Evochiamo lo spirito della fantascienza

Aristide Maselli

Che cos’è la fantascienza? È un pretesto; un modo di dire, fondamentalmente. Un modo di far succedere le cose: astronavi, alieni, spade laser, non sono che ammennicoli; gioielleria, anzi bigiotteria – pur se splendente, e necessaria – un po’ come gli ectoplasmi e il succo di pomodoro a litri che popolano gli horror. La questione, poi, la meta, è sempre quella: what if? Che cosa succederebbe se un uomo, traumatizzato dal fatto che la moglie è morta mentre lui non c’era, si piazzasse davanti alla scuola della figlia, bloccando lo scorrere del tempo e condannando il mondo a una eterna estate? Che cosa succederebbe se tutti gli esseri umani, o almeno tutti gli esseri umani attorno ai vent’anni, fossero dei poeti, tanto che la frase “fammi leggere qualcosa” arrivasse inevitabile nel corso di una conversazione, forse anche prima di “come ti chiami”? Che cosa succederebbe se tutti gli esseri umani fossero privi di sesso, e si accoppiassero solo in determinati momenti, diventando indifferentemente maschio o femmina a seconda delle volte? Che cosa succederebbe se gli alieni arrivassero vicino alla terra e l’interprete ufficiale, apprendendo la loro non lineare lingua, acquisisse il potere di viaggiare nel tempo, almeno con la mente?

Nella prima riga di Occhio nel cielo, Philip K. Dick mette in scena un incidente nel deflettore di raggi protonici del Bevatrone di Belmont, appena inaugurato. Si gioca subito il pezzo da novanta, l’ammennicolo; per il resto del libro, la vicenda è pura metafisica, o fantasy, thriller, sociologia, politica – chiamatela come volete, ma non fantascienza. A causa dell’incidente, i personaggi sono proiettati in mondi diversi, uno dopo l’altro, uno più assurdo dell’altro; ognuno di questi mondi è, come scopriranno un po’ alla volta, la realizzazione, la reificazione della mente – desideri e/o paure – di ognuno di loro. In realtà essi giacciono moribondi sul luogo nell’incidente; tutto avviene nelle loro teste; il Bevatrone, come s’è detto, era solo un trigger.

A me poi il termine fantascienza in sé, m’ha sempre dato fastidio: scienza fantastica, fantasiosa; un po’ come fantapolitica, fantacalcio; insomma, minchiate. Più attinente, trovo, la parola inglese: science-fiction; ovvero fiction, narrativa d’invenzione, che prende spunto, che ha a che fare con la scienza. (Pure in spagnolo, si dice così: ciencia-ficción; tenere a mente). Seguendo l’indicazione di Edward O. Wilson (Il significato dell'esistenza umana, Codice edizioni), che incita a una nuova unione tra le discipline scientifiche e umanistiche, gli scrittori dovrebbero proprio usare le conoscenze scientifiche reali per costruirci attorno le loro storie: un romanzo, per esempio, i cui personaggi siano alcuni tra i batteri e i funghi che presiedono alla lievitazione del pane, ve l’immaginate? Utopia, pardon, fantascienza.

(Eppure fa proprio questo Ted Chiang in Storia della tua vita – l’ultimo della sfilza di what if sopra sciorinata; gli altri ce li avete? Sì esatto, Lo spirito della fantascienza di Roberto Bolaño, Caos calmo di Sandro Veronesi, La mano sinistra delle tenebre di Ursula K. Le Guin. Il racconto lungo Storia della tua vita contiene della hard science, della fisica davvero pesante: necessaria ai fini della trama, anche se non ai fini della comprensione, mi pare. Eppure il fulcro non è quello, né l’arrivo degli alieni – anche se il film che ne è stato tratto, The Arrival, già dal titolo sembra sostenere l’opposto – ma le facoltà inumane che acquisisce la protagonista, e il modo in cui le cala nella sua esperienza: comunque, e purtroppo, umana).

Che cos’è la fantascienza? Una roba da maschi, dice il luogo comune. Eppure. Poco tempo fa se n’è andata Ursula K. Le Guin, grandissima scrittrice, grandissima mente, grandissima donna. Tra gli innumerevoli omaggi e ricordi, mi ha colpito quello di Esquire: che ha messo in fila una serie di collaboratori, ognuno con la sua personale Le Guin; poteva venire un minestrone indigesto, e invece è uscito un bel cocktail, anche utile. Ognuno ha tirato fuori qualcosa di diverso: il classico, la fantapolitica de I reietti dell’altro pianeta; il femminista, il suddetto La mano sinistra; il militante, il suo discorso in cui rivendica dignità agli autori “di genere”; l’ex ragazzino, la saga di Terramare; il mistico, la sua traduzione del Tao Te Ching. Bene, e…? E niente: ci credete?, questi tredici o quindici autori, son tutti maschi. Vergogna.

