Cannes 70 / Happy end amaro

Roberto Silvestri

3336b9fe70bbabc7b65df6710c54dba7c285b27cIn concorso un apologo gelido sulla borghesia francese ed europea mutante e morente, Happy end di Michael Haneke, che da quando vive e lavora a tempo intero a Parigi e ha messo in soffitta le sue eccentriche crudeltà carinziane, ha trovato in Isabelle Huppert una analoga, affidabile macchina delle cattive passioni, la sua musa, la “Medusa”: basta uno sguardo e impietrisce il vicinato, avvelenando il nemico. In realtà qui la sua Anne Laurent è la compassionevole 'cavaliere del lavoro', rampolla di Georges Laurent (un Jean-Louis Trintignant gelido, come solo Nicole Kidman oggi sa essere: è anche lui in “anestesia totale”, come lei nel nuovo Lanthimos), il magnate, capostipite di una ditta di costruzioni, nella Calais “intasata” da cittadini africani in cerca di traghetto (e che, rispetto ai grassi e tozzi e pingui riccastri biancastri della zona fanno la figura di erotici modelli da passerella), che sta pagando i disastri e le contraddizioni del neoliberismo globale che tanto li ha arricchiti nel recente passato. Ma ora, invece di competere avventurosamente e da duri, “perché quando il gioco si fa duro ….”, il giochetto espansivo non sta funzionando più anzi produce crisi a catena e rifeudalizzazione. Così le ditte tutte vanno in pasto ai giganti planetari (finanziari o meno) che aspettavano al varco. E non a caso Isabelle Huppert è ormai costretta a sposare un partner made in Usa per resistere, con villa e servi e tutto, nel mondo che cambia, mentre il fratello, responsabile di disastri cruenti nei cantieri e il figlio, fuori di testa perché non è cieco e indurito nell'animo, devono essere bloccati e messi in grado di non nuocere, seguendo il “manuale Agnelli”. L'eliminazione dei deboli. Trintignant, che qui riprende, come fosse in un serial, il suo personaggio di marito caritatevole di L'Amour, decide così di suicidarsi, non perché è in presa a invincibili sensi di colpa (per aver soffocato la moglie troppo sofferente), ma perché è ormai convinto di aver trovato nella nipotina dodicenne, più cinica, consapevole e acuta di tutti, una affidabile ereditiera della dinastia. E' vero che non si assiste a scene insostenibili, questa volta (a parte l'happy end, finale). Ma il congegno narrativo, come al solito spietato e senza orpelli, non è appariscente né autogratificante, come se Haneke, riguardo alla segnaletica autoriale, avesse intrapreso un percorso di semplificazione e annullamento.

Molto stilizzato invece il sudcoreano Il giorno dopo, del beniamino di Cannes Hang Sangsoo. Bianco e nero. Macchina fissa. Interni quasi tutti uguali. Un tavolo in mezzo e la cinepresa che si sposta da destra a sinistra a inquadrare due soli personaggi che parlano. Lui e lei. Sempre lui e un'altra lei. Sempre lui e una terza lei. Piccolo editore di narrativa e saggistica nella Seoul di oggi, Bongwan, sposato con figlia, ha un'amante. La moglie sospetta. Quando ha la prova, finalmente, entra in campo e schiaffeggia, in casa editrice, una ragazza incolpevole, appena assunta, e nel suo primi giorno di lavoro. Ed ecco che tutto crolla. Lui avrà il coraggio di lasciare la moglie e mettersi con l'amante, salvo restare solo con la figlia. Ma la continuità temporale del racconto è sconvolta da un montaggio e da una musica asincrona che ci introduce in un puzzle sofisticato, che dobbiamo ricostruire da soli, reso ancora più interessante dal gioco performativo dei quattro attori, superbi. Tutto un mettere in primo piano (e non c'è un solo primo piano) solo attraverso i movimenti del corpo, delle mani e del viso, le emozioni più sottili, anzi le sotto emozioni. Il regista che in qualche modo si identifica con l'editore trova nella macchina da presa l'alter ego che lo psicoanalizza. L'atto psicoanalitico entra in funzione. Si chiama cinema.

L'intrusa e Cuori puri

Mariuccia Ciotta

Taxidrivers_CUORI-PURI-1Tripletta italiana alla Quinzaine, produzione Rai Cinema, tre sfumature di un cinema energetico e scintillante al contrario di quello spesso monumentale del concorso. Dopo A Ciambra di Jonas Carpignano e le sue 'ndrine calabresi e zingare, arriva la camorra di Leonardo Di Costanzo, L'intrusa, e la piccola criminalità della periferia romana di Roberto De Paolis, Cuori puri.

Vincitore del David di Donatello e del Gran premio della giura del Golden Globe, Di Costanzo ha incantato Venezia con L'intervallo (Orizzonti, 2012) primo lungometraggio del regista nato a Ischia nel '58 e allevato al documentario. Ancora la Napoli con addosso l'odore camorrista, ma al centro l'esile Raffaella Giordano, danzatrice e coreografa di Pippo Del Bono, Pina Bausch, Carolyn Carlson, nei panni di una educatrice volontaria alla guida di un centro per bambini disagiati, marmocchi scatenati che dipingono scenografie, costruiscono lucertoloni giganti di cartone e macchine celibi fatte con ruote di biciclette.

Di Costanzo è attratto dalla realtà dell'esperienza e vira verso il materiale no-fiction con lunghe digressioni su giochi e feste in giardino. Più lontano, nel prato interno della comunità c'è una casetta, set del cinema febbrile del regista che sa creare thriller fiabeschi, ombre, presenze e agguati onirici.

Sarà la moglie di un camorrista arrestato per l'omicidio di un passante, Maria (Valentina Vannino) con la sua faccia di pietra e gli occhi fissi, a rievocare quel cinema dove lo spazio disegnava traiettorie misteriose, la grande casa vuota, il giardino selvaggio, l'attesa, l'intervallo ... Dalle fessure della baracca, Maria spia il mondo altro, il fuorisenza camorra, insieme a una bimbetta imbronciata che come in un Twin Peaks di casa (e cosa) nostra osserva tra i cespugli la mano ingrigita di un uomo, scarto umano, segnaletica e presagio.

Cuori puri di Roberto De Paolis (figlio di Valerio, produttore) è l'adrenalinico psicodramma d'amore di Agnese (Selene Caramazza) e Stefano (Simone Liberati), sequestrati da opposte “sette” integraliste, ognuno proteso verso l'altro, corpi desideranti e in fuga. La pulsione a divincolarsi dall'abbraccio mortifero di enclave intolleranti attraversa, oltre a L'intrusa, anche A Ciambra, e qui si presenta nelle vesti di una madre ultrareligiosa (Barbara Bobulova) che prega e dorme insieme alla figlia diciottenne e, complice un simpatico pretone, le fa promettere di arrivare vergine al matrimonio. Il film ricorda La ragazza del mondo di Marco Danieli, lì i testimoni di Geova, qui un Gesù che chiede di “onorare il sacro”, cioé di fare sacrifici in cambio della salvezza. Ma Agnese è già stata salvata da Stefano, che non la denuncia per furto di un cellulare (la tremenda madre ha requisito il suo) nel supermercato dove lavora alla sicurezza. Licenziato. Guardiano in un parcheggio che confina con un campo rom, Stefano sarà combattuto tra le malefatte della sua gang di quartiere - spaccio e rapine ai danni di immigrati - e la parte di sé che non venderebbe mai droga a un dodicenne, e mai accuserebbe ingiustamente uno zingaro di stupro, nonostante la scuola del disprezzo anti-rom. Agnese dovrà liberarsi dall'intrusione mentale di una madre ossessiva. Cuori puri nel suo sbandamento drammaturgico - incerto su dove andare, tra i nomadi o da Romeo e Giulietta - è un esordio carico di sensualità, tensione e suspense, un cinema di cui si attende il seguito.

