Freelance, quando la protesta
corre sul tweet

Roberto Ciccarelli

Basta un tweet storm per fermare una riforma. È il risultato inedito in Italia della mobilitazione online organizzata dalle associazioni del lavoro autonomo e dei freelance Acta, Alta Partecipazione e Confassociazioni che, per il momento, hanno neutralizzato la grave riforma del regime fiscale agevolato per le partite Iva under 35 imposta dal governo Renzi nella legge di stabilità. Una decisione smentita già sei ore dopo la sua approvazione dal presidente del Consiglio che ha detto di avere fatto un errore (“autogol” nel gergo falso-pop dei ceti dominanti). Questo dettaglio è importante per comprendere il lato debole della politica dell'austerità oggi.

Per la prima volta, in un anno di governo, Renzi ha ammesso di avere sbagliato. Non c'è riuscito il milione che la Cgil ha portato in piazza nella manifestazione di Roma il 25 ottobre 2014 o l'inutile sciopero generale contro il Jobs Act fatto una settimana dopo l'approvazione in Senato della legge delega il 3 dicembre 2014. Ci sono riusciti, invece, poche migliaia di persone hanno colpito ripetutamente l'account twitter del presidente del Consiglio per quattro mesi e lui – che ha sempre quel cellulare in mano anche nelle conferenza stampa con altri capi di stato – ha speso del tempo a leggere questi tweet. E da solo, nella camera buia della sua coscienza, ha compreso l'errore che poi ha confessato anche in Tv. Monti, o Letta, per non parlare di Berlusconi, non l'avrebbero mai fatto. La “rottamazione” ha portato una novità nel cuore dello Stato: al di là di chi realmente è Renzi, c'è qualcuno che sente di far riferimento ad una dimensione sociale del Quinto Stato. Si tratta di un dato politico non irrilevante.

L'organizzazione delle manifestazioni della Cgil avrà avuto un costo molto alto, sia per il sindacato che i lavoratori che hanno fatto sciopero. Quella dei freelance è costata solo qualche ora di tempo per organizzarsi sulle mailing list. Spontaneamente, qualcuno ha preso qualche ora al sonno per creare immagini, programmare i suoi tweet con programmi specifici, rubando qualche minuto alla sua pausa pranzo. L'obiettivo di questa protesta è intervenire sulla psiche di Renzi che intrattiene con i social network un rapporto ossessivo, come del resto tutti coloro che possono permettersi l'acquisto di uno smart phone, e hanno una carta di credito per scaricare le app.

Questa situazione è inconcepibile, almeno per chi ragiona con la mentalità otto-novecentesca dell'organizzazione. Renzi è stato messo all'angolo da una mobilitazione che ha influito psicologicamente e politicamente su un dato: ha tradito la costituency della suo governo 2.0 che parla di twitter, di innovazione, start up e tutto il corredo del riformatore giovane improvvisato ma poi triplica le tasse a chi dovrebbe creare innovazione e promuovere queste start up. La contraddizione è sembrata enorme anche agli occhi del presidente del Consiglio che infatti è tornato indietro sulle sue decisioni.

Niente tuttavia è risolto. Al pasticcio che ha creato con le sue mani, Renzi ha trovato una soluzione improvvisata. Ha mantenuto per le “giovani” partite Iva un doppio regime fiscale: quello vecchio dei minimi e quello nuovo che le massacra. Stessa storia per la previdenza: l'aumento dell'aliquota della gestione separata dal 27,72% al 30,72% (sarà al 33,72% nel 2018) è stato solo bloccato. Per il terzo anno consecutivo. L'iniquità fiscale e previdenziale resta sempre la stessa. L'esecutivo ha promesso un intervento organico. È dunque possibile che peggiori, e di molto, la situazione, considerate le capacità “riformiste” e le effettive capacità tecniche dimostrate dai governi dell'austerità in Italia. Anche quando hanno le migliori intenzioni, riescono inevitabilmente a peggiorare le norme che hanno concepito. Per il momento non c'è alcuna soluzione in vista e le associazioni del lavoro autonomo chiedono un ripensamento globale del welfare e del diritto del lavoro.

Qualcosa esiste tra noi
È difficile che questo fatto possa ripetersi. Almeno in questa forma. Ma dovrebbe servire da ammonimento per chi pensa che basta un tweet per vincere una partita politica che evidentemente è più grande di una protesta online. Anche per questa ragione è straordinario quello che è accaduto e offre materia per una seria riflessione. Abbiamo osservato uno degli aspetti che gli indignados spagnoli, e i loro movimenti, hanno chiamato “tecnopolitica”. Basta un account twitter per arrestare una decisione, ma soprattutto per segnalare un cambio di indirizzo o mentalità in chi detiene il potere. Poi serve l'organizzazione, e la sua strutturazione, per fare emergere ciò che più conta nella politica: il corpo, le relazioni, la creazione di un'intelligenza comune nell'incontro.

Ma per fare un discorso di senso compiuto su questo tema molto importante bisogna sgomberare il campo. Quello che sta emergendo non è semplicemente un nuovo “sindacalismo”. E non è nemmeno il risultato di una mobilitazione individuale che trova argomenti comuni casualmente sui social network. I singoli, invece, sentono di condividere una condizione comune con altri anonimi. E si riconoscono rilanciando i tweet e, addirittura, producendo immagini, senso comune, post, ragionamenti. Si incontrano nei cowork in tutta Italia, com'è accaduto nella mobilitazione con l'hashtag #siamorotti, e improvvisano flash-mob che riprendono e rilanciano sui social network.

Sono modellini comportamentali che attestano l'esistenza di un patrimonio di lotte, di argomentazioni, di saperi tecnici che si sono accumulati nell'ultimo decennio. Su scala infinitesimale si è formato un habitus che supera le idiosincrasie individuali, le appartenenze professionali e gli status, trovando nella misura di 140 caratteri un minimo denominatore comune. Nel tempo dell'atomizzazione sociale, e della fluidità e dell'individualismo, questi elementi non dovrebbero essere liquidati con un'alzata di spalle. Sono piccole, piccolissime cose, ma che possono incrinare la forma di vita dominanti. Oggi trovare un'ora di tempo per usare twitter insieme ad altri non è scontato. Il problema, come sempre, è che poi si torna nell'abitacolo della macchina che ti porta lontano nel viaggio solitario verso l'alienazione totale. Ciò che tuttavia è importante è avere trovato qualcosa da fare in un momento in cui tutto dice che, insieme ad altri, non c'è nulla da fare e non esiste nulla in comune.

È bastata questa intuizione, in fondo innocua, a raggiungere un risultato parziale – ma un risultato – a differenza della Cgil che ha mobilitato milioni di persone in carne e ossa senza impedire che il Jobs Act fosse approvato. Viviamo in un tempo dove l'infinitamente piccolo, fluido, non corporativo riesce a conquistare qualcosa che per l'infinitamente grande, pesante, strutturato è un'illusione. Questa sproporzione sembra incredibile, ma è degna di essere pensata.

Su una cosa Renzi però ha ragione. Quella della Cgil è una retorica sul lavoro dipendente, e la sua aspirazione a tutelare il lavoro non dipendente è poco credibile, vista la storia recente. Non che sia infondato il suo slancio a tutelare tutto il lavoro, anzi. Il problema è la fiducia nel suo universalismo. Siamo arrivati al punto che se la Cgil dice: vogliamo proteggere il lavoro, pochi le credono. In un capitalismo dove tutto è basato sulla reputazione, al sindacato manca esattamente la reputazione, la credibilità, la fiducia. Questo è il segno della sua crisi. Che è organizzativa, ma anche di senso. Oggi più che mai abbiamo bisogno di nuove forme di auto-organizzazione politica e sindacale, contro questo capitalismo, contro questo zombie dell'Unione Europa austeritaria. Quello di cui non abbiamo bisogno è questo sindacato.

