenti non sempre limpidi, attorno alla Costituzione repubblicana, che senza «sguardo vasto e rinnovamento etico saranno lettera morta», ammoniva don Dossetti da Monte Veglio.

Nel frattempo il mondo arabo ha conquistato una nuova e più avanzata costituzione grazie alla lotta del «quartetto tunisino per il dialogo e per la pace», che ha vinto il premio Nobel per la Pace 2015: dando un contributo islamico alla democrazia pluralista, non confessionale e che tutela le minoranze, soprattutto «i poveri, gli umili, i piccoli, i senza storia». E fu grazie al populismo progressista, dei dossettiani La Pira e a Mattei, che il dialogo tra Italia e società civile araba ci fu e fu fecondo.

Ma c’è un legame spirituale più profondo e militante che Santarelli sottolinea, scegliendo come protagonista del suo film Ignazio De Francesco, un monaco dossettiano, ex giornalista, oggi studioso di diritto islamico. Già. La separazione dalla politica, l’addio alla politica di Dossetti insomma, non fu contemplativo, ascetico, ma pratica politica dal basso, maggiore pienezza d’impegno nella historia mundi, a cominciare dai carcerati, gli ultimi degli ultimi, come ci racconta Mario Tronti nel capitolo «Uno sguardo sempre vasto» di Dello spirito libero. Unire la doppia eresia, «andalusa, sufi» e dossettiana, contro il falso spiritualismo degli integralismi pseudoreligiosi e pseudo-modernisti. Ecco il punto. «La primavera naturale arriva sempre, ma la primavera storica, se non la vogliamo, non viene». Il terreno comune sul quale si fonda questo film combattente è il concetto di libertà, negativo (dalle insidie del potere) e positivo (per una umana, egualitaria liberazione).

Così, nella biblioteca del carcere Dozza di Bologna, Ignazio chiama insegnanti e volontari per un seminario sulla Costituzione italiana in rapporto a quelle, dopo le primavere «per la libertà e per la democrazia», di Marocco, Tunisia e Egitto. Intervengono gli islamologi Caterina Bori e Paolo Branca, il giurista Bernardino Cocchianella, l’intellettuale marocchino Yassine Lafram, portavoce delle comunità bolognese (lo vediamo spesso in tv a dibattere con i Belpietro di turno), Gianluca Parolin, che insegna diritto al Cairo e, soprattutto, alcuni detenuti musulmani, anche ipnotizzati dall’integralismo («non ce lo voglio un apostata nella mia cella»), ma soprattutto normali, come Samad, Abdessamad Bannaq, ex trafficante di droga che faceva la bella vita tra un viaggio e l’altro, senza dare valore più a niente, né ai soldi né ai sentimenti, ma oggi è più «felice e libero» perché si è riappropriato della sua testa, non ha più droghe di ogni tipo a dominarlo, anche se lavora duramente come operaio a 800 euro al mese, studia sodo giurisprudenza e aspetta da un momento all’altro la «fine pena» e la libertà piena.

Tutti insieme mettono a punto, da dietro le sbarre, la costituzione ideale, dibattendo di democrazia formale e sostanziale, di istruzione come base di tutto, di pace (salam e shalom). E poi di insulti al Profeta, diritto di parola, eguaglianza, tolleranza, colpa e dolo, takfir, cioè incitazione all’odio (che forse le nostre leggi dovrebbe decidersi a meglio prevenire) e di diritto alla scomunica (nell’immaginario musulmano l’apostata è esageratamente malvisto). E soprattutto di proibizione del lavoro minorile e di diritto al lavoro: «Se non c’è, lo stato dovrebbe garantire, secondo la carta, il diritto al reddito di cittadinanza», fa capire Ignazio. Sharia non vuol dire medievalmente tagliare la mano al ladro, secondo la semplificazione wahabita letteralista e ipocrita: un signorotto saudita poligamo che sbevazza e va a puttane a Bangkok, ma non a Ryad, non commette alcun peccato… Maometto è certamente sconvolto da come una minoranza di sedicenti islamici maltratta le donne in suo nome. Intanto i carcerati vanno avanti e indietro, avanti e indietro, avanti e indietro, durante l’ora d’aria. Non basta la Gozzini. Quando le nostre carceri diventeranno almeno spazi liberi dentro le mura e non prigione dentro la prigione? Così sono trattati gli adepti dell’ISIS. Lavaggio di cervello. E si trasformano in bombe umane.

