Elogio della mano

Riccardo Donati

Elogio della mano, pubblicato nel 1939 in coda a Vita delle forme (e in Italia, a partire dalla classica edizione einaudiana anni Ottanta tradotta da Sergio Bettini, sempre conosciuto in tale posizione ancillare), è uno dei testi più celebri di Henri Focillon (1881-1943), nel quale convergono e giungono ad altissima sintesi le molteplici competenze dello storico dell’arte francese, in grado di spaziare attraverso luoghi ed epoche i più disparati, allineando preistoria e contemporaneità, Piranesi e Hokusai, Rembrandt e Gauguin.

Il saggio viene qui presentato in forma autonoma, accompagnato da una serie di testi sparsi (raccolti dalla curatrice Annamaria Ducci sotto il titolo complessivo di Frammenti su tecnica e manualità), e da un notevole apparato iconografico, comprendente disegni d’autore mai apparsi in Italia – notevoli alcuni gustosi esperimenti grafici à la manière de. L’architettura del volume riflette dunque l’intento, pienamente condivisibile, di presentare l’Elogio come una delle pietre miliari della storia della critica d’arte. Tra i suoi meriti maggiori, quello di aver dimostrato l’indissolubile legame di tecnica e materia, evidenziando come alla base di ogni vero prodotto artistico sia il saper fare di una «mano pensante», attiva e mai ancillare rispetto all’occhio.

Come Ducci stessa non manca di sottolineare nel saggio introduttivo, l’Elogio non è tuttavia un testo riservato agli specialisti: in quanto riflessione originale sulla natura umana e sulla genesi di ogni atto creativo, rappresenta un’opera capitale anche per filosofi, antropologi, massmediologi e, non ultimi, letterati e studiosi di letteratura. Non dimentichiamo infatti che Focillon fu grande amico e sodale di Valéry, e che a più riprese lo studioso insiste sullo stretto legame che intercorre fra scrittura e disegno: si veda quante volte ritorna, in queste pagine, il nome di Victor Hugo. È poi da aggiungere che molte delle affermazioni di Focillon circa l’importanza del gesto e il ruolo degli «accidenti» nel fatto creativo risultano pienamente inscrivibili entro coordinate di poetica che accomunano numerosi scrittori e pittori otto-novecenteschi, in continuità con una linea che dalla poesia di Mallarmé giunge, passando per le Avanguardie, all’informale pollockiano.

Quella che Focillon chiama «poesia dell’azione», in polemica contro ogni mano «paralizzata» in atti puramente formali e astratti, prigioniera di idées reçues e formule sclerotiche (si tratti di classicismo o manierismo, di rigore raggelante o virtuosismo incendiario), ha molto a che spartire col pensiero e l’opera di chi, nel secondo Novecento – per l’Italia vengono in mente nomi di artisti-poeti come Emilio Villa e Toti Scialoja – ha rifiutato sia il concetto di art pour l’art sia i diktat del realismo coatto, predicando il valore della praxis e la necessità di impegnarsi in atti creativi fluidi, liberi, vitali. Quando per esempio Focillon scrive «la mano non è la servetta docile del pensiero; essa cerca, s’ingegna per lui, attraversa ogni sorta d’avventura, tenta la propria fortuna», viene alla mente al lettore di poesia l’immagine delle Mani di Bartolo Cattafi, «stampatrici d’impronte / d’immagini di vita».

Elogio della mano è un’opera godibile al di fuori di ogni apparentamento disciplinare, un testo dotato di senso inesauribile, insomma un classico – nel senso calviniano del termine. Sin dal titolo Focillon ascrive esplicitamente il suo scritto, caso raro nel Novecento, a un genere antico come l’encomio: da lui ripreso con estrema perizia tecnica – a tutti i livelli, dall’ars oratoria alla scelta delle immagini e loro disposizione – per condurlo senza forzature o facili espedienti nel cuore della modernità. Come i classici dell’antichità, l’Elogio ha la capacità di suscitare nel lettore d’oggi l’ariosa e piacevole sensazione di confrontarsi con un pensiero denso e pulsante che, fattosi scrittura, procede, si dispiega e fluisce con la massima, quasi fisiologica, naturalezza, sempre dialogando con il presente di chi legge, sempre tentando, a carte scoperte, «la propria fortuna».

Henri Focillon
Elogio della mano. Scritti e disegni
a cura di Annamaria Ducci
Castelvecchi, 2014, 86 pp. con 33 ill.ni a colori f.t.
€ 18,50

 

Nella palpebra interna

Dalila Colucci

È un sottile gioco riflessivo ad attenderci sulla copertina del saggio di Riccardo Donati, che si muove tra poesia e arti della visione: nel superare lo straniante sistema di cornici che circondano la sagoma di un occhio, il lettore ha infatti l’impressione di attraversarne la fragile membrana epidermica per accedere alle sue pieghe cerebrali, ai suoi più segreti meccanismi percettivi. La palpebra interna – sia essa quella della Jeune femme, forse colta a spiare attraverso una serratura; o quella dei diciassette poeti raccontati nelle pagine che seguiranno – allude all’indagine sui processi creativi di matrice visiva che sottendono a un certo numero di esperienze poetiche del secolo scorso e della contemporaneità.

«All’incrocio di regimi di visibilità (o scopici) e regimi di enunciazione», lo sguardo costituisce il perno teorico di un studio originale, che richiamandosi a precedenti di scuola francese – Debray, Bonnefoy, Didi-Huberman – e recuperando le quattro categorie wölffliniane di sguardo come evento, avvento, esperimento e accecamento, articola il lavoro in altrettante sezioni interpretative; l’uso delle quali porta a una destrutturazione delle consuete categorie letterarie.

Sotto lo sguardo-evento sono raccolti esperienze poetiche lette alla luce della relativizzazione scientifico-culturale degli anni Cinquanta: le opere di Villa, Scialoja, Bigongiari e Cattafi fanno sprigionare un’energia mentale ed erotica che riposa nel binomio caos-caso, in una regressione all’origine prima. Interessati al fatto artistico come rivelatore di una realtà seconda e assoluta sono invece coloro cui Donati attribuisce lo sguardo-avvento: Luzi e Gatto, Testori e Pasolini.

La terza sezione è dedicata allo sguardo-esperimento, specola di un valore documentale del fatto artistico: a quello che Donati chiama l’esperimento del sé rispondono i moduli poetici di Zavattini e Raboni,indagati attraverso il poemetto dedicato al pittore Ligabue e il testo Le nozze, costruito sul Ritratto dei coniugi Arnolfini di Van Eyck; ad esiti simili giunge, nella stretta contemporaneità, Andrea Inglese, che organizza la raccolta Commiato da Andromeda sul dipinto quasi omonimo di Pietro di Cosimo, metafora visiva atta a rileggere a posteriori una storia sentimentale. Le riflessioni di Sanguineti e Risi sulla funzione sociale dell’arte rappresentano invece lo sguardo come esperimento del noi. Esempi ne sono la galleria poetica intitolata al museo olandese Mauritshuis, le cui rappresentazioni celebrative della borghesia del Cinque-Seicento Sanguineti degrada e ri-vivifica con toni parodici; e Un albero appeso al muro, ove Nelo Risi denuncia l’autoreferenzialità dell’arte contemporanea.

Ultima tappa è costituita dallo sguardo-accecamento, tendenza che riguarda le voci della contemporaneità, testimoni della moderna superfetazione di immagini. Le strategie del guardare riposano ora in un «accecamento antiedipico», sintomo di una visione non oculare profonda, in grado di «bucare la pellicola opaca della mediasfera ambientale». Al centro di questo sguardo inabissato sta il corpo, bloccato tra esaltazione e autoannullamento, in cui l’opera d’arte si riflette. A seconda che sia visto da dentro o dal di fuori, il corpo dello sguardo-accecamento può manifestarsi in forme di autoscopia o eteroscopia.

Le prime si rintracciano in Valerio Magrelli ed Elisa Biagini: l’uno compreso nella raffigurazione di una «macchina-corpo» parcellizzata, che Donati legge in sintonia con le innaturali torsioni della carne nei quadri di Bacon; l’altra impegnata in un «itinerario di catabasi» nel corpo femminile, desessualizzato in prospettiva anatomica (sulla scorta delle performance di Mona Hatoum), o riconosciuto per brandelli in un’alienata quotidianità domestica. All’eteroscopia appartengono invece le esperienze di Tommaso Ottonieri, il cui sguardo eterodiretto pullula di presenze e visioni di natura filmica; e di Gabriele Frasca, il cui romanzo Il fermo volere, storia dell’«intrusione di un corpo-altro» nella vita di un lettore di fumetti, si configura come spazio di sinestetica contaminazione di codici.

Sul prevalere delle ragioni dell’ascolto nella dinamica combinatoria tra parola e immagine, la palpebra – fragile o oscurata che sia – non può che chiudersi del tutto, senza che ciò comporti una valutazione rinunciataria o dolente sui risultati dell’ultimo secolo di poesia. La polifonica proposta di Donati resta una riuscita antologia di sguardi epifanici e alle volte chiaroveggenti, attraversati – pur nella cupa sfiducia di certe posizioni novecentesche – da un’affermazione inesausta del gesto poetico: che sopravvive sempre, traendo dall’incontenibile mondo del visibile la linfa per la sua pratica di creazione e di speranza.

Riccardo Donati
Nella palpebra interna. Percorsi novecenteschi tra poesia e arti della visione
Le Lettere (2014) pp. 291

€ 25,00

 

L’incognita Costa

Riccardo Donati

«Costa ci raggiunge con un misurato ritardo, quando tutto sembra risaputo, e invece di Costa ci rimane tutto da sapere, ossia da leggere»: con queste parole uno dei maggiori poeti contemporanei, Andrea Inglese, ha recentemente reso omaggio al multiforme ingegno di Corrado Costa (1929-1991), in un notevole numero del «verri» interamente dedicato al poeta parmense.

Il ringraziamento che Inglese rivolge a «tutti coloro che raccolgono Costa, che lo fanno circolare, che lo inseguono, che lo stampano e ristampano» va in questo caso allargato all’editore Diabasis, che per le cure di Eugenio Gazzola pubblica quattro testi inediti risalenti alla fine degli anni Ottanta, una pièce teatrale e tre racconti.

Il primo, che dà il titolo al volume, è un dialogo a più voci costruito immaginando le fasi istruttorie del processo intentato dal Sant’Uffizio contro Galileo per il Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo. Diviso in cinque parti, tante quante furono le udienze del processo, il testo porta in scena un rito giudiziario segnato da un linguaggio tra il burocratico e il dottrinario-filologico, palestra per esibizioni narcisistiche e prove muscolari di politica ecclesiastica che svuotano di senso i lavori della commissione.

Come osserva Gazzola, Costa porta qui in scena «i meccanismi di difesa e conservazione dell’autorità e di trasmissione certa del potere», mostrando come il potere, «aderendo sempre più agli uomini che lo incarnano e sempre meno all’idea che lo fonda, volti in decadenza e disgregazione». Circa i tre racconti, Poche storie e È lo stesso, anche se non è lo stesso si potrebbero definire dei piccoli «thriller dell’assurdo», costruiti a partire da due dei maggiori eventi mediatici degli anni Ottanta, l’esposizione dei Bronzi di Riace nel 1980 e il passaggio della cometa di Halley nel 1986. L’incognita borghese è invece un testo centrato sulla città di Parma e si presenta come una sorta di esperimento di psicogeografia che riecheggia la théorie du détournement situazionista, in felice equilibrio tra satira del mondo borghese e giocose epifanie legate all’arte e all’architettura cittadina.

Si conferma in tutti questi testi la fedeltà di Costa a una scrittura fortemente sperimentale, non per via di espressionistico proliferare del senso ma per dissestamento della logica diegetica, fatta brillare attraverso dinamitarde accensioni di una spassionata intelligenza della realtà che volentieri ricorre alla sottile arte della divagazione e dell’intuizione fulminante. Oltre a frequenti, e spassose, boutades degne del Costa poeta («Il sogno di un ginepro è il gin»), emergono qua e là germi di riflessione metaletteraria che confermano la natura non episodica degli interessi teorici dell’autore, acceso sostenitore di una poetica della devianza e dell’eccentricità.

Notevole è ad esempio l’interpretazione di un passo leopardiano (Zib. 154), nel quale si affermerebbe l’esistenza di multiversi creativi altri rispetto al Sistema Letterario storicamente accertato: «E chi sa che non esista un altro, o più, o infiniti altri sistemi di cose così diversi dal nostro che noi non li possiamo neppure concepire?». Ben riconoscibili sono poi alcuni dei temi centrali dell’autore, dalla polemica nei confronti dei correnti assetti istituzionali e sociali alla riflessione sulla natura falsa e falsificante della realtà, che tende a espropriare gli individui della loro stessa vita (si legga in tal proposito il gustoso paragrafo Estranei).

I quattro testi raccolti da Gazzola confermano la centralità della figura di Costa non solo nell’alveo della migliore neo-avanguardia italiana, ma anche all’interno di un’ideale «linea emiliana» della nostra letteratura, eccentrica e pungente, ironica e autoironica, che, poniamo, da Delfini e Zavattini giunge fino a Celati e Cavazzoni. Aveva ragione Aldo Tagliaferri quando, antologizzando Costa a metà degli anni Novanta, lo definì «una sorta di Eric Satie, un po’ più in qua e un po’ più in là di tutti gli altri».

Corrado Costa
I minimi sistemi e altre storie
a cura di Eugenio Gazzola
Diabasis, 2014, 124 pp., € 15,00