Senza voce
Ciò che sento mancare ancora a livello diffuso non è solo una rappresentazione generale della nuova condizione. Esiste un'enorme carenza di fiducia in se stessi e nella propria capacità di auto-organizzazione. Esiste una disillusione che impedisce di coniugare il grande livello di competenze diffuse con un'analoga riflessione sulla politica. Questa sfiducia può essere addirittura superiore di quella che oggi sommerge le istituzioni.

La rimozione di una coscienza di sé è tanto più estesa quanto più è forte la capacità di neutralizzazione della politica populista. Questo è anche il risultato di una specifica configurazione della cultura professionale ottocentesca di cui siamo eredi. Tale cultura impone al professionista di non considerare la propria condizione materiale. Troppe questioni tecniche, sindacali, del “lavoro” inutili. Il professionista deve invece competere sul mercato, stare in società, non pensare a questi “dettagli”. Non è raro incontrare oggi avvocati o giornalisti che vivono come proletari ma non conoscono nulla delle ragioni che li hanno ridotti in questo stato. In grande, questa rimozione è la stessa che impedisce ai cittadini di partire da sé e capire che le cose da cambiare sono quelle vicine, e non solo quelle che stanno in alto. O che vedono in Tv.

Chi riesce a cambiare sguardo scopre la politica. Cioè il fatto che le proprie argomentazioni, più che ragionevoli in realtà, non vengono ascoltate da nessuno. E che, anzi, non vengono trattate nemmeno come argomenti razionali. Qui nasce la recriminazione, il vittimismo, la solitudine. Invece di considerare i propri argomenti come lo strumento per costruire una rivendicazione comune, spesso queste competenze rimangono rimosse o affidate ai canali delle rappresentanze tradizionali che – per loro costituzione – le neutralizzano, facendole scomparire.

È il problema classico dei “senza voce” o dei “senza parte” di cui parla il filosofo francese Jacques Rancière. Questo ragionamento è stato fatto per le “classi popolari” o quella “operaia”. Il cortocircuito attuale è dovuto al fatto che questo avviene a tutti i livelli della società, nel “mezzo” del “ceto medio”, e non solo nel “basso” di quelle “popolari” appunto. L'analisi politica, e quella critica, dovrebbe innovarsi e dotarsi degli strumenti per riconoscere quello che sta accadendo. Anche su questo livello scontiamo un ritardo gigantesco che non aiuta nemmeno i soggetti implicati in questa situazione a maturare la consapevolezza necessaria alle loro argomentazioni. Che non sono solo “professionali” ma che hanno una valenza senz'altro più generale.

alfadomenica febbraio #01

FUMAGALLI sul LAVORO - CICCARELLI su DONDERO - GIOCO(E)RADAR di Giovenale – SEMAFORO di Carbone – RICETTA di Capatti

LAVORO GRATIS PER TUTTI
Andrea Fumagalli

Il contratto siglato a Milano per l’Expo anticipa quanto poi verrà generalizzato con Il Jobs Act e con il piano Garanzia Giovani. Con tale scellerato accordo si stabilisce che degli 800 lavoratori assunti per i 6 mesi di Expo 2015, 340 saranno apprendisti e dovranno avere meno di 29 anni. Altri 300 saranno contratti a tempo determinato e una parte degli impieghi sarà riservata a disoccupati e persone in mobilità.
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MARIO DONDERO FREELANCE
Roberto Ciccarelli

Sono un franco tiratore, un freelance, dice di sè Mario Dondero. È la professione del fotogiornalista: calma e gesso, come i giocatori di biliardo, attende il suo istante. Poi il fotografo scatta, mentre il giocatore di biliardo colpisce la palla, carambola, buca. Due sono gli elementi che spiegano la sua “fotografia sociale”: la guerra e la ricerca di libertà. Elementi che si trovano intrecciati in questa definizione del freelance come franco tiratore.
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GIOCO (E) RADAR #03 - GLITCH, ALTERAZIONI, DISFUNZIONI
Marco Giovenale

Di glitch, ovvero di improvviso malfunzionamento, o disturbo, si parla nel campo dell’elettronica, delle trasmissioni, dei circuiti digitali. Già da diverso tempo il termine e la pratica attiva del glitch hanno compiuto una loro virale migrazione verso i campi delle arti visive e della musica, e costituendo anche zone (temporaneamente autonome) proprie, indipendenti.
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SEMAFORO di Maria Teresa Carbone

In un recente episodio del suo programma televisivo Animal Planet, My Cat From Hell, Jackson Galaxy (esperto di psicologia felina, soprannominato Cat Whisperer, ndr) è stato chiamato a fornire la sua consulenza sul caso di Lux, un gatto di dieci chili che ha attaccato i suoi padroni, una coppia di Portland, costringendo i due a rifugiarsi insieme al figlio neonato in camera da letto e a chiamare la polizia.
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RICETTA di Alberto Capatti

Se non lo avete capito il Répertoire de cuisine è il mio preferito, nell’edizione 1914 o in una delle successive. Gringoire & Saulnier erano gli autori, della scuola di Auguste Escoffier. Era ed è la sintesi delle sintesi: 356 ricette di sogliole in 16 pagine. Una ricetta prende dalle due alle cinque righe massimo, con sostantivi (gli ingredienti) e con verbi all’infinito o aggettivi (le operazioni).
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Mario Dondero freelance

Roberto Ciccarelli

Sono un franco tiratore, un freelance, dice di sè Mario Dondero. È la professione del fotogiornalista: calma e gesso, come i giocatori di biliardo, attende il suo istante. Poi il fotografo scatta, mentre il giocatore di biliardo colpisce la palla, carambola, buca.

Questa professione di sè, declinazione dell’identità di un fotografo e del saper fare di un mestiere (la fotografia è sempre un mestiere per Dondero), si ascolta nel video-ritratto di Marco Cruciani Calma e gesso - in viaggio con Mario Dondero, autofinanziato grazie ai contributi raccolti sulla piattaforma di crowdfunding Produzioni dal basso, e in parte proiettato nella mostra alle Grandi Aule delle Terme di Diocleziano a Roma fino al 22 marzo. Dondero l’ha disseminata qui e lì. Nelle interviste, in brevi e luminosi scritti, poi nelle monografie a lui dedicate, infine nel libro con Emanuele Giordana Lo scatto umano.

Due sono gli elementi che spiegano la sua “fotografia sociale”: la guerra e la ricerca di libertà. Elementi che si trovano intrecciati in questa definizione del freelance come franco tiratore. La tradizione del fotogiornalismo che l’ha ispirata è quella degli ungheresi André Kertész, Brassaï, László Moholy-Nagy, Martin Munkácsi, Simon Guttmann che nel 1928 creò la “Dephot”, l’agenzia berlinese madre di tutte le agenzie fotografiche, Stefan Lorant fondatore del «Picture Post». Più di tutti Robert Capa – Endre Ern Friedmann. Reporter di guerra che ha inventato il reportage di guerra, con foto diventate mitiche. Capa raccolse l’istante della morte del miliziano repubblicano caduto nella battaglia di Cerro Muriano nel 1936 per un colpo dei fascisti di Franco.