Dopo l’era del mockumentary, il documentario imbroglione che gioca a decostruire i meccanismi autoritari del documentario ortodosso, ecco un esempio riuscito di «cinema della realtà». Che vuol dire intensificare e far vibrare, come nella poesia, tutti i linguaggi che il cinema adopera, e non soltanto il procedimento basic dell’identificazione eroe-spettatore. Il problema è trasformare un film in «cuore sapiente». Esperienza erotica, non didattica.

Il film del secolo

Valerio De Simone

Come si può definire, e di conseguenza leggere, Il film del secolo (Bompiani, 2013)? La prima risposta che viene spontanea sarebbe un libro-intervista di Rossana Rossanda, figura di spicco della sinistra italiana nonché fondatrice del manifesto, con Mariuccia Ciotta e Roberto Silvestri, due colonne portanti della critica cinematografica già dello stesso quotidiano. Ma se il libro fosse classificato in quest'ottica potrebbe risultare in parte riduttivo.

Piuttosto si potrebbe leggere come un vero e proprio romanzo autobiografico in cui i tre protagonisti, che hanno condiviso una lunga amicizia e hanno lavorato nello stesso giornale, si rincontrano a Parigi, nell'appartamento di uno di loro. Qui “con le immancabili tazze di tè circondate da allegri e dolci macarons” i tre protagonisti iniziano una lunga conversazione che riporta alla mente del lettore-spettatore quelle avvincenti tra Julie Delpy e Ethan Hawke nella trilogia cinematografica diretta da Richard Linklater.

Il tema principale e filo conduttore della conversazione è il cinema che, nello svolgersi del dialogo, diviene uno specchio su cui si rifletteranno non solo i gusti estetici, ma anche le ideologie e di conseguenza l'attivismo politico, i sogni, le vittorie e le sconfitte che hanno animato le vite degli autori.

Il libro si apre con una introduzione a firma della Rossanda stessa che spiega come il giornale-movimento politico da lei co-fondato e costatole un'espulsione dal PCI, inizialmente fosse costituito da quattro pagine interamente dedicate alla politica. Successivamente, come ricorda Mariuccia Ciotta, fu proprio Rossana Rossanda a spingere perché nel “manifesto” “si ampliasse a poco a poco lo spazio d'intervento giornalistico e si moltiplicassero i campi di battaglia teorici e politici.” Così al quotidiano vennero aggiunte due nuove pagine destinate al dibattito culturale. I giovani Roberto Silvestri e Mariuccia Ciotta, che all'epoca lavoravano nell'archivio del giornale e si dividevano tra un impegno militante politico e cinematografico, vennero promossi e inviati in missione speciale alla Mostra del cinema di Venezia.

Lontano dall'essere un'opera prettamente nostalgica, o fruibile esclusivamente da un pubblico di appartenenti alle generazioni pre belliche e dei baby boomers, Il film del secolo è un'appassionante carrellata sul Novecento che si articola in diciotto capitoli (più un'appendice di tre articoli scritti da Rossana Rossanda per il “manifesto”, di cui in particolare si consiglia vivamente la lettura di La forma assoluta e bellissima del dolore). In ogni capitolo si affronta un tema cinematografico osservato attraverso una lente politica ed estetica. In questo “lungo viaggio” si incontrano non soltanto le figure classiche del cinema hollywoodiano (Buster Keaton, Charlie Chaplin, Howard Hawks...), ma anche i classici della rivoluzione russa, primo fra tutti Sergej Michajlovič Ėjzenštejn, fino ad arrivare all'oriente di Yasujiro Ozu e Yukio Mishima.

