Cosa ci dicono le occupazioni delle università inglesi?

Nicola Montagna

Come sta cambiando l'università inglese a tre anni dalla decisione del governo di coalizione di triplicare le tasse? Una prima risposta la stanno dando gli studenti universitari che in queste settimane hanno occupato aule e sale per conferenze nei campus delle università del Sussex, di Birmingham, Manchester, Liverpool, Londra ed altre città.

Ma procediamo con ordine ed andiamo indietro di alcuni anni, e precisamente all'autunno 2010 quando il governo insediato da pochi mesi approva una legge che aumenta le tasse universitarie da £3000 ad un massimo di £9000. Questa decisione fu accompagnata da una vera e propria rivolta studentesca i cui episodi più significativi sono stati l'assalto alla sede centrale del partito conservatore e l'assedio del parlamento nei giorni di discussione della legge. Come è noto, purtroppo, la legge fu approvata.

Facciamo un salto in avanti di alcuni anni al febbraio 2013 quando alcune centinaia di studenti della Sussex University occupano il centro conferenze del campus universitario.
I motivi della protesta sono i piani di privatizzazione di alcuni servizi, tra cui la mensa ed i servizi di pulizia, e la richiesta di maggiore coinvolgimento degli studenti e del personale accademico nei processi decisionali. La direzione dell'università reagisce malamente ed espelle cinque studenti con l'accusa di avere creato disagi alle attività accademica.

Come spesso accade, l'uso del pugno duro, invece di intimidire e scoraggiare la partecipazione, polarizza gli animi e suscita la solidarietà di altre università, che a loro volta entrano in agitazione, e di nomi dell'accademia e dell'attivismo noti internazionalmente come quelli di Noam Chomsky, Vandana Shivan, Tariq Ali, David Graeber. L'occupazione dura diversi mesi e raggiunge il suo picco in marzo quando viene organizzata una manifestazione nazionale nel campus alla quale partecipano un migliaio di studenti, un evento abbastanza eccezionale per gli standard inglesi.

La scintilla del nuovo ciclo di mobilitazioni scocca il 20 novembre con l'occupazione dell'università di Birmingham a cui seguiranno quelle della Sussex University, di Manchester, Liverpool, Londra ed altre città britanniche. Queste occupazioni nascono in concomitanza con l'agitazione del personale accademico che indice uno sciopero generale, il secondo in un mese, per rivendicare un aumento dei salari che dal 2008, in pratica dallo scoppio della crisi economico finanziaria, hanno perso il 13% del loro valore.

Dentro questo nuovo ciclo, ogni università ha le sue rivendicazioni: la democrazia e l'agibilità degli spazi universitari, l'opposizione ai piani di privatizzazione dei servizi, la richiesta di migliori retribuzioni per il personale accademico e di un adeguato trattamento pensionistico per il personale addetto alle pulizie.

Uno degli epicentri, questa volta, è stata l'University of London dove all'inizio del mese un tentativo di occupazione è stato represso con la forza e per risposta mercoledì 11 dicembre, al grido di ‘cops off university’, si è svolta una manifestazione partecipata da più di mille studenti e con tanto di scudi per fronteggiare la polizia. Al di là della diversità delle rivendicazioni, ciò che accomuna queste mobilitazioni è l'opposizione a quella che gli studenti definiscono la 'marchetizzazione' dell'università. In altre parole, gli studenti si stanno opponendo ad una università che viene condotta come se fosse un' impresa e non come istituzioni pubbliche molto specifiche e che quindi non posso essere trattate al pari di enti privati finalizzati al profitto.

Le mobilitazioni di queste settimane stanno, quindi, rivelando la natura dei processi di ristrutturazione che attraversano l'università britannica e che dall'insediamento della coalizione di governo consevartori-liberaldemocratici hanno cominciato a prendere un passo sostenuto. Nel 2010, quando il nuovo governo si è insediato, l'attuale ministro per l'Università e la scienza ha dato un deciso impulso alla trasformazione del sistema universitario in un mercato competitivo, recependo le raccomandazioni di una commissione indipendente nominata dal governo laburista guidato da Brown.