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Senza nazione, né passaporto
Nato con la guerra, questo reporter freelance rinasce - e incarna una certa origine della fotografia - in una delle figure più irregolari, pericolose, e ambivalenti del conflitto corsaro, banditesco, terrorista. Infine della guerra partigiana. Definirsi come franco tiratore significa questo. Il contenuto dell’immagine trasforma dunque l’identità di chi la scatta. E, del resto, coglie l’atmosfera propizia di una stagione creativa del fotogiornalismo mondiale che Dondero non smette di rivendicare quando racconta il suo lavoro.

Nella fotografia, dice Dondero, c’è una venatura tzigana, uno spirito vagabondo, zingaresco, nomade. Tutto il contrario di come il fotogiornalista è stato inteso in Italia: vieni qua a fotografare l’onorevole, l’impresario, l’attore. Questa idea servile della fotografia deriva, probabilmente, dall’idea che un bravo fotografo in fondo non ha nemmeno una nazione, o non si sente legato a un passaporto. Questo induce i nativi, o i dominanti, al disprezzo. Perché non ha un lavoro, i suoi prodotti sono un contorno della pietanza principale. Per il fotografo l’articolo che illustra. Per i precari il lavoro salariato, o dipendente, che servono. Ma cosa succede quando sono milioni di persone a trovarsi nella posizione del freelance, fino ad oggi considerato come un’isola in un mare di normalità?

Storia di una lancia libera
“Un fotografo libero che preferisce la categoria dei freelance perché non lega la fotografia a una testata di appartenenza e lascia libero anche lo sguardo di poter vagare su ciò che più lo colpisce”. Così Dondero spiega l’allegoria del franco tiratore: colui che colpisce o viene colpito. Questa teoria del “colpo”, allo stesso tempo attivo e passivo, richiama lo “choc” percettivo di Walter Benjamin sul flâneur o sulla fotografia. Qui non c’è solo un’assonanza, ma una linea di continuità. Tutto torna nella carta di identità presentata dal fotogiornalista. Il franco tiratore colpisce, e viene colpito. Dalla vita, dalle immagini, dalle persone.

A questo si può aggiungere la traduzione letterale dell’espressione. Il freelance è una “lancia libera”. Lo è sin dall’origine, visto che questa parola, diventata di uso comune anche in Italia, indica il fante che dava la carica nello scontro tra gli eserciti. Il suo compito è di andare avanti, sostenendo solo la sua lancia. Anzi, il fante è la sua lancia. Come il fotografo è il suo scatto, prima ancora di essere la sua fotografia.

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Sergio Bologna ha allargato, e attualizzato, il significato: la lancia libera è il lavoratore autonomo contemporaneo a partita Iva.Tale lavoratore può essere inteso come l’antico “soldato di ventura”. Assoldato da un committente, come il fotogiornalista lo è da una redazione, da un capitano di ventura, un signore, un monarca alla ricerca di un esercito personale. In questa condizione si sono ritrovati tutti i lavoratori indipendenti fino alla nascita dell’industrialismo e della manifattura capitalistica. Al termine di questa lunga, e travagliata stagione, è ormai chiaro che la condizione del lavoro torna ad essere quella dei “soldati di ventura”.

Lo choc della vita
Quando Dondero parla di sè come franco tiratore parla di un futuro che riguarda tutti. Certo non tutti possono essere considerati freelance - cioè puri lavoratori autonomi come i fotogiornalisti avventurieri e nomadi che aspirano a percepire un reddito dignitoso esclusivamente dalle loro attività di lance libere. Ma moltissimi oggi si trovano nella posizione precaria di cercare una committenza, una corvée, un contatto, un’occasione per potere mettere insieme il pranzo con la cena. Non è il ruolo che qui ci interessa, ma la condizione che raccoglie una molteplicità di ruoli.

L’ambivalenza che il freelance deve affrontare sta nel suo nome: free, infatti, può significare in inglese sia libero che gratis. Il problema di chi è, o si ritrova in questa condizione, è il pagamento delle prestazioni. Nel lavoro contadino, dove si è sofferto per secoli il problema dell’intermediazione delle attività attraverso la mezzadria, questo problema è stato il motivo scatenante delle rivolte. Nella crisi attuale, la fine dell’intermediazione ha generato il problema opposto: il rapporto personale con il committente è degenerato a tal punto da rendere universale il ricorso al lavoro gratuito o volontario. Dalla violenza di questo trattamento, il freelance di Dondero rifugge. Perchè ha il mondo a sua disposizione.

Vita dura, quella del franco tiratore. Il fotografo è un individuo fragile, è protetto pochissimo, assai meno del giornalista come categoria (non certo come freelance, la maggioranza degli apolidi che la costituiscono, ormai). Come i banditi è esposto alle peggiori sanzioni - l’essere bandito dalla città - senza avere spesso nemmeno la solidarietà delle testate per cui lavora. Ma la sua è una vita virtuosa. Il virtuosismo si spiega nella metafora sul giocatore di biliardo.

Per Dondero la fotografia è un gioco di abilità, un’affinamento della grazia, capace di carambolare tra angoli e traiettorie sbilenche, per centrare imprevedibilmente - ma immancabilmente - la buca-bersaglio-fotografia. Tutto questo è la vita del freelance, cioè dell’apolide senza nazione, né passaporto. Nella città assediata del lavoro salariato e della retorica lancinante della competizione e della meritocrazia, quella che abbonda anche nel campo dell’informazione ed è l’espressione dell’egemonia del capitale finanziario.

Virtuosismo
Approfondendo la metafora militare, il freelance - inteso come franco tiratore - è un soggetto senz’altro attivo in un conflitto, e non solo un’operaio di giornata. Egli difende, ed afferma, il suo virtuosismo, la sua grazia. L’espressione franco tiratore è presente nella lingua italiana sin dal 1870 e sembra sia stata importata dalla Francia dalle cronache giornalistiche sulla guerra franco-prussiana. In origine, questa espressione indica la guerra partigiana e, più tardi, il terrorismo urbano. I Franc-Tireurs operarono nella regione dei Vosgi nel 1792, nel 1815 e nel 1870 secondo le modalità della guerriglia, individuale o per piccoli gruppi, contro gli eserciti regolari.

Rispuntarono nella Francia di Vichy negli anni Trenta e Quaranta e tra le loro schiere c’erano molti italiani emigrati e fuggiaschi dal fascismo. In seguito, questo modello è stato riadattato in Italia, a partire dall’esperienza dei Gap. Per tutto il secondo Dopoguerra, questo modello di combattimento è stato adottato nelle guerre di liberazione anticoloniale. Per tornare a essere adottata in Europa negli anni Settanta. In questi stessi anni - potenza del linguaggio e dell’immaginario politico - il franco tiratore viene declinato sia come terrorista urbano che come cecchino parlamentare. Da eroe a nemico della nazione, e del consesso civile, in 150 anni. Il freelance, cioè la figura contemporanea del lavoro indipendente, si trova nel mezzo. Ed esprime un divenire.

Caccia alla Bestia
Ad arricchire ulteriormente l’allegoria del fotografo in quanto franco tiratore è un ultimo, e decisivo, significato. Viene dalla letteratura, e in particolare dalla poesia di Giorgio Caproni. Nella raccolta poetica Il franco cacciatore, da leggere insieme alle successive Il conte di Kevenhüller e Res Amissa, il poeta italiano elabora la figura del franco cacciatore. La sua origine viene dall’opera romantica in tre atti Der Freischutz, scritta da Johann August Apel e Friedrich Laun e musicata da Carl Maria von Weber nel 1821.

