alfadomenica maggio #2

LUCARELLI sulla CRISI – VANNINI sulla BIENNALE – UN EBOOK su CHARLIE – RUBRICHE di Galimberti, Lazzarato e Carbone *

SULL'USO CAPITALISTICO DELLA CRISI
Stefano Lucarelli

La crisi messa a valore. Scenari geopolitici e la composizione da costruire a cura di, Commoware, Effimera e Unipop, raccoglie gli interventi sviluppatisi, prima, durante e dopo, due intense giornate dello scorso novembre tenutesi presso il Centro sociale Cantiere e lo Spazio di Mutuo Soccorso a Milano.
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IL CILE DELLA DISSIDENZA ALLA BIENNALE
Intervista di Elvira Vannini a Nelly Richard curatrice del Padiglione cileno

Per la prima volta il Cile è rappresentato da due donne: Nelly Richard, teorica e critica d’arte, francese d’origine ma cilena d’adozione, convoca a Venezia Lotty Rosenfeld (1943) e Paz Errázuriz (1944), due voci dissidenti che attraversano la storia del paese, dalle repressioni dittatoriali, alla fase della post-transizione democratica fino alle contraddizioni dell’attuale agenda neoliberale.
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SCRITTI DOPO GLI ATTENTATI DI PARIGI

Un ebook a cura di Nazione Indiana che raccoglie gli interventi usciti su Nazione Indiana e alfabeta2 dopo gli attentati di gennaio.
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SUL RIFIUTO DEL LAVORO
Intervista di Jacopo Galimberti a un intellettuale anonimo

Rifiutare non è veramente possibile senza incorrere nella punizione. Un discorso diverso si potrebbe fare per l’altro grande pilastro che rappresenta, per me l’essere autonomo e che va del pari con il rifiuto del lavoro, e cioè  il “sabotaggio”. Ma questo non è  il soggetto della tua domanda, Forse nella prossima inchiesta…
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COORDINATE dall'America Latina di Francesca Lazzarato

Con una lunghissima frontiera attraversata per decenni da milioni di persone in cerca di lavoro e di futuro, il Messico viene giustamente considerato un paese di migranti, mentre assai meno percepita è la sua capacità di accoglienza, testimoniata da istituzioni come la Casa Refugio Citlaltépetl di Ciudad de México (inaugurata nel 1999, ospita scrittori costretti all'esilio), ma soprattutto dalla sua storia recente.
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SEMAFORO di Maria Teresa Carbone

Cannabis: I Beats sono stati la prima generazione di scrittori per cui la cannabis è stata fondamentale.
Poesia: Per me la poesia ideale è quella che una persona può leggere e capire al suo livello primario di significato dopo una sola lettura.
Popolarità: L'altro giorno sono stato allo stadio Jingu...
Spazzatura: Di tutti i materiali che ogni giorno vengono trattati nei processi di produzione e distribuzione negli Stati Uniti, il 99 per cento sarà spazzatura nell'arco di sei mesi.
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Sul rifiuto del lavoro

Intervista di Jacopo Galimberti a un intellettuale anonimo

Puoi descrivere in breve il tuo lavoro?

Senior Lecturer in una materia marginale nel panorama anglosassone, a metà tra le scienze sociali e le scienze umane, in una università inglese di medio calibro. Come tutti da queste parti, il mio lavoro si divide in tre aree: insegnamento, ricerca, e amministrazione, equamente distribuiti (in teoria) sul tempo complessivo di lavoro e regolarmente monitorati (in pratica) dal management. Insegno 3 corsi per semestre, di 2 ore a settimana ciascuno, pubblico regolarmente nel mio campo, e mi occupo di varie amenità relative alla gestione ordinaria del dipartimento.

Come ti sei avvicinato/a alla tradizione politica dell'operaismo e/o al Marxismo dell'autonomia degli anni Settanta?