Anzi, l'educazione universitaria è stata una delle prime ad essere investite dai tagli della spesa pubblica e dalla furia riformatrice e privatistica conservatrice. Sfruttando la crisi economica ed i tagli alla spesa per ridurre il deficit pubblico, i finanziamenti per l'università sono stati ridotti dell'80%, mentre i rimanenti denari sono stati destinati alle discipline strategiche e più remunerative, sotto tutti i punti di vista, come medicina, ingegneria e scienze. Contemporaneamente, per compensare questa voragine, le tasse universitarie sono state aumentate fino ad un tetto di £9000 all'anno - tocca alle singole università decidere quanto fare pagare ai propri studenti a partire da un minimo di £6000 - ed è stata aumentata la capacità di prestito che gli studenti possono avere dalle banche per finanziare i propri studi.

Come segnalava qualche anno fa l’Economist, la stragrande maggioranza delle università, per quanto mediocri, farà pagare il massimo delle tasse, non solo per avere più introti ma anche per non fare sembrare il loro prodotto meno scadente. Una semplice regola di mercato. Il risultato è che uno studente medio che finisce l'università si troverà con un debito, che ripagherà nel corso degli anni, di circa £35.000.

Bisogna notare che i pretesti che il governo ha usato per alzare le tasse, i piani di austerity ai quali anche l'università come il resto del settore pubblico deve sottostare e la scarsa qualita dell'offerta formativa, non reggono molto. L'università inglese non ha mai assorbito risorse eccessive ed anche prima dell'aumento delle tasse era nota per l'alta qualità degli studi. Si tratta, quindi, di una scelta politica, in linea con l’approccio conservatore che mira a ridurre, privatizzare, marchetizzare il settore pubblico.

Quindi, come sostiene Andrew McGettigan, che all'università ha dedicato un approfondito studio, The Great University Gamble: Money, Markets, and the Future of Higher Education (Pluto Press), il piano del governo non si spiegherebbe se non per la volontà di fare entrare nuovi fornitori di servizi formativi, come le grandi corporation dell'educazione e dell'editoria, che diminuiscano i costi dell'istruzione accademica ed accrescano la competizione. Esperimenti simili sono in già in corso negli Stati Uniti.

Alla University of Phoenix, di proprietà della Apollo Group, la più grande università del paese, la priorità viene data alle iscrizioni. Così, nel 2010 raggiunse il picco di 600.000 studenti studenti ed un ricavo annuo di $4 miliardi. Tuttavia i risultati non sempre sono eccellenti. Il 95% dei tutors sono part-time e solo il 16% degli iscritti raggiunge la laurea. Come se non bastasse, nell'ottobre 2012 ha annunciato la chiusura di 115 campus per la drastica riduzione dei profitti.

Questa è la marchetizzazione dell'università. Un sistema dove i finanziamenti vengono privatizzati e dove le università competono tra loro per attirare non solo un numero più alto di studenti ma anche i migliori, quelli che garantiscono il completamento del ciclo di studi.
In un sistema siffatto il valore dell'istruzione è deciso esclusivamente dalla sostenibilità finanziaria ed i finanziamenti delle singole università vanno soprattutto in marketing: campagne pubblicitarie e nuovi edifici progettati per attrarre nuovi studenti.

Come sosteneva Alberto Melucci, i movimenti sociali sono 'profeti del presente', parlano in anticipo ed annunciano le trasformazioni a venire. È ancora presto per dire se queste occupazioni dureranno e si diffonderanno. Per il momento, possiamo però dire che le mobilitazioni di questi mesi sono come i profeti disincantati di Melucci e rivelano le profonde trasformazioni che attraversano il modello di accademia che sta emergendo in Inghilterra. E probabilmente non solo in Inghilterra.

Prisencolinensinainciusol

Giorgio Mascitelli

La querelle sull’eliminazione dell’italiano dal biennio specialistico della facoltà d’ingegneria del Politecnico di Milano si è arricchita di un nuovo episodio lo scorso 23 maggio con l’annullamento da parte del TAR della delibera delle autorità accademiche in virtù dell’accoglimento del ricorso degli oppositori.