Cannes 70 / I pericolosi pacifisti d’Israele. Amos Gitai fa il vero film su Godard

Roberto Silvestri

West-Jordan-BandeauCannes - Oggi, e non solo oggi, è stato il grande giorno della Quinzaine. Bruno Dumont e Amos Gitai, dopo Abel Ferrara nell'autoritratto che si è girato in Francia, anche se vive in Italia da un po', durante una serie di incontri e retrospettive che gli hanno dedicato (Alive in France).

Bruno Dumont, dopo aver studiato a fondo le rivoluzioni arabe a ritmo di hard e metal rock (che come sappiamo sono stati non solo il collante comunicativo ma anche il reticolo organizzativo giovanile, tutt'altro che virtuale, dei processi democratici di massa e dal basso ancora in corso in Maghreb e Mashreq), nel musical Jeannette, ha dato aria e impulso indiavolato, se così si può dire, a due testi dedicati alla santa anti-imperialista e più indocile della Francia quattrocentesca: Mystere de la charité de Jeanne d'Arc (1910) e Jeanne d'Arc di Charles Peguy, uno scrittore radicale di cattolicissima fede. La storia rivoluzionaria della santa da cucciola è raccontata alla Straub, cioé in maniera tale da rischiare una prossima parodia di Hazanavicious, ma dimostra che grazie all'innocenza di una bambina di 9 anni, e alla distanza belga regolamentare che Dumont sa dare, si possono dire, sulla Francia, verità scottanti che neanche Macron, Le Pen e Melencchon messi insieme sanno concepire.

Così Amos Gitai, su Israele. E qui il quoziente di difficoltà è superiore. Rischia l'alto tradimento. Il documentario West of the Jordan River (A ovest del fiume Giordano) viene presentato alla Quinzaine, dall'architetto prestato al cinema, come si definisce, 35 anni dopo la sua opera seconda, Field Diary che proseguiva la dura requisitoria contro il suo stato, ormai anti socialista, iniziata nel 1980 con House (un capolavoro scoperto in Italia da Enzo Ungari), un drammatico faccia a faccia tra la forse non nobile ma certo biblica utopia sionista e la realtà brutale dell'esproprio e della cacciata di casa del suo legittimo proprietario palestinese, con moglie e figli e nonni e parenti. Dunque si torna in Cisgiordania e a Hebron, dove la colonizzazione violenta e protetta da Netanyahu è diventata l'industria portante di una criminale (secondo l'Onu) e confessionale strategia: la “Grande Israele”, via verso la Siria.... Ebrei agguerriti dell'est Europa scappano da Putin e votano destra estrema in cambio di terre e case altrui. Così partono alla “conquista di un west”, meno selvaggio ancora perché se entrano nelle case di altri e le occupano, i soldati coi mitra sono dalla loro parte. Ma non tutta la società israeliana e palestinese sta al gioco delle due destre reazionarie, fintamente contrapposte, unite invece nella guerra continua che è costata la vita a Rabin. Finita nel sangue “sovranista” la sua razionalissima proposta (pace, e due paesi che vanno verso un reciproco rispetto e progresso) si oppongono al governo Netanyahu ormai superprotetto da Trump, solo organizzazioni transnazionali arabo-israeliane dal basso: ong che tutelano i diritti umani, come B'tslem; Breaking the silence, formato da ex militari critici sui metodi adottati a Hebron; il Forum delle famiglie vittima della violenza e Ta'yush. Giornalisti, uomini politici del governo e dell'opposizione e cineaste che trovano nella controinformazione filmata uno strumento di difesa dalla subalternità domestica e civile ricominciano a esplorare altri sentieri che portano alla pace. “Basterebbero 24 ore, non 24 anni, per mettersi d'accordo, afferma un cittadino palestinese, mentre ragazzi ebrei e arabi si sfidano in un torneo di backgammon”. Ma un ministro di Netanyahu non lascia troppe speranze di pace: “Non c'è stata nessuna occupazione. Questa terra, tutta questa terra è nostra. E' scritto nella Bibbia. Lo ha deciso Dio”.

Quinzaine dunque, altro che concorso ufficiale. Soprattutto dopo l'imbarazzante “trabocchetto Michel Hazanavicious”, il noioso comico-regista d'avanspettacolo di una farsa, neanche goliardica, su Jean-Luc Godard, da La Cinese a Vento dell'est, dal titolo Le Redoutable. E' la parodia, che non fa ridere nessuno, dei luoghi più triti e comuni sull'odioso “borghese snob che volle sentirsi rivoluzionario” e sul Maggio parigino, illustrato proprio come se lo immaginano i seguaci di Marie Le Pen (noterete, tra l'altro, avulse bandiere azzurre, oltre che rosse, sventolate da chi lancia pavè sui Crs. E sarà per far cromatismo inconscio alla Front Nation anche l'uso ripetuto e continuato di Azzurro, l'hit sessantottino di Celentano?). L'opera insomma - tra una colazione in casa a leggere, da burbero malefico, Le Monde; Stacy Martin che crede di stare in The Artist e risparmia sulle mutande; assemblee umilianti alla Sorbona dove acidi e piccoli Robespierre trattano il genio proprio come faceva già Debord (criticandolo davvero, da sinistra: “il cinema non vale la vita” ed educandolo) e una serie infinita di isterismi da prima donna dell'idolo dei teenager che inventò l'anti-film (assai più divertente dei film che qui piacciono tanto) e non si è mai piegato al mercato - degrada solo chi l'ha pensata. Il suo autore, sceneggiatore, montatore e regista, che deve avere penosi problemi alla vista (visto che solo dalla loro rottura è psicanaliticamente ossessionato) e si crede più à la page di chi l'Oscar l'ha vinto ma non l'ha ritirato, ha il solo merito di mettere a rischio il posto a Fremaux (in 37 anni di Cannes solo Fort Saganne era più imbarazzante) e di affrontare presumibilmente il tribunale per una causa di diffamazione. Far passare il “più coglione maoista svizzero” pure per antisemita è come far passare Polanski per stupratore. E troppi in sala si inebriano di queste e altre colpevoli fake news che diventano verità inossidabili basta ripeterle cento volte, visto che di fischi non ne abbiamo sentiti. Louis Garrel si sforza almeno di imitare la voce inimitabile di Godard, senza successo. Resta il mistero di perché Anne Wiazemsky abbia ceduto i diritti delle sue argute memorie. Che raccontano con profondità della sua passione di attrice bressoniana per un regista che ci ha donato riflessioni intelligenti sul mondo e ci ha emozionato “attraverso la mente e non attraverso i sentimenti”, come invece fa Noah Baumbach nel manieratissimo The Meyerowicz Stories, piccoli e grandi orrori familiari di un interno intellettuale ebraico, esile plot letteralmente schiacciato dalla tecnica attoriale ridondante e trombonesca di Dustin Hoffman, Ben Stiller e Emma Thompson (si salva solo Adam Sandler, che non sa neanche contare).

Cannes 70 / Il Venerabile W.

Mariuccia Ciotta

mediaLa trilogia del male di Barbet Schroeder, origine svizzera, francese, si conclude con un inaspettato “cattivo”, Il venerabile W. Che segue Imir Adi Dada ('74), sul dittatore dell'Uganda e L'avvocato del terrore (2007) sull'avvocato Jacques Vergès, il legale di Klaus Barbie, e difensore storico di terroristi.

Proiezione speciale per il grande regista apolide (è nato a Teheran nel '41) simpatizzante buddista ma qui all'attacco del bonzo Ashin Wirathu, responsabile di massacri e distruzioni di interi villaggi a danno della minoranza musulmana in Birmania (Myanmar), i rohingya, profughi del Bangladesh.

Il “leader spirituale” ha la faccia di un bravo bambino (Mandalay, classe '68) e materializza nell'obiettivo di Schroeder la genesi dell'odio etnico per mezzo della religione. Non diverso dall'Isis, dagli odiati musulmani che con aria serafica “il venerabile W.” indica come violentatori di donne birmane, minaccia per l'integrità della razza (sono solo il 4%), invasori e nemici da eliminare.