Attraverso dei compagni che erano vicini a queste posizioni, quando ero studente. Posizioni decisamente minoritarie (ma non marginali) nella città dove ho studiato, e che mi hanno interessato immediatamente per il loro carattere radicale. Mi attirava principalmente una cosa: la radicalità delle posizioni teorico-politiche. Non solo politiche (c’erano alternative di pratica politica disponibili e altrettanto radicali nell’ambiente dove mi muovevo, in termini di occupazioni, resistenza quotidiana e rifiuto del sistema) e non solo teoriche (le mie conoscenze teoriche erano in realtà abbastanza limitate, e spesso superficiali e di seconda mano, perché mi sono avvicinato alla politica un po’ tardi), ma teorico-politiche insieme. Mi interessava, cioè, il fondamento teorico delle pratiche radicali di resistenza e di lotta, e mi interessava tradurre in pratica le posizioni piu radicali che circolavano nell’ambiente. Dunque un’anarchico (sic!) mi consiglia di leggere Virtuosismo e rivoluzione di Virno, un autonomo mi passa il Balestrini-Moroni, la nostra bibbia, un’autonoma baratta con me la sua copia di TAZ di Hakim Bey contro un numero di Vis-a-Vis (ci promettiamo di renderci rispettivamente il barattato, ma non lo abbiamo mai fatto, dunque ho sempre la sua copia). Dunque molto eclettismo, ai margini di un movimento dominato principalmente da due posizioni, i comunisti di Rifondazione e gli autonomi toscani, ergo anti-negriani. Naturalmente, tra le due cose, mi incanalo subito nell’operaismo e nel marxismo negriano, per avvicinarmi, molto piu tardi, all’althusserismo teorico.

Cosa significa per te oggi "rifiuto del lavoro" e come cerchi di mettere in pratica questo rifiuto?

Una parola d’ordine teorica ma, ahime, ben poco pratica (vedi sopra). È molto difficile se non impossibile praticarlo. Una prima considerazione, tuttavia: il problema non è , nel mio campo, solo nell’”oggi” di cui mi domandi. È “sempre” stato un problema. Il lavoro intellettuale di ricerca – nelle scienze umane in particolare - è fatto principalmente di comprensione del presente e del passato (l’uno attraverso l’altro) attraverso la lettura, la discussione, la scrittura. Queste attività sono sempre state per me il mezzo per criticare il presente e agire politicamente per la sua trasformazione anche radicale. Ora, la virtù di questo lavoro, e uno dei motivi principali per cui ho scelto di farlo, è che certo, in qualche modo, il meccanismo di estrazione di plusvalore, più o meno direttamente, è all’opera. Tuttavia, tutto quello che tu leggi e capisci ti rimane in qualche modo incollato addosso.

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Marco Fusinato, From The Horde To The Bee (2015)

È solo una copia che viene estratta da te e dalla tua testa, ma l’”originale” ti resta dentro. Dunque produci in qualche modo plusvalore (formando politici, amministratori, funzionari, insegnanti, ecc.), ma senza che questo ti venga realmente sottratto. Ora, questo è il bello. Il brutto pero’ viene insieme, nel senso che proprio per questo stesso motivo rifiutare il lavoro vuol dire rifiutare se stesso. Rifiutare il lavoro significa cosa per noi: non leggere? Non riflettere? Non discutere? Non elaborare? Non comprendere il passato e il presente? Non criticarlo? Il rifiuto del lavoro diviene rifiuto della propria stessa essenza. Questo non ha a che fare con le condizioni presenti, di neo-liberalismo e managerialismo spinto, ma con l’essenza stessa di questa attività. Diverso il fatto se riusciamo a distinguere i tre ambiti di cui parlavo sopra (ricerca, insegnamento, amministrazione). Purtroppo la macchina anglosassone è ben rodata e in qualche modo perfino corretta nel distribuire premi (un buon salario innanzitutto) e punizioni, cosi come nel monitorare l’insieme di queste attività: rifiutare non è veramente possibile senza incorrere nella punizione. Un discorso diverso si potrebbe fare per l’altro grande pilastro che rappresenta, per me, l’essere autonomo e che va del pari con il rifiuto del lavoro, e cioè  il “sabotaggio”. Ma questo non è  il soggetto della tua domanda, Forse nella prossima inchiesta…

 

Sul rifiuto del lavoro

Intervista di Jacopo Galimberti a Sandra Lang

Inizia oggi una nuova rubrica a cura di Jacopo Galimberti: una serie di interviste brevi che si interrogano sul «rifiuto del lavoro», nobile strategia di lotta dell'operaio massa, oggi stretta tra servitù e sedizione nell'epoca dell'anima messa al lavoro.