Nella poesia di Caproni il franco cacciatore va alla caccia di Dio, la cosa mancante. Il dramma è teologico, ma la poesia ha il merito di aprire i significati di questa caccia (effettuata tra il bosco e un’osteria). Ad essere cacciata è la Besta innominabile di cui parla il poeta francese René Char, tradotto da Caproni. E di cui parla anche il filosofo francese Maurice Blanchot, conosciuto da Caproni. In questo caso, la caccia alla Bestia diventa un’allegoria del linguaggio, di una “parola che dona voce all’assenza” . La Bestia è anche assassina: “che nessuno mai vide. / La Bestia che sotterraneamente / – falsamente mastina – / Ogni giorno ti elide. / La Bestia che ti vivifica e uccide… / Io solo, con un nodo in gola, / sapevo. / È dietro la parola”. (Conte di Kevenhüller).

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La Bestia è quella che Dondero definisce l’irraccontabile. “I concerned photographers, i fotografi di impegno civile - racconta - spesso hanno una vita difficile: vogliono raccontare l’irraccontabile, quello che non si può o non si deve raccontare. Devono affrontare censure e resistenze, sia quelle delle istituzioni politiche sia quelle che esistono in seno alle stesse redazioni dei giornali. Questo è il fotogiornalismo cui mi sento più vicino e di cui mi piace parlare”.

Ciò che è fondamentale per la comprensione del nuovo soggetto del lavoro contemporaneo è la reversibilità dei ruoli. L’allegoria la spiega benissimo: per Caproni è quella tra il cacciatore e il guardacaccia: da un lato, colui che vuole sparare a Dio, dall’altro lato colui che vuole impedire la caccia di frode. Nella poesia di Caproni questi ruoli si confondono, sino al punto di sovrapporsi in un’unità da cui sfuggire. Tale reversibilità rispecchia la condizione del freelance in una zona grigia tra il lavoro autonomo e lavoro eterodiretto dove il singolo può ricoprire, a volte contemporaneamente, il ruolo di datore di lavoro e di lavoratore, cioè di controllore e di controllato.

Scattare la vita
Per il freelance contemporaneo questo significa essere un lavoratore autonomo, ma anche dipendere da un committente, a seconda degli incarichi o dei progetti commissionati. Non solo: il freelance è anche libero. Come lo è, con grazia, Mario Dondero. A livello individuale sperimenta il virtuosismo, come si è detto. La sua fotografia tuttavia produce una relazione. O meglio, sta nella relazione tra gli uomini e le donne: “A me le foto interessano come collante delle relazioni umane - aggiunge Dondero - e come testimonianza delle situazioni. Non è che a me le persone interessino per fotografarle, mi interessano perché esistono”. Da qui nasce una teoria della cittadinanza fatta dall’apolide-freelance-fotografo: “Sono un cittadino che guarda e un essere umano solidale con altri che racconta la vita”.

Il fatto dell’esistere. Scattare la vita. La vita che scatta. Da qui l’espressione: lo scatto umano. Lo scatto è quello della macchina fotografica. Ma è anche lo scatto della vita, come slancio, energia, partenza, ritorno. Avventura picaresca. Questa è la libertà di cui parla Dondero e in essa si riconosce un bergsonismo naturale, intuitivo. Ma se ripensiamo questa libertà in termini politici, torniamo a riflettere sulla potenza inquietante del freelance come franco tiratore. Nel suo porsi, con grazia, nella vita Mario Dondero indica una libertà inaccessibile al cittadino-lavoratore: la reversibilità dei ruoli sociali.

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Di questo parla la poesia di Caproni, in cui abbiamo trovato il riferimento filosofico della definizione di Dondero. La reversibilità tra cacciatore e guardiacaccia, così come tra la preda e il franco cacciatore, in Caproni arriva al punto da smaterializzare la caccia, oltre che il viaggio nel bosco necessario per cacciare. “Se non dovessi tornare/ sappiate che non sono mai partito/Il mio viaggiare/è stato tutto un restare/qua, dove non fui mai” (Il Franco Cacciatore).

Anche questa condizione ritorna anche nell’esperienza del lavorare oggi. Il lavoro, in sè, è smaterializzato, come la Bestia. Non è più, solo, una cosa, ma è una relazione. Una relazione con un oggetto assente o sfuggente, che cambia continuamente. Come la vita che il fotografo rappresenta. L’oggetto in questione è il tempo: il tempo delle relazioni, il tempo necessario per eseguire un incarico; il tempo pagato o non pagato di una vita messa al lavoro. Questo è il lavoro, oggi: assente, o in ritardo, desiderato e cacciato. E chi lo cerca, resta nello stesso posto. E riparte. Come un partigiano in guerra. All’attacco in un territorio che Caproni definiva disabitante, cioè che si svuota progressivamente e si ripopola.

Spatriato
Ancora più interessante è la caratterizzazione del franco cacciatore come spatriato. Scrive Caproni: “Lo hanno portato via/ dal luogo della sua lingua/ Lo hanno scaricato male/ in terra straniera./ Ora, non sa più dove sia/ la sua tribù. È perduto/ Chiede. Brancola. Urla/ Peggio che se fosse muto”. “È la condizione dell’uomo d’oggi - aggiunge Caproni in una nota - sradicato dalle proprie origini e perduto nella massiccia società metropolitana”. Lo spatriato, in questo caso, è il poeta.

Questa, oggi, è la condizione di tutti i lavoratori indipendenti, e precari. E di un fotografo come Mario Dondero. Lo spatriato non riesce a nominare più il suo lavoro. Non solo perchè è in atto da almeno vent’anni un opera di continua deregolamentazione del lavoro, ma perchè il lavoro in quanto attività produttiva non riesce più garantire uno scambio equo e un reddito per la sopravvivenza a chi presta la sua forza lavoro.

Anche questa è l’esperienza del franco cacciatore sulle tracce della bestia metafisica. Giorgio Agamben ha segnalato come il cacciatore per eccellenza nella Bibbia sia il gigante Nemrod, lo stesso cui la tradizione attribuisce il progetto della torre di Babele, la cui cima doveva toccare il cielo. Nel libro della Genesi Nemrod viene definito “robusto cacciatore di fronte a Dio” e per questo Dante nella Commedia lo punisce facendogli perdere il linguaggio. Nemrod è un artigiano che ambisce a costruire una lingua perfetta per attribuire alla ragione un potere illimitato. Per questo viene punito.

Nella stessa condizione si trova il freelance la cui unica colpa è ambire ad essere autonomo in un mondo dove vige solo il lavoro salariato, e la sua povertà. A questa condizione viene sottratto anche il nome. Per definirla si ricorre a vuoti neologismi - come precarietà - o aggettivi banali ispirati a dati di fatto - la maggioranza invisibile. Ciò che sfugge a queste rappresentazioni, ispirate sia alla teologia (“San precario”) e comunque ad un’antropologia negativa tipica dell’austerità (“debitori” ad esempio) è che il freelancing è una caratteristica - non l’unica- della vita operosa di tutti e di ognuno.

La guerra di Tsipras

Roberto Ciccarelli

“L’Europa è lo spazio di una battaglia comune - disse Alexis Tsipras il 2 febbraio 2014 al teatro Valle, allora occupato, dove il leader di Syriza che oggi ha vinto le elezioni con il 36,3% dei voti apriva la campagna elettorale europea - Dobbiamo rompere il muro di vetro dogmatico del neoliberismo”.