I momenti di maggior ricchezza del testo non sono quelli di condivisione bensì quelli di contrasto, quando le due generazioni coinvolte, l'una che ha vissuto la seconda guerra mondiale, l'altra che si è affacciata alla politica partecipando al movimento del Sessantotto, si confrontano. Questo risulterà per il lettore avvincente, dal momento che apre una serie di riflessioni sul passato, sul presente e sul futuro.

Un ottimo esempio lo possiamo trovare nel film o meglio nella saga cinematografica Guerre Stellari inaugurata da George Lucas nel 1977 che diviene un vero e proprio leitmotiv per tutto lo svolgersi del libro. La trilogia, amata e salutata dalla coppia Ciotta-Silvestri come l'alba di un nuovo cinema rivoluzionario, non esercita lo stesso fascino su La ragazza del secolo scorso che invece ama molto Million dollar baby: “ di quel film – afferma la Rossanda - mi piace tutto, la ragazza, il modo con cui Eastwood racconta, l'ideologia, il coraggio di fronte a chi ti chiede di morire.”

Il film del secolo dunque si propone una lettura che si rivolge non solo a cinefili appassionati, senza distinzione d'età, ma anche agli appassionati di storia politica mondiale.

Rossana Rossanda
con Mariuccia Ciotta e Roberto Silvestri
Il film del secolo
Bompiani (2013), pp. 341
€ 19,00

Atlante sentimentale del cinema per il XXI secolo

Roberto Silvestri

Cos’è il cinema? È morto il cinema? Perché filmi? Sei nostalgico della pellicola e della sua trasparenza analogica o attratto dall’immagine opaca e digitale? Il cinema può o non può mostrare come stanno veramente le cose? E il video? È come un microscopio fatto per le cose piccole? Quali sono i cineasti preferiti? Quando giri lasci una finestra aperta alla vita e al caso? Rossellini non ha forse insegnato a diffidare dei professionisti del cinema, di chi riempie di parole d’ordine o di immagini preconfezionate o di sceneggiatura di ferro un budget che ministeri e mercanti hanno già artatamente rigonfiato?

Se le risposte vi interessano, queste sono le domande chiave, le ossessioni principali che Donatello Fumarola (giornalista e autore tv) e Alberto Momo (architetto/cineasta) e la loro band di amici e colleghi mai settaria (nonostante il gran guru adorato di riferimento, Enrico Ghezzi) pongono a 50 registi contemporanei oggetti d’affezione, che provengono da ogni angolo del pianeta e insieme compongono questo «talismano della felicità cinefila».

«Faccio cinema per necessità. Per scoprire, trasformare, pensare contro me stesso», sintetizza per tutti il marginalista carioca Julio Bressane, e continua: «Il cinema attraversa, è un organismo intellettuale con una sensibilità eccessiva che trapassa tutte le arti, le scienze e la vita». Ora che il cinema entra nei musei e nelle gallerie d’arte e che sono i filosofi (Rancière, Nancy, Badiou…) a prendere il posto dei critici, vediamo qual è il Pantheon di questi «strangolatori di mondo». Geni intesi alla Carmelo Bene, che fanno quel che possono: il contrario dei registi di talento, «che fanno quel che vogliono». Si mettono insieme Corman e Bela Tarr, Tarantino e Straub, Hellman e Naomi Kawase, Lav Diaz e Tsukamoto, Naderi e Sokurov… Ma aspettiamo i prossimi volumi (sono 200 le interviste realizzate), o magari che Cameron, Carpenter, Eastwood, Elia Suleiman e Kim Ki-duk si rendano disponibili.

