alfadomenica luglio #3

Fumagalli su Marazzi - Demichelis sul tempo della minorità – Intervista sul rifiuto del lavoro Coordinate Semaforo

DIARIO DELLA CRISI INFINITA
Andrea Fumagalli

Sulla dicotomia e contrapposizione tra logica economica e logica finanziaria si snoda la raccolta di diversi interventi di Christian Marazzi negli ultimi tre anni e ora pubblicati da ombre corte con il titolo Diario della crisi infinita.
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NEL TEMPO DELLA MINORITÀ
Lelio Demichelis

Qui parliamo allora di tre libri, diversi ma tutti importanti per comprendere la nostra condizione (dis)umana nell’epoca del capitalismo tecnologico globalizzato. Pubblicati da Laterza nella nuova e benvenuta collana «Solaris».
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SUL RIFIUTO DEL LAVORO
Intervista di Jacopo Galimberti a Ilaria Bussoni

Mettere l’accento su quella vita sussunta, disciplinata, subordinata ai dispositivi di estrazione del valore contemporaneo, continuare a sentire quel desiderio che ci muove dentro e fuori dal lavoro, dentro e fuori dalle soggezioni, dunque anche dalle posizioni soggettive che finiamo per incarnare, questo mi sembra essere l’incipit per parlare di rifiuto del lavoro oggi.
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COORDINATE DALL'IRLANDA
Fabio Pedone

Finnegans Wake, l’opera suprema di Joyce, è molte cose, e fra l’altro è anche una vendetta contro la lingua del dominio inglese, vale a dire la sua sovversione secondo una linea di forza di matrice minoritaria. Ed è una vendetta portata a segno da un Irishmansradicato, che si è autoimposto l’esilio dalla sua isola ed è vissuto per quasi vent’anni a Trieste e a Zurigo, prima di trasferirsi con la famiglia a Parigi, dove con la pubblicazione diUlysses nel 1922 avrebbe rivoluzionato il romanzo moderno.
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SEMAFORO
Maria Teresa Carbone

Automazione - Esofonia - Insonnia - Volontariato.
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Sul rifiuto del lavoro

Intervista di Jacopo Galimberti a Ilaria Bussoni

Puoi descrivere in breve il tuo lavoro?

Il suo contenuto è quello di qualunque altro lavoro di conoscenza: generiche facoltà linguistiche applicate a scrivere, correggere, tradurre, tagliare incollare ricucire, fare scelte, ipotesi, scenari; umane (e femminili) facoltà di relazione impegnate in una rete che si regge sugli affetti e sugli altri: desiderio, soddisfazione, riconoscimento, anche cura. Il contenuto del mio lavoro coincide con gli strumenti per realizzarlo. Il prodotto del mio lavoro sono dei libri, dunque merci, che si vendono con un prezzo. Ma il prodotto del mio lavoro sono a loro volta quelle stesse facoltà che sembrano precederlo e renderlo possibile. Non c’è da un lato una capacità e dall’altro una materia più o meno reattiva sulla quale la capacità si esercita. Non c’è una facoltà di relazione che sta prima della relazione stessa. Da qui un primato assoluto della prassi, del mezzo sul fine e l’impressione che il prodotto del lavoro (la merce-libro nel mio caso) sia quasi uno scarto, il residuo di un’attività impegnata in tutt’altra opera. La forma giuridica del mio lavoro è quella di molti altri: lavoro autonomo di terza generazione. In un altro periodo storico sarei stata «un padrone». A tratti probabilmente lo sono, come molti altri lavoratori a prescindere dal loro reddito e della loro precarietà.

Come ti sei avvicinato alla tradizione politica dell'operaismo e/o al Marxismo dell'autonomia degli anni Settanta?

