Venezia 2017 / Nel Cratere del realismo

Roberto Silvestri

Un vero manifesto teorico, forse troppo esplicito e gridato (l'intenzione sembra buona: indicare un sentiero per uscire dalla morsa “verismo, realismo, neo-neo realismo e cinema del reale, in un sol balzo”) è il film scelto dalla gang della Settimana della critica per aprire la sezione di frontiera del festival. Gang in senso Oshima. Fare cinema e farne critica è sempre “compiere un atto criminale”.

Il cratere (niente a che fare con il Vesuvio, come sembrerebbe) è opera di coppia, diretta, prodotta e scritta con straordinaria strafottenza narrativa e spettacolare, anche nel rapporto tra finzione e documentario, da Silvia Luzi & Luca Bellino. Girata in digitale nei veri luoghi dell'azione (suburbi poveri di Napoli e Senigallia), è la radiografia implacabile, a camera sfacciatamente intrusiva, di un rapporto di coppia estremamente strano. Tra un padre che vende alle fiere pupazzetti in lotteria e la figlia adolescente, talento canoro naturale, una Maria Nazionale in erba, che potrebbe essere la soluzione di ogni problema finanziario ed esistenziale (se non psicotici). Sharon, sempre perseguitata dal padre, come Jerry Lewis in Quel fenomeno di mio figlio, tratta però il suo dono come qualcosa di giocoso non di professionale, vista la sua giovane età. Incide dischi, va in tv, certo, ma qualcosa non funziona ancora. La ragazza è troppo distaccata, non mette tutta se stessa nell'interpretazione, non arriva al cuore delle persone. Bisognerà addestrarla. Si distrae troppo. E allora. Niente amiche. Niente gioco con le palle. Va seguita. Va addirittura controllata con quattro telecamere.... A questo punto dovrà diventare invisibile, come Crater, che è una costellazione che diventa invisibile a causa della sua esagerata luminosità per sfuggire alla prigione edipica in cui lei e lui sono invischiati...

Padre e figlia sono gli stessi interpreti, Rosario Caroccia e Sharon Caroccia, indivisibili. Ma in maniera differente dal film, più convenzionale nello sviluppo narrativo, e molto meno perverso, che fu bocciato a Venezia due anni fa ma poi fece indigestione di premi. La prima scena di Il Cratere, infatti, svela tutto. Sharon, allo specchio, ripassa, ma danzando come fosse in uno show tv, la lezione di italiano e di francese: cos'è il verismo? Cos'è il realismo? Verga e Flaubert (e Balzac, Zola, Courbet, Grosz, Stroheim, De Sica, Visconti...). L'oggettività della raffigurazione, il non prendere posizione, da una parte, privilegiando marginalità, povertà e oppressione; lo scavo psicologico che si introduce fin nelle parti più intime della spiritualità, dall'altra.

E nel fuori campo uno pensa già alla contrapposizione tra tipi sociali, che ci introducono alla comprensione della lotta di razze e di classe, dei cambiamenti epocali reali, ovvero al cinema “europeo” che gira sempre attorno al concetto di realismo (da Aristarco a Lars Von Treir passando per Bazin), contrapposto al cinema dei modelli ideali, che dall'antica Grecia Hollywood classica ricicla, in più generi, per affermare, back to the future, alcuni concetti trascendenti, ereditati dalla cristianità, per esempio i valori irrinunciabili ed eterni della libertà (anche di sfruttare) o della sacra proprietà privata.

Che il mondo immaginario dell'arte possa produrre un forte effetto di realtà è l'obiettivo delle numerose tendenze realiste (o che ne subiscono l'egemonia, astrattismo compreso) che cercano di recuperare, contraddittoriamente, una certa capacità di idealità (il rispetto per ciò che si “sfrutta”, la non manipolazione visiva, la tensione problematica, la serietà oggettiva, il fastidio per l'intrusione degli elementi comici e satirici alla Michael Moore...) per dire qualcosa sulla realtà non solo momentanea (ed ecco il “realismo socialista” e il “realismo poetico”) e non solo “umanistica”. Insomma qui si prende di petto sia il cinema della trasparenza, estremizzazione realistica che inneggia al piano sequenza e al “montaggio proibito”, perché trufferebbe il senso di realtà, sia quello di chi afferma che il mondo ha la virtù di parlare da sé. Dunque non siamo solo dentro un labirintico intrigo di editing, ma anche in pieno “regime cristallino”. Se si rompe il tempo cronologico, se non è il movimento senso-motoria che fa andare avanti la storia, ma “situazioni sonore ottiche” esplorano il tempo e lo rendono visibile, ecco apparire il carattere, almeno duplice, del presente, che è sempre passato nel momento in cui sembra “just in time”. L'immagine-cristallo è la metafora di questa coincidenza tra reale e virtuale. Trattare tutto questo con umorismo partenopeo e serietà Farocki è fecondo.