Il monaco dispensa i suoi sermoni ai fedeli e ne accende l'odio verso gli islamici anche attraverso una cospicua produzione di video dove vengono drammatizzati crimini in genere inventati. Wirathu è presente massicciamente sui social media, libero dopo i 7 anni passati in carcere sui 25 della condanna ricevuta nel 2003 per aver provocato la morte violenta di 200 mila “kalar” (termine dispregiativo, equivalente a nigger per gli african-american) e l'incendio di abitazioni e insediamenti rohingya. Un'amnistia del 2010 gli ha aperto le porte del carcere e Wirathu ha ripreso l'attività del “Bin Laden birmano”, immortalato nel 2013 dalla copertina del Time con il titolo “Il volto del terrore buddista”.

I pacifici monaci, il popolo devoto al non-dio Buddha, sono ripresi nel film di Schroeder come un'orda pronta al linciaggio, avvolti nel mantello rosso insieme a contadini bastonano e sventrano, e bruciano corpi vivi spinti dalle parole del soave venerabile. Nell'inquadratura-santino, però, sul volto dell'uomo passa, come su quello di Adolf Eichmann, la smorfia psicopatica. L'immagine contraddice le dichiarazioni a sua difesa riportate sui giornali in risposta all'attacco del Time, dove nega ogni responsabilità delle violenze. Wirathu, sostenuto dall'allora presidente-dittatore Thein Sein (“è una persona nobile”), a capo della giunta militare, sbandiera i principi del suo movimento 969 in difesa della razza contro i matrimoni misti e per il boicottaggio delle merci musulmane, il divieto di vendere e acquistare case, la limitazione delle nascite (un figlio ogni 3 anni). Il gruppo oggi si chiama Ma Ba Tha, associazione per la protezione della nazionalità e della religione.

Ma lo shock del Venerabile W. deriva dalla folla dei seguaci, dalle donne adoranti, dal seguito di massa, dai singoli che inseguono una ragazzo e lo abbattono a bastonate, e accatastano i cadaveri in un rogo apocalittico.

Sono buddisti. Non da meno altri integralismi poco spirituali.

Schroeder chiama a raccolta le voci dissonanti di anziani monaci che “scomunicano” il predicatore sanguinario, e l'inviata delle Nazioni unite Yanghee Lee, definita da Wirathu, con la sua aria diligente, una “puttana” invitata a “dare via il culo ai kalar”. Fuori campo, il Dalai Lama consola e dice “uccidere in nome della religione è impensabile”. Nel 2015 la Lega Nazionale per la Democrazia di Aung San Suu Kyi vince le elezioni, Wirathu si attribuisce il merito della “rivoluzione”. Smentito, accuserà la leader, segregata per anni, di simpatie per i rohingya.

Sogno o sono a Cannes? I flagelli Aids e Orban

Roberto Silvestri

3072Qui a Cannes, direbbe Serge Daney, “siamo alla ricerca di film modesti, ma con una più giusta presa sulla vita. Dunque di film ispirati di più al sogno, come quelli dei surrealisti o di Bunuel”. Invece siamo nella fiera del film piuttosto sveglio, e per tutti. Per ogni tipo di pubblico. Alto basso nero o giallo. Nordico o sudicio. Questo l'obiettivo dell'ideologia Netflix imperante. Produrre i film “per la nazione intera”. “Nel campo delle immagini e dei suoni - aggiungeva Daney - ci sono i mistici e quelli che vanno a messa. Io preferisco i mistici”. Cannes preferisce invece gli altri, i fedeli che approvano all'unisono e fanno dell'agiografia un vanto (e non a caso nasconde quasi, vergognandosene, i pochi film-sogno, quello di Polanski, di Schroeder, di Garrel, di Carpignano...). E dunque cavalca l'affezione epocale per le passioni tristi degli anni - ormai decenni - senza gloria che sono la droga audiovisiva masochista degli spettatori di oggi. Questi qui. Se è l'“insocievole socievolezza”, come definisce il filosofo De Carolis il sentimento dominante del nostro presente (è appena uscito e va letto il suo Il rovescio della libertà, edizione Quidlibet, sulla deflagrazione del neoliberalismo), e non solo sulle scalinate di Cannes, alla caccia di un posto in sala con ogni trucco necessario, ecco che avremo sempre a protagonisti del grande schermo contro-eroi di identificazione rapida, solo un po' meno crudeli e sadici, disgustosi e immorali di quelli che gli stanno intorno. Perché vincono, e gli altri no. Così in nome di una performatività abietta alla moda (dagli al perdente!) Danimarca, Svezia, Francia, Germania e Stati Uniti si coalizzano per produrre in nome della comune civiltà occidentale “The Square”, di Ruben Ostlund, un titolo vestito di grigio che avrebbe fatto inorridire nell'altro secolo qualunque hipsters, versione seria e un po' pompieristica delle commedie un po' meno volgari e un po' più argute che Alberto Sordi dedicava negli anni 90 alla borghesia chic, ammaliata dall'arte contemporanea, ma marcia dentro: ricordate Le vacanze intelligenti l'episodio di Dove vai in vacanza? scritto con Silvia Napolitano, con tanto di risate sulle bizzarrie dell'arte concettuale esibita alla Biennale Arte di Venezia che costringeva la ricezione di tutti a un lavoro artistico faticosissimo e mai pagato? Due esempi. 120 battiti al minuto. Regia del francese, nato in Marocco, Robin Campillo (ex montatore e sceneggiatore di Cantet) e Jupiter's moon dell'ungherese Kornel Mandruzko. Entrambi in concorso. Le passioni, in entrambi i soggetti, sono all'apparenza tutt'altro che tristi. Si combatte per la libertà sessuale nel primo e per la libertà, e il diritto, per ogni profugo, allo spostamento e al diritto di cittadinanza mondiale, nel secondo. E, certo, non si può non notare che il primo rimandi, con affetto e commozione, a Cyril Collard, e al suo film gay del 1993, Notti selvagge, e anche agli ultimi giorni di vita di Michel Foucault, che assiste francescanamente alla morte dell'amante, prima di morire lui stesso di Aids, vedendo ricostruite con certosina verosimiglianza le azioni di guerriglia e controinformazioni di Act up Paris, raccontateci con rabbia antisistemica da Campillo, e che colpì tutti, i media, lo stesso movimento Lgbt in festa funesta, e l'industria farmaceutica, la scuola e la politica, primo tra tutti “l'assassino Mitterrand”. Sull'importanza di un movimento mondiale che obbligò scienza e potere a velocizzare ricerca e leggi per salvare più vite possibili, Campillo è più che corretto. E, per motivi biografici, anche esperto. Così che la parte più documentaristica (gli 'attivi' del movimento, i dibattiti interni, le trattative esterne e le azioni “armate”) diventa quella più recitata e artefatta, mentre quella che è di solito la zona più drammatizzata (la love story tra due militanti del movimento) diventa quella più documentaristica, le scene d'amore e di morte soprattutto. E' vero che questo ribalta un luogo comune. Ma 25 anni quella battaglia, che vide il cinema combattere in prima persona, da Rosa von Praunheim in Germania a Todd Haynes off Hollywood, questo requiem assume il tono della danza macabra estetizzante. Con il regista costretto continuamente a modificare il tono emozionale del racconto per non essere mai troppo brutale, mai troppo accorato e sentimentale, mai troppo poco umorista. Anche quando si entra grossolanamente nel cattivo gusto. E si che i francesi ci rimproverano spesso di movimenti di macchina e di spirito abietti....Jupiter's moon fischiato in sala solo dai colleghi laziali, perché il regista, nella sua scena migliore e più inventiva, punisce l'ultrà nazi di Budapest, che inneggia al razzismo in stile Paolo Di Canio, come merita, è la storia di un super eroe, Aryan. Un siriano. Profugo. Che per entrare nell'Ungheria di Orban e sopravvivere deve dimostrare di avere qualità sovrumane certificate. Se no, niente. Che librarsi in aria lì dove si ergono muri sia una qualità immaginariamente corretta ce lo aveva già mostrato Elia Suleiman anni fa parlando di Palestina. Mundruzco pasticcia però un po' troppo stilisticamente, rievocando ora il cinema socialista (il poliziotto stalinista Laszlo esecutore cieco degli ordini), ora le geometrie di pistole alla John Woo-Quentin Tarantino (perché il cinema asiatico-americano è orribile, ma noi sappiamo farlo meglio), ora un po' di clima noir (il personaggio meno corrotto di tutti, il gentile e opportunista dottor Stern, angosciato dai sensi di colpa), senza trovare pace. Finché c'è Orban sarà difficile.

