Sintomatologia di un’epoca

Tommaso Gennaro

Venne accordata «piena fiducia ai gruppi di specialisti che stavano nella macchina dello Stato cosicché si andò a dormire come in un vagone letto e ci si svegliò solo nell’istante dello schianto». Lo schianto, qui, è quello avvenuto nel 1914: la Grande Guerra; e a raccontarlo, a pochissimi anni di distanza, è Rober Musil. A ridosso della catastrofe bellica, lo scrittore austriaco elaborò due saggi, Das hilflose Europa – oder Reise vom Hundertsten ins Tausendste (L’Europa inerme: ovvero viaggio di palo in frasca, 1922, da cui è tratta la citazione) e Der deutsche Mensch als Symptom (L’uomo tedesco come sintomo, scritto incompiuto del 1923 che Pendragon propone nella prima versione italiana integrale), accomunati anzitutto da una visione problematicamente sintomatica che viene esposta sin da subito al lettore (nell’un caso dall’incipit, nell’altro dal titolo): e iniziare da un sintomo è, scrive Adone Brandalise, la «non elusione del fatto che “non ci si capisce niente”».

Il tentativo di com-prensione anima le narrazioni musiliane e tornerà preminente nell’Uomo senza qualità: a compromettere lo sguardo dell’osservatore, vincolandolo a una visione decentrata e parziale, è la complessità di un mondo poliedrico straripante che elude ogni sforzo di contenimento e si caratterizza come presente inconfigurabile. Per Musil, in una straordinaria similitudine dell’Uomo tedesco come sintomo, «il cammino della storia non è quello di una palla da biliardo che, una volta data la stoccata, corre lungo una traiettoria determinabile, bensì somiglia al cammino delle nuvole, che certamente procede anche secondo le leggi della fisica, e però tramite queste subisce altrettanto bene l’influsso di qualcosa che si può designare soltanto come un incontro di fatti»; è dunque frutto di «circostanze» che, «anche quando risultano calcolabili [...] sono propriamente fatti e non leggi». Ed è lungo la traiettoria della storia che si giunge a quei circa quarant’anni di miracolosa pace europea che prelusero alla Prima guerra mondiale, ovvero, per Musil, al «bisogno di una “bancarotta metafisica”» (zu metaphysichem Krach), «bisogno chiaramente umano di tanto in tanto di lacerare l’esistenza e di gettarla in aria, per vedere dove va a finire» (L’Europa inerme). E la guerra, non solo come «immane esperimento di massa» o «istituzione periodica» ma propriamente come «constatazione della «bancarotta metafisica», non fu il tracollo di questa o quell’altra ideologia» ma, come dice Francesco Valagussa, «fu il tracollo del nesso tra vita e ideologia».

All’indomani della conflitto mondiale, dunque, Musil si trova a scrivere dell’Europa e dei suoi abitanti. In particolare il soggetto del saggio del 1923 è l’uomo tedesco: «cerchiamo l’uomo tedesco e non lo troviamo», dichiara, e il suo connotato è l’eterogeneità; ma «non si obietti che per gli Inglesi non è necessario cercare l’uomo inglese e per i Francesi l’uomo francese: che ciò sia necessario per noi è un salto in avanti»; «noi siamo eterogenei». Per Musil «l’eterogeneità è esattamente una qualità del futuro», pronta ad aprirsi all’Europa.

L’analisi prosegue talvolta asistematica in questo saggio che, come il suo grande capolavoro, resta incompiuto, concentrandosi su eventi e svincoli decisivi del Novecento, come quel grandioso ordinamento spirituale che per Musil fu il capitalismo, ovvero, chiosa ancora Valagussa, un’« organizzazione dell’egoismo al ribasso, che gerarchizza gli uomini secondo la loro capacità di fare denaro». L’importanza della pubblicazione di questo saggio, seppure incompleto, è certificata oltretutto dall’eccellente apparato di note del curatore che lo accompagna, utile a mostrare diacronicamente gli sviluppi che il pensiero musiliano affronterà nella redazione di scritti coevi o successivi (ma anche in rapporto con testi precedenti): si evidenziano così i numerosi punti di contatto, anche testuale, fra le varie opere dello scrittore austriaco (su tutte con L’uomo senza qualità), documentando in questo modo non solo la permeabilità dei testi di Musil a idee dominanti ma propriamente l’evoluzione di certe linee di pensiero problematiche che caratterizzarono l’intero corso della sua attività letteraria.