Alice Sheldon nacque negli Stati Uniti nel 1915. Nel corso della sua vita fu illustratrice, pittrice, critica d’arte, fotografa. Lavorò per l’aviazione militare degli Usa, poi fu imprenditrice di successo, in seguito entrò nella Cia. Si laureò in psicologia sperimentale, prese il dottorato con una tesi sul comportamento degli animali. A un certo punto della sua vita, si mise a scrivere: racconti, e poi romanzi. Di fantascienza. Iniziò a pubblicare con il nome di James Tiptree Jr., e mantenne la sua identità celata per la maggior parte della carriera; quando si venne a sapere che era una donna, molti lettori e colleghi stentarono a crederci. Come George Eliot, anche se in un secolo (apparentemente) diverso, la sua scelta fu dettata da motivi pratici: solo io so, diceva in sostanza, quanti problemi mi ha causato il fatto di essere la prima donna a voler fare una certa cosa, un certo lavoro. Alice/James potrebbe essere un personaggio di un libro di Bolaño; e in un certo senso lo è. Nel 1987, a 72 anni, uccise il marito di 84 e si sparò. Pare che siano stati ritrovati sul letto, mano nella mano; a me sembra proprio una cosa da favola, anzi, da fantascienza.

Che cos’è la fantascienza? Forse è scrivere un libro in cui tutti scrivono poesie, in cui nella sola Città del Messico ci sono 600 riviste di letteratura (ma per la fine dell’anno sicuramente mille); e in cui quei pochi che non sono poeti sono dei nazisti sadici che non vedono l’ora di prendere i poeti a calci nei coglioni, per l’eterna gloria del generale Pinochet. Forse è scrivere – a mano su delle agende, e ricopiare in bella sempre a mano su dei quaderni rilegati – un libro che si chiama El espiritu de la ciencia-ficción, in cui un giovane che non esce quasi mai dalla sua mansarda passa il tempo, quando non è impegnato a leggere o a ubriacarsi, a scrivere lettere deliranti ai più noti scrittori di fantascienza nordamericani: Ursula K. Le Guin e Alice Sheldon sono le uniche a cui ne indirizza ben due (ad Alice una per nome). Forse è scrivere un libro tripartito, in cui alla storia dell’esule cileno che gira in moto per il DF indagando su non si sa cosa, e alla parte delle lettere, si aggiunge la parte di un’intervista in cui l’autore (ma quale, dei due alter ego di Bolaño?) racconta a una specie di giornalista il suo romanzo di fantascienza sotto allucinogeni. Quanto ha ragione Francesco Guglieri, a dire che mentre per la maggior parte di noi (non tutti: non tutti) l’humus in cui si radicano i nostri miti è l’infanzia, per Bolaño sono i vent’anni; quell’età magica in cui tutta la vita ti sembra astratta e siderale – e invece era proprio lì che stava succedendo, mannaggia.

Che cos’è la fantascienza? Forse è pensare di poter pubblicare libri inediti di Roberto Bolaño quindici anni dopo la sua morte; e per quanto ancora? Lo fa in Italia Adelphi (traduzione di Ilide Carmignani), e mica è colpa sua: lo fa in spagnolo l’editore Alfaguara, d’accordo con gli eredi Bolaño, che abbandonarono il suo storico editore. La vicenda – fitta d’intrighi, gossip, clausole legali, soldi, misteri e altre stranezze, come in ogni telenovela latinoamericana che si rispetti – è stata benissimo ricostruita su Crapula da Alfredo Zucchi; il quale non manca occasione per sottolineare che un’edizione critica ci vorrebbe. Non è un’edizione critica, questa, ma alla fine del libro ci sono svariate pagine in cui si riportano gli appunti dello scrittore cileno: gli schemi, le correzioni, le brutte, le belle; al netto dello spagnolo e della grafia, un documento interessante, questo bisogna dirlo. Come bisogna dire che tra i Bolaño postumi, questo forse è il meno sospetto: è il primo romanzo che ha scritto, e che ha lasciato in forma compatta e unitaria.