Cannes 70 / Pio, lo zingaro sedotto dall’iper-modernità

Roberto Silvestri

A-CIAMBRA-PioontruckA Ciambra, il romanzo di formazione (e di deformazione) di Pio Amato, rom di 14 anni di Gioia Tauro, è piaciuto molto alla Quinzaine. Molti minuti di applausi per l'odissea tragica di questo ragazzo perdente, ma non malvagio, debole ma non insensibile, traditore ma non per servilismo di comunità, in occasione della anteprima stampa della opera seconda di Jonas Carpignano, italiano che ha studiato cinema a New York e ha risolcato i sentieri interrotti di Zavattini e Rossellini. Immagini di Tim Curtin (Re della terra selvaggia), montaggio di Affonso Goncalves (Carol, Paterson). Opera pluralista e cosmopolita quant'altri mai.

Ma chi è Pio? È stato già il protagonista ombra di un corto premiato a Cannes ed era poi il peperino coinvolto dalla parte giusta nei moti di Rosarno, argomento di Mediterranea, l'opera prima di Carpignano che vinse la Semaine nel 2015 (e ha lanciato un attore magnifico, Koudous Sehion, qui di intensità Denzel Washington). Un gioiello di film distribuito ovunque, tranne in Italia.

Pio è una forza della natura. Analfabeta, ma all'università della strada, basta osservarne gli occhi, e ammirarne il tempismo, è nell'eccellenza. Non abita le baracche di A Ciamba, che prendono fuoco ogni qual volta i carabinieri slegano, a singhiozzo, la canea razzista. Ma, con la numerosa famiglia a sovranità matrilineare, Pio vive nel cemento grigio-soviet della periferia più estrema, quella più adornata di rifuti. E sempre Ciambra è. Uno dei posti più infernali della terra. Eppure Carpignano riesce a dare vita, aria, sostanza, aura e carne anche agli spettri maleodoranti di A Ciambra. E, almeno, nel cinema italiano, è più difficile una apparizione di zingari danzanti che la visione della Madonna.

Ed ecco le prime avventure nel mondo di Pio, raccontateci come fossimo in uno slum-movie di Fernando Meirelles (ricordate La città di dio? E infatti i brasiliani coproducono): gli amori agognati, i giochi infantili, la sopravvivenza dura, lo slang che più hard non si può, le sigarette (“che non fanno male”), le amicizie avulse con chi gli dà una mano (siano pure marocchini), la famiglia, il primo motorino, le birre, gli errori, il rapporto con i gadjo (gli italiani), quelli della 'ndrangheta, le prime promesse e le prime performances con destrezza alla Robin Hood, l'amicizia con i burkinabé, i ghanesi e le nigeriane, a cui porta un tvcolor per la coppa d'Africa, nell'enclave della vicina Rosarno. Il fratello Cosimo e il papà sono finiti in galera, e i debiti assommano a 18 mila euro. Equitalia ne pretende metà, per furto di elettricità. L'altra metà spetta al mafioso della zona, che elargisce le briciole del feudo con la tranquillità di chi ha bei protettori in alto. Ed ecco che tocca a Pio prendere il controllo della situazione. Ma la cifra è alta. Non basta saperci fare nel garage e guidare l'auto a tal punto da beffare i caruba, in una magnifica scena da The Blue Brothers. Si capisce che Carpignano è pesce nell'acqua nella zona proprio come Landis lo è della Chicago drop-out. Ed ecco che infatti entriamo in pieno clima Main Street (Martin Scorsese è il produttore esecutivo del film), anche senza metropoli a chiarire un po' meglio come il giro della droga, della prostituzione e del furto organizzato siano una perfetta macchina addomesticata e fluidifcante nel grande giro mondiale delle merci. Il pensiero sarà anche unico, ma è mafioso. Se una merce è ferma, è un oggetto senza vita. Se una merce gira di qua e di là, grazie alla destrezza di chi sa delocalizzare meglio ancora di Marchionne, l'intero sistema ne trarrà giovamento, no?

Una drammaturgia fluida, mai ingolfata dall'ansia documentaria, quella di Carpignano, aiutato da interpreti molto ben allenati. Una tranche de vie che non ha difficoltà a immergersi nella ritmica, a forma di rap, di un racconto-fiaba. Dove non mancano i cavalli senza briglia delle saghe irlandesi. Andare sulla strada senza padroni, essere solo padroni di se stessi. Diventare nemici del mondo così come è, ma amici del cosmo. Sarà questo l'obiettivo di Pio. Un sequel sembra a questo punto inevitabile. Carpignano ha fatto della serialità un metodo per sconvolgere la fiction dall'interno. E' per aquesto che il cinema iutaliano mainstream fatica a celebrarlo. E poi, l'argomento!

I gitani. Sono anarchici, on the road, contro il mondo, losers. Preferiscono l'oro ai soldi.... Rubano. O meglio, come si dice in epoca neoliberista, fanno circolare le merci un po' più a lungo del solito.

I razzisti, i nazifascisti, i socialdemocratici, i liberali, i comunisti duri e puri di tutta Europa sono tutti, esplicitamente o implicitamente, infastiditi a pelle da gitani, sinti, rom o zingari. Non li sanno o non li vogliono comprendere.

Non ci fosse stato il Vaticano, almeno da Giovanni Paolo II a Francesco, a proteggerli, dopo l'orrendo olocausto che tentò di cancellarli dalla terra occidentale, avrebbero avuto solo il sostegno dei fan del circo, di Emir Kusturica e di Guy Debord, il cui regista preferito fu sempre Tony Gatlif (che presenta il suo nuovo rom-movie proprio qui). Se ci pensate non esistono molti film sui gitani. In Italia poi se ne sono occupati,senza paternalismi di sorta, solo Carolos Zonars (greco, ex esule a Roma) e Alberto Grifi, negli ultimi mesi della sua vita, visto che nelle periferie si preparavano piccoli grandi pogrom, come leggiamo sui leggiamo. Ma a Hollywood i gitani, da Douglas Fairbanks a Marlene Dietrich, sono sempre simpatici, e non solo per istinti antinazi. Non si può dire che abbiano mire rifeudalizzanti. Dunque si ammirano per il loro astio nei confronti dei padroni e delle rendite. Ed è di particolare interesse un film che l'attore Robert Duvall girò come regista dentro una comunità gipsy, Angelo my love, anno 1983. Quel loro modo di vivere, in quegli anni di ipermodernità, diventava più consono alla cultura dominante fatta non di fatti ma di ipotesi, di previsioni, di potenzialità. Di lettura, nella mano, dei giochi futuri.

Okja

downloadMariuccia Ciotta

Il festival cambia “format” e genere, Okja (concorso) del coreano Bong Joon Ho è prodotto da Netflix ed è una commedia per bambini. Cose insolite per Cannes. Ma c'è qualche problema. La proiezione del film alle 8,30 del mattino è andata avanti per 8' con il mascherino sbagliato taglia-teste tra urla e battimani di protesta e altri 10' ci sono voluti per studiare il caso e riprendere il film dall'inizio. La colpa sarà probabilmente attribuita all'operatore internet che non sa cos'è il cinema, e che comunque ha deciso, dopo l'accesa querelle dei giorni scorsi, di distribuire Okja in Corea, Stati Uniti e Gran Bretagna. Che la Francia aspetti, vista la guerra aperta a colpi di “eccezione culturale”.