Interfaccia tra il pubblico ribelle e non riconciliato e il cineasta amateur che crea mondi o è il dissolutore di questo, Fumarola e Momo, appassionati e affiatati, attivi e vagabondi, vanno a cercare «dove ribolle ancora qualcosa di incandescente», nei generi codificati o postmodernizzati o al di là. Inseguono, esplorano, ibridano, raggruppano, collezionano così gli autori senza A maiuscola (chi per lo più scrive, dirige e monta il suo film) che lavorano tra ciò che sanno e ciò che ignorano, tra la leggerezza dell’equilibrista e l’inesorabile legge di Gravity. Cadere nel sovrumano e librarsi nel subumano.

La mappa non registra le foreste della semplificazione sociologica e le valli dell’ineffabilità artistica. E a chi rimprovera la noia insopportabile di molto cinema di ricerca (Bela Tarr, Alonso, Sokurov) ricordano che, «se il cinema vuole mostrare le cose, deve suggerirle. E la cosa viene dopo, come un regalo del caso. Una montagna non si vede, ma dopo mesi, anni di osservazione, si scopre» (J.M. Straub). Se no, ve li meritate i blockbuster. Costruiti da affaristi che non sanno niente di piacere schermico. Anzi che, come diceva Bob Aldrich, «sanno esattamente tutto quello che vuole il pubblico. E non glielo danno mai».

Sono circa 37 i tesori da scoprire in questo libro-mappa. «I cineastiche reggono sulle loro spalle il cinema», di peso. Se volete catturarli, nell’ultimo capitolo del libro Enrico Ghezzi vi condurrà alla meta con l’abilità e la velocità di un campione di videogame. Un programma tv, Fuori orario, è infatti spesso il mandante esplicito di queste interviste. Ma anche l’amour fou, la cinefilia, dotata di logica cinefollia. Da tutte le capitali del cinema altro arrivano, telepatici come zombie, questi scienziati di ciò che accade nell’aria, occhi che vedono ciò che gli altri non avvertono e invece di approfittarne sadicamente sanno come rivitalizzare le nostre intossicate papille ottiche.

Sconosciuti ai più, «leggende viventi» come Ujica, Wiseman, Alonso, Raya Martin, Zilnik, Wai Ka-Fai, vivi in un mondo morente, amano la camera digitale hd che li immortalerà. Eccoli nelle hall degli alberghi di lusso dove sono ospiti dei festival del cinema, di ricerca o meno, complici di quel «crimine» che è l’intervista (come diceva Fuller), così simile all’interrogatorio di polizia. Il metodo è quello di Warhol, inebriarsi di star. Imprinting non sempre possibile: Victor Erice («non siete all’altezza») o Michael Cimino (schifato dalla contiguità con Lynch, Ferrara, Tarantino, Brakhage) si negano.

Militante è la copertina del libro: con il cineocchio di Vertov a scrutarci, come se fosse l’occhio della Luna liberato dal missile di Méliès, apertura ambiziosa a un fantascientifico campo/con trocampo cosmico. Militante anche l’anima segreta di questa grande carte du tendre, geografia emozionale dell’immaginario che mira alla costituzione clandestina di un partito internazionalista, ma immateriale, di «cineasti amatori» (un tempo li si definiva liberi, underground, solitari, indipendenti, autonomi…).

Evoluzione new global delle «Brigate Rossellini» che non aspira, come Glenda Jackson o Beppe Grillo, ai seggi in Parlamento. Ognuno potrà scegliere l’itinerario che vuole viaggiando tra aneddoti e rivelazioni, massime filosofiche o segreti professionali svelati dai cineasti e delle cineaste (poche) di tutto il mondo (Africa no) preferiti.

