Horacio Castellanos Moya, dal Salvador pagine che risuonano di paura

Raul Schenardi

La serva e il lottatore, di Horacio Castellanos Moya appartiene a un gruppo di quattro romanzi – l’autore non ama la definizione di “saga” –, pubblicati fra il 2004 e il 2011, che ruotano intorno all’epopea della famiglia Aragón e inquadrano alcuni momenti cruciali della storia di El Salvador, come la sollevazione popolare contro il regime del dittatore Maximiliano Hernández Martínez del 1944 o la breve e cruenta guerra con l’Honduras del 1969. La trama si sviluppa nel giro di pochi giorni del 1980, alla vigilia dell’assassinio dell’arcivescovo Óscar Romero e dello scoppio della guerra civile che insanguinerà il paese fino al 1992, con oltre 80.000 vittime, opponendo i guerriglieri del Frente Farabundo Martí para la Liberación Nacional (Fmnl) a una serie di governi guidati da militari con l’attivo sostegno di Ronald Reagan e degli Stati Uniti. Divennero tristemente famosi gli squadroni della morte, che fecero scomparire migliaia di militanti di sinistra, e proprio un ex membro di questi gruppi paramilitari, Robocop, è il protagonista dell’unico romanzo di Castellanos Moya tradotto finora in Italia, L’uomo arma (La Nuova Frontiera, 2006): dopo la smobilitazione, diventa un delinquente comune. E non si è trattato di “casi isolati”: basti pensare che la Mara Salvatrucha – una delle bande più numerose, ramificate e crudeli della delinquenza organizzata che infesta il Centroamerica, alcuni Stati occidentali degli Usa e il Canada – è nata a Los Angeles proprio da espatriati salvadoregni.

Protagonisti di La serva e il lottatore non sono più i membri della famiglia Aragón, salvo un nipote del vecchio Pericles, ma i due personaggi “minori” (non “marginali” bensì “popolari”, secondo una precisazione dell’autore) evocati nel titolo: una vecchia domestica e un poliziotto con un passato da wrestler. I due si erano conosciuti tempo prima, quando lavoravano per lo stesso padrone, lui come guardia del corpo. Allora El Vikingo le aveva fatto la corte senza successo, ma si reincontrano in circostanze drammatiche, quando María Elena si rivolge a lui per avere notizie sulla scomparsa del nipote dei loro ex datori di lavoro e poi assiste all’attentato di un commando di rivoluzionari che vorrebbero liquidare il poliziotto. La distanza che separa i due personaggi non potrebbe essere più grande. Lui, protagonista della prima parte del romanzo, è cinico, spietato e rancoroso, vive nel ricordo nostalgico del suo passato di lottatore, ma è soltanto uno squallido sicario che “lavora” nel Palazzo Nero, la camera di tortura della polizia, e ormai l’unica lotta che conduce è quella con un’ulcera devastante che gli provoca continui conati di vomito e gli dà un alito pestilenziale. Lei è tutta emozioni e sentimenti positivi verso il prossimo, animata da un autentico spirito comunitario, ingenua come può esserlo una donna di umili origini ed estremamente timorosa; ammira monsignor Romero, il “difensore dei poveri”, e nasconde come un segreto il nome dell’uomo che l’ha messa incinta. La seconda parte del romanzo, in cui la sua figura è centrale, smorza un po’ i colori tipici del noir – senza che venga meno la cappa di terrore – per aprire una parentesi di tono quasi melodrammatico, con alcuni siparietti fra la serva e la cugina che ricordano i dialoghi di una telenovela. Il contrasto non potrebbe essere più brutale. Poi gli eventi si succedono a una velocità vertiginosa, entra in azione un gruppo di giovani rivoluzionari che prepara attentati, e uno di loro è proprio il nipote di María Elena, che lo riconosce dall’abbigliamento. Sono sequenze decisamente cinematografiche. Di più non occorre dire, se non per precisare che i colpi di scena non finiscono lì.

I personaggi si muovono in spazi asfittici e repellenti: la trattoria della Gorda Rita, che deve proteggere la figlia quattordicenne dai clienti, poliziotti libidinosi e assolutamente privi di scrupoli, la sala delle torture del Palazzo Nero, dove si consumano anche bestiali stupri, gli ospedali in cui vengono ricoverati El Vikingo e María Elena, colpita da un collega dell’ex lottatore. Lo stile di Castellanos Moya è secco, essenziale, spietato anche nei confronti del lettore, costretto a respirare l’atmosfera velenosa del sospetto, dell’angoscia, dell’orrore. Come scrisse Roberto Bolaño – la frase è riportata anche sulla copertina del libro –, «Ogni pagina risuona di paura, e così chi legge. L’America Latina è questa».