Alcune condizioni strutturali: una libreria cooperativa di una città di provincia; la pubblicazione del libro I sentimenti dell’aldiquà; il movimento di studenti della Pantera. E alcuni fatti personali: entravo nell’adolescenza a metà anni Ottanta e per me Bretton Woods si traduceva in un compagno di classe che alla lavagna faceva il calcolo quotidiano di quanto costavano i miei vestiti e quanto i suoi, cintura el charro, stivali campero, jeans americanino, giubbotto monclair, skuba, il suo totale era più dello stipendio di mia madre. Io avevo la felpa con sopra Charlie Brown che veniva dal mercato, tra l’altro mi piaceva anche. Alla lavagna ogni mattina facevo l’esperienza di un valore apodittico, spropositato rispetto alle misure per me in vigore fino a quel momento. Non solo non capivo il senso di quel valore, ma quel valore veniva usato per una gerarchia dei poteri che mi obbligava persino a cambiare quel che piaceva a me. Questo avveniva in una classe dove le femmine si chiamavano Sonia, Monia, Tania, Veruska, Katiuscia e i maschi Ivan e Yuri. Era chiaro che il partito comunista non mi serviva proprio a un bel niente. Quando, con il movimento della Pantera, ho iniziato a intravedere l’operaismo italiano e l’autonomia, grossomodo ho pensato: questi sono i cattivi. Ecco una tradizione non di cattivi maestri, di cattivi e basta. Che te ne facevi del Pci e della sua transizione piagnucolante per capire la violenza del Monclair?

 

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Cosa significa per te oggi "rifiuto del lavoro"?

C’è una locandina, credo degli IWW, sulla quale è raffigurata una donna che si rivolta nel letto. Sotto il lenzuolo è nuda e dice: «I didn’t go to work today… I don’t think I’ll go to work tomorrow». Chiunque può riconoscersi nel movimento della donna che si rigira per prolungare il piacere del sonno. È l’esperienza quotidiana di ciascuno, ma qui messa in relazione al lavoro. Anche l’immagine di una chiave inglese dentro una ruota dentata dice del rifiuto del lavoro, ovviamente. Ma il movimento di quella donna continua a tradurre un gesto di resistenza che vale anche per l’oggi, quando l’insubordinazione operaia e la fuga dal lavoro sembrano difficili da rappresentare nell’epoca della vita messa al lavoro. Anche nel film di Allan Sekula e Noël Burch, The Forgetten Space, la vita di due operaie cinesi si traduce nel loro desiderio di un reggiseno chiaro imbottito per l’estate: questo rappresenta la loro vita, non il loro lavoro.

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Mettere l’accento su quella vita sussunta, disciplinata, subordinata ai dispositivi di estrazione del valore contemporaneo, continuare a sentire quel desiderio che ci muove dentro e fuori dal lavoro, dentro e fuori dalle soggezioni, dunque anche dalle posizioni soggettive che finiamo per incarnare, questo mi sembra essere l’incipit per parlare di rifiuto del lavoro oggi. Rifiuto di quel lavoro che mortifica il desiderio, del quale si trovano molte tracce anche nei lavori più gratificanti e prestigiosi. Rifiuto di un lavoro che subordina i mezzi ai fini, che perde i tratti del piacere di un atto. Rifiuto di un lavoro di merda, come diceva un altro slogan degli anni Settanta. Ci sono diverse strade che provano a riprendere questo «rifiuto». Una passa per la reintroduzione di un limite, di una separazione tra vita e lavoro. La vediamo all’opera negli uffici pubblici, tra gli impiegati di Stato o in alcune malfatte letture di stampo lacaniano. Un’altra passa per Carla Lonzi e la sua insistenza sull’«autenticità», concetto ovviamente problematico ma che mi sembra alluda esattamente a questa immanenza della prassi.

Come cerchi di mettere in pratica questo rifiuto?

Guardando di cosa è fatto il mio lavoro, materialmente. Con quali gesti, quali discussioni, quali relazioni, quali affetti è tessuto? Cercando di fare un passo indietro rispetto a un «me» col quale sono costantemente alle prese, di volta in volta gratificato o frustrato dal successo o l’insuccesso, dal riconoscimento, dalla sua valorizzazione o svalorizzazione simbolica o salariale. Sottraendo la prassi, l’azione performativa tipica del lavoro contemporaneo, dalla visibilità di una scena o di un palco. Dunque spegnendo le luci della ribalta accese dai dispositivi di valorizzazione individuale del neoliberismo e sotto le quali avvengono la maggior parte delle performance dell’intelletto generale messo al lavoro oggi. Di tanto in tanto provo a immaginare che non c’è nessuna scena, nessuna luce e nessun pubblico pronto ad applaudire o a fischiare. Rimango da sola con la mia esecuzione e a chiedermi se mi piace. Spesso mi piace, anche senza applausi. Un po’ come accade alla protagonista di Europa 51 di Rossellini, la quale inorridita per il lavoro di fabbrica che «è una cosa mostruosa», inizia a seguire un filo di incontri, relazioni, affetti che è la traccia di un suo desiderio, per l’altro, per i molti, per una plebe gioiosa, per una non classe fatta di umori, affetti e linguaggio e relazioni, che finisce letteralmente per smaterializzarla, trascinandola fuori dal soggetto che era. Poi, mi rigiro il più a lungo possibile nel letto al mattino.