Questa vicenda non è un banale scontro tra umanisti e tecnici o tra provinciali e globalizzati, ma ha una sua centralità paradigmatica (e forse non solo paradigmatica) nella ridefinizione dei rapporti tra università e società in Italia e più in generale nell’uso sociale dei saperi. Che le cose stiano così è dimostrato dall’insofferenza con cui alcuni hanno accolto la forma della sentenza, prima ancora del suo contenuto, da parte di un tribunale dello stato perché è diffusa la convinzione che i grandi soggetti di tipo privato debbano trovare la loro autoregolazione attraverso accordi di governance e arbitrati non statali piuttosto che con uno strumento universalistico quale le leggi.

Da questo punto di vista, è indicativa la dichiarazione di uno dei docenti favorevoli all’eliminazione dell’italiano che spiegava che il corso della storia non può essere fermato dal Tar, quasi che i finanziamenti alla sua facoltà arrivassero da questa anziché dallo stato. Implicita in questa dichiarazione è l’idea che l’università abbia uno spazio sociale completamente autonomo dal luogo in cui ha sede e che il suo vero ambito sia quello virtuale delle classifiche, dei convegni e dei progetti internazionali.

L’università rivendica così di essere una multinazionale del sapere che può delocalizzare simbolicamente e linguisticamente come vuole perché non è più un’articolazione della società italiana né tanto meno del suo stato sociale. In questo senso la rivendicazione di autonomia non ha un significato di tutela della libertà della ricerca dai condizionamenti del potere politico, ma piuttosto una ridefinizione del suo statuto all’interno della nuova gerarchia reale dei poteri che sono sovranazionali e impolitici.

In fondo non è una novità, ma un ritorno alle origini medievali, quando l’università godeva dell’immunità dalla giurisdizione del sovrano. A suo tempo il rettore del Politecnico Giovanni Azzone aveva giustificato la scelta dell’eliminazione dell’italiano con la necessità di “formare capitale umano di qualità” nel quadro di un’economia ormai globalizzata. Si tratta di una definizione che ha il pregio della chiarezza anche lessicale e che da sola rende ragione di quel processo per cui “le università sono diventate soggetti attivi sul mercato, vendendo i loro servizi alle imprese e ai governi…” (Wallerstein).

Pertanto se il mercato è globale, l’università ne accoglie le priorità, anche se non coincidono con quelle della società: detto in soldoni, se la priorità delle autorità accademiche è quella di competere sul mercato internazionale della formazione fornendo ingegneri a tutto il mondo, quelle della società italiana, che sarebbe di avere ingegneri per le proprie esigenze, possono passare in secondo piano. Il che, sia detto en passant, ha come effetto collaterale di rendere poco appetibile l’investimento pubblico nell’istruzione.

È interessante notare che l’obiezione degli oppositori delle autorità accademiche, che imporre delle lezioni in inglese in un’università popolata perlopiù da docenti e studenti italiani significa ridurre la ricchezza culturale e scientifica delle stesse, non abbia trovato risposte di sorta. È come se il contenuto effettivo dell’insegnamento fosse secondario rispetto alle sue forme per i sostenitori dell’eliminazione dell’italiano.

Mi sembra che questo sia un indizio di un salto di qualità in quel processo, descritto a suo tempo da Lyotard con il nome di condizione postmoderna, di validazione performativa del sapere. La performatività in questa nuova fase si autonomizza perfino dal sapere stesso, venendo feticizzata in segno autonomo a discapito della stessa organizzazione razionale della trasmissione della conoscenza.

Per dare un contenuto concreto a questa formula astratta, voglio ricordare quanto mi disse un giovane giurista di ritorno da un master di una prestigiosa università statunitense: il valore di ciò che aveva appreso non poteva essere disgiunto dalla possibilità di esibire la tessera di old fellow della suddetta prestigiosa università e dal patrimonio di conoscenze e accessi privilegiati che essa portava con sé. Si tratta indubbiamente di un nuovo mondo che avanza, ma chi si ricorderà di come funzionava quello antico, quello di quando c’erano forche e sovrani per parafrasare il poeta, capirà anche il funzionamento di questo.