Puoi descrivere in breve il tuo lavoro?

Da alcuni anni il mio tempo si divide tra molteplici tipi o categorie di lavoro: Lavoro pagato e lavoro non pagato. Lavoro immateriale, lavoro affettivo, lavoro artigianale. Lavoro a forma di progetto, a tempo determinato, lavoro “a richiesta”. Da alcuni mesi ho un lavoro con un contratto indeterminato (part-time 4 giorni la settimana) da liutaia-archettaia e che mi permette di abbandonare i prima cumulati jobs occasionali. Lavoro teoricamente a tempo pieno (studio) questo tempo pieno l’ho sempre combinato con lavori part-time per guadagnarmi da mangiare e con delle attività supplementari non pagate. Sono studentessa e operaia contemporaneamente. In più svolgo dei lavori nel settore dell’arte, della produzione di cultura (che però integro in parte nel mio percorso di studi). Considero tutte le mie attività come lavoro, anche se alcune di esse potrebbero andare sotto la categoria „attività libera“ e anche se alcune (molte) di esse non sono remunerate.

Come ti sei avvicinata alla tradizione politica dell'operaismo e/o al Marxismo dell'autonomia degli anni Settanta?

Attraverso i miei studi teorici alla scuola d’arte in Svizzera. Si potrebbe dire da una parte attraverso i libri e scritti, ma forse più importante sono stati e sono ancora gli incontri con certe persone in qualche modo vicine al pensiero dell’operaismo e alle pratiche e sperimentazioni politiche dell’autonomia.

Cosa significa per te oggi "rifiuto del lavoro"?

Non penso che tra oggi è ieri ci sia una enorme differenza di come possa essere inteso. Rifiuto del lavoro significa il rifiuto deciso dello sfruttamento capitalistico delle mie risorse fisico-mentali a livello individuale, ma anche a livello collettivo. Anzi, vedo il rifiuto del lavoro come una rivendicazione estremamente ambiziosa e bella, che si nutre di comportamenti individuali certo, ma che si deve sviluppare realmente su un piano collettivo.

Come cerchi di mettere in pratica questo rifiuto?

Non penso di metterlo realmente in pratica. Nel settore dell’arte ove comunque il più delle volte una/uno non è pagata/o cerco di evitare la collaborazione con persone o istituzioni che penso cerchino solo di approfittare di me, che cercano di distorcere le mie intenzioni o censurare i miei contenuti. Ma ci si casca dentro comunque e non sono affatto certa che questi rifiuti occasionali abbiano qualcosa a che vedere con “il” rifiuto del lavoro. All’interno di ogni rapporto di lavoro una/uno coscientemente o incoscientemente sviluppa delle micropratiche di resistenza allo sfruttamento, ma in realtà nel mio caso penso che essi siano estremamente limitate. Penso che con la sopra descritta combinazione di diversi tipi di attività, come gli svolgo io, si arrivi al contrario abbastanza al massimo di sfruttamento e auto-sfruttamento. Detto questo non voglio sembrare una totale pessimista, passo la mia giornata con delle attività che mi danno molta soddisfazione, sono appassionata delle cose delle quali mi occupo e svolgo del lavoro politico, culturale, artistico che ha molta importanza per me, alcune attività che hanno, ritengo un valore critico. Ma mi dico, forse proprio sul piano del rifiuto del lavoro non ci siamo, cioè io non ci sono di certo.

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La diserzione, il rifiuto e la post-arte

Nicolas Martino

Il fallimento dell'utopia delle avanguardie e delle neoavanguardie ha esaurito la parabola del modernismo rivelando l'opera d'arte nella sua essenza come merce tra le altre. Rivelandola anzi come la merce modello, un prodotto perennemente obsoleto il cui unico interesse risiede nelle sue trovate tecnico-estetiche, e il cui solo uso consiste nello status che conferisce a quelli che ne consumano la versione più recente. La sussuzione del lavoro artistico e culturale nella rete produttiva del capitalismo ha comportato una domesticazione generalizzata.