Oggetto prediletto delle analisi è l’uomo nel suo tempo. «Oggigiorno con la denominazione professionale e qualche aggiunta si può dire l’essenziale su un individuo»: con questi semplici dati «si conosce la maggior parte di ciò che si può conoscere in generale di un uomo del nostro tempo». Musil è stato senza dubbio anche un grande antropologo: le sue analisi sull’individuo moderno e la sua identità, espresse tanto finemente nei romanzi quanto articolatamente negli scritti teorici, rivelano intuizioni penetranti, maturate fra gli anni Venti e Trenta del Novecento, su una società dinamica ancora indefinita ma letta con straordinario acume e lungimiranza. «Noi facciamo ciò che facciamo sempre nelle forme del nostro tempo», e «l’uomo esiste soltanto in forme, che gli sono tramandate da fuori»: «egli si comprime nel suo stampo»; proprio come farà, qualche anno dopo, Ulrich nell’Uomo senza qualità (membro di una generazione che all’Apollo del Belvedere preferisce di gran lunga la vista di un turboalternatore) quando, tradotto in questura, esperirà sulla sua pelle il «disincantamento statistico della persona» vedendosi scomposto dai meccanismi «freddi» della macchina burocratica in un corpo che non riconosce più. Eppure l’uomo senza qualità e il suo inventore, uomini del loro tempo, ci parlano ancora oggi in una lingua perfettamente comprensibile.

Robert Musil

L’uomo tedesco come sintomo
traduzione e saggio introduttivo di Francesco Valagussa
Pendragon, 2014, 116 p., € 14

L’Europa inerme: ovvero viaggio di palo in frasca
testo originale a fronte, traduzione di Francesco Valagussa, con riflessioni di Vincenzo Vitiello, Francesco Valagussa e Adone Brandalise
Moretti&Vitali, 2015, 130 pp., € 14

La matematica non delude mai

Michele Emmer

“Dimmi, hai capito questa faccenda?
Quale faccenda?
Quella dei numeri immaginari.
Sì. Non è mica tanto difficile. Tutto quello che occorre ricordare è che la radice quadrata di meno uno è l’unità con cui devi calcolare.
Ma è proprio questo. Voglio dire, quest’unità non esiste.
Ogni numero, positivo o negativo che sia, elevato al quadrato dà una quantità positiva. Dunque non può esistere un numero reale che sia la radice quadrata di una quantità negativa. Giusto; ma perché non si dovrebbe tentare lo stesso di estrarre la radice quadrata di un numero negativo? Naturalmente non può produrre un valore reale (nel senso di numero reale) e perciò si chiama immaginario. È come dire: qui sta sempre seduto qualcuno, perciò anche oggi mettiamogli una sedia, e anche se nel frattempo è morto continuiamo come se venisse.

Ma come si può, sapendo con certezza, con certezza matematica, che è impossibile? In un calcolo così tu incominci con numeri solidi che rappresentano metri o pesi o qualcos’altro di tangibile, o almeno sono numeri reali. Alla fine del calcolo, i risultati sono anche quelli numeri reali. Ma questi due gruppi di numeri reali sono collegati da qualcosa che semplicemente non esiste... Per me, questi calcoli mi fan girare la testa, come se conducessero dio sa dove. Ma quel che mi fa rabbrividire è la forza contenuta in un simile problema, una forza che ti tiene così saldamente che alla fine atterri sano e salvo dall’altra parte."

Il dialogo si svolge tra il giovane Törless e il suo amico Beineberg nel racconto di Robert Musil I turbamenti del giovane Törless. Quella lezione sui numeri immaginari risveglia nel protagonista “una venerazione per la matematica, che improvvisamente aveva cessato di essere una materia morta per diventare qualcosa di molto vivo”. Il giorno dopo Törless chiede di parlare con il suo insegnante di matematica.