Questi total filmaker sperimentali o hollywoodiani, entristi nell’industria o programmaticamente «fuori», quasi tutti autori, nessun attore, sono delle superstar estremamente speciali. Per sapere cosa succede in Iran o nelle Filippine meglio parlare con Makhmalbaf o Lav Diaz che con i leader politici. Parafrasando il drammaturgo e regista teatrale Andre Gregory, «businessmen e politici dovrebbero ascoltare con molta attenzione i cineasti, non usarli». E se avvenisse, finalmente, il contrario?

Donatello Fumarola-Alberto Momo
Atlante sentimentale del cinema per il XXI secolo
Incontri con cinquanta registi contemporanei
DeriveApprodi, 2013, pp. 475
€ 25,00

Dal nuovo numero di alfabeta2 in edicola e in libreria in questi giorni

 

Alla ricerca della visione perduta

Ilaria Bussoni

Ciò che non si salva non avrebbe potuto non andare perso. Un’affermazione che forse non sarebbe dispiaciuta al cinico talentuoso Mr. Ripley e senz’altro nemmeno agli attuali apologeti di un mercato che guardano a quel che c’è come all’effetto di realismo, di un gioco di forze, e a quel che non c’è come al penoso contraccolpo di irrimediabili debolezze. L’ordine del sensibile è così ricomposto e finisce col coincidere con l’esperienza delle merci in vendita.

Certo, la libertà del mercato ci ha abituato a ogni sorta di differenza, alla microfisica del gusto, esortandoci a una padronanza delle scelte che ha la retorica della salvezza. Per questo il gusto è oggi sovrana e indiscutibile proprietà individuale, ratifica di un diritto inalienabile (forse l’ultimo), baluardo dell’integrità di un nocciolo autentico di intimità. Sui gusti non si discute, è anzitutto il mercato a gridarlo, pronto a predisporre nicchie ritagliate sul desiderio di salvezza di chiunque.

Come se il gusto, modalità di intendere e di valutare il bello, capacità di ricavare un piacere da qualcosa che si ritiene buono, fosse una facoltà che sta lì in attesa di posarsi su un oggetto qualunque, libera da vincoli e passibile di trovare bello e buono qualunque capriccio cui si rivolga l’individuo. Come se i sensi e la percezione, oggi in un capitalismo che non sa nemmeno più dove altro avanzare, fossero i pori di un’eterna apertura al mondo, e non la predisposizione a una béance facilmente riempibile dalla merce.

Sarebbe probabilmente compito dell’arte non quello di ricondurre a una tassonomia delle cose belle e buone, né a una disciplina dell’esercizio delle facoltà, bensì di mettere in crisi quell’idea stessa che i sensi (vista, udito, olfatto, gusto, tatto) siano in tutto e per tutto coincidenti con una fisiologia che oggi, con la fine dei regimi totalitari e relativi sistemi educativi, si vorrebbe finalmente libera da qualunque ortopedia sociale. Sarebbe altresì compito dell’arte quello di passare al vaglio le condizioni della percezione, la presa esercitata sui sensi dalle merci che danno materialità al gusto, magari spostando quei confini della sensibilità oggi così dati per certi. Critica dell’ordine del sensibile, erosione delle compartimentazioni del gusto, affezione del soggetto e stravolgimento delle sue consolidate percezioni. Dunque, di dare anche forma ad altri modi di esperire il piacere.

A fare questo, dal 28 giugno al 5 luglio, è la Cineteca di Bologna con il festival «Il cinema ritrovato» (a cura di Peter von Bagh) dedicato alla settima arte, forse una delle poche rimasta a pensare alle proprie condizioni. Siamo dunque nel campo della visione. Delle immagini in movimento, intreccio di luce e di tempo. Tra centinaia e centinaia di film e altrettanti registi lungo un secolo. Alla ricerca di una visione: perduta? Così non parrebbe, a giudicare dagli autori che abbiamo interpellato per questo dossier dedicato al festival, ai quali abbiamo chiesto di scegliere di ricordare, a partire dalla loro specifica predilezione, dal loro insindacabile gusto, qualcuna delle innumerevoli visioni proposte in una settimana di cinema scaturito dal passato.