L'opera d'arte è un gadget di lusso che risponde a un protocollo predeterminato dal sistema globale dell'arte. Produce capitale simbolico e distinzione, ma dev'essere facile, divertente, ben confezionata, curiosa forse, mai dissonante però, perché non sorprende né disorienta mai davvero. Risponde a un gusto internazionalmente omologato, a uno sguardo colonizzato e addomesticato. Se vendi vali, e per vendere devi costruire un prodotto rassicurante, facile, divertente, ben confezionato e opportunamente addomesticato. Ed è proprio questa la verità del capitale, la domesticazione del gusto e della dimensione estetica, la riconfigurazione progressiva dell'intera sensibilità umana, in una società dove, lo aveva intuito l'intelligenza visionaria di Debord, tutta la vita si presenta come un'immensa accumulazione di spettacoli.

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Alfredo Jaar, Studies on Happiness (1981)

Prima del moderno l'artista coincideva con l'artigiano e il suo contrassegno era l'anonimato come nella cultura bizantina e nei secoli in cui era stato in Europa, insieme ai suoi fratelli, un costruttore di cattedrali. La nascita dell'artista moderno, andrà invece di pari passo con l'imporsi del nome proprio e col suo graduale emanciparsi dal monopolio corporativo. Mentre nel caso dell'artigiano il valore estetico faceva tutt'uno con la perizia del mestiere e con la padronanza tecnica, nel caso dell'artista il valore estetico diventerà un plusvalore sovrapposto alla perizia tecnica e alle regole tramandate.

L'opera d'arte sarà definita dal segno di un genio individuale come in Giotto, il primo pittore «borghese»1 che ha inaugurato lo spettacolo moderno dell'arte. L'artista diventerà d'ora in poi un creatore, e quindi il prototipo del soggetto moderno, l'individuo «artefice della propria fortuna». Il processo di emancipazione del soggetto moderno, che trova in Cartesio la sua sanzione metafisica, si completa con il processo di soggettivazione dell'artista. Artista pronto, dopo la secolarizzazione e il fallimento delle utopie rivoluzionarie del Novecento, a essere sussunto dalle fantasmagorie del capitalismo semiotico.

Francesco Matarrese, Telegramma (1978)

E proprio l'artista, dal momento in cui incarna la libertà di creare, è diventato negli anni Ottanta del Novecento, con l'imporsi del nuovo paradigma organizzativo postfordista e l'affermazione del lavoro autonomo e dell'autoimprenditorialità, il modello di «capitale umano»2. Ma l'artista ha sempre solo pensato di essere libero, passando in realtà da una sottomissione all'altra. Anche se non ha un padrone diretto, l'artista è sottomesso a dei dispositivi di potere, che non solo definiscono l'ambito della sua produzione, ma gli fabbricano una soggettività. E anche il lavoro autonomo e l'autoimprenditorialità segnano in realtà una grande sconfitta. Sconfitta di quel movimento dell'autonomia operaia e di quelle soggettività che avevano praticato il rifiuto del lavoro. Sono il risvolto privato di quella sconfitta, il segno dell'incapacità e dell'impossibilità di trasformare il rifiuto del lavoro da negazione del capitale a pratica di invenzione di forme dell'agire economico collettivo.

Si tratta della strategia giocata dalla controrivoluzione neoliberalista che punta a colonizzare il cuore e l’anima e sintetizzata dalla famosa ingiunzione di Margaret Thatcher: «Arricchitevi!». La felicità degli anni Ottanta ha un cuore di panna, solo il mercato gode, translucido. Eppure non tutto è perduto, la sussunzione reale non è mai una reificazione totalizzante e nel tessuto del capitale è sempre possibile aprire brecce, produrre incidenti, resistenze e bruciature. Perché il capitale, è bene ricordarlo, non è un Moloch, ma una relazione di comando e quindi sempre una lotta tra i dispostivi di governo e assoggettamento e la cooperazione viva dei soggetti produttivi.