Horacio Castellanos Moya è nato a Tegucigalpa, in Honduras, nel 1957. Da bambino si è trasferito nel Salvador, paese natale del padre, dove ha vissuto fino al 1979. Poi se n’è andato per sottrarsi alle violenze che avvelenavano la vita sociale, destinate a degenerare di lì a poco nella guerra civile, e ha iniziato un pellegrinaggio che lo ha condotto a Toronto, in Costa Rica e in Messico. Oltre alle collaborazioni giornalistiche, ha insegnato fra l’altro all’università di Pittsburg e di Tokyo e negli ultimi anni nello Iowa. Nel 1988 pubblica il suo primo romanzo, scritto in Messico, La diaspora, in cui affronta il tema della disillusione fra i gruppi che avevano sognato la rivoluzione (per restare in Centroamerica, abbiamo Los compañeros di Marco Antonio Flores, del 1976 e Sopa de caracol di Arturo Arias, del 2002, entrambi guatemaltechi).

Nel 1996 esce Baile con serpientes, un esperimento nella traiettoria dell’autore: il realismo sucio tipico del romanzo urbano si mescola con l’elemento fantastico – i serpenti del titolo prendono vita dentro un’auto, parlano, fanno persino sesso con il protagonista e scatenano un’apocalisse in città – e ne risulta un singolare poliziesco in cui scorrono liberamente lo humour nero e il sarcasmo. Il ritorno di Castellanos Moya a El Salvador si interrompe nel 1999, due anni dopo la pubblicazione del romanzo che gli ha procurato una certa fama: El Asco: Thomas Bernhard en San Salvador. (“Asco” significa nausea, ribrezzo, disgusto.) La critica demolitrice dell’autore, che assume la forma di un lungo monologo estremamente polemico (come quello che Bernhard ha dedicato all’Austria) si rivolge contro la società sorta alla fine della guerra civile. Riceverà minacce di morte che lo costringeranno di nuovo all’esilio. Con La diabla en el espejo Castellanos Moya si esibisce in una prova di bravura: si tratta del monologo di una donna – rivolto a una interlocutrice immaginaria – che indaga sull’omicidio di un’amica; il che permette all’autore di esplorare il registro stilistico dell’oralità, di penetrare nella psicologia femminile e, en passant, di aggiungere un altro tassello al suo puzzle che raffigura El Salvador. Infatti, è soltanto con l’ultimo romanzo pubblicato nel 2018, Moronga (termine che indica un salsicciotto, ma anche il pene), che i suoi personaggi, sempre centroamericani, si spostano negli Stati Uniti, in una cittadina universitaria immaginaria che somiglia molto a quella frequentata da Castellanos Moya come professore.

Horacio Castellanos Moya

La serva e il lottatore

trad. di Enrica Budetta

Rizzoli

pp. 252, euro 18

Il sugo di tutta la storia

Gianluigi Simonetti

È da poco arrivato in libreria Il dio impossibile, volume che raccoglie sotto un unico titolo i romanzi scritti da Walter Siti tra il 1985 e il 2006. Parliamo della cosiddetta «trilogia», originariamente edita da Einaudi, composta da Scuola di nudo, Un dolore normale e Troppi paradisi, per l’occasione riveduti e corretti - e poi vedremo come - dall’autore. Protagonista del ciclo, come si sa, è un professore universitario che si chiama Walter Siti: proprio la centralità di questa figura intellettuale, raccontata nel percorrere i decenni che seguono la fine del «lungo Sessantotto», rappresenta il vero elemento condensatore della trilogia; i temi spiccioli che ne sono al centro – l’ossessione per il corpo maschile, il sadomasochismo, l’opposizione o intreccio tra eros e agape e tra consumismo e metafisica – ritornano infatti in tutto ciò che Siti ha scritto dopo Troppi paradisi. Ma è vero d’altra parte che la trilogia quei temi li organizza in un tempo e in uno spazio precisi, delineando la storia emblematica di un’integrazione (di una resa?): dalla diversità sbandierata del primo romanzo («I miei piaceri preferisco estorcerli, per non essere costretto a emozionarmi, come tutti») alla mediocrità provocatoria del terzo («Mi chiamo Walter Siti, come tutti»).