Queste frasi generarono una seduta di training motivazionale nella platea italiana. Per due volte dal pubblico salì un moto di sfiducia in se stesso, nella sinistra, nell’Europa, nella vita. Quando Tsipras ribadì che per Syriza è stato fondamentale il patrimonio culturale dei comunisti italiani e della sinistra No Global, la platea rise istericamente. Tsipras provò a rassicurarla: «Nessuno è profeta in patria – disse - invece di autofustigarvi prendete le cose positive, andate avanti”. Ci furono applausi non troppo convinti. Le cose positive le ha prese Syriza, mentre in Italia la mancanza di politica continua a generare mostri.

Contro il sovranismo e il nazionalismo
L'aneddoto restituisce una visione politica difficilmente applicabile in Italia, ma operativa nel resto del continente. La vittoria di Syriza si spiega con la proposta di un nuovo spazio politico in Europa. Né liberale, né socialdemocratico, tale spazio non è mai esistito dalla creazione dell’Europa unita a oggi. L’affermazione di Podemos in Spagna alle elezioni di novembre potrebbe rafforzarlo.

Tale spazio è antitetico rispetto a quello delle destre xenofobe e nazionalistiche che hanno cercato di intestarsi questa vittoria anti-austerity. Nel prossimo biennio l'Europa verrà squassata da un'alta volatilità politica che potrebbe rovesciare il bipolarismo connivente tra socialisti e democristiani, aprendo a due opzioni: le destre sovraniste contro l'europeismo politico delle nuove sinistre. Questo conflitto si spiega con la caduta rovinosa del pactum sceleris tra l’Europa conservatrice e quella socialdemocratica in nome del neoliberismo e dell’austerità. Resta da capire quale sblocco avrà la crisi: se a destra o a sinistra. O resterà fermo, paranoicamente, al centro.

Prima di arrivare alla definizione di un simile campo, c'è da capire come si comporterà Syriza a cui sono mancati due seggi per raggiungere la maggioranza assoluta. In maniera spregiudicata, Tsipras si è alleato con la destra anti-austerity di Anel per ottenere la massima unità sul tema del debito, forse a discapito delle questioni sociali o dell'immigrazione. Tsipras punta sulla sua forza elettorale, anche se non è escluso che gli equilibri parlamentari potranno cambiare. A causa dell'esito del voto, questo nuovo spazio politico resta in gestazione, anche se la vittoria di Syriza ne ha rivelato i lineamenti decisi.

Quando l'austerità è una guerra
Il progetto di Syriza resta minoritario, ma dimostra un potenziale di crescita. Al momento le proposte di Tsipras restano compatibiliste e finalizzate alla ricostruzione di un legame tra capitalismo e democrazia. Più in là, non può andare, né forse vuole andare. Tuttavia, la paradossale debolezza di Syriza apre già oggi uno spiraglio impensabile in Europa. Il suo tentativo andrebbe sostenuto tatticamente per rafforzare un’alleanza politica contro l’Europa germanizzata e contro l'estremismo centrista e liberista di partiti come il Pd in Italia.

Se l’”austerità è una guerra”, dice Tsipras, e il primo fronte è quello dei “paesi dell’Europa del sud”, allora questa guerra va combattuta. Non è detto che il suo esito porterà ad un nuovo patto tra il capitalismo e la democrazia in nome di un riscoperto neokeynesismo. Una soluzione economica tutta ancora da inventare, in realtà. La crisi ha spostato la produttività del capitalismo verso la finanza, lasciando macerie nella realtà. E nessuna risorsa per lo Stato sociale.

Tra mille difficoltà Syriza potrebbe rappresentare il primo passo verso ipotesi più radicali di governo in Europa. Ma tutto questo è prematuro e forse non ci sarà mai una risposta. In compenso, dopo i primi cinque anni di guerra, Tsipras ha in registrato due punti contro il social-liberismo e il nazionalismo sovranista di sinistra che nel 2004 affossò il referendum sulla Costituzione europea. Non che oggi essa vada difesa, anche perché le critiche al suo impianto neoliberista erano, e sono, ragionevoli.

È lo scenario ad essere cambiato. Così lo ha descritto Tsipras: con la crisi l’Europa è diventata lo spazio della lotta di classe, sociale ed economica, il campo privilegiato per cambiare gli equilibri a favore di chi lavora, di chi è precario o disoccupato. La guerra che combattiamo non è tra gli Stati o tra i popoli tornando alla svalutazione competitiva delle monete nazionali. È contro i banchieri e il capitale finanziario. Per questo dobbiamo cambiare la costituzione politica e materiale dell’Europa”.

I soggetti della lotta di classe
Con quali soggetti condurrà questa lotta di classe per una nuova costituzione europea? Non con i comunisti del KKE che hanno impedito la formazione di un governo di sinistra in Grecia. Per loro quello di Tsipras è un tentativo “neo-capitalista” e “pro-euro”. Sono scenari, e disastri, già visti in Europa.

Il giornalista del Guardian Paul Mason segnala che la crisi ha generato in Grecia (e non solo in Grecia) nuove classi sociali. Il voto a Syriza è infatti trasversale. Ci sono i poveri e i disoccupati, il ceto medio, e poi una generazione ispirata alla “fiducia in se stessi, alla creatività, alla propensione a trattare la vita come un esperimento”. È la generazione senza futuro. Sulle sue spalle gli oligarchi hanno scaricato il peso dell'austerità che non intendono pagare. Il voto a Syriza è una rappresaglia contro la loro corruzione. L'appello ai ricercatori e alla Grecia della creatività, rivolto da Tsipras nel discorso di domenica 25 gennaio, è rivelatore.

Questa è anche la base della nuova economia sociale che si è affermata in Grecia. Comprende il mutualismo dei gruppi di acquisto, delle cooperative, dell'economia della condivisione e del cowork (Impact Hub promuove impresa sociale e l'innovazione). È a questo quinto stato che si rivolgono esperienze di autorganizzazione come la rete Solidarity for All. Un modello ricavato dalla Piattaforma degli Ipotecati in Spagna che ha lanciato una campagna anti-sfratti, sgomberi e pignoramenti. Poi ci sono le esperienze di mutualismo sui medicinali, le mense popolari, le fabbriche recuperate, il commercio dei prodotti alimentari in circuiti auto-gestiti. Tutto questo non fa una classe in sè, ma è parte di un esperimento fondato su pratiche emergenti, dal basso verso l'alto.

Come far durare un movimento?
Per esistere Syriza dovrà coesistere con questi movimenti, tutelando la loro autonomia fino al punto di scontrarsi. Senza il movimento la sua debolezza politica travolgerà il governo di Tsipras. Pur con una base militante limitata (30 mila iscritti) Syriza vuole unire la resistenza dal basso con le lotte dei lavoratori e dei precari, i movimenti di solidarietà, il mutualismo e l'economia della condivisione creati nell’ultimo terribile quinquennio. Per resistere, queste pratiche vanno strutturate e politicizzate in organismi autonomi sostengono i loro protagonisti.

Si sta parlando di pratiche istituenti, quelle descritte dal filosofo greco-francese Cornelius Castoriadis. L'autore de L’istituzione immaginaria della società sosteneva che il sociale non significa molte persone. E il politico non è l’istanza verticale che serve a decidere. La ricchezza della “società civile” non viene sintetizzata nella persona unica del sovrano. Syriza, come Podemos in Spagna, non occupano il posto al vertice e non governano lo spontaneismo delle masse. La miseria della sinistra europea sta nell’ostinata riduzione della politica alla psicologia collettiva, mentre il progetto di Syriza, e domani di Podemos, non è il risultato della connessione sentimentale tra un Capo (o un “ceto dirigente”) e le masse.

Il progetto di Tsipras è invece basato sull’istituzione. Tutto parte dalle pratiche che formano regole le quali costituiscono organi collettivi che modificano comportamenti individuali. Poi c’è la creazione di circuiti e flussi che attraversano forme politiche nelle quale singoli e gruppi riversano la propria volontà di esistere e si riconoscono in base alle azioni e ai rispettivi benefici. Parliamo di istituzioni auto-governate che generano decisioni politiche. Sono ricavate da una ricostruzione microfisica di un tessuto sociale all’interno di uno spazio politico aperto sul futuro non determinato.

Questo sporgersi sull’ignoto consiste nel tentativo di ripopolare dispositivi che sembravano desueti: innanzitutto il mutualismo, riemerso dopo 70 anni di Stato sociale, 40 di neoliberismo, 5 di austerità. Al governo di Syriza spetta il compito di riconoscerlo.

alfadomenica dicembre #3

ROBERTO CICCARELLI su PODEMOS E LA SINISTRA – NICOLAS MARTINO sul MAAM - SEMAFORO di CARBONE - RICETTA di CAPATTI *

RIUNIRE LA SINISTRA? NON CE NE IMPORTA NIENTE
Roberto Ciccarelli

“Riunire la sinistra? Non me ne importa niente” ha detto Pablo Iglesias, il leader carismatico di Podemos a Matteo Pucciarelli e Giacomo Russo Spena in un libro su quello che oggi è il primo partito spagnolo: Podemos. La sinistra spagnola oltre la sinistra(Alegre, 2014). Questa è una delle frasi più importanti in un reportage particolarmente ispirato che segue di pochi mesi uno analogo scritto da Pucciarelli e Russo Spena sulla Syriza di Alexis Tsipras. Segna una distanza irreversibile rispetto alla discussione italiana ferma allo schema archeologico del fronte popolare. Tale unione non corrisponde mai ad un conflitto reale. Il conflitto, anzi, si svolge tra le parti che dovrebbero realizzare una simile unione. Un’unione che, non a caso, non si realizza mai.
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IL MUSEO, L'ARTE E LA MEMORIA
Nicolas Martino

Il MAAM – Museo dell'Altro e dell'Altrove di Metropoliz_città meticcia, è un esperimento nato nel 2011 all'interno di una ex fabbrica occupata a scopo abitativo sulla via Prenestina a Roma. L'idea iniziale di Giorgio de Finis, ideatore e animatore del progetto, e degli occupanti era quella di costruire un razzo per andare sulla luna, perché la luna è ancora uno spazio comune e libero dalle enclosures. Raggiungere la luna significa conquistare la libertà, anche quella libertà permessa solo da quel particolare sguardo dal di fuori, tra l'altro già altrimenti e magnificamente indagato da Alberto Boatto in un suo saggio del 1981 (nuova ed. Castelvecchi 2013).
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IL SEMAFORO di Maria Teresa Carbone

CHIESA - CIBO - EDITORIA - TURISMO - TORTURA - VECCHIAIA
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LA RICETTA di Alberto Capatti

Aglio d'amore:  Vera curiosità è la zuppa coll’aglio ispirata da un motto di Enrico IV re di Francia e di Navarra, terra di belle e grasse oche, che traduciamo: Col pane strofinato d’aglio e un bicchiere di vino, un uomo può lavorar duro.
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Riunire la sinistra?
Non ce ne importa niente

Roberto Ciccarelli

“Riunire la sinistra? Non me ne importa niente” ha detto Pablo Iglesias, il leader carismatico di Podemos a Matteo Pucciarelli e Giacomo Russo Spena in un libro su quello che oggi è il primo partito spagnolo: Podemos. La sinistra spagnola oltre la sinistra (Alegre, 2014). Questa è una delle frasi più importanti in un reportage particolarmente ispirato che segue di pochi mesi uno analogo scritto da Pucciarelli e Russo Spena sulla Syriza di Alexis Tsipras. Segna una distanza irreversibile rispetto alla discussione italiana ferma allo schema archeologico del fronte popolare. Tale unione non corrisponde mai ad un conflitto reale. Il conflitto, anzi, si svolge tra le parti che dovrebbero realizzare una simile unione. Un’unione che, non a caso, non si realizza mai.

Il disgusto per la sinistra

“Sinistra” è una parola impresentabile in società. Per gli spagnoli indica la vergogna della corruzione del Psoe; per i francesi significa l’ignobile social-liberismo dei socialisti di Hollande: per gli italiani l’opportunismo cinico, infantile e autoritario del partito democratico di Renzi. Per tutti la sinistra è il sinonimo del disgusto per chi si sente di sinistra. Per fare un reportage bisogna essere curiosi. E sentire un’impellenza. Pucciarelli e Russo Spena vogliono spiegare perché in Spagna, non si parla più di “sinistra”, come aspirazione ad un dover essere, ma di una “sinistra” come una pratica costituente. Per questo “unire la sinistra” è un’idea che è stata da tempo abbandonata per manifesta incompatibilità con il senso comune, creato tra l’altro dagli imponenti movimenti contro l’austerità e la corruzione in Spagna dal 2011 a oggi.

Con semplicità quasi teleologica, questo libro mostra che è possibile far coincidere le aspirazioni con la vita di ciascuno. Qualcosa che il neoliberismo ha reso impossibile. O, almeno, così sembra. Per capire la spettacolare ascesa di Podemos dalle europee di maggio a oggi (avrebbe il 27% dei consensi in Spagna, come Syriza in Grecia) chi in Italia si definisce “di sinistra” - ma lo stesso vale per chi si riconosce nei “movimenti” - dovrebbe fare uno sforzo apparentemente proibitivo.

In primo luogo logico: “sinistra” non è il risultato della somma di identità o reti, incarichi o cadreghe, individualità egoiste e concorrenti, ma è un processo di auto-trasformazione delle identità così come del campo politico in cui esse si riconoscono. Il movimento è complicato, e si chiama immanenza. In questo movimento tra l’essere contro e dentro uno spazio di “sinistra”, c’è la politica oggi.

Che cos’è la sinistra “conservatrice”

Iglesias dice anche un’altra cosa: la “sinistra è conservatrice”. Lo dice (in italiano) da un punto di vista di sinistra, di chi viene dai movimenti - No Global e i disobbedienti. Iglesias, come Tsipras (che però venne fermato ad Ancona) era a Genova nel luglio 2001, insieme a mezzo milione di persone che veniva da tutta Europa. Il suo punto di vista non è quello di Renzi e, ancor prima, di Berlusconi. È quello che hanno sempre sostenuto i movimenti dagli anni Settanta ad oggi. Prima contro il Pci, oggi contro la sinistra neoliberista. Per Iglesias la sinistra è conservatrice in tutta Europa, e non solo in Italia, perché è l’espressione di paesi conservatori che custodiscono il ricordo di un’età dell’oro: il vecchio patto fordista-keynesiano. Quello che permise alla classe operaia di aspirare a diventare “ceto medio” e al “ceto medio” di diventare il centro di gravita permanente della politica, della società, all’interno dei flussi economici e corruttivi di una società in disfacimento.

Oggi quell’età dell’oro è improponibile: il capitale finanziario espropria la ricchezza comune; lo stato esiste per distruggere il Welfare e affermare lo stato penale contro i cittadini. Pensare che il ceto medio sia il soggetto che restauri la normalità perduta è pura illusione. Così come è illusoria l’idea di ricostruire un equilibrio tra democrazia e capitalismo. Podemos, inoltre, è la prima manifestazione di una soggettività di massa che spacca il fronte del bipolarismo, e delle larghe intese, tra socialisti e democristiani. E mostra la possibilità - ancora tutta da comprendere e soprattutto da praticare - di un modo diverso di creare norme e istituzioni all’interno di una democrazia partecipativa, radicale e dal basso e non delegata, né rappresentativa.

Fuori dal campo grillino

Podemos è un ufo per il piccolo mondo antico della politica italiana. Subito i manutengoli del senso comune l’hanno ristretto alla commedia dei Cinque Stelle. Eppure Iglesias, e il ristretto giro dell’università Computense di Madrid citano - in pubblico, meno in Tv - Toni Negri, Gramsci, Ernesto Laclau o il Venezuela. Parlano di “movimenti”, “socialismo”, assomigliano alla prima generazione del movimento operaio europeo.

Non pongono il problema della proprietà dei mezzi di produzione, né della rivoluzione. Per questo non possono essere definiti “comunisti”. Considerati i rapporti di forza in Spagna, e in Europa, sarebbe del tutto prematuro, per non dire grottesco. Loro dicono di essere realisti, cercano il consenso, ma certo non sono antipatizzanti verso Marx. Al momento più che comunisti, sono socialisti europeisti, riformisti e di sinistra. Per le definizioni, tuttavia, è ancora presto. Come nel caso di Syriza, molto dipenderà dall’arrivo al governo. Un’esperienza insidiosa per tutti, oggi, in Europa.

L’ambizione smisurata del leader Iglesias, con la quale Pucciarelli e Russo Spena non sembrano simpatizzare molto, non mira a stabilire una dittatura nel partito ma a sviluppare una forza politica. Si, certo, Podemos protesta contro la “casta”. Ma questo non basta per ridurlo al folklore grillino. La protesta è contro la corruzione endemica del capitalismo finanziario e della democrazia europea. In più la democrazia elettronica di Podemos non è guidata da un’azienda come la Casaleggio&Associati. Non litigano sugli scontrini. I deputati europei hanno stabilito che il reddito è di 1700 euro e basta. Soprattutto non hanno cercato l’alleanza con Farage e altri liberisti xenofobi e nazionalisti europei. Stanno nella sinistra europea, cercano alleanze e coalizioni con gli altri movimenti.

Podemos ha cioè acquisito la principale innovazione culturale dei movimenti del XX secolo: quella che Deleuze e Guattari hanno definito la teoria dei “blocchi di alleanza”. Un approccio semplicemente inconcepibile per il velletarismo totalitario dei Cinque Stelle.

Politica dei desideri

Intendiamoci, ogni aspirazione democratica è legittima: fare volontariato, creare un club della lettura, auspicare una riunione di condominio. E anche fare la sinistra. E non importa che lo stesso slogan abbia conosciuto esiti elettorali particolarmente mediocri, un atto di testimonianza marginale all’interno di un campo politico evaporato dalla fine del Pci e poi dall’implosione della Rifondazione comunista di Bertinotti.

In Spagna chi fa Podemos - “possiamo”, verbo che vale come un’esortazione, ma anche come la realizzazione di una potenzialità, oltre che un potere collettivo - non ripete la legge del dovere recitata come il vangelo in ogni assemblea della sinistra, a tutti i livelli. Si deve, ma non si può fare. Si allude alla possibilità di esistere, anche se non si esiste. Ci sarebbero dei diritti, ma non si possono avere. Si potrebbe lavorare, ma ora non è possibile. Si può sognare, ma bisogna farlo dopo. Invece lo possiamo fare ora e adesso, cioè nel tempo della politica: il presente.

Fare politica oggi

Il corollario di questa tesi Pucciarelli e Russo Spena lo trovano nelle testimonianze raccolte tra attivisti e dirigenti di Podemos: «La politica è desiderio. Fare politica nel XXI secolo è capire le condizioni di sfruttamento dell’operaio cinese, la negazione del diritto allo studio della studentessa spagnola, i problemi di salubrità nelle favelas di Rio di Janeiro, la precarietà del ricercatore italiano o la rabbia del gay russo. La politica è desiderare di essere la parte che crea un altro mondo». «Vogliamo occupare il centro della scena politica. Ci auguriamo che la nostra storia e il nostro progetto diventino maggioranza, senza mediazioni col sistema politico che ci governa dal 1978. Noi rappresentiamo il futuro».

Fare politica nel presente significa liberare il desiderio; identificarsi in una parte dei senza parte; collocarsi lì dove c’è la partizione tra ruoli e classi, ma dal punto di vista dell’universale. Questo significa abolire la stessa partizione.

La differenza con chi vuole “fare la sinistra” è colossale. E risale sino ai tempi di Marx: non è necessario trovare una collocazione in uno spazio già dato (cioè a “sinistra”), ma abolire le regole che hanno creato quella divisione dello spazio politico per aprire il campo all’universale. Così si spiega il fastidio di Podemos per la destra o per la sinistra. La sua politica è chiaramente di sinistra, ma eccede programmaticamente la divisione classica invalsa sin dalla Rivoluzione francese. In questa “eccedenza” nasce l’apertura che fa affluire il respiro, crea l’entusiasmo, l’identificazione con un universale concreto e singolare, il desiderio di agire insieme.

Il problema del populismo

«Noi siamo per l’unità popolare, un concetto più ampio dell’unità della sinistra” aggiunge Iglesias. Non è una definizione da poco, non priva di ambivalenze. Designa un campo che il socialismo neo-bolivariano, o le teorie sul populismo di Ernesto Laclau nelle quali si riconosce Podemos, declinano in maniera molto diversa dal “populismo digitale” grillino. Il “popolo” è l’universale che sta al di là della “destra” e della “sinistra” e cambia le partizione dei ruoli che per tradizione vengono assegnati a questi concetti. Per Grillo questa funzione la svolgono i “cittadini”.

Nel popolo Podemos identifica un soggetto generale della politica, il 99% di cui parlavano Occupy Wall Street o gli indignados. È lo stesso concetto nel quale il filosofo argentino Laclau ha inteso identificare il trascendentale vuoto che riassume le istanze eterogenee che provengono dalla base. Il popolo è il soggetto universale che viene riempito da queste “domande” ed esprime l’”egemonia” del gruppo che si è impadronito del potere. Verosimilmente con le elezioni, quelle a cui si candida Podemos.

Laclau comprende il rischio del leaderismo, l’identificazione del capo con il suo popolo, ma propende per l’idea che il capo possa essere il “medium” dei desideri del “suo” popolo, l’universale incarnato che permette l’attualizzazione della giustizia. Pucciarelli e Russo Spena spiegano nel reportage come questo rischio sia l’occasione di un conflitto politico con chi sostiene una strategia “basista” e articolata secondo il canone classico del partito novecentesco. Nella politica populista “di sinistra” il conflitto con il leader è un altro aspetto della lotta di classe.

Il popolo, come la sinistra, è tuttavia una parola impronunciabile in Europa. È il punto di riferimento della destra leghista, ad esempio, perché richiama scenari politici neo-sovranisti e nazionalistici contrari all’europeismo politico di Tsipras. Non solo. Il popolo si presenta sempre come soggetto scisso, e mai uniforme. Sempre contendibile tra i gruppi alla ricerca dell’egemonia.

Il paradosso democratico

Per il critico americano Fredric Jameson questo è il lascito dell’eredità lacaniana nel pensiero di Laclau e quindi dei “populisti di sinistra” che vivono in Venezuela o in Spagna. Prima negato, e poi affermato, il soggetto della sua politica si presenta scisso e mai unificabile. Allo stesso tempo, però, si identifica nei programmi rivoluzionari che offrono immagini allettanti di unificazione e totalità (l’unità popolare”) agli individui per combattere il neoliberismo.

Per Jameson questa proposta è compromessa da un errore di base: l’omologia tra soggetto individuale e totalità sociale. Il soggetto «post-marxista», rivendicato da Iglesias e dagli intellettuali di Podemos, ragiona su un individuo o sui «movimenti sociali» che competono tra loro sventolando i vessilli della loro identità, una realtà che ben conosciamo sin dagli anni Ottanta. Non è un caso che nelle testimonianze raccolte da Pucciarelli e Russo Spena in Spagna questo tema ritorni spesso.

La lotta per l’egemonia in Europa si gioca tutta sulla capacità di affrontare questo paradosso democratico, il vero problema politico contemporaneo. Podemos cerca di farlo a partire da questa domanda: che cos’è un movimento di sinistra che ripudia la sua appartenenza alla sinistra?

Matteo Pucciarelli - Giacomo Russo Spena
Podemos. La sinistra spagnola oltre la sinistra
Edizioni Alegre (2014), pp. 128
€ 12,00

La solidarietà è un’arma

Roberto Ciccarelli

Sandra, giovane operaia sposata con due figli, si lascia convincere da suo marito Manu e dalla sua amica e compagna di lavoro Juliette a fare un giro tra gli altri salariati della società per cui lavora. In due giorni e una notte, il week-end in cui i salariati si riposano, deve convincerli a rinunciare a un bonus di mille euro a testa per conservare il suo posto di lavoro.

Per il lunedì successivo, il padrone ha concesso un nuovo referendum tra i lavoratori, dato che il caporeparto è riuscito a convincerli che Sandra non è più adatta al lavoro dopo la depressione che l'ha costretta a restare a casa. Ma il manager non ha mai detto una cosa simile. Invece di indagare e licenziare il caporeparto, interessato a guadagnare mille euro in più al mese, quest'uomo concede agli operai di votare di nuovo. Svogliato e indifferente, mentre è al volante di un macchinone formato-famiglia diretto verso il suo week-end, il manager spinge Sandra a giocare al Grande Fratello. Per evitare di perdere il suo lavoro, a tutelare la sua dignità ferita dalla depressione e mantenere anche con il suo salario una casa a due piani, Sandra deve convincere tutti gli altri candidati all'espulsione dalla Casa (l'impresa) a rinunciare al bonus e a farla restare con loro per continuare il gioco del lavoro salariato. La roulette funziona così: oggi tocca a lei, domani a me, spararsi un colpo in testa.

La storia è quella raccontata da Sidney Lumet in La parola ai giurati. Come Henry Fonda anche Marion Cotillard - che interpreta Sandra in Due giorni, una notte dei fratelli Dardenne -  ha 72 ore per convincere i giurati a emettere una giusta sentenza. Se l'affresco umanista di Lumet veniva messo in scena a porte chiuse, il dramma della crudeltà al tempo del grande Fratello rappresenta Sandra che si sposta tra una casa e l'altra per ottenere la maggioranza di nove su sedici a suo favore.

Come in Rosetta, anche in questo film dei fratelli Dardenne la misura è la camminata. L'andare a zonzo, direbbe Deleuze, un movimento finalizzato all'incontro. Con i suoi colleghi Sandra non ha mai parlato veramente se non adesso. E scopre così le passioni fondamentali della classe operaia diventata ceto medio, quello che di essa è rimasto e che di solito si cerca di difendere: cupidigia, necessità di mantenere una figlia all'università, il desiderio di costruire in giardino un muretto a secco accanto ai nani e alle sdraio, dare una veste dignitosa alla miseria, alla vita di una coppia o in quella di un padre e un figlio (che picchierà il padre perché vuole votare per Sandra, facendogli perdere mille euro per lucidare la sua macchina sportiva). La contraddizione è lancinante.

Sandra corre, prende il bus, ingurgita pillole e calmanti, cerca di suicidarsi, si addormenta all'improvviso e si sveglia di soprassalto mentre si fa trascinare in macchina dal marito (Fabrizio Rongione) che la invita a reagire e a non farsi sommergere dalla depressione ("Io sono niente" gli dice). Un orologio perfetto di micromovimenti che si sviluppano in piani sequenza. La narrazione consiste nella ricerca spasmodica del voto che si traduce in un girare intorno, ma non a vuoto. Sandra è sospesa tra la richiesta di una carità e la difesa della sua dignità. Piange. È la suspense del gioco crudele che è stata costretta ad accettare. Dietro di lei, l'occhio del padrone che valuta la sua capacità di essere all'altezza della prova.

La camminata è la misura del prendere coscienza. Del contenere la violenza sul corpo e dentro il corpo. La camminata è anche la forma soggettiva per ricreare il filo di una solidarietà umana e vivere nel mondo dove la lotta di classe la fanno i padroni, non gli operai con la casa a due piani, la macchina da 15 mila euro e il mutuo da pagare. L'azione serve a collegare i punti della città con il ritmo dei passi di chi è alla ricerca di qualcosa. Restituisce fisicamente l'immagine della frammentazione della classe. Rappresenta la fatica, soprattutto psichica, che serve per trovare la forza di chiedere qualcosa di inaudito: la solidarietà.

Il film non è un documentario, un saggio dialettico, un affresco sociologico al tempo del Jobs Act. Mette in scena una nascita: Sandra capisce che è contro se stessa, e quindi contro la classe operaia e i suoi padroni, che deve agire per ottenere la sua dignità. Il tema è: la solidarietà è un'arma. Quest'arma dev'essere usata. Verso chi e contro cosa?

Contro i mariti violenti. La scena, risolutiva, è la ribellione di una compagna di lavoro contro il compagno che la picchia e vuole impedirle di votare a favore di Sandra. Per lui mille euro sono fondamentali per costruire quel maledetto muro nel giardino accanto ai nanetti. La compagna di lavoro lascia il marito, chiede ospitalità a Sandra e Manu, voterà per lei e insieme ricomincerà a vivere, libera. Una decisione potente che cambia la storia di Sandra. Nella sua vulnerabilità scopre una capacità di produrre una libertà negli altri.

La solidarietà può essere anche esercitata con i colleghi precari. La decisione di Sandra è sconvolgente. La votazione finisce con un pareggio: otto a otto. Lei è licenziata. Ma il padrone cambia le regole della casa del Grande Fratello e fa ricominciare la roulette: lei verrà riassunta dopo due mesi di cassa integrazione, e lui non rinnoverà il contratto a termine del collega africano che ha votato per lei, anche se non avrebbe dovuto farlo. "Ma che fa - chiede Sandra - Adesso licenzia lui?". "No - gli risponde il manager - non gli rinnovo il contratto".

La solidarietà è un piccolo gesto all'origine di infiniti altri gesti che permettono di creare una potenza fuori dalle norme acquisite o interiorizzate. Norme imposte per proteggere la miseria morale e materiale. Un atto sconsiderato, assoluto, inconcepibile nell'epoca della paura sociale. Così facendo Sandra varca una soglia, vince se stessa, attraversa le macerie della sua classe sociale per vivere nell'invisibile. Forte di non avere ceduto al ricatto, troverà milioni di persone come lei. C'è dunque un modo per non essere cancellati, per non essere ridotti all'invisibilità. Praticare il rifiuto, spezzare le appartenenze, nominare la solidarietà. Sandra chiama Manu al cellulare. È radiosa, potente: "Ci siamo battuti bene. Adesso ricomincio". E continua a camminare sulla strada sgombra.