 

La scuola profumata

Enrico Terrone

Da una ventina d'anni il popolo italiano ha il privilegio di far da cavia per innovativi esperimenti di ingegneria politica. Si è iniziato con quella che è stata chiamata “videocrazia” e che in pratica era una banda di affaristi che usava il denaro e i media per conquistare il potere, e simmetricamente usava il potere per incrementare i cumuli di denaro e la concentrazione dei media. Adesso è la volta di quella che si potrebbe chiamare “montarchia parlamentare”: all’opposto delle tradizionali monarchie parlamentari in cui governano gli eletti mentre il monarca firma carte e taglia nastri, nell'Italia contemporanea governa il montarca mentre gli eletti firmano carte e tagliano nastri. Il governo del montarca si ispira a un principio di darwinismo sociale altrimenti detto “meritocrazia”. Nell'arca del montarca che salverà la nazione dal diluvio universale finanziario non c'è posto per tutti i cittadini ma solo per quelli meritevoli. Gli altri saranno esodati o rottamati, cioè lasciati in balia delle acque. Con la nuova legge di stabilità, questo principio di selezione sociale viene finalmente applicato anche al campo della scuola pubblica. Imporre agli insegnanti delle scuole superiori un servizio di ventiquattrore alla settimana, in classi da trenta alunni cadauna, non è solo un modo come un altro per far cassa, ma anche un artificio ideologico per separare il grano dal loglio, cioè i meritevoli dagli esodabili e rottamabili.

Nei piani del montarca e del suo ministro, la scuola maleodorante dei prof brutti sporchi e cattivi lascerà finalmente posto alla scuola profumata dei prof giovani e belli. È pur vero che le prime vittime del provvedimento saranno soprattutto giovani insegnanti precari che in seguito alla sparizione delle ore destinate a supplenza si trasformeranno in disoccupati a tempo indeterminato. Ma questo per gli uomini del montarca è solo un incidente di percorso, un effetto transitorio e tutto sommato trascurabile del grande progetto. L'obiettivo fondamentale dell'orario “s24” non è fare strage di precari, ma di insegnanti di ruolo. La nuova scuola profumata dovrà funzionare come la serie televisiva 24, nella quale l'azione prosegue incessante per ventiquattr'ore consecutive, e alla fine restano in piedi soltanto i veri duri come il protagonista Jack Bauer: i deboli cadono sul campo. Dopo qualche mese o qualche anno in balia di trecento alunni ingestibili, di cui stenteranno a ricordare persino il nome, fra i prof sopravvivranno soltanto i veri duri, quelli “con le palle”, mentre gli altri finiranno giustamente esodati e rottamati, cioè licenziati per scarso rendimento o ricoverati in qualche reparto psichiatrico.

Il ministro del montarca è sincero quando dice che vuole rinnovare la scuola e ringiovanire il corpo insegnante. Crede veramente nelle virtù terapeutiche del concorso e degli altri meccanismi meritocratici di reclutamento che gli frullano in testa. Ma perché questi meccanismi possano funzionare, occorre prima creare lo spazio vitale, cioè esodare o rottamare la massa di vecchi prof imbelli che rallenta intollerabilmente l'avanzata delle truppe profumate. A questo serviranno le ventiquattr’ore settimanali. Nel loro tentativo di ripulire e profumare la scuola italiana, tuttavia, i montarchi non hanno fatto i conti con l'oste, cioè con il tratto distintivo del carattere nazionale: l'arte di arrangiarsi.