alfadomenica luglio #2

Sulla rete e il lavoro vivo – su Romeo Castellucci – Sul Rifiuto del lavoro – Coordinate dall'Irlanda – Semaforo **

UNA SCOMMESSA POLITICA
Benedetto Vecchi

La coerenza è un elemento che va sicuramente incoraggiato in un presente opaco e segnato da repentini cambiamenti del punto di vista di chi lo interroga criticamente. Talvolta, però, la coerenza induce a semplificazioni e a riprodurre pregiudizi che poco fanno comprendere l'analisi critica che viene proposta. È questo il caso di Carlo Formenti nel testo pubblicato da alfabeta2 relativo all'analisi del libro La Rete. Dall'utopia al mercato di chi scrive, pubblicato da manifestolibri.
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FIGURE DI UN TEATRO CHE PERDURA
Alfredo Riponi

La raccolta di saggi curati da Piersandra Di Matteo, Toccare il reale. L’arte di Romeo Castellucci (Cronopio 2015), fa perno sul Convegno internazionale dell’Aprile 2014 all’Università di Bologna: La quinta parete. Nel teatro di Romeo Castellucci. Mentre l’ultima parte è uno sguardo retrospettivo sulla Biennale di Venezia del 2005 curata da Castellucci. Orestea, Tragedia endogonidia, Sul concetto di volto nel Figlio di Dio, Go down Moses; sono alcuni dei nomi per questo attraversamento del teatro di Castellucci.
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SUL RIFIUTO DEL LAVORO
Intervista di Jacopo Galimberti a Claire Fontaine

La nozione di rifiuto del lavoro quindi dovrebbe diventare rifiuto di una certa forma di vita, di un certo equilibrio tra la vita e quello che appare all’esterno come il lavoro vero e proprio. Questo tipo di azione è quello che noi definiamo lo sciopero umano, cioè il tentativo di disinnescare le dinamiche che ci fanno identificare soggettivamente col posto che occupiamo nella società “produttiva”.
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COORDINATE DALL'IRLANDA
Fabio Pedone

Il dualismo costitutivo della letteratura irlandese ha favorito in molti scrittori dell’isola un’attenzione estrema al linguaggio, una percezione acuta dell’alterità linguistica, proiettata ad esempio nel profilo particolare dell’Hiberno-English rispetto all’inglese standard parlato dai dominatori.
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SEMAFORO
Maria Teresa Carbone

Libertà di espressione - Libertà di espressione - Libertà di pensiero - Libertà di recensione
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Sul rifiuto del lavoro

Intervista di Jacopo Galimberti a Claire Fontaine

Puoi descrivere in breve il tuo lavoro?

Il mio è un lavoro strano perché non conosce pause e non conosce vacanze, è collettivo per nostra scelta ed è quello che si definisce un lavoro d’artista. Gli artisti lavorano mentre dormono, lavorano quando non fanno nulla, lavorano quando sono angosciati perché non hanno mostre o hanno mostre e non hanno opere da esporre, lavorano sempre, come le madri. Gran parte del lavoro d’artista non è artistica e gran parte della vita degli artisti è abitata dal desiderio politico di estirpare la bruttezza e la volgarità che sono degli agenti distruttori di ogni ambizione visiva e concettuale. È una vita pericolosa dal punto di vista economico e dal punto di vista emotivo, ma la maggior parte delle persone al di fuori dell’ambiente dell’arte non se ne accorge – a volte non lo vedono neanche le persone del nostro ambiente professionale.

Come ti sei avvicinata alla tradizione politica dell'operaismo e/o al Marxismo dell'autonomia degli anni Settanta?