“Mi rallegro molto... i suoi dubbi dimostrano serietà, una certa riflessione... ma non è tanto facile darle le spiegazioni che lei desidera. Per quanto riguarda la matematica... Io ammetto senz’altro che per esempio questi numeri immaginari, queste quantità che in realtà non esistono, sono un osso duro per un giovane studente. Lei deve accettare il fatto che tali concetti matematici non sono né più né meno che concetti inerenti alla natura del pensiero puramente matematico... La matematica è un mondo a sé stante, e bisogna viverci molto a lungo per sentire tutto ciò che necessariamente vi appartiene”.

La matematica come fonte di ispirazione per raccontare altro, per visualizzare altro, per immaginare altri mondi. E di cosa tratta il cinema, sin dai suoi esordi? Di immaginare nuove realtà, nuovi mondi. L’immaginario del cinema che si sposa con l’immaginario della matematica. Alle volte il risultato di questo incontro è sorprendente, perché “La matematica non delude mai”.

È una delle frasi chiave del film di François Ozon, “Nella casa”. A un certo punto del film il protagonista ha tra le mani il racconto di Musil, la copertina si vede distintamente. E la parola immaginario ritorna più volte nei dialoghi. Il film trae ispirazione da un lavoro teatrale, “Lo studente dell’ultima fila” del drammaturgo spagnolo, il più rappresentato ai nostri giorni, Juan Mayorga. Lo studente scrive, racconta, immagina, e il suo insegnante ne rimane affascinato, coinvolto. Lo studente si introduce nella casa dei genitori di un suo compagno di classe e a poco a poco, diventa parte integrante della famiglia. O meglio, costruisce un racconto, sempre più elaborato, sempre più realistico, ma forse del tutto immaginario, in cui tutti i personaggi che vivono nella casa diventano sia personaggi del racconto dello studente sia immagini della sua ricostruzione per il professore, sia immagini nel film, immagini ambigue, come ambiguo è il ragazzo. Ha detto Ozon che “il dispositivo di alternanza tra la realtà e il racconto dei componimenti dello studente mi è subito parso adeguato per la riflessione ludica sull’immaginario e i metodi narrativi.”

Ed ecco quindi che la parola matematica ritorna molto spesso nel film, la struttura stessa del film è una sorta di arte combinatoria delle diverse situazioni, dei diversi personaggi, delle diverse invenzioni immaginate dallo studente-scrittore. Che nella pièce originaria è bravissimo in matematica, mentre questo aspetto è lasciato in ombra dal film, anche se è lui a dare lezioni di matematica al suo compagno, anche sui numeri immaginari. Immaginario, realtà, esistenza, costruzione, invenzione, scrittura, racconto.

E il film che tutti questi aspetti racchiude. Come nel romanzo di Musil. E la sceneggiatura, la regolarità, piena di invenzioni, di colpi di scena, fatti solo di parole, il che sembrerebbe il contrario del cinema, un cinema raccontato, immaginato, più che visto. Una grande esplosione di abilità, di immaginazione visiva e parlata da parte del regista. Un film che non ha un attimo di tregua, in cui tutto è immaginato e immaginario. Un film da camera molto più efficace del film di Roman Polansky “Carnage”. E la madre del compagno del protagonista, interpretata da Emmanuelle Seigner, nella realtà, è la moglie del regista polacco francese. È forse la incredibile precisione dei meccanismi, della struttura logico matematica del film, il suo limite. Troppo consapevole dei suoi mezzi espressivi e del suo talento il regista. E di mostrarlo. Ma è piccola cosa. Perchè “la matematica non delude mai”. Neppure al cinema, se la si usa come fonte di immaginario.

“Dans la maison” (Nella casa), regia e sceneggiatura di François Ozon, tratto dal testo teatrale “Il ragazzo dell’ultimo banco” dello scrittore spagonolo Juan Mayorga, con Fabrice Lucini, Ernst Umhauer, Kristin Scott Thomas, Emmanuelle Seigner, Denis Menochet, Bastien Ughetto, Francia (2012)

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