Roberto Silvestri che sceglie di ricordare Ajantrik, l’anomala «“love story” di Ritwik Ghatak. Ghatak l’agitatore, il “perdente”, il marxista, il brechtiano, il regista prediletto delle nuove generazioni indiane, anzi di ogni nuova generazione di filmmaker, capace di riprendere nei suoi nove capolavori lunghi (più corti e doc) gli spettri vendicativi del passato, di non perdere mai la memoria burrascosa e traumatica del suo paese diviso due volte, il “Godard del cinema indiano”».

Paolo Godani che guarda a Germaine Dulac, «una delle maggiori autrici dell’avanguardia cinematografica francese», dove «l’affermazione di un “cinema puro”, l'affermazione di un’autonomia dell'arte dell'immagine in movimento, non implica alcun ripiegamento auto-referenziale, alcuna forma di “resistenza” alla modernità, ma semmai l’apertura di un fronte nuovo, di un nuovo occhio attraverso il quale la vita nel mondo moderno possa apparire in tutta la sua ricchezza e profondità». Dove il cinema fa «vedere e provare ciò che i nostri sensi e le nostre esperienze ordinarie non ci consentono di vedere e provare».

Tommaso Ottonieri «sul tempo scolpito e irreversibile delle forme brevi: i corto(metraggi). Sul corto cinematografico, che, come ogni forma inscritta in una brevitas, irrompe da un buco di spaziotempo che non si preoccupa di definire nel dettaglio, e in cui scivola via altrettanto improvviso, lasciando il suo spettatore solo nel deserto della scena – da cui l'azione già s'è sbalzata via, – a interrogare i suoi enigmi. Di cui, il corto, anzi il format dei corti in florilegio, il novelliere da schermo (da Boccaccio '70 ai Mostri, da Ro.Go.Pa.G. a Capriccio all'italiana, e fino almeno ai Nuovi mostri... ma poi naturalmente la tri/tetra/logia pasoliniana, con le sue riprese dirette dalle tradizioni novellistiche – e le relative, secolarizzanti derive dei soft-porno (s)boccacceschi), rappresenta forse l'espressione quintessenziale ed ambigua».

Fabrizio Ferraro, sul Figlio unico di Yasujiro Ozu, «dove non siamo più noi a guardare il film, ma è il film stesso che ci guarda», per il quale, «per meglio richiamare il ricordo, continua a risplendere una frase presente nel film, che più di ogni altro, più di ogni canto, più di ogni gesto, potrà aprire un mondo di ritrovata umanità: cercare di salvarsi dalla ferocia unica di questo capitalismo senza più distinzione cartografica, est, ovest, ma tutto sullo stesso asse violento del denaro, ora addirittura scomparso materialmente e solo richiamato. La frase detta dalla madre al figlio: “È una fortuna che tu non sia diventato ricco!”. O si resta legati alla vita, a incontri liberi di poter esprimere ogni potenza tra gli esseri umani o si diventa ricchi. Nessuna possibilità di poter tenere insieme la ricchezza e la potente costruzione dell’umanità».

Donatello Fumarola sulla mutazione dei supporti in atto che da alcuni anni «ha cambiato la conformazione del territorio originario del cinema (la pellicola, ma anche i vecchi nastri magnetici che per un po’ hanno costituito un continente a sé, una sorta di terra emersa, vulcanica), riformulando i meridiani e i paralleli (la luce e il fuoco) del fotogramma, isola di pasqua riportata in vita come uno zombi romeriano (vestito da Armani con tessuti traslucidi)». Per il quale «il passaggio del cinema da un supporto all'altro non è immediato, ma rischia di essere ostruito dalla grana “illuminista” delle nuove immagini, che in molti casi fanno da barriera, impediscono il passaggio proprio del cinema (che è quella cosa che difficilmente si lascia definire proprio per sua natura, poiché si muove continuamente – anche attraverso la mutazione del supporto – come le placche terrestri)».

