Leggi e mitologie razziali

Giorgio Mascitelli

La resistibile ascesa di Matteo Salvini al potere ha prodotto, come era lecito attendersi, una serie di provvedimenti dai tratti fortemente ambigui se non apertamente razzisti. E tuttavia l’aspetto più significativo di queste scelte è la loro patente inefficacia per quegli stessi fini securitari per cui sono state prese. Per esempio, come dimostra inequivocabilmente Guido Viale su Il manifesto dello scorso 26 ottobre, l’abolizione degli sprar ( i centri di accoglienza per i profughi) determinerà un aumento dei clandestini e in definitiva dell’insicurezza sociale in termini anche di quella criminalità che a parole si vuole combattere. Non si tratta con ogni evidenza di un errore, di una svista nelle politiche di repressione o di un cedimento alle pressioni della base, ma di una scelta razionale che serve ad alimentare la macchina mitologica della xenofobia. Insomma i decreti proposti appaiano una continuazione sul piano legislativo del repertorio di dichