Il popolo dei Monti

Maurizio Ferraris

Quanto sia centrale la cultura nell’agenda Monti lo si arguisce da una semplice circostanza. Il fatto che non vi compaia mai la parola «scienza». Compare certo più volte la parola «ricerca», da motivare, controllare, premiare se valida (perché l’implicito è che generalmente non lo sia) ecc. ecc. Sono pagine generiche, grigie, senza idee, che potrebbe aver scritto chiunque. Sono invece, più avanti, la bellezza, l’arte, la moda, il turismo, che infiammano l’entusiasmo dell’agenda. La ricerca è tutta da verificare. Invece quando si arriva sulla Bell’Italia tutto va bene, guai a chiedersi se la qualità dei cibi non sia da controllare, e se magari la moda sia poi quella bellezza. Si dirà: perché non costano, anzi, fanno guadagnare.

Benissimo. Ma veniamo all’Italia come museo a cielo aperto, massimo contenitore d’arte dell’orbe terracqueo. Si tratta di una definizione futile e tautologica. In Italia abbiamo una grande concentrazione di arte italiana e, prima, romana. Così come in Grecia abbiamo una grande concentrazione di arte greca, in Egitto di arte egizia, in Messico di arte messicana e in Tailandia di arte tailandese. Solo un irreale etnocentrismo può anche pretendere che questa sia l’arte più grande, più bella ecc. ecc.

Quella di Monti è paradossalmente un’agenda nostalgica e retrospettiva. In effetti quell’arte l’hanno fatta i nostri antenati, all’epoca in cui anche la ricerca scientifica andava a gonfie vele. Ora, di capolavori, spesso tenuti molto meglio che i nostri, sono piene, per esempio, la Francia e la Germania. E sarebbe davvero miserevole se Hollande o la Merkel traessero da questo patrimonio l’idea di un primato europeo. Il primato non si fa con i musei, ma con la ricerca di base. Proprio quello che non ha interessato, nell’ordine, il centro-sinistra di Giovanni Berlinguer e di Fabio Mussi e il centrodestra di Letizia Moratti e di Maria Stella Gelmini.

Vorrei sottolineare un aspetto. Si è parlato moltissimo di «declino italiano», ma in questi giorni ho fatto tardivamente una lettura molto istruttiva, i Diari di Galeazzo Ciano. Vediamo un’Italia ancora più miserabile, arruffona, gaglioffa della nostra, per cui non c’è dubbio che, per paradossale che possa apparire, tra Mussolini e Berlusconi l’Italia è progredita. In tutti i campi, tranne però in quello della cultura. Perché? Perché è prevalsa, presso gli stessi uomini di cultura, l’idea che la cultura debba essere immediatamente redditizia e professionalizzante. O altrimenti da tagliare. Quando è evidente che la cultura deve essere strutturalmente in perdita, e che solo da quelle perdite può dare degli autentici vantaggi.

Ma le generiche indicazioni dell’Agenda Monti, così come, temo, quelle di qualunque altra agenda che abbia interiorizzato l’idea che la redditività sia il primo valore in ogni campo certo non possono accettare questa prospettiva. Pazienza, ce ne faremo una ragione. Come ai tempi di Lamartine, siamo «il popolo dei morti», anzi dei Monti, o dei Tremonti, quello che ha scoperto che non si può imbottire i panini con Dante.

Dal numero 26 di alfabeta2, dal 4 febbraio nelle edicole, in libreria e in versione digitale

Il calendario Maya dell’editoria

Ilaria Bussoni

In attesa delle periodiche statistiche di fine anno che ci daranno la misura della flessione della vendita dei libri in Italia, di come «crisi» e rigore dei consumi si traducono per uno dei principali beni culturali, è sorprendente constatare l’inedita esplosione di un singolare genere letterario. Libri di cucina? Editoria per bambini? Graphic novel? Ebook? Niente di tutto questo. Sono i libri che andavano pubblicati entro il 20 novembre 2012. Rigorosamente entro il 20!

Una nuova forma di strenne? Una strategia di marketing per accaparrarsi il mercato? Affatto. Più semplicemente, la prima abilitazione scientifica nazionale per professori universitari di prima e seconda fascia. Un concorso, insomma. Entro il 20 novembre i candidati dovevano infatti sottoporre all’Agenzia nazionale di valutazione del sistema Universitario e della Ricerca (Anvur) i risultati della ricerca effettuata negli anni precedenti, atti a colmare ciò che il ministero dell’Università e della Ricerca chiama «indicatore bibliometrico». In sostanza, quanto hai pubblicato, con quali editori, quanto ti hanno letto e citato, quanto ti hanno tradotto. Un «indicatore» basato su modelli matematici, in grado di stabilire scientificamente merito, padronanza dei saperi e forse persino intelligenza. Finalmente un criterio oggettivo per far passare università e docenti da costumi medievali alla libera concorrenza!

Per questo negli ultimi mesi tutte le case editrici con un catalogo di saggistica, scienze e scienze umane (quello strano genere definito «non fiction») si sono viste sommerse dalla richiesta di «prove scientifiche» della qualità della ricerca dei loro autori. Centinaia e per le più fortunate etichette editoriali persino migliaia di richieste di testi, libri, articoli in pdf. E infatti, come dal medico, c’è chi per fornire il «certificato di ricerca» si è fatto pagare: dai 15 ai 20 euro per ogni singolo pdf consegnato all’autore. E già questo ha dato un aiutino all’editoria in crisi.

Ma la vera svolta per l’editoria «di scienza» si è avuta con l’avvicinarsi della fatidica data del 20. Quando si è scatenata una corsa sfrenata alla pubblicazione animata dal desiderio degli autori/docenti di incrementare il proprio «indicatore bibliometrico». Niente di anomalo se fossimo in Francia, ad esempio, dove la ricerca universitaria finisce spesso in un libro come gli altri e saranno anche i lettori, gli appassionati o gli studiosi in genere, oltre che la comunità scientifica, a valutarlo. Lì saranno anche gli editori a decidere, rischiando le proprie risorse, se quel libro di quel docente ha un pubblico e a convincere i librai che, se non proprio a breve termine, prima o poi potrebbero venderlo.

Dalle nostre parti, invece, che un libro scientifico non lo legga se non chi è davvero obbligato (studenti in primis) è cosa scontata. Per questo lo si finanzia: con fondi propri dell’autore, con fondi di ricerca del dipartimento, con l’eredità di famiglia o soldi pubblici. In Italia, nessun editore pubblica «scienza» a proprio rischio e pericolo, cioè gratis. E di questi mesi, con l’aumentare della «domanda» di pubblicazione, sono aumentati anche i prezzi, una parabola inflattiva dal 30 al 50%. «È il mercato bellezza». Così l’editoria «di scienza» si è fatta un tesoretto a forza di distribuire Isbn e «finito di stampare» entro il 20 novembre.

Il ministero per la Ricerca e l’Università avrà a breve tutti i parametri per valutare la qualità dei suoi docenti, resta però da sapere chi valuterà la trasparenza dei fondi pubblici utilizzati e le pratiche di un’editoria che con la ricerca e l’innovazione hanno ben poco da spartire. Resta poi da capire se questa editoria sia qualcosa da difendere e preservare come un bene di tutti – un bene per la cultura? – o meglio sarebbe augurarsene la totale estinzione, magari in virtù di un diritto all’accesso dei saperi prodotti in uno spazio pubblico quale le università o di un modello aperto e reale di redistribuzione della scienza. Prossima scadenza: 21 dicembre.

Comunicato sui 9000 posti

CPU - Coordinamento nazionale Precari Università

Da giorni i lavoratori precari della ricerca e della docenza delle università italiane sono costretti a leggere sui giornali, o ad ascoltare negli spazi informativi televisivi, mistificanti resoconti e commenti sulla vicenda delle 9.000 posizioni universitarie promesse dal Ministro Gelmini per agevolare l’approvazione della cosiddetta “riforma universitaria” e per le quali mancherebbero i fondi. Questa prassi inaccettabile è stata fatta propria anche da diversi esponenti politici, da ultimo  il leader dell'Italia dei Valori, Antonio di Pietro, nella puntata di “Ballarò” del 19 ottobre 2010. Leggi tutto "Comunicato sui 9000 posti"

Spettri di Università: Chi sono i precari della ricerca?

Rete dei Ricercatori precari Bologna

Come i vecchi spettri di una volta i ricercatori precari si aggirano nelle università italiane. Un uno, nessuno, centomila nascosto, negletto, calmierato dai «stringi la cinghia ancora un po’, dài», ma di fatto definibile in un solo modo: persone che, come e più di altri attori, sostengono, mandano avanti, tappano i buchi di ciò che resta dell’università pubblica. Quanti sono i precari della ricerca oggi in Italia? Domanda ricca di insidie e fondamentalmente senza risposta, nemmeno nei piani alti ministeriali. Uno studio dell’Università di Milano ci ricorda che i corsi tenuti a contratto sono oltre cinquantamila, quasi la metà di tutti i corsi complessivi, ma è ovvio che il riferimento ai corsi non può risolvere la questione. Per risolvere la questione, si dovrebbe provare a classificarle queste figure sparse, queste dimensioni parallele. Ci sono gli assegnisti, che hanno una borsa mensile per uno, due, quattro anni (sempre più raramente ormai) e che, oltre la loro ricerca, sono costretti a fare mille altre cose. Ci sono i dottorandi, che rischiano di essere i futuri precari di domani. Ci sono i cultori della materia, definizione fumosa, malinconicamente démodé, che ci ricorda di altri tempi e altre situazioni, e che ancora inquadra centinaia, migliaia di ricercatori ed ex ricercatori che in un qualche modo fanno attività di «volontariato nell’università». Ci sono i collaboratori alla didattica che offrono, per pochi euro, un’attività essenziale di ricevimento, insegnamento (a volte interi corsi o moduli) e altro. E ci sono i docenti a contratto di cui prima, quelli che per un massimo di 2.000-2500 euro all’anno e un minimo di 0 euro (anni, mesi, giorni in questo caso non contano) svolgono un’attività di insegnamento in tutto e per tutto simile a quelle dei docenti di ruolo (associati, ordinari). Leggi tutto "Spettri di Università: Chi sono i precari della ricerca?"

Del pensionamento dei docenti universitari a 65 anni

[Diamo spazio ad alcuni interventi postati recentemente su "PrecarieMenti", blog che si definisce "uno spazio dedicato a tutti i lavoratori precari che operano tra istruzione, ricerca ed editoria".]

Max Livi

Io sono un privilegiato e so di esserlo. Sono (ancora) giovane ed ho raggiunto una posizione di assoluto riguardo nei vari gradini della carriera accademica. Dirigo un progetto d’interesse nazionale in un centro d’eccellenza, ho un budget di ricerca a quattro zeri, un’assistente e faccio parte di un collegio di colleghi miei coetanei. Beh sì che c'entra, sono in Germania. Da quassù vedo le cose in maniera talvolta diversa rispetto ai miei colleghi italiani che, loro malgrado, sono costretti a parare ogni giorno i colpi inferti da un sistema che a me ha fatto paura da subito e per questo ho deciso di lasciarlo più di dieci anni fa.

Continuo a seguire però con interesse e sgomento le discussioni ed i loro destini e mi rendo conto che la situazione non è facile. Con più sgomento che interesse seguo però anche le discussioni, o meglio i dibattiti sul previsto o possibile pensionamento a 65 anni per gli ordinari, nei quali i miei colleghi non coetanei da qualche settimana sono impegnati sui quotidiani nazionali.

Lo sgomento è dato da alcune argomentazioni dei diretti interessati che, seppur molto ben fondate su numeri (quelli della finanziaria) e scenari politico-giuridici (riforma/e dell’università, sistema dei concorsi), per lo più sottendono e/o esplicitano apertamente alcune considerazioni direi poco eleganti se non riprovevoli sul valore intrinseco (e non) del lavoro di migliaia di persone che oggi, di fatto, sostengono sulle loro spalle una parte fondamentale dei processi interni al funzionamento degli atenei italiani.

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I professori Rüf dell’università italiana

[Diamo spazio ad alcuni interventi postati recentemente suPrecarieMenti, blog che si definisce "uno spazio dedicato a tutti i lavoratori precari che operano tra istruzione, ricerca ed editoria". Come già messo in luce da articoli apparsi sul numero 1 di "Alfabeta2" e dalla discussione proseguita sul sito, la domanda sullo statuto odierno dell'intellettuale non può che prolungarsi nella domanda sul lavoro intellettuale diffuso e sulla sua condizione salariale e contrattuale precaria. Ed è proprio a questo tema che sarà dedicato il numero 2 della rivista, in uscita il 15 settembre. Sito web: "PrecarieMenti"]

La Redazione di PrecarieMenti

In questi giorni la creazione dell’Anvur, agenzia di valutazione della qualità della ricerca ha sollevato critiche serrate, specie in risposta ad un articolo comparso sul Corriere della Sera. Si discute in sostanza della possibilità di recuperare fondi per l’inserimento di una nuova generazione di ricercatori e docenti abbassando il pensionamento dei docenti universitari a 65 anni di età, equiparandolo quindi non solo all’età pensionabile in questo paese, ma all’età in cui in altri Paesi europei ed extraeuropei è chiesto ai docenti di lasciare il posto ai più giovani. Inoltre, un sistema di valutazione della ricerca che adotti criteri standard europei garantisce che il governo distribuisca i fondi in base ad una graduatoria creata sulla base di un criterio di produttività degli atenei e di qualità della ricerca ivi prodotta.
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