Dopo Wonderstruck, la fiaba viene dalle lussuose foreste sudcoreane dove vive una ragazzina, Mija, e la sua creatura, Okja, un animale geneticamente modificato, un superpig destinato, secondo la Mirando Corporation, a “sfamare il mondo”.

Okja - orecchie da maiale, corpo grigio da ippopotamo e muso da cane - ha negli occhi, però, il luccichio dell'intelligenza. Mija si arrampica sul corpaccione della sua compagna di giochi, che ricambia gli abbracci e la stringe a sé. Potrebbe essere la sorella coreana del giapponese Totoro, marchio Miyazaki. E al contrario del mostruoso anfibio mangia-uomini di The Host, record di incassi di Bong Joon Ho, Okja è un “animale da compagnia”, solo un po' ingombrante. I due esseri, risultato della creatività digitale, non esistono, ma entrambi sono metafore della cupidigia del mercato, che qui si materializza in una fenomenale Tilda Swinton, look da Barbie, volto della corporation ereditata da un padre orrendo, inventore del napalm. Le fa da spalla un altrettanto strepitoso Jake Gyllenhaal, vanesio e queer conduttore tv.

Sul tono di una slapstick comedy con il bestione che travolge gli stand dell'aeroporto in una corsa fracassona e invade le strade di Seoul, il film sul “rapporto tra l'uomo e l'animale”, come dice il regista, vira verso un cupissimo epilogo, dentro un vero mattatoio-lager dove i superpigs vanno al macello consapevoli. Qualcosa tra John Berger e Alberto Grifi. In scena, anche un gruppo di animalisti svitati che sostengono Mija nel recupero dell'animalone. L'ombra di King Kong si profila insieme allo skyline di New York dove Okja viene trascinata in catene per un finto concorso di bellezza. Netflix scommette sul gran successo di pubblico nelle sale e in rete, mentre Cannes non può che accogliere il simbolo della metamorfosi del cinema, sempre che azzecchi il mascherino.

Cannes 70 / L’uomo che visse due volte

desplechinOggi da Cannes:

Roberto Silvestri, Les fantômes d'Ismaël di Arnaud Desplechin
Mariuccia Ciotta, Il dolore del mare di Vanessa Redgrave

 

Les fantômes d'Ismaël di Arnaud Desplechin

fantomesTra una proiezione l'altra passano 80 minuti, non più 45. E sono arrivati i metal detector. Gli ingressi ai Grand Hotel sono sbarrati. L'allerta è d'obbligo. E le file per entrare in sala si allungano...

Ma Monica Bellucci, per l'ottava volta sulla Croisette, e per la seconda volta, dopo il 2003, madrina del festival, nel suo discorso non fa allusioni politiche dirette o polemiche, come successe l'anno scorso (il cinema sa parlare di politica soprattutto con linguaggi non verbali), ma sottolinea la presenza di ben 12 cineaste nella selezione ufficiale. Alla Quinzaine il gap è ancora più ridotto, 14 a 7: anche nella sezione sessantottina siamo però ben al di sotto delle ambizioni immense di Macron. Per motivi di sicurezza si accorceranno anche i film (ma 5 in competizione superano le due ore)?

Membro della terza generazione nouvellevaguiste degli anni 90, dopo Godard/Truffaut e Garrell/Doillon, l'ormai veterano francese Arnaud Desplechin, con taglio d'autore, ha ridotto a 114', in una versione che definisce sarcasticamente “francese” per non dire più commerciale, Les fantômes d'Ismaël, il suo 11° lungometraggio, visionario e spettrale (come esplicita il titolo), nervoso e frenetico nella recitazione e a incastro complicato e frammentato. È di Roubaix, Desplechin, e i suoi film si muovono sempre pericolosamente sul pavé.

In epoca di competizione con Netflix, poi, il cinema d'autore risponde con immagini pluristratificate e polivalenti: dramma intimo su autoritratto autobiografico su puzzle spionistico su critofilm che rifletta di teoria, spazi e forme cinematografiche. In più si alza il quoziente emozionale di ciascun frammento, collegando esplicitamente Bibbia, Shakespeare, Kim Novak (La donna che visse due volte), Picasso&Pollock, spazio fiammingo e prospettiva rinascimentale e soprattutto Freud, la cui “interpretazione degli incubi è inguaribilmente punitiva”. I pilastri della cultura occidentale (Corano compreso). Cementa il tutto la partitura hitchcockiana di Gregoire Hetzel.

Alla vigilia delle riprese del suo nuovo thriller spionistico centrato sulla misteriosa sparizione di un diplomatico del Quay d'Orsay di nome Paul Dedalus, la vita di un cineasta, Ismaël, è sconvolta dalla riapparizione della moglie Carlotta, scomparsa venti anni prima, e ormai data per morta. È la figlia – d'incontenibile vitalità, volatilizzatasi in India, e che riappare sulla spiaggia atlantica – di un cineasta ebreo, Bloom (ancora Joyce?), terrorizzato dai fantasmi dell'olocausto e dalla vecchiaia (Providence?) che, insonne come Ismaël, viene perseguitato da insostenibili incubi.

Scelto fuori concorso per l'inaugurazione, come atto dovuto, dopo la bocciatura nel 2015 dal concorso principale di Trois souvenirs de ma jeunesse (poi César), il film, definito dai Cahiers du cinema uno “strano feuilleton intimo”, è uscito oggi nelle sale francesi anche in versione “director's cut” lunga 130 minuti che, secondo i colleghi francesi è più comprensibile perché l'episodio tragicomico e straziante di Tel Aviv, qui sforbiciato, metterebbe meglio a fuoco la complicata architettura di un'opera basata sulle relazioni sottili e sub-cutanee tra personaggi indocili a ogni prospettiva conosciuta: il regista alccolizzatoIsmaël – Mathieu Amalric, mai così nevrotico e fracassone – in totale crisi creativa (Otto e mezzo?); Ivan (Louis Garrel, senza capelli), diplomatico francese per caso e stralunato doppiogiochista involontario, protagonista dell'intrigo spionistico tagiko che Ismael a fatica cerca di “chiudere”; Carlotta, la donna della sua vita (Marion Cotillard, di carnosa spettralità) assieme all'astrofisica Sylvie (Charlotte Gainsbourg, di intellettuale sensualità), l'attuale donna della sua vita e all'attrice-amante Arielle (Alba Rohrwacher, di giocosa scapigliata ambiguità), la donna di ogni suo set. Nel tentativo di trasformare il film e l'uomo in un oggetto o addirittura in un soggetto vivente. (rs)

Il dolore del mare

File photo dated 21/08/15 of migrants and refugees on a boat approaching the Greek island of Kos, as official figures indicate that the number of asylum claims lodged in the EU this year has passed a million.Il foglio di carta dorata si accende di luce mentre plasma la sua forma, e fa da siparietto nel film d'esordio di Vanessa Redgrave, attrice, premio Oscar per Giulia di Fred Zinnemann ('71), attivista della sinistra laburista. Il titolo del film, Sea Sorrow (Il dolore del mare), è di Shakespeare, e lo pronuncia Prospero (Ralph Fiennes) nella Tempesta quando racconta alla figlia il naufragio in mare di un battello “così marcio che anche i topi lo hanno abbandonato”. Gommoni, barche, scialuppe in disfacimento pronte ad affondare, cariche di troppa gente. I profughi. Di questo si occupa Vanessa Redgrave, che, nata nel 1937, ricorda i bombardamenti di Londra e mostra le sue foto da bambina, estratte, sembra, da Pomi d'ottone e manici di scopa. Sì, perché Sea Sorrow (fuori concorso) passa in rassegna parole e occhi fondi di iracheni, afgani, siriani in cerca di asilo, ma soprattutto canta le lodi anti-Brexit dell'Inghilterra futura, generazione prossima. Una bambina dallo sguardo azzurro – non così bello come quello blu di Vanessa, la narratrice – ci fa sapere che dirà alla sua maestra di accogliere i piccoli profughi cacciati dalla Giungla di Calais.