L’iniziativa di Rizzoli, oltre a compattare anche fisicamente il ciclo narrativo, presenta un sicuro vantaggio pratico: rende disponibile Un dolore normale, esaurito da tempo e mai ristampato. Sul piano simbolico, invece, sancisce il distacco definitivo da Einaudi, che pubblicando Scuola di nudo aveva reso un servizio al romanzo italiano, ma si era anche data la zappa sui piedi: non tanto per il relativo insuccesso commerciale di quel librone d’esordio, pochissimo letto al suo apparire, quanto per il carattere spiccatamente antiumanistico, e quindi antieinaudiano, di tutta la trilogia. Scuola di nudo, nel 1994, dimostrava che Siti aveva statura e ambizioni adeguate a un ‘grande autore Einaudi’ – l’ultimo, anzi, dell’Einaudi storica, che proprio in quell’anno passava a Berlusconi. Senonché il romanzo in questione, per le cose che diceva, e per la spietatezza con cui le diceva, rischiava di sfigurare l’Einaudi stessa, intesa come monumento, discendenza e blasone. Ora che la casa torinese ha ceduto a Rizzoli i diritti della trilogia – rinunciando all’originale per tenersi stretta un discreto numero di epigoni – l’equivoco può dirsi risolto. Finisce la contraddizione di un editore che ha tenuto a lungo in catalogo libri di cui si è forse vergognata un po’.

Più in generale, l’uscita del Dio impossibile fornisce un’occasione per rileggere nella sua interezza il ciclo romanzesco più coraggioso, articolato e denso che abbia attraversato la narrativa italiana degli ultimi vent’anni. Ci sarà tempo per analisi più dettagliate; quello che immediatamente si può dire è che questi primi libri di Siti sembrano aver conservata intatta quella capacità di spiegare la contemporaneità italiana (e forse non solo italiana) che avevano quando sono comparsi per la prima volta. L’impressione è che non ci siano stati romanzieri che meglio di Siti, Busi e Arbasino abbiano raccontato i cambiamenti dell’anima e della lingua dei nostri ultimi trent’anni anni. Solo che l’esperimento attorno al personaggio-cavia, all’io-esempio, al Walter Siti «come tutti» ha dimostrato nel tempo una tenuta anche più forte del percorso di Busi e Arbasino; una presa sul reale forse meno spontanea e disinvolta, ma più solida culturalmente, più incisiva. La trilogia è diventata definitivamente ciò che dovrebbe essere ogni opera d’arte riuscita: non solo un documento, né un frammento di bellezza, ma uno strumento di conoscenza che non si può sostituire.

Resta la questione del restauro complessivo cui la trilogia è stata sottoposta per diventare Il dio impossibile. Che revisione è stata? Svarioni veri e propri ce n’erano pochi in partenza (e quei pochi sono stati eliminati: cadono formule come «in ultima analisi» – una, in Un dolore normale). Non una mera correzione, quindi, e tantomeno una profonda riscrittura; piuttosto un adeguamento stilistico su cui vale la pena soffermarsi un poco.

La principale preoccupazione formale, visibilmente, è stata quella di eliminare tratti ripetitivi o superflui. Nella Postfazione che chiude il volume Siti afferma di aver complessivamente potato una quarantina di pagine di quelli che a un certo punto gli erano sembrati «tic stilistici», segnali d’impaccio, lungaggini di vario tipo. Sono caduti così alcuni personaggi ridondanti (tra questi, il compagno di Alex, in Scuola di nudo, e uno o due culturisti di troppo), ma ancor più spesso alcune sovrapposizioni concettuali, e diversi dialoghi. Si tratta in molti casi di passaggi riusciti, tutt’altro che inerti – ma nel processo correttorio l’intelligenza, e maggior ragione l’eccesso di intelligenza, sono state sacrificate alla fluidità e all’economia espressiva (spesso i capitoli più colpiti dai tagli sono quelli più ricchi di riflessione e pensiero: il terzo, nel caso di Un dolore normale).