Vivendo in Italia, venendo da una famiglia in cui il ‘68 è stato considerato come un momento fondatore e il ‘77 mai menzionato. Andando all’università e scoprendo le verità nascoste sul mio paese e su molti dei suoi abitanti.

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Claire Fontaine, Untitled (Sell your debt), 2012.

Cosa significa per te oggi "rifiuto del lavoro"?

Il lavoro – come era stato già predetto appunto da alcune analisi operaiste – ha ormai esondato il suo letto ristretto e sindacabile e ha invaso tutto, che si sia artisti o editori, manager o bottegai, disoccupati o precari si lavora sempre e si fa molto lavoro non remunerato. La nozione di rifiuto del lavoro quindi dovrebbe diventare rifiuto di una certa forma di vita, di un certo equilibrio tra la vita e quello che appare all’esterno come il lavoro vero e proprio. Questo tipo di azione è quello che noi definiamo lo sciopero umano, cioè il tentativo di disinnescare le dinamiche che ci fanno identificare soggettivamente col posto che occupiamo nella società “produttiva”; bisogna praticare la libertà e la condizione per farlo è rifiutare non solo il lavoro ma la soggettività che ne deriva, che lo rende accettabile anche quando è inaccettabile.

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Claire Fontaine, Untitled (White whale), 2015.

Come cerchi di mettere in pratica questo rifiuto?

Lo sciopero umano è difficile da descrivere, è poco visibile, poco spettacolare. È fatto di piccoli e grandi gesti del quotidiano che si fanno tanto sul lavoro tanto nella vita, come mantenere una certa distanza da quello che gli altri possono credere che noi siamo, restare costantemente in dialogo con le parti di sé che sono complici della libertà, della gioia, di ciò che è vitale. Lo sciopero umano è mettersi dal lato della vita, ascoltare il lamento soffocato di ogni sforzo e di ogni organizzazione economica ed ecologica che non sono sostenibili, questo è già un lavoro immenso!

Sul rifiuto del lavoro

Intervista di Jacopo Galimberti a Becky

Puoi descrivere in breve il tuo lavoro?
L'anno scorso, dopo aver finito il mio dottorato, ho fatto ricerca in alcune università e organizzazioni artistiche. Va bene. Imparo delle cose. Non è ripetitivo e posso organizzare come e quando faccio le mie cose. Ma è un po’ deprimente perché si tratta di avanzare proposte e fare suggerimenti con i quali non sono d'accordo. Non si possono vendere critiche nichiliste e di ultra-sinistra oltretutto scritte male. Si potrebbero forse anche vendere, ma questo comporterebbe la creazione di un personaggio accademico, di un marchio, che sarebbe altrettanto falso di quello che faccio ora. Lavoro quando mi viene offerto: 5 giorni per questo progetto, 30 giorni per un altro, poi nulla per un paio di mesi. Sono pagata circa 100 sterline al giorno. Vivo a Londra, ma nonostante abbia 32 anni, non guadagno abbastanza per avere una casa in cui vivere.

Come ti sei avvicinata alla tradizione politica dell'operaismo e/o al Marxismo dell'autonomia degli anni Settanta?

Ho incominciato a conoscere l’operismo e l’autonomia italiana qualche anno fa, quando la mio migliore amica stava leggendo le prime cose di Tronti e Negri per un corso di “filosofia continentale”. O forse questo è accaduto dopo che siamo andate in Piemonte un'estate - al campo NOTAV - e abbiamo incontrato alcuni ragazzi di Askatasuna che ci piacevano. Forse avevo già letto Federici e Fortunati con un gruppo di lettura femminista. Avevo assolutamente letto frammenti di Impero e le critiche dell’autonomia del gruppo britannico Aufheben ((Raccolti qui: http://libcom.org/library/aufheben-autonomia)) che erano circolate negli ambienti degli squatters.