Una specie di favola, rosa e dark. Anzi, dice la regista, sostenuta dal figlio produttore Carlo Nero (e dalle figlie Richardson) Sea Sorrow è un poema, meglio, un'elegia a più voci. I ricordi dei perseguitati del Novecento di ogni latitudine convergono... macerie allora e adesso. Un ragazzo afgano dalla faccia angelica rivolto alla telecamera racconta di come gli americani spararono alla testa prima della madre e poi del padre per farlo stare zitto. Lui, bambino, urlava.

Al centro dell'obiettivo, però, non c'è il curdo-siriano Alan Kurdi, ma chi non impedì che morisse a tre anni “spiaggiato” sulle rive turistiche di Bodrum. Il film è un autoritratto del “senso comune”, degli smemorati che rifiutano l'accoglienza. Come allora, nel '38, quando il governo Chamberlain, ben disposto verso le richieste di Hitler, respinse gli ebrei in fuga.

Emma Thompson legge il Manchester Guardian, edizione del novembre 1938, dov'è pubblicata la lettera di Sylvia Pankhurst, leader femminista, figlia della famosa suffragetta Emmeline Pankhurst. La lettera chiede un po' più di umanità al governo Chamberlain, in particolare nei confronti di due sorelle ebree, studentesse di musica scampate al pogrom della Notte dei cristalli. Non toglieranno lavoro alle musiciste inglesi!

La memoria si perde, e Vanessa la rincolla un pezzo alla volta, dà la parola a Lord Alf Dubs, anche lui un ragazzo del secolo scorso, salvato nel '39 dal Regno Unito insieme ad altri 10.000 minorenni, e ora a capo di una campagna per il visto, ottenuto, a favore di tremila bambini non accompagnati. La memoria ritrova Eleanor Roosevelt, in una delle sequenze storiche più emozionanti, mentre legge la Dichiarazione universale dei Diritti dell'uomo davanti al congresso americano nel 1948. Franklin Delano è morto tre anni prima, e lei è lì in controluce con Vanessa Redgrave nel manifesto di Sea Sorrow. Ricordatevi. Il foglio d'oro è il mantello che avvolge i profughi. (mc)

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lego2Giovedì 25 maggio alle 18 si tiene a Roma, allo Spazio culturale Moby Dick (via E. Ferrati 3)  il seminario Verità alternative. Filosofia / media / politica / scienza, il primo organizzato dall'Associazione Alfabeta all'interno del Cantiere di studi che la rivista ha avviato a febbraio. Partecipano Mario De Caro, filosofo, Ida Dominijanni, giornalista e filosofa, Andrea Grignolio, storico della scienza, Vincenzo Piscitelli, esperto di postproduzione fotografica, Fabrizio Tonello, politologo. L'incontro è aperto a tutti- Gli iscritti all'Associazione Alfabeta (incluso chi si iscriverà quel giorno) avranno in regalo una copia dell'ultimo volume pubblicato dalle edizioni alfabeta2, Ricreazioni. L'arte tra i frammenti del tempo, a cura di Achille Bonito Oliva.

Alfadomenica # 2 – maggio 2017

fibraottica2Da mesi il tema delle fake news occupa un posto centrale nel dibattito mediatico italiano e internazionale. Ma le molte parole che si spendono al proposito tendono quasi sempre a ridurre l'analisi a una contrapposizione fra la notizia “vera” (e quindi buona) e quella “falsa” (cattiva), con tanto di prescrizioni più o meno convincenti per evitare il contagio di quest'ultima. In realtà la circolazione di “verità alternative” non è una novità dell'era Trump. E anche l'attenzione che oggi le dedichiamo dovrebbe essere oggetto di riflessione, così come è necessario prestare attenzione ai meccanismi attraverso i quali l'informazione si diffonde e agli ambiti dove l'assenza di uno sguardo critico può avere conseguenze inattese e pervasive. In questo senso si pone il seminario organizzato dall'Associazione Alfabeta (il primo del Cantiere di studi che la rivista ha avviato a febbraio) in programma a Roma giovedì 25 maggio alle 18 presso lo Spazio culturale Moby Dick (via Edgardo Ferrati 3). All'incontro partecipano Mario De Caro, filosofo, Ida Dominijanni, giornalista e filosofa, Andrea Grignolio, storico della scienza, Vincenzo Piscitelli, esperto di postproduzione fotografica, Fabrizio Tonello, politologo. L'incontro è aperto a tutti, ma gli iscritti all'Associazione Alfabeta (e anche chi si iscriverà quel giorno) avranno in regalo una copia dell'ultimo volume pubblicato dalle edizioni alfabeta2, Ricreazioni. L'arte tra i frammenti del tempo, a cura di Achille Bonito Oliva.

A proposito del nostro quotidiano alfapiù, invece, ci piace annunciare che quest'anno seguiremo da vicino il Festival di Cannes, grazie alle recensioni che ci manderanno ogni giorno dalla Croisette Mariuccia Ciotta e Roberto Silvestri, del quale trovate oggi un primo sguardo generale sulla rassegna.

Ed ecco il sommario completo di Alfadomenica:

  • Roberto Silvestri, Cannes 70, attrazione fatale: Tutto il cinema mondiale, alto e basso, neoantico o ipermoderno, del nord e del Sud, hollywoodiano e d’autore, di qualità commerciale o d’arte, tossico o indipendente, ancora una volta, si ritroverà sulla Croisette, dal 17 al 28 maggio, prima edizione dell’era Macron, per il suo Golden Gala. Anche se la situazione geopolitica è imprevedibile (come ha ricordato in conferenza stampa il 13 aprile scorso il presidente della manifestazione, Pierre Lescure) e non si conosce ancora quale ministro della cultura sarà della festa, l’anniversario esige un’edizione di lusso. E, intanto, autocelebrativa. - Leggi:>
  • Carlo Branzaglia, Artisti in copertina (di un disco): Casa editrice che ha letteralmente reso popolari i repertori iconografici di artisti visivi e arti applicate, la tedesca Taschen edita dal 1980 volumi preziosi in termini di qualità e quantità dei materiali visuali proposti, secondo una logica, invero alquanto variegata, di source book, ovvero libro di fonti, che ancor oggi rappresenta strumento basilare di aggiornamento per chi si occupa di comunicazione visiva, moda, design - Leggi:>
  • Antonella Sbrilli, Alfagiochi / Intitolati. Torna il gioco degli anagrammi: Qualche giorno fa, su Twitter, un messaggio di Luigi Scebba ha riportato in vita il gioco degli anagrammi, con cui ci siamo intrattenuti mesi fa. Il tweet di Scebba presenta il nome dell’artista ferrarese “Filippo de Pisis" anagrammato in “doppi pesi sfili”. La frase era accompagnata da un quadro con due pesci disposti sulla spiaggia, nello stile rarefatto e sfilacciato tipico di questo pittore che affascinò Montale, Comisso e Bassani - Leggi:>
  • Alberto Capatti, Alfagola / Che idea! La frittata... : La ricetta è un testo didattico e insieme un programma immaginario. La tentazione di creare un piatto e di restituirgli una identità di fantasia la percepiamo non solo negli spaghetti alla puttanesca o all’arrabbiata ma negli uccelli scappati e nelle sarde a beccafico. Titoli che stregano e intrigano appiccicati a prescrizioni apparentemente meticolose e ripetitive. Capita poi che la ricetta si trasformi in un vero e proprio testo letterario senza perdere ingredienti, dosi e fonti di calore. E’ il caso di una frittata colta al volo nella prefazione de L’antiartusi di Luigi Volpicelli (1978). - Leggi:>
  • Una poesia 27 / Julian Zhara: La luce accelera il passo, si sbriciola, scioglie ed espande, / insegna agli occhi stupiti a cedere allo stupore, / la luce là versa nell’aria, abbevera tutto il paese, / adesso la luce si sperpera in sabbia, si stacca dai muri, si mischia alla polvere. Leggi:>
  • Semaforo: Creativi - Influencer - Operai - Leggi:>

Cannes 70, attrazione fatale

Roberto Silvestri

beguiledTutto il cinema mondiale, alto e basso, neoantico o ipermoderno, del nord e del Sud, hollywoodiano e d’autore, di qualità commerciale o d’arte, tossico o indipendente, ancora una volta, si ritroverà sulla Croisette, dal 17 al 28 maggio, prima edizione dell’era Macron, per il suo Golden Gala.