Avremmo volentieri chiuso con Marcel Proust al quale chiedere dell’assonanza tra il suo «Longtemps je me suis couché de bonne heure» e il «Sono andato a letto presto» di C’era una volta in America, battuta di Noodles con la quale si apre un’altra recherche. Che il cinema abbia saputo cercare è un’evidenza. Molto di quello che è stato trovato sarà a Bologna per una settimana.

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Ritwik Ghatak, l’agitatore

Roberto Silvestri

Il cinema bengalese è il più colto e modernista dell’India. C’è poco Bollywood da quelle parti. E a giudicare dalla lunga stirpe dei suoi artisti-cineasti, tutti profondamente influenzati dallo scrittore e filosofo Rabindranath Tagore, e cioè Satyajit Ray, Ritwik Ghatak, Mrinal Sen, e dei loro allievi Mani Kaul, Kumar Shahani, John Abraham (oltretutto ucciso, a cinquant’anni, per motivi politici), è anche il più impegnato politicamente. Il che non vuol dire noiosamente a tesi, come si pensa oggi, ma capace di «respirare», di avere un rapporto vitale con il tempo, che avanza lentamente, in modo subcosciente. Cioè vuol dire, al di là dei pregiudizi e dei luoghi comuni, come scrisse proprio Tagore, che il cinema come «ogni forma d’arte deve essere in primo luogo veritiera, e poi può essere anche bella. La verità non fa di un lavoro un’opera d’arte, ma senza la verità l’arte non vale nulla».

A Bologna si ritroveranno otto classici del cinema indiano degli anni Cinquanta, bisognosi di restauro, e tra questi Ajantrik, una “love story” estremamente strana, diretta nel 1958 da un cineasta, Ritwik Ghatak, che era specializzato nei primi piani e nei campi lunghi del tempo, dunque capace di riprendere nei suoi nove capolavori lunghi (più corti e doc) gli spettri vendicativi del passato, di non perdere mai la memoria burrascosa e traumatica del suo paese diviso due volte, prima come Pakistan orientale e poi come Bangladesh, e di trasmetterla. Infatti Ghatak, il “perdente”, il marxista, il brechtiano, è il regista prediletto delle nuove generazioni indiane, anzi di ogni nuova generazione di filmmaker. L’azione di questo film si svolge a Ranchi, alla frontiera tra Bengala e Bihar. Ma il film è sperimentale. Ghatak è soprannominato il «Godard del cinema indiano».

Vediamo perché Ghatak è così godardiano (ovvero materialista moderno) e perché una love story può essere politicamente molto impegnata. Dunque Bimal, tassista bengalese, conduce la sua antiquata vettura nella lontana e sperduta provincia del Bihar. Siamo nel 1957. Il paesaggio, soffocato dal cemento, è costantemente brutalizzato da bulldozer, miniere e industrie, come quello del Sorpasso di Flashdance. L’alienazione dilaga tra i suoi compaesani, tutti odiosi. Per fortuna Bimal, tipo lunatico, irascibile e infantile, ama Jagatdal. Solo che Jagatdal è un vecchio macinino. Una macchina Ford, brontolante e “asmatica”, il suo taxi. Già, lui si fida, parla, bisticcia, comunica solo con l’auto, che diventa confidente, amica e amante. Anche il “métal hurlant” trema, per l’agonia, ma può sembrare amore. Siamo, dopo un incipit neorealista, alle scaturigini di Christine di John Carpenter. E il finale sarà non meno horror e visionario, perfino blasfemo, visto che prevede una resurrezione di Cristo (è sincretista Ghatak) parallela a quella di un clacson…