Lo dicono tutti: lo dico anch’io? Lo spirito della fantascienza non è il capolavoro di Roberto Bolaño. Contiene in nuce tutti i suoi temi, ma è ingenuo, primitivo, manchevole. Sarà. Quale sarebbe allora, però, il capolavoro di Bolaño? O meglio, questione più intrigante, quale sarebbe il libro tipico, il libro vero di Bolaño, quello dove tutti i suoi temi e topos non sono in embrione, ma al massimo del loro sviluppo ed espressione? Il mastodontico 2666? No, troppo labirintico, troppo esteso, troppo incomprensibile, troppo troppo: troppo Bolaño per essere un tipico Bolaño. Chiamate telefoniche? Macché, nella forma racconto non ha dato il meglio di sé. La letteratura nazista in America, allora? No, troppo docufiction, troppo atipico. I dispiaceri del vero poliziotto? Suggestivo, ma non capolavoro. I detective selvaggi, forse sì, forse quello è l’unico libro di Bolaño che è all’altezza di Bolaño, dell’idea platonica che ci siamo fatti di Bolaño. Oppure, stai a vedere, proprio Lo spirito della fantascienza: un libro breve, ma che a volte sembra non finire mai (e non perché annoia, ma perché risucchia). Ma che contiene tutto: politica e letteratura, dittatura sudamericana e seconda guerra mondiale, vino e magia, giovani e vecchi, sesso e amore, poeti e cessi pubblici. Tutto tranne una cosa, ovvio: la fantascienza.

Roberto Bolaño

Lo spirito della fantascienza

Traduzione di Ilide Carmignani
pp. 206 , euro 18

È possibile acquistare questo libro in tutte le librerie e su ibs.it.

 

Ahi servo Cile, di dolore ostello

AUTHOR_Roberto_BolanoRaffaella Battaglini

«Ora muoio, ma ho ancora molte cose da dire. Ero in pace con me stesso. Muto e in pace. Ma all’improvviso le cose sono emerse. [...] I miei silenzi sono immacolati. Che sia chiaro. Ma soprattutto che sia chiaro a Dio...». In questo suo ultimo romanzo pubblicato in vita ora ristampato da Adelphi, un monologo-fiume di centoventi pagine, in cui non c’è nemmeno un a capo e i periodi sono quasi sempre lunghissimi, come se fosse narrato tutto d’un fiato – l’ultimo, dato che si tratta di un morente – Bolaño assume il punto di vista di un personaggio ambiguo e miserabile, un sacerdote cileno membro dell’Opus Dei che è stato il più autorevole critico letterario del suo tempo, cioè gli anni della dittatura di Pinochet. Questa struttura narrativa monologante era già stata utilizzata da Bolaño in un altro romanzo breve, Amuleto: nel caso di Notturno cileno però, scritto al ritorno da una visita nel paese d’origine, è evidente che la narrazione è dettata da uno stato di indignazione estrema, anzi di vera e propria furia, tanto è vero che lo stesso Bolaño compare fin dalle prime righe nelle vesti del «giovane invecchiato», fantasma che perseguita il moribondo nel suo delirio gridandogli insulti («Ora il giovane invecchiato mi osserva dall’angolo di una strada gialla e grida contro di me. Sento qualche parola. Dice che sono dell’Opus Dei. Non l’ho mai nascosto, gli dico...») e che alla fine si trasforma nel suo doppio – o forse nella sua coscienza. Del resto molte cose sono doppie in questo libro, a cominciare dall’identità del protagonista, Sebastiàn Urrutia-Lacroix, che è al tempo stesso critico e poeta, e firma le sue recensioni con lo pseudonimo di H. Ibacache (dietro il personaggio si nasconde una figura reale, il critico Ignacio Valente, che fu effettivamente sacerdote dell’Opus Dei, nonché unica voce letteraria influente durante la dittatura militare).

L’iniziazione del protagonista avviene nel corso di un weekend nella tenuta di Farewell, nom de plume del più potente critico cileno degli anni Cinquanta, colui che diventerà il suo maestro: nella rete dei riferimenti intertestuali – Farewell è infatti il titolo di una famosa poesia di Neruda – per l’appunto lo stesso Neruda entra in scena in qualità di ospite. La figura di Neruda nel testo è ambivalente: in questa apparizione prima dell’esilio, è il grande poeta ufficiale coperto di onori e compromesso col potere, habitué del principe della critica letteraria cilena, che in seguito diventerà un sostenitore della dittatura; dopo il golpe, assistiamo alla scena del suo funerale («Una sera venni a sapere che Neruda era morto. Telefonai a Farewell. È morto Pablo, gli dissi. Di cancro, di cancro, disse Farewell. Sì, di cancro, dissi io. Andiamo al funerale?...[...] Avrei scritto un discorso bellissimo per Pablo, disse Farewell, e si mise a piangere. Dobbiamo essere in un sogno, pensai»).