Jane Fonda e Roberto Redford hanno regalato alla Mostra, in occasione del premio alla carriera, meritatissimo, un loro ennesimo duetto di attori pressoché perfetto (i loro scambi di sguardi non fanno invidiare i passaggi tra Messi e Neymar, purtoppo finiti), partecipando al bel film di Ritesh Batra Our souls at night. Due vedovi di provincia dopo decenni che si conoscono appena, decidono di passare insieme qualche notte insieme e poi si innamorano, tra lo scandalo della loro piccola comunità. Ma il passato, i figli, i loro errori esistenziali, peseranno sempre contro di loro, nonostante il bellissimo rapporto che instaurano con il nipotino e il suo cagnolino. Si respira aria di Colorado, e, non solo per le camicie a scacchi, non si può non pensare ai film che Jane Fonda dedicò al papà Henry, On Golden Pond o a Sfida senza paura.

Un film che non si può girare

Augusto Illuminati

Immagino una sceneggiatura. Un incidente d’auto, il corpo del guidatore e del suo compagno di viaggio vanno bruciati ma, mentre è facile risalire al primo, poco si appura del secondo. Sorpresa. Dall’identificazione dell’arco dentario residuo salta fuori che è un terrorista latitante da decenni, che probabilmente aveva cambiato identità e si era ricostruita una vita tutta diversa. Già, ma con chi? Ed era restato in contatto con altri? Complici dormienti? Polizia e servizi indagano, puntando sull’unico dato accertabile: il guidatore accertato dell’auto, che evidentemente era suo amico e complice. Le indagini nell’ambiente costringono alla fuga il fratello del guidatore, anche lui ex-terrorista con mutata identità, tornato in Italia dopo svariate peripezie africane e balcaniche.

Il film segue la sua fuga, città per città, capannoni, periferie, appartamenti, bar, sale giochi, la ricerca di contatti con ex-militanti dell’area sovversiva, mai scoperti oppure non troppo compromessi con la lotta armata o ancora condannati e tornati in libertà. È l’occasione per riflettere e scontrarsi animatamente su quell’esperienza: chi la rivendica, chi ne prende le distanze, chi accusa la militarizzazione del movimento come fattore di sconfitta. Nessuno è davvero pentito del suo passato, tanto meno disposto a rifiutare solidarietà e aiuto concreto. Ci sono gli irriducibili e chi si è ritirato nel privato e vorrebbe dimenticare. Qualcuno invece lo rifarebbe, magari diversamente, perché se non del tutto giusto quasi niente era sbagliato o piuttosto guarda curioso una nuova generazione che adotta altri mezzi per gli stessi fini.

Chiaro, un film impossibile da girare in Italia. Mica siamo nell’America di Robert Redford e del suo resoconto sul destino dei Weathermen (The company you keep = La regola del silenzio). Non abbiamo neppure indimenticabili simboli degli anni ’60-‘70 da riproporre invecchiati senza filtri (le rughe di Redford, Susan Sarandon fuori dal tempo, lo sguardo blu di Julie Christie) e di nuovo in gioco con giovanissimi disincantati eredi. A noi sono toccate le passeggiate oniriche di Moro, la meglio gioventù, Placido e Giordana. Per non parlare di Pigi Battista, Giuliano Ferrara, delle associazioni di vittime del terrorismo e del coro unanime di istituzioni e partiti che scatenerebbero un linciaggio mediatico.

Ecco, bisognerebbe fare un film su come non è possibile realizzare un tale film in Italia, su come quel lutto non sia rielaborabile e al massimo ci si conceda un’interruzione di memoria, far finta che gli anni ’70 non ci siano stati. Tutt’al più si riesce a deprecare (non senza risse) la bestiale violenza poliziesca di Genova 2001. Ad andare più indietro si scatenano i dèmoni o, peggio, le banalità della memoria condivisa. L’amnesia ha sostituito l’amnistia, ormai i protagonisti sono morti o usciti di galera in qualche forma. La reticenza sul passato ci impedisce di cogliere la radicale novità del presente, la censura a sinistra lascia sussistere per paradosso una vischiosa continuità con i vecchi schemi ideologici e organizzativi, come sempre accade con le cattive rimozioni. Senza fare i conti con i fantasmi del passato, staremo anche oggi in cattiva compagnia. Buon 2013, malgrado tutto.