Cosa significa per te oggi "rifiuto del lavoro"?
Quando si parla di rifiuto, penso a Tronti, penso all’assenteismo e al sabotaggio dei lavoratori in fabbrica. Penso al furto e al mancato pagamento dei trasporti e delle bollette. Penso a una potenza non istituzionalizzata che non presenta delle richieste [positive demands]. Penso a ciò che è il motore del capitale ed è organizzato da esso, ma anche a ciò che si oppone a una società interamente sussunta negli imperativi del capitale. Penso a ciò che potrebbe distruggere lo stato, il lavoro e la classe operaia. Penso a come il capitale oggi è diventato sempre più aggrovigliato nei propri circuiti e come il lavoro ci frutta sempre meno soldi. Penso alle lotte per la casa, penso a come attraverso il costo degli affitti le persone siano cacciate fuori da Londra in zone dove la loro riproduzione è più conveniente per il capitale. Penso ai furgoni di poliziotti che si aggirano a Tottenham e Brixton e alla criminalizzazione degli squats. E immagino la feroce resistenza spontanea che anticipa e reagisce a tutto questo.

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Giovanni Rubino, Variazioni a una citazione di un volantino dell'assemblea autonoma di Porto Marghera (2015) - usato nel libro MORTEDISON del 1973 di Giovanni Rubino.
Testi di Corrado Costa e altri autori.

Come cerchi di mettere in pratica questo rifiuto? 
Al momento non c’è molta esuberanza nel mio rifiuto del lavoro. Passo molto tempo a preoccuparmi di non averne abbastanza. Il massimo che si possa dire è che io rifiuto nel senso che non ho mai avuto l’intenzione o l'entusiasmo di costruirmi una carriera. Ma poi mi preoccupo. Dovrei avere un posto all’università, ormai. Dovrei avere un mutuo e pagare dei contributi per la pensione. Dovrei avere dei figli. Mi preoccupo di essere esclusa, di starmi perdendo qualcosa. Mi preoccupo per non avere soldi. Ma finora non mi è mancato niente e preferisco questa casa occupata, dove mi trovo ora, a qualsiasi altro luogo. Quest’anno c’è stato un tentativo di ricominciare a occupare edifici residenziali. I movimenti contro l’austerità avevano occupato appartementi vuoti per far vedere che la “crisi degli alloggi” a Londra non ha niente a che vedere con la mancanza di alloggi.

Gli squatters hanno cercato di aggirare l’illegalità di creare degli “squat” chiamandoli “occupazioni” ((Due squatupation blog: https://fightfortheaylesbury.wordpress.com https://guinnessoccupation.wordpress.com)). “Non ci faranno più occupare [squat]”, ha riso qualcuno l’altro giorno, “ci fanno protestare attivamente!”. La cosa non è così stupida come sembra: da un lato cercano di sradicare il rifiuto del lavoro e di imporre un’insopportabile povertà, dall’altro consentono una patina di resistenza creativa che nasconda questa strategia. Ma non è sicuro che ci riescano. Un gran numero di lotte locali è emerso. Nuclei di resistenza non connesse contro gli sgomberi. Persino le mobilitazioni ancora ancorate a delle preoccupazioni trotzkiste (il numero di manifestazioni, etc.) sono legittimate da un crescente numero di reti e di gruppi di supporto per delle lotte concrete legate all’appropriazione e all’autoriduzione. Le lotte di persone che non vogliono prendere il potere ma sono pronte a battersi per delle vite che non siano completamente orrende. Tutto il potere al rifiuto!

giugno 2015

Traduzione di Jacopo Galimberti

Sul rifiuto del lavoro

Intervista di Jacopo Galimberti a una lavoratrice e militante comunista tedesca

Puoi descrivere in breve il tuo lavoro?

Lavoro in una libreria circa venti ore alla settimana, a volte di più, a volte meno. È un impiego soggetto all’obbligo assicurativo, da poco ho anche un contratto regolare che include appunto la previdenza sociale. Il lavoro di per sé è fantastico, le condizioni di lavoro, invece, lo sono spesso molto meno. Non c’è la benché minima struttura che potrebbe proteggere la lavoratrice (come un consiglio aziendale [Betriebsrat], per esempio) e domina una carenza cronica di personale come avviene del resto quasi sempre nel commercio al dettaglio.

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Come ti sei avvicinata alla tradizione politica dell'operaismo e/o al Marxismo dell'autonomia degli anni Settanta?

Soprattutto nel contesto della mia attività politica nella Interventionistische Linke e durante la mia laurea in Sociologia, per esempio attraverso gli scritti di Antonio Negri.

Cosa significa per te oggi "rifiuto del lavoro"?