È proprio nella tenuta di Farewell, dopo la cena con Neruda, che per la prima volta viene evocato il nome di Sordello. Il personaggio di Sordello, che in Bolaño è filtrato, oltreché da Dante, anche da Pound – e infatti il «Sordello? Quale Sordello?». che attraversa come un leit-motif musicale l’intero testo, richiama quasi letteralmente il «But Sordello? And my Sordello?» di Pound nel Canto II –, funziona qui dunque come emblema, una figura araldica portatrice del tema, che con tutta evidenza è la denuncia della complicità della letteratura con l’orrore latinoamericano («quale Sordello? [...] il Sordello che non ebbe paura, non ebbe paura, non ebbe paura»).

Come un’ammonizione inascoltata, Sordello appare in tutti i passaggi in cui il protagonista dimostra la propria codardia e acquiescenza al potere. E sono tanti, dal surreale viaggio in Europa per svolgere un’indagine sullo stato di conservazione delle chiese fino al grottesco incarico affidatogli da Pinochet dopo il golpe: insegnare i primi rudimenti del marxismo ai membri della giunta militare, «perché comprendano i nemici del Cile». Infine, la partecipazione alle serate di Maria Canales, che per tutto il periodo della dittatura organizza nella sua villa ricevimenti per artisti e letterati mentre nei sotterranei, più o meno all’insaputa di tutti, vengono torturati gli oppositori del regime.

Sfilano sotto i nostri occhi tutti i grandi spettri cileni, dal presidente Allende suicida nel palazzo della Moneda al suo doppio omicida, il generale Pinochet. Sarebbe interessante analizzare questo testo in parallelo ai film di Pablo Larrain, in particolare Post mortem, ambientato proprio nei giorni del golpe ma visto dalla prospettiva di un assistente dell’obitorio: nel cui finale si assiste all’autopsia di un cadavere sconosciuto che si rivela quello di Salvador Allende. Anche in questo romanzo Bolaño procede a un’autopsia, quella del suo paese martoriato, e lo fa con tutto il furore dei suoi molti anni di esilio. In un’intervista così ha definito Notturno cileno: «un tentativo fallito di amnesia dove tutti siamo uguali, le ombre innocenti e i bruti malevoli, i personaggi reali e quelli inventati, cioè dove tutti siamo vittime, solo in una forma indolore. [Il libro] tratta anche dell’effetto del tempo sulle storie, del lento progresso dell’oblio, che è una delle forme dell’occultamento...».

Metafora fin troppo chiara della notte cilena, la casa di Maria Canales coi suoi sotterranei torna spesso a turbare i sonni di Sebastiàn («così si fa la letteratura in Cile», questa è la battuta finale di Maria Canales), al quale nelle ultime ore appare nuovamente il volto del giovane invecchiato: «sono io il giovane invecchiato? È questo il vero terrore, essere io il giovane invecchiato che grida senza che nessuno lo ascolti?»

Roberto Bolaño

Notturno cileno

traduzione di Ilide Carmignani

Adelphi 2016, 123 pp., € 15

Il picaro e il precario

Jacopo Galimberti

Sei mesi fa un amico editore mi ha chiesto un parere circa un manoscrito anonimo che gli era stato recapitato. Ne era entusiasta e avrebbe voluto pubblicarlo. Due mesi dopo, però, la moglie lo ha piantato per la ventenne moldava che si occupava della madre di lui. La piccola casa editrice, che era finanziariamente sulle spalle della moglie, è colata a picco nel giro di una settimana. Il manoscritto non presenta titolo. È un romanzo storico ambientato nella Spagna del Cinquecento. L’amico voleva infatti formattarlo come uno spiazzante contributo alla New Italian Epic, anche se ormai il dibattitto è scemato.