Prima di dar di matto o gettarsi dalla rupe, i prof “non meritevoli” si ingegneranno per salvare ancora una volta la ghirba. Ci obbligate a stare per ventiquattr'ore alla settimana in classi da trenta alunni ciascuna? Bene, noi smettiamo di interessarci a quel che dovremmo insegnare, e ci preoccupiamo soltanto di instaurare un qualche equilibrio ecologico che ci garantisca la sopravvivenza. Grandi visioni di film e video, grandi sessioni collettive di youtube e facebook, grandi chiacchierate sul più e sul meno. Non più lezione, insomma, ma baby-sitting, o per meglio dire: teen-sitting. In fondo questa mutazione adattativa era implicita nel cavillo sfruttato dal ministro per introdurre la norma capestro: l'equiparazione delle scuole medie e superiori alle scuole elementari, nelle quali già vigono le ventiquattr'ore settimanali di servizio. I professori sono così assimilati al maestro, il quale – transitivamente – risulta assimilato all’assistente all’infanzia. Vale a dire che l'insegnamento nel suo complesso implode nel baby-sitting.

E l'Università? Nella carneficina generale, sembrerebbe – almeno per ora – l'unico ambito dell'istruzione a farla franca. D'altra parte – insinuano i maligni – è proprio dalla “casta” accademica che provengono il montarca e la maggior parte dei suoi uomini. Le ventiquattr'ore di lezione che un prof delle superiori dovrà tenere in una settimana, un ordinario di facoltà le diluisce all'incirca in un anno. Senza contare che all'università non si tratta di fronteggiare adolescenti selvaggi, ma placidi uditori che se proprio hanno voglia di rumoreggiare possono uscire dall'aula a farsi un caffè o una sigaretta. Eppure c'è il rischio che alla fine sia proprio l'università a pagare il conto più salato. Accadrà quando, fra non molto tempo, inizieranno a iscriversi alle facoltà i diplomati della nuova scuola profumata, in cui il baby-sitting e il teen-sitting avranno preso il posto dell'insegnamento. Allora, per i docenti universitari, anche quelle poche ore di lezione all'anno sembreranno un incubo, perché saranno ore da trascorrere di fronte al nulla.

I’m choosy

Augusto Illuminati

Aiemmeciusi, sono schizzinoso, che ci volete fare. Anzi, fin troppo scrupoloso nelle scelte: choosy rimanda etimologicamente a un esagerato to choose. Quando sento accusare i tecnici e in particolare l’ineffabile Fornero di spirito troppo professorale, mi sento chiamato in causa per ragioni di colleganza: dopo tutto sono un parigrado, con qualche anno in più di esperienza, da povero pensionato per fortuna pre-riforma Fornero. Collega, dunque, con qualche piccola differenza imputabile a opzioni personali e a pur sempre soggettivi criteri etico-professionali. Mi sono sposato fuori dell’ambiente (vabbè, sono ragioni chimiche, ma evitano malintesi, soprattutto se il partner fosse uno già potente nel settore), non ho incoraggiato mia figlia a seguire le mie orme (questione di attitudini, d’accordo, ma ancora per schivare malintesi), ho cercato di restare all’interno di uno standard professionale di ricerca e pubblicazioni – quello che poi sarebbe stato pedantemente schedato in base a indici bibliometrici e alle ridicolaggini Anvur –, uno standard rispetto a cui la prof. Fornero è piuttosto al di sotto, offrendo facili argomenti ai critici della meritocrazia. Ma soprattutto ho cercato, con esiti variabili, di farmi carico della formazione delle giovani persone con cui venivo in contatto –una mission, wow, una mission!– e di riflettere anche sulle difficoltà del loro riconoscimento sociale e professionale.