Anche se la situazione geopolitica è imprevedibile (come ha ricordato in conferenza stampa il 13 aprile scorso il presidente della manifestazione, Pierre Lescure) e non si conosce ancora quale ministro della cultura sarà della festa, l’anniversario esige un’edizione di lusso. E, intanto, autocelebrativa. Nella rituale retrospettiva di Cannes Classics si scodelleranno così i grandi film della propria storia, da Belle de jour di Bunuel a Blow up di Antonioni, da Soleil O di Med Hondo a Oshima con L’impero dei sensi, da Victor Erice (El sol del membrillo) a Imamura (La Ballata di Narayama).

Regina della Costa Azzurra, oltre a Claudia Cardinale che troneggia danzante sul rosso poster ufficiale di Cannes 70, sarà Nicole Kidman, con ben quattro performance: in concorso L’uccisione del cervo sacro, una sorta di Teorema del più gelido neosurrealista, il greco Yorgos Lanthimos. E il remake The Beguiled di Sofia Coppola. Fuori gara How the Talk to Girls at Parties dello scabroso per antonomasia John Cameron Mitchell (Usa) e Top of the Lake, seconda stagione della serie tv diretta dalla neozelandese Jane Campion.

Già. Non solo grandi schermi a Cannes. Il messicano Alejandro Gonzales Inarritu (che fu scoperto alla Semaine e oggi è al top di Hollywood) presenterà la sua prima installazione in realtà virtuale, Happy end Jupiter’s Moon, dedicata alle moltitudini dei migranti in esodo. E non mancheranno due episodi della nuova, attesissima, serie tv Twin Peaks di David Lynch. Amazon ha però promesso che Where never really here, esordio della britannica Lynne Ramsay (con Joaquin Phoenix) e Wonderstruck, il nuovo Todd Haynes, adattamento di un romanzo dello stesso autore di Hugo Cabret, e qui gli eroi sono sempre bambini diversamente emarginati, saranno distribuiti nei cinema normali prima che on line. L’altra grande potenza del Web, Netflix, ha invece vinto la sua battaglia. Tant’è che per l’ultima volta, annuncia solennemente il festival, si permetterà a due film Netflix, lo statunitense The Meyerowitz Stories (New and Selected) di Noah Baumbach (con Dustin Hoffman, Emma Thomson, Ben Stiller e Adam Sandler) e il racconto fantastico coreano su una bimba che cerca di salvare il suo animalone gigante dalle grinfie di una multinazionale senza cuore, Okja di Bong Joon-ho (con Tilda Swinton), di gareggiare senza la garanzia di una uscita in anteprima assoluta nelle sale pubbliche francesi.

Distributori ed esercenti esagonali terrorizzati dagli uber audiovisivi, hanno così imposto una regola per evitare che un festival, finanziariamente sostenuto a metà dagli industriali del cinema, faccia pubblicità a chi la sala la baipassa. Condannando però così, indirettamente, all’inesistenza mediatica i film off off, piccoli e indipendenti, che non masticano l’esperanto narrativo d’autore dominante, e non trovano per questo distribuzione preventiva in Francia.

Ma, allora, si deve ancora andare a Cannes? Sì. Perché possiede ancora l’It, quel certo non so che di imprevedibile e coraggioso che scompagina le gerarchie conosciute. Al Mercato, i folli radicali della Troma non mancheranno. Alla Semaine (dove è stato selezionato fuori gara Sicilian Ghost Story di Fabio Grassadonia e Antonio Piazza) e alla Quinzaine si fanno ogni volta scoperte imprevedibili. E i tre film italiani lì presenti, di Jonas Carpignano, Di Costanzo e De Paolis (figlio del distributore benemerito), faranno la loro figura, persino in un cartellone da concorso ombra che li accosta ai pesi massimi Abel Ferrara, Amos Gitai, Philippe Garrel, Sharunas Bartas, Claire Denis e Bruno Dumont.

Entrare poi in concorso a Cannes è un po’ per un regista fare il salto in Champions League e per il pubblico specializzato rischiare di azzardare o meno il consenso su un talento o un altro. Qui va rovesciato il vecchio detto: “lo spettatore singolo, in una platea, può essere stupido, ma l’intero pubblico è un genio”. Il francese Robin Campillo (120 battements par minute, tema l’aids) e i fratelli newyorkesi Josh e Benny Safdie (Good Time con Robert Pattison) sono le sorprese dell’anno, assieme proprio ai due registi Netflix (non si potevano non prendere). Ci si fida, poi, del comitato di selezione. Che sa dosare tra i 20 film privilegiati impegno formale che si fa spettacolo e impegno politico che si fa forma. E che ha visionato 1930 film (cifra in costante aumento, erano 1665 nel 2010) scegliendone una cinquantina (provenienti da 30 nazioni, mancano India e Brasile) tra concorso maggiore e Certain Regard, fuori concorso, proiezioni speciali e film di mezzanotte. Indipendentemente dalla mancanza di film italiani in gara (sfiorata solo da Carpignano con A Ciambra).

La prova? Saranno nel Palais circa 330 i giornalisti italiani tra stampa tv e web.

Nonostante l’irrefrenabile crisi di crescenza di questo megafestival, i suoi ritmi fordisti di produzione, la frustrazione toyotista dell’accreditato di girare a vuoto, non controllare interamente il fittissimo evento, rischiare di perdere non solo tutti i party notturni ma perfino qualche proiezione aurea e qualche master class mitica (quest’anno Clint Eastwood, il 21 maggio, e Alfonso Cuaron, il 24) perché magari dopo ore di fila non entri in sala, e il cervello robotico che guida le danze non ha ancora inserito nel suo chip la parola buon senso.

Si va perché è ancora altamente affidabile, quanto a tendenze mondiali e stili emergenti, l’occhio collettivo della macchina guidata dal direttore, anzi délégué général, Thierry Frémaux.

E poi perché il californiano piacere ansiogeno della première assoluta (quella malattia epidemica incontrollabile celebrata da Richard Matheson in un delizioso racconto di fantascienza anni 50) dei più attesi film che saranno nei prossimi mesi nei cinema sotto casa (?) accentuata dalla velocità con la quale i media digitali sanno e vogliono glorificare o stroncare la cosa, si concentra irresistibilmente sull’attesa quasi erotica per alcuni oggetti d’affezione già sicuri.

cannes 2017 Hong Sangsoo, Geu-Hu The Day AfterI nostri sono questi. Per la selezione ufficiale (18 film, nessun film italiano): 1. Sofia Coppola, in concorso con il remake di The Beguiled (L’irretito) di Don Siegel (1971). In Italia questo anti-western da camera, tratto dalla gothic novel di Thomas Cullinan, si intitolava La notte brava del soldato Jonathan e raccontava come, in piena guerra di Secessione, un agognato paradiso sessuale maschile potesse diventare la cruenta discesa nell’inferno protofemminista, attraverso l’odissea tragica di McBurney, giovane e seducente tenente nordista (era Clint Eastwood, sarà Colin Farrell) trovato morente, curato, salvato ma accolto, come merita, da ben otto donne di un collegio sudista della Louisiana, irresistibilmente, ma colpevolmente, sedotte da lui… L’attrazione fatale per il new cinema degli anni 70, soprattutto per quei prototipi esageratamente agli antipodi delle simbologie hollywoodiane, troppo liberatori per l’immaginario, e che infatti non incassarono nulla ma anticiparono tanto contro cinema a venire, è uno dei sentieri più fertili solcati negli ultimi tempi (si pensi anche a Drive di Refn, da Driver di Walter Hill o ai prossimi remake di Suspiria di Guadagnino o di Blade runner, di Villeneuve) soprattutto nella rilettura di testi a lungo dibattuti dalla critica più seria, come, appunto, The Beguiled: mito misogino (secondo The velvet light trap, 1976) o fiaba femminista (secondo Film Quarterly, 1998)? 2. Todd Haynes e Wonderstruck (da Brian Selznick, con Julienne Moore) 3. Hong Sang-soo con Geu-hu (Corea del sud) consigliato dal festival come regista del momento visto che fuori gara c’è un altro film del prolifico e sofisticato narratore di Seoul, La caméra de Claire con Isabelle Huppert. 4. Ben e Josh Salfdie, con Good Time (che Venezia avrebbe tanto voluto). Fuori gara: Les fantomes d’Ismael di Arnaud Despleschin (perché il film d’apertura questa volta non è il sarchiapone di un trombone). Roman Polanski: D’Apres une histoire vraie; Barbet Schroeder : Le venerable W.; Agnès Varda (Visages, villages realizzato con il fotografo JR e il postumo di Abbas Kiarostami, 24 Frames. Cantet, Castellitto e Kurosawa al Certain Regard. Al Gore torna sul cambiamento climatico e polemizza con Trump in An Inconvenient Sequel. Lanzman in Nord Corea (Napalm). E Vanessa Redgrave (il doc Sea sorrow, sui morti nel Mediterraneo) e Kristen Stewart (il corto Come Swim) registe… Completano il concorso Doillon, con Rodin (non era in gara dal 1984), Naomi Kawase, Fatih Akin, Hazanavicius (love story Godard/Anne Wiazemsky sul set di La cinese), il documentarista ucraino Sergei Loznitsa (sui lager), l’ungherese Munsdruczo (sui profughi migranti), il russo Andrey Zvyagintsev, Ozon, Ostlund, tutte presenze fisse a Cannes. E Michael Haneke, il super favorito Happy end, star Trintignant, sarcastica e sadica satira della borghesia europea. Sette volte in gara sulla Croisette. Che è un po’ schizofrenica. Bipolare. Festiva e operosa.

Da una parte il ricchissimo Mercato, che sta invadendo progressivamente la spiaggia e metà lungomare della città: i venditori e i compratori d’Asia, d’Africa e d’America, l’asta, il dollaro sovrano, il trionfo dei generi più popolari e cult per i mercati terzi, horror, fantascienza, guerra, commedia sexy, softcore… i cattivi sentimenti, gli eroi maligni, il format mai violabile. Ma non solo.

Dall’altra l’eroica arte e scienza del cinema, immagini a densità emozionale sui generis, compresse nel bunker del Palais ma glorificate dal tappeto rosso della Montée des marches che trasforma ogni cineasta in divo. Tutto ciò che non è blockbuster Marvel o Dc Comics da intasamento dei multiplex riceve qui la consacrazione di mercato più autorevole e possente.

Opere corte e lunghe, di maestri o esordienti, registi maledetti o studenti, animatori o documentaristi, rigorosamente in “anteprima mondiale assoluta” proprio come i classici restaurati in 4K.

Film proiettati (ormai tutti in digitale), selezionati, senza appello, con raffinato e cosmopolita spirito esagonale, che saranno giudicati da giurie non troppo impertinenti (Almodovar, Sorrentino, Maren Ade e Park Chan-wook registi, tre attrici, e tra di loro Jessica Chastain, un musicista e il divo Will Smith) da smontare il giocattolo (ne sono stati espulsi da anni critici e teorici incorruttibili così come le “leggende viventi” della scrittura e della pittura radicale), formate da attori e cineasti per lo più imposti e premiati da Cannes che giudicheranno i loro colleghi e amici, su imitazione degli Academy Awards, senza le forzature “intellettualistiche” e antisistemiche di Venezia.

visages-villagesPrima, fino agli anni 70 del secolo scorso, imperava l’indecifrabile e repressivo “comune senso del pudore”, oggi va imposto un ferreo e permissivo “comune senso del bello”. L’opera deve essere formalista ma non troppo. Se lesbica non drastica. Dissacrante ma non oscena. Scandalosa ma con rigore. Filosoficamente osé ma narrativamente godibile. È il mercato del cinema per adulti senza XXX, dei film con attori ben recitanti e non con simulacri elettronici gesticolanti. Un business che è in grande crescita quantitativa. Nelle metropoli, come New York, Londra, Parigi, i cinema d’arte e d’essai riaprono in multi-micro-sala, si moltiplicano e offrono nello stesso giorno 1. il documentario di tendenza, 2. il classico appena restaurato, 3. il film indipendente trasgressivo nazionale e 4. l’opera dei tre mondi, sempre sorprendente. Cannes, su questo terreno, è imbattibile. Crea autori-divi a ripetizione. Che poi siano filippini, thailandesi o paraguagi è il minimo in un paese che ha Le Monde come quotidiano di riferimento. Qui è proibito il provincialismo nostrano. Non sarà più facile trovare pesce fresco o congelato pescato in altura. Non è più l’epoca di Jack Nicholson che arriva, pizza in mano, con Easy Rider e diventa un mito. L’offerta però è di buon pesce d’allevamento: si comincia dalle scuole di cinema (Cinéfondation) che pesca talenti da far esordire, a spese del festival, nel cortometraggio, poi da accompagnare alla Semaine (che seleziona solo lungometraggi opere prime), poi alla Quinzaine o al Certain Regard, fino ad approdare, se non sbaglia mai un colpo, nel concorso ufficiale.

Il film che vince la Palma d’oro è un po’ il campione del mondo, no? Chi vince il Certain regard, che non è una selezione di serie b ma di film fuori serie, indosserà la maglia iridata “ombra”. E così via.

In una Provenza che vota in maggioranza Marine Le Pen ma da cui Jean-Luc Mélenchon riparte per ricostruire la sinistra-sinistra, il settantesimo festival di Cannes sfoggerà, tra elezioni presidenziali e urne politiche, il suo consueto volto centrista, egemonico, tollerante e repubblicano. Se Hollywood odia Trump più di tutti, anche Cannes, che è sempre stata per le “larghe intese”, dall’era Gilles Jacob all’attuale direzione Thierry Frémeaux, ha più cuore e consapevolezza dei banchieri d’Europa. Almeno a giudicare dal cartellone dell’edizione 70.

Se l’impressione è ancora un po’ troppo francocentrica e borghese (molti film sono in coproduzione con il tricolore) basterà emigrare alla Quinzaine des realisateurs, la selezione parallela nata nel 1968 e gestita dagli autori e non dagli industriali. In realtà poi sarebbe la 68esima, visto che nel 1948 e nel 1950, la manifestazione, che non era ancora immancabile e la numero uno al mondo, è saltata. Cannes festival dispone di 20 milioni di euro all’anno. Metà budget è stanziato dal Centro Nazionale del Cinema (e dell’immagine animata), CNC, l’organismo statale controllato dal ministero della cultura con il compito di sostenere, controllare e tutelare gli interessi dell’industria audiovisiva, di proteggere e promuovere il cinema nazionale in accordo con e che tutela gli interessi dei produttori, dei distributori e degli esercenti francesi. Poi da enti locali e regionali. Il resto sponsor. Sempre più esigenti.

Nelle immagini: in alto The Beguiled di Sofia Coppola, al centro Geu-hu di Hong Sang-soo, in basso Agnès Varda e JR, autori di Visages villages