Cadono a volte paragrafi o battute brillanti, che autori meno dotati avrebbero tesaurizzato («l’obbligo del preservativo è stato per la mia virilità come l’invenzione del sonoro per molti attori del muto»), ma che tolgono tempo e occupano spazio. In effetti, forte quanto l’esigenza di sfoltire il superfluo è stato il desiderio – del resto complementare – di andare più veloce (quello «sveltire tagliando» che è poi la tendenza formale più spiccata e più trasversale della nostra narrativa ultracontemporanea): uno degli interventi più sistematici, e più trasversali ai vari elementi della trilogia, riguarda l’eliminazione del maggior numero possibile di virgole. Lo scopo, evidentemente, è quello di accelerare il respiro della frase, abolendo gli elementi ritardanti. Ma accanto alla fluidificazione della punteggiatura si è scelto di asciugare alcuni snodi sintattici e lessicali. Non solo tagli, quindi, ma anche condensazione: sia sul piano della singola frase – «stavo sul molo la sera e guardavo l’acqua» diventa «sul molo la sera guardavo l’acqua» – sia sul fronte di pagine intere, ristrette a due o tre paragrafi (così l’episodio della distruzione di un autografo pascoliano in Troppo paradisi, che nella nuova edizione non è più collegato come un tempo a una presa in giro di Bassani ma l’ha in qualche modo assorbita).

Fatalmente le parti più rimaneggiate sono quelle meno narrative, a cominciare ovviamente dalle componenti poetiche, in versi, o in prosa – le «derive liriche», e oniriche, frequenti soprattutto nei primi due romanzi («quelle che mi soddisfacevano quanto ero più giovane», chiosa l’autore, «o meglio che convenivano alle mie frustrazioni di allora»). Colpite anche alcune digressioni filosofiche e saggistiche: alcuni frammenti metafisici non dei più ispirati – o anche solo dei passaggi troppo bruschi dal concreto all’astratto; alcune enunciazioni teoriche – in romanzi che tendono molto, proustianamente, a dedurre leggi universali, si è cercato per così dire di ridurne gli articoli. Infine alcuni elenchi, o meglio alcuni «elenchi negli elenchi» – nel vasto catalogo dei tipi di conoscenza sollecitati da Marcello, alla fine di Troppi paradisi, incubava un altro catalogo, quello dei motivi per che lo sottraggono a ogni ipotesi di convivenza: sopravvissuto il primo, è scomparso il secondo.

Altra tendenza evidente del processo correttorio è quella di aumentare corrispondenze e simmetrie all’interno della trilogia, o fra la trilogia e altri romanzi sitiani, enfatizzando quella ricerca di connessioni e moltipliche che è tipica di questo autore. Alla fine di Un dolore normale, la copia del libro che il protagonista regala a Mimmo è ora impreziosita in copertina dal «trompe l’oeil di un ragazzo che scappa dalla cornice»: chi ha letto il recente Exit strategy sa bene di che si parla. Analogamente si innesta in Troppi paradisi un’espressione che Siti aveva brevettato in un suo racconto del 2008, Benvenuta Rachele («Il problema attuale della destra è che ha più sedie che culi»): l’inserto crea un collegamento intertestuale, oltre a rendere più vivace la formula originaria che si trova a rimpiazzare («troppi posti e poche persone adatte»). Gli esempi potrebbero moltiplicarsi: il collegamento allusivo tra il personaggio di Mimmo e il colore oro, che ricorre in Un dolore normale, viene adesso esteso al Sergio di Troppi paradisi attraverso una o due aggiunte strategiche: ne viene rafforzata un’omologia tra i due personaggi che prima si lasciava solo indovinare. Fermo restando che una cosa sono simmetrie, un’altra le ripetizioni, e che quest’ultime, l’abbiamo detto, sono identificate ed eliminate. Riferimenti a Mireille Darc ricorrevano tanto in Scuola di nudo che in Un dolore normale; adesso soltanto in questo secondo.

Insomma: più ritmo, e più racconto, dopo questa revisione; meno spazio alle digressioni, ma enfasi sugli strati lessicali, le voci, le connessioni di senso. Meno «scrittura», e più romanzo. Già, il romanzo: mentre molti dei più interessanti scrittori italiani se ne allontanano, il più interessante in assoluto vi si avvicina ulteriormente. Questo è il sugo di tutta la storia.

Walter Siti
Il dio impossibile. Scuola di nudo - Un dolore normale - Troppi paradisi
Rizzoli, 2014, 1046 pp.
€ 22