Che in Italia, per una restrizione delle attività produttive in senso lato, una sciagurata politica scolastica e, non ultimo, un calo demografico e dunque una composizione del corpo elettorale sfavorevole alla rappresentanza di interessi delle generazioni più giovani, si sia determinato un privilegio dei primi occupanti le posizioni di potere e reddito, è un dato oggettivo. Ragion per cui è immotivato ogni atteggiamento di disprezzo paternalistico o risentito per chi è rimasto fuori dalla scialuppa del Titanic. Diciamo: non è elegante sublimare e spiattellare il (comprensibile) risentimento generazionale per chi (malgrado tutto) si diverte di più e, ahinoi, ci sopravviverà, nelle forme dell’insulto gratuito o di un’inesistente superiorità politica e culturale, laddove sussiste soltanto uno scarto irrimediabile di reddito e aspettative occupazionali imputabile al neoliberismo globale e alla grettezza politica locale. Sulla base della mia esperienza docente, mi sentirei di dare un giudizio positivo sulle leve più recenti di studenti, sempre tenendo conto delle differenze individuali e degli ostacoli frapposti dallo studiare fuori sede e dalle intermittenze del lavoro precario.

In complesso ho registrato nei più motivati una maggior padronanza delle lingue moderne (non delle antiche) e degli strumenti informatici, bilanciato da una contrazione del lessico e della proprietà ortografica che forse rientra in una trasformazione irreversibile della competenza linguistica. L’allargamento sociale della platea di iscritti, impetuoso negli anni ’70, in seguito molto rallentato, e la diversa composizione di genere consentirebbero un reclutamento migliore di operatori culturali di vario livello. La qualità degli aspiranti dottorandi e degli sparuti assegnisti è notevole e non è infrequente che dei ricercatori abbiano attitudini e bibliografie superiori a quelle di associati e ordinari addormentati dopo le valutazioni di ingresso. Il vero problema è che alla buona produttività non corrisponde neppure lontanamente una possibilità di impiego strutturato, con conseguenze nefaste sulla tenuta dell’Università e sullo sviluppo della ricerca. I più intraprendenti se ne vanno all’estero: buon per loro, ma lo spread aumenta e non è riassorbibile.

La retorica sui fannulloni, gli sfigati, da ultimo i choosy, non è soltanto cretina ma rivela l’arroganza di chi gestisce, in modo davvero poco professionale e ancor meno professorale, il declino programmato del Paese e il disfacimento dell’Europa. Non è faccenda d’età (di giovanotti coglioni sono piene le cronache politiche e televisive), ma di rottami non riciclabili abbandonati per strada a bloccare il traffico: la recidiva ministra suddetta e il suo garrulo vice Michel Martone, il banchiere Passera che esalta la finanza caymaniana e caimanica, Profumo che agita bastone e carota, Terzi che auspica un coinvolgimento militare in Siria, ecc. – solo per limitarci ai governanti attuali e non infierire sulla discarica di Arcore. A forza di tirare la corda magari qualche scontento finirà per ribellarsi, anzi qua e là lo sta già facendo. Le voci dei Guardiani cominciano a incrinarsi, chiocciano. I’m choosy, e pure un po’ incazzato.

Meritocrazia non fa rima con democrazia

Giuseppe Caliceti

Avendo ricevuto numerose critiche per il mio articolo Contro il merito, vorrei provare ad approfondire. Nel suo saggio Contro il merito: una provocazione, Francesca Rigotti ricorda comel'attuale mitizzazione del merito risenta “della crescente svalutazione del concetto di eguaglianza in atto negli ultimi decenni”. La sua reale funzione? Giustificare i privilegi di alcuni. La storia dell'umanità può essere letta come eterna contrapposizione tra uguaglianza e disuguaglianza. Oggi l'idea di merito non è altro che una nuova pericolosa forma di giustificazione razziale di una presunta differenziazione tra esseri superiori e inferiori. Per nascita. Il bluff della meritocrazia è infatti evidente analizzando un altro aspetto: tra i meritevoli vi è una spiccata tendenza a promuovere l’ereditarietà delle cariche. Insomma, c'è una palese contraddizione tra il dire e il fare.

Roger Abravanel, nel suo libro Meritocrazia. Quattro proposte concrete per valorizzare il talento e rendere il nostro paese più ricco e più giusto (Garzanti 2008), sostiene che la classe dirigente è l'unica depositaria del merito. E ha diritto a un premio: i vantaggi di una crescita economica senza fine.Come è organizzata la società meritocratica? In classi sociali. Peggio: in caste. Da una parte stanno intelligenti, arroganti, competitivi; dall'altra stupidi, demoralizzati, umiliati. I valori che la reggono? Competitività e aggressività. A svantaggio di gentilezza, coraggio, creatività, sensibilità, simpatia, tolleranza, solidarietà. La posizione meritocratica condurrebbe addirittura a matrimoni intelligenici fra persone con un alto Q.I.