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Guy Debord, Abolition du travail aliéné (1963)

Ma per capire il come, è importante risalire all'origine di questa nostra domesticazione. Ed è dal cuore della modernità stessa che ci arriva una formidabile indagine su questo enigma, quel Discorso della servitù volontaria scritto nel XVI secolo da Étienne de La Boétie, manifesto clandestino di molte insubordinazioni. La tesi fondamentale di questo classico ribalta le concezioni tradizionali sul potere: l'uomo è attraversato da una libido serviendi per cui ogni potere si fonda non tanto sulla forza di chi lo esercita, ma sull'adesione volontaria di chi lo subisce. Gli uomini insomma sembrano amare le proprie catene più della loro naturale libertà. «Decidetevi a non servire più, ed eccovi liberi. Non voglio che lo abbattiate o lo facciate a pezzi: soltanto, non sostenetelo più, e allora, come un grande colosso cui sia stata tolta la base, lo vedrete precitare sotto il suo peso e andare in frantumi»3. La Boétie ci invita dunque a disertare, a rompere il concatenamento della domesticazione generalizzata a cui da origine quella servitù volontaria che il neoliberalismo contemporaneo riesce a mettere straordinariamente a valore.

Ma come liberarsi dunque da questo agencement, come disertare la colonizzazione dello sguardo e del gusto e la loro domesticazione, fuggendo allo stesso tempo le false promesse del postmoderno? Perché, ricordiamolo, il postmoderno nelle sue diverse formulazioni è, avrebbe detto Michelstaedter con la sua splendida metafora, un peso agganciato al moderno e non può uscire dal gancio, poiché «quant'è peso pende e quanto pende dipende». Pensiamo qui al postmoderno filosofico italiano e al neomaniersimo della Transavanguardia, anamorfosi del moderno, raffinate ideologie scettiche e logiche culturali del neoliberalismo, in quanto «parodie dello sguardo critico e insieme consumata abilità a godere dei privilegi della restaurazione»4.

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Giuseppe Chiari, L'arte sarà di tutti (1978)

Un'indicazione suggestiva ci viene da un'antica parola ebraica, tzimtzum, che significa ritrazione o contrazione, e sta a indicare l'atto d'amore con cui Dio, al momento della creazione, si è ritirato per far posto al mondo. Ecco, allo stesso modo l'artista, con un atto d'amore, dovrà ritirarsi e rifiutare la sua identità, sottrarsi a quella gestione del proprio io che gli ha dato l'illusione di essere libero, per potersi finalmente metamorfizzare. Allo stesso modo, dovremo complessivamente ritirarci da questo mondo in cui domina il capitale, dovremo praticare la diserzione a cui ci invita La Boétie, seguire ostinatamente il rifiuto di Bartleby, ma allo stesso tempo dovremo essere in grado di andare più in là della sola sottrazione, dovremo essere capaci fin da subito «di spedire pattuglie in territorio ignoto, per osservare e sabotare, ma soprattutto per sperimentare e ricostruire»5.

Sperimentare e ricostruire un tempo e uno spazio che restituiscano l'opera alla sua dimensione collettiva. Nel tempo e nello spazio della post-arte, l'opera non potrà che essere di tutti e per tutti come costruzione di uno spazio e di un tempo comuni dell'abitare. Il tempo e lo spazio della post-arte potranno ricordare forse quelli dell'Europa attraversata dai costruttori di cattedrali. Senza più alcuna trascendenza però, la post-arte esprimerà invece l'immanenza assoluta della comunità umana.

Questo articolo è stato scritto in occasione di BANLIEUSART: L’arte incontra i movimenti la giornata organizzata dal MAAM Museo dell’Altro e dell’Altrove per oggi 16 maggio.
Qui il programma completo.

  1. Jean Gimpel, Contre l'art et les artistes, Seuil 1968 []
  2. Maurizio Lazzarato, Marcel Duchamp e il rifiuto del lavoro, edizioni temporale 2014 []
  3. Étienne de La Boétie, Discorso della servitù volontaria, Feltrinelli 2014 []
  4. Bernard Rosenthal, Autopsia della storia, La Salamandra 1979 []
  5. Antonio Negri, Neuf lettres sur l'art, Fayard 2009 []