Un bel sogno! Troppo raramente c’è un quadro definito all’interno del quale ci si potrebbe ribellare. Molti lavorano come partita IVA o in modo precario e sono pagati solo per determinate prestazioni. Per fortuna, ci sono pur sempre dei posti di lavoro dove scioperare da dei risultati, ma solo dove i lavoratori sono organizzati.

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Come cerchi di mettere in pratica questo rifiuto?

Nella mia attività, come ho accennato, non c’è nessun consiglio aziendale [Betriebsrat] o una forma di organizzazione simile, ed è quindi impossibile scioperare. Un rifiuto del lavoro non può funzionare in un quadro di isolamento. Per poter essere efficace necessita l’organizzazione di quelli che lavorano all’interno di un’azienda [Betrieb].

Traduzione dal tedesco di Jacopo Galimberti

alfadomenica giugno #1

BERTHO sul TERRORISMO - ORECCHIO SU ELOY MARTÍNEZ - COLASURDO sul COMUNE - RUBRICHE di Galimberti-Benocci-Carbone *

UN'ISLAMIZZAZIONE DELLA RIVOLTA RADICALE
Intervista di Catherine Tricot a Alain Bertho*

Pubblichiamo qui una versione ridotta dell'intervista apparsa su «Regards» in cui per analizzare gli attentati di gennaio a Parigi Alain Bertho ci invita a considerare il punto di vista dei soggetti stessi, sottolineando le difficoltà attuali nel proporre una radicalità positiva.
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COME RACCONTARE UN'EPOCA ATROCE?
Davide Orecchio 

L’ultimo libro di Tomás Eloy Martínez (1934-2010, già autore del capolavoro Santa Evita, tra i più importanti scrittori argentini degli ultimi decenni) espone un problema non solo politico ma letterario, e ha il grande pregio di non risolverlo. Al centro di Purgatorio (2008, ora portato in Italia da SUR per la cura di Francesca Lazzarato) campeggia il mostro che genera menzogne, dubbi, forclusione: la dittatura dell’ultima Giunta militare argentina (1976-1982), il suo occultamento di morte, sterminio, tortura con l’oppio della desaparición: una finzione mediocre, quest’ultima, oltre che una crudele bugia di Stato. Per questo, dinanzi al potere narrante, la domanda ritorna: credere alla parola che domina o rifiutarsi, sottomettersi o resistere?
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IL COMUNE COME FORZA PRODUTTRICE
Chiara Colasurdo

Nel dibattito europeo si sta imponendo a gran voce il tema del comune, come forma di organizzazione e decisione delle comunità territoriali - inscindibilmente legato a quello dei beni comuni – quei beni, materiali ed immateriali, oggetto di interesse collettivo. Sembrerebbe quasi inflazionarsi questo tema, date le numerose pubblicazioni che si spingono, per assurdo, ad inglobarvi tutto quanto rientra nella sfera dei diritti della persona in particolare.
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SUL RIFIUTO DEL LAVORO
Intervista di Jacopo Galimberti a Irene Fernández Ramos

Purtroppo non vengo pagata per studiare e adesso lavoro part-time in una start-up dove vengo pagata il minimo per un lavoro che richiede persone altamente qualificate; allora, il mio rifiuto lo metto in prattica usando le risorse dell’azienda (dalla carta igienica, la stampante, la frutta e i dolci che ci danno fino al tempo che devo dedicare al lavoro) per i miei fini personali.
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COORDINATE - dalla Nuova Zelanda
Francesca Benocci

Nell'ottobre 2013 la scrittrice neozelandese Eleanor Catton ha vinto il Man Booker Prize con I luminari (The Luminaries, VUP 2013, edito in Italia da Fandango nella traduzione di Chiara Brovelli), il suo secondo libro dopo La prova (The Rehearsal, VUP 2008, Fandango 2010, traduzione di Flavio Santi). Nata e cresciuta in Canada, Eleanor Catton (1985) è la più giovane scrittrice ad aver mai ricevuto questo premio e con le sue 832 pagine I luminari è il romanzo vincitore più lungo nei quarantacinque anni di storia del Booker.
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SEMAFORO
Maria Teresa Carbone

#Cibo - #Indicibile - #Tecnologia
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