Insomma, l'antica aristocrazia di nascita sarebbe sostituita da una “aristocrazia dell’ingegno”. I bambini, fin da piccoli, sarebbero indirizzati verso scuole differenti a seconda delle presunte capacità individuali. “Sessant’anni di ricerche psicosometriche e sociologiche hanno portato a ritenere che (le) capacità intellettive e caratteriali siano prevedibili, senza che sia necessario attendere la selezione naturale della società” (p.65). E ancora “(…) ricerche approfondite evidenziano come la performance di un bambino di sette anni in lettura/scrittura offra un’ottima previsione del suo reddito a trentasette anni” (p.83).

Quali ricerche? Nel libro di Abravanel le teorie pseudoscientifiche sono sempre riassunte con approssimazione e senza citare la fonte. Ma è chiaro che qui stiamo già parlando di una teoria eugenetica che ha come suo nemico principale la democrazia, di cui la meritocrazia è l'esatta antitesi. Per tutto questo, non posso fare a meno che ripetere: attenti al merito, anche quando se ne parla a Sinistra. Meritocrazia fa rima con democrazia, ama ripetere il rettore piddino dell'Università di Bologna. Io temo che sia esattamente il contrario.

Questo articolo è comparso anche su «il manifesto», il 29 settembre 2012

Contro il merito

Giuseppe Caliceti

All’entrata dell’ateneo di Parma, dove si svolgevano i test di ammissione alle facoltà di medicina, alcuni ragazzi e ragazze immagine pagati dalla scuola privata Cepu distribuivano volantini che invitavano ad aggirare i test iscrivendosi a un'università europea. Insomma, pagando. Perché con un anno di studio in altre nazioni europee poi si può rientrare in un'Università italiana al secondo anno di medicina. Così si aggira il test del numero chiuso. Naturalmente con l'aiuto del Cepu: solo per chi paga. Insomma: fatta la legge, trovato l’inganno, e se non è proprio un inganno è qualcosa di molto simile. Comunque sia, un messaggio chiaro ai giovani: perché studiare, quando basta pagare?

Ecco, dopo averli chiamati bamboccioni e scansafatiche si prendono di nuovo in giro gli studenti e le loro famiglie. Parlando falsamente di "merito" e offrendo loro scappatoie per "comprarsi il merito". E mai per "meritarselo" o accettare i suoi verdetti negativi. Se può essere comprato, che merito è? Si arriva così all’assurdo che, vendendo il sogno di un lavoro che molti giovani mai avranno, i giovani vengano derubati: dei soldi e del loro sogno. Potrebbero degli adulti fare di peggio ai propri figli? Eppure è quello che in questi anni sta accadendo nel silenzio generale. Dei giovani e dei loro genitori.

Ogni battaglia politica è anche una battaglia culturale. E viceversa. Così come ogni battaglia culturale è anche una battaglia linguistica. Per esempio, in Italia il centrodestra si è impossessato della parola "libertà" e, anche grazio a questo, è riuscito a governare ininterrottamente per quasi vent'anni. Anche sulla parola "uguaglianza" sinistra e centrosinistra da tempo hanno abbassato inspiegabilmente la guardia. E anche loro parlano sempre più del "merito". Ha iniziato a farlo il governo Berlusconi, con il ministro all'istruzione Gelmini, per promuovere il più grande licenziamento di massa della storia della nostra Repubblica, quello dei docenti della scuola pubblica. Sinistra e centrosinistra non si sono opposti.