Venezia 69: Passion e The Company You Keep

Luca Ottocento

Passion (Brian De Palma)

Passati ormai cinque anni da Redacted (2007), che proprio qui al Lido si aggiudicò il Leone d’argento per la miglior regia, Brian De Palma è tornato dietro la macchina da presa con il deludente remake di Crime d’amour (2010) di Alain Corneau, pellicola ancora inedita in Italia vista due anni fa al Festival di Roma.

Christine (Rachel McAdams) e Isabelle (Noomi Rapace) lavorano nella sede berlinese di una importante agenzia pubblicitaria. La prima è un’affermata manager, la seconda una promettente dirigente alle sue dipendenze. Isabelle ammira Christine ed è attratta dal potere che ella rappresenta. Christine si dimostra però sin da subito molto abile nello sfruttare a proprio vantaggio tale situazione, giungendo ad appropriarsi dei successi professionali della più ingenua collega allo scopo di ottenere una prestigiosa promozione. Le due donne, legate da un rapporto in cui fascinazione e seduzione rivestono un ruolo rilevante, si dividono anche lo stesso uomo: Dirk, il loro collega direttore finanziario. Tale stato delle cose porterà a tragiche conseguenze.

Se il film di Corneau, perlomeno nella prima parte della narrazione precedente il debole sviluppo delle indagini poliziesche, descriveva in modo piuttosto intrigante l’ambigua relazione tra Christine e Isabelle (interpretate rispettivamente da Kristin Scott Thomas e Ludivine Sagnier), Passion non è in grado di ricreare con efficacia la tensione psicologica dell’originale. Chi si aspetta che il remake di De Palma possa approfondire ulteriormente la psicologia delle due protagoniste, proponendo inoltre un intreccio investigativo più convincente di quello presente in Crime d’amour, rimarrà inevitabilmente insoddisfatto.

Nonostante le buone prove fornite dalle attrici protagoniste Rachel McAdams e Noomi Rapace, l’evoluzione drammaturgica di Passion risulta nel complesso di scarso interesse e il film, a partire dalla seconda metà, si trascina piuttosto stancamente verso un finale ridondante. La sostanziale mancanza di ispirazione di De Palma (autore unico della sceneggiatura) è particolarmente evidente non solo dal punto di vista narrativo, ma anche sul piano dello stile: paradigmatico, a tal proposito, l’insistito e sterile split screen che accompagna uno dei principali momenti di snodo della trama.

The Company You Keep (Robert Redford)

Jim Grant (Robert Redford) è un avvocato benestante che, a seguito della recente morte della moglie, cresce da solo la figlia undicenne tentando di gestirsi al meglio tra impegni lavorativi e doveri di padre single. La sua vita viene improvvisamente sconvolta quando uno degli ex membri della Weather Underground, un’organizzazione di violenti attivisti sorta alla fine degli anni Sessanta dalla scissione interna al movimento Students for a Democratic Society, viene arrestata dalla polizia dopo tre decenni di latitanza. È a questo punto che l’intraprendente giornalista Ben Shepard (Shia Labeouf) inizia ad indagare sui responsabili di una rapina in banca avvenuta trent’anni prima e conclusasi in omicidio. Grazie alle sue ricerche, il giovane reporter scopre ben presto che Grant, prima di costruirsi una nuova esistenza sotto falsa identità, è stato uno dei leader della Weather Underground ed è tuttora ricercato con l’accusa di aver preso parte alla tragica rapina. Divenuto l’obiettivo di una imponente caccia all’uomo, Grant è costretto a fuggire con la speranza di riuscire nel frattempo a trovare il modo per dimostrare la propria innocenza.

Tratto dall’omonimo romanzo di Neil Gordon del 2003 e sceneggiato da Lem Dobbs, The Company You Keep richiama con evidenza la tradizione del thriller politico statunitense emerso negli anni Settanta, che ha avuto tra i principali esponenti registi quali Sidney Pollack e Alan J. Pakula e di cui lo stesso Redford, in qualità di attore, è stato protagonista (si pensi, a mero titolo esemplificativo, a uno dei film più noti: Tutti gli uomini del presidente, 1976).

Ben scritta e ottimamente recitata da un cast assai ricco – oltre ai citati Redford e Labeouf ci sono, tra gli altri, Julie Christie, Susan Sarandon, Richard Jenkins, Chris Cooper, Stanley Tucci e Nick Nolte – la pellicola si rivela nel suo insieme solida e piuttosto avvincente. Attraverso forme e canoni del cinema d’intrattenimento e privilegiando al contempo uno sguardo intimista di un certo fascino, The Company You Keep ha il pregio di stimolare una riflessione apprezzabile e non banale sugli errori, i fallimenti ma anche le ragioni del diffuso e variegato movimento attivista che, tra la fine degli anni Sessanta e la prima metà degli anni Settanta, si oppose in particolare alla politica estera interventista del governo statunitense.