Ma torniamo indietro. C’è chi prende Bimal per pazzo, quasi tutti in paese, tranne un bambino, e chi scherza sulla sua ostinata passione per un veicolo così antieconomico, che si rompe sempre e consuma troppo. Ma c’è anche qualche cliente (una giovane sposa, per esempio) capace di comprendere la sua empatia profonda, sia per la macchina sia per la natura. Bimal, come un bambino quando immagina che i suoi giocattoli mostruosi siano esseri viventi, o il nativo di una tribù che adora come un Dio il treno in corsa sbuffante che sfreccia sui binari, dà vita agli oggetti inanimati. Come Bimal è Ghatak: ex scrittore, ex drammaturgo, poi cineasta perché così si può comunicare con molti. Prima vede come è fatto di dentro il “reale”, fosse pure una Ford, e poi inizia a comporre con i suoi pezzi. Ecco che ritroviamo Godard. La donna è donna. Anna Karina racconta un tema in classe, «La mucca»: «Una mucca ha un dentro e un fuori.

Togli il fuori e resta il dentro. Togli il dentro e resta l’anima». Intanto arrivano nella zona automobili sempre più moderne, il nostro tassista, prolungando innaturalmente la vita del suo trabiccolo (e qui siamo anche alle origini di Cars, e Lasseter sicuramente lo ha studiato) va contro la Legge, almeno contro la legge del karma e della meccanica. Ghatak è un agitatore. E anche Bimal, c’è dell’ostinazione nella sua rivolta, nel miracolo che pretende, l’eternità per il suo oggetto d’amore. E qualche cosa conquisterà. Un bimbo si è accaparrato il clacson e lo userà come un giocattolo. Bimal piange di gioia. Ha sostituito la legge del karma con quella, umana, del riciclaggio della materia. Vadano a quel paese le tradizioni consolatorie e speranzose. Bisogna lottare, come Bimal. Contro la morte. Anche Ghatak va sempre contro le leggi. Un suo documentario su Lenin gli fu perfino censurato. Bimal, dopo aver venduto a un tanto al chilo (tranne il clacson) a uno sfasciacarrozze il ferrovecchio Jagatdal, che ha “reso l’anima” definitivamente, scompare tra i riti e le danze della sua infanzia, quando apparteneva alla tribù degli Oraon, ex guerrieri della foresta e poi agricoltori.

Ghatak, che è prematuramente scomparso a cinquant’anni, nel 1976, a Calcutta – visto che la sua città natale, Dacca, era ormai diventata la capitale di un altro Stato, il Bangladesh – a questo punto parte con la metamorfosi. Trasforma l’opera, da film “live” in cinema d’animazione, ma senza matita né colori. Va avanti, tornando molto indietro, al film animista. Sono le musiche, le canzoni e la danza, i tablas pulsanti ma anche i rumori della ferraglia, il claxon, che intervengono, e gli arrangiamenti del maestro di Alì Abkar Khan, che lo rianimano. I rumori di quella automobile ansimante e asmatica, in fondo, erano quelli ancestrali, dei corni suonati dagli Oraon, la tribù dove Ghatak ha soggiornato per cinque dei dodici anni che gli sono occorsi per terminare il progetto e dove ha girato un bellissimo documentario che fiancheggia il film.

Musiche e danze compiono, più che raccontare o accompagnare, l’intero ciclo della vita: nascita, caccia, matrimonio, morte, rapporto con gli antenati, lotta contro le ingiustizie e rinascita. La legge della vita, la capacità di metabolizzare e amare il diverso, è il tema di questo film. Ironicamente il titolo del film, Ajantrik significa: errore di valutazione. Ghatak, morto in miseria e alcolizzato, è del Bengala più sfigato, quello dell’est (non come l’aristocratico Ray, dell’ovest). In uno dei suoi film successivi, questo è il secondo, a proposito di animare le macchine, faceva sbronzare letteralmente la sua cinepresa, bevendo con lei, irrorandola di alcool. E le raccontava i suoi più intimi dolori e incubi…