La meritocrazia pare oggi quasi una religione, a cui si aggiungono sacerdoti e credenti ogni giorno. Specie parlandone a proposito di scuola e università, formazione o ricerca. Premiare il merito, si dice. Onorarlo. Chi nega il contrario? Ma il concetto di merito, a ben pensarci, è anche profondamente antidemocratico. In palese conflitto d'interessi con l'articolo 3 della nostra Costituzione. Specie, poi, se utilizzato nella valutazione dei bambini. Il merito è oggi considerato un valore assoluto, al punto che attorno ad esso è nato un nuovo termine: “meritocrazia”. E il Corriere della Sera ha creato il blog specifico meritocrazia.corriere.it. Ma è inevitabilmente collegato a un'idea di esclusione - e neppure solo di alcuni, ma di tanti. E comunque mai di inclusione. Avrebbe a che fare con una vaga idea di bene - addirittura di "bene comune" - al quale tutto e tutti dovrebbero tendere e obbedire devotamente.

In realtà di sicuro c'è solo una cosa: se qualcuno ti sta parlando di “merito” ti sta escludendo. Anzi: sta escludendo una maggioranza a favore di una piccola èlite. Il contrario esatto dello slogan Noi siamo il 99% del movimento Occupy Wall Street. È un po' come l'ideologia del SuperEnalotto, o dell'uno-su-mille-ce-la-fa; e mille o un milione o più, naturalmente, non ce la fanno, non ce la devono fare e questo, si badi bene, per il “bene di tutti”. Perché se ce la facessero tutti il mondo sarebbe peggio di quello che è oggi: insomma, c'è niente di più ambiguo e contraddittorio per chi si dichiara non di destra?

Ma perché allora in Italia, oggi, anche nel centrosinistra, si parla tanto di merito? Forse proprio perché non esiste altro paese in cui le conoscenze e i favoritismi contano più di qualsiasi preparazione o abilità: nello studio, nel lavoro, nella vita sociale. Mi ha colpito un ministro della Repubblica dichiarare in un'intervista pubblicata, questa estate, sull'Espresso: “Sono ricca per merito e non per privilegio”. Cosa vuol dire? Insomma, di cosa parliamo veramente quando parliamo di merito? Credo che in tanti, anche a sinistra, siano a favore del “merito” perché lo leggono come il contrario di “favoritismo”. E c'è chi come il rettore piddino dell'Università di Bologna che ama ripetere come meritocrazia fa rima con democrazia, anche se non è vero. Altri, specie a destra, l'hanno strategicamente contrapposto a una forma di egualitarismo anarcoide, inetto e sorpassato.

In realtà l'idea di “merito” e “meritocrazia” mi paiono le più semplici per confluire, anche da sinistra, verso politiche scolastiche (e non solo) artistocratiche e di destra, orientate sempre di più verso individualismi privi di responsabilità. Come non accorgersi che l'idea di “merito/meritocrazia” è oggi sempre più spesso utilizzata per giustificare non solo dubbie differenze, ma anche palesi ingiustizie? Per esempio, tra chi ha un diritto e chi non lo ha? O tra chi ha accumulato di più e di meno? O tra chi è più o meno servile? Il vero contrario alla parola merito non è favoritismo, o clientelismo, quanto piuttosto uguaglianza, pari opportunità. Cerchiamo di non farci colonizzare dal linguaggio e dall'ideologia di coloro rispetto ai quali diciamo di sentirci alternativi.

Quegli scudi di libri

Ilaria Bussoni

Il 14 dicembre una manifestazione di studenti difesa da una falange formata da scudi di libri ha tolto la fiducia al governo Berlusconi. La politica parlamentare e democratica non se n’è accorta. Un bel pezzo di società sì. A vedere Millepiani di Gilles Deleuze, L’orda d’oro di Balestrini e Moroni, Moby Dick di Melville o La Repubblica di Platone, in prima fila a parare i colpi dei manganelli, ci siamo commossi. Perché quei libri, quegli autori, quelle narrazioni stavano lì anzitutto a parare i colpi dello smantellamento dell’università e della formazione pubblica. Stavano lì a rivendicare una funzione critica del sapere e della cultura, a dire che le idee si possono usare anche come sassi e che tra queste le «opinioni» passa una differenza.

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