Tale Lazarillo nato a Tormes racconta, in prima persona, le tribolazioni della propria esistenza a “vostra Grazia”. Sotto la patina tenebrista di una Spagna tutta iuta e garze sozze, non si fatica a intravedere un quarantenne del Nord, il cui immaginario si è nutrito dei balordi di David Foster Wallace, dei ribaldi di Roberto Bolaño, senza disdegnare la saggistica di Camporesi, con i suoi “vagamondi” e le sue cloache. Lazarillo non è un mendicante, non è un attore, non è un avventuriero, né un chirurgo: è un po’ di tutto, ma certo non un ribelle. Retrospettivamente, imputa le rocambolesche traversie della propria vita ai rovesci della “Fortuna”. Al di là degli aspetti autobiografici, la trovata dell’autore consiste nello svelare, pagina dopo pagina, che Lazarillo non è nient’altro che la trasfigurazione di un odierno precario italico. Il romanzo a chiave diventa allora una satira dell’Italia, del suo welfare, dell’indigenza dilagante, dei rigurgiti feudali del mercato del lavoro.

Il lettore smaliziato non tarderà a cogliere gli indizi. L’estrazione sociale di Lazarillo, innanzitutto, è oscura. La dolce madre lo ha messo alla porta invitandolo a cercarsi un “padrone”. Il termine “padrone” già di per sé è sottile, poiché, ancorché storicamente fondato, innesca la serie delle allusioni e delle trasposizioni. La cultura di Lazarillo, poi, è troppo sfaccettata per essere quella di un pitocco sdentato. Man mano che l’intrigo si snoda, le sue osservazioni sono più quelle di un umanista erasmiano esule da qualche corte padana o di un nobile decaduto diventato ciarlatano itinerante. In questo gioco di specchi viene lentamente alla luce la traiettoria del Lazarillo/precario: laurea umanista, famiglia di ceto medio o medio basso che per motivi ignoti (esodati?) si defila abbandonandolo a se stesso.

Il laureato vaga e cialtroneggia a tutto campo, inventando e reinventandosi tra doppi e tripli lavori spesso pagati con una pacca sulla spalla, o un fracco di botte. La sua erranza è a un tempo reale e allegorica. La vita del precario non è più un percorso in cui ogni tappa prevede un accumulo di esperienze che predispongono a un’ascesa sociale o almeno a un ruolo più congruo all’età. Le avventure di Lazarillo non contemplano nessuna direzione o architettura, inanellandosi per semplice addizione. Stagna nella miseria, ma quasi per caso risale la china e diventa padroncino (di un mulo), poi è di nuovo affamato, poi diventa addirittura ricco, ma le “avversità” non demordono e il gratta e vinci (un monaco ricchissimo che gli lascia tutto) si rivelerà l’ennesima fonte di beffe e bastonature.

Naturalmente, una direzione è inaggirabile, ed è biologica: con l’invecchiamento possibilità e risorse si restringono (la pensione è ovviamente fuori dall’orizzonte mentale del precario). Le pagine in cui un Lazarillo emaciato fa il facchino di ricche cortigiane sono magistrali. Anche il lettore meno empatico avvertirà delle fitte lombari. Ma il tourbillon ricominica ancora e ancora, con borghi brulicanti, cavadenti, quaresime, banditi e “padroni” non meno banditi che coinvolgono Lazarillo in illeciti in cui sarà il solo a non trarre profitto. Non che il precario manchi di un’indole truffaldina, ma è completamente ignaro di quella teoria del sabotaggio creatore che ci hanno lasciato in eredità i gloriosi anni Settanta. Tuttavia, c’è una spiraglio di rivolta, benché remoto. Lazarillo non cade mai nel mito dell’auto-imprenditorialità. L’umanista scioperato rifiuta il lavoro con un gesto immaturo che è però già un indizio di insubordinazione: “ho sempre preferito di gran lunga mangiare cavoli e aglio senza lavorare, che non galline e capponi lavorando”.

Due osservazioni a latere. L’anticlericalismo e l’incredulità che pervadono il romanzo sono anacronistici nel Cinquencento. Nelle mie note di lettura avrei inoltre cassato la parte in cui il precario si trasforma in tonno. Annotavo: “troppo segnata da temperie post-moderna: modernariato”. Adesso che ci penso, Alessandro Raveggi ha pubblicato un libro in cui si parla di un uomo-pesce, e se fosse lui l’anonimo spagnoleggiante? Nel caso editori meglio ammogliati fossero interessati a questo manoscritto, non esitino a contattarmi. Un avvincente romanzo di locande, bische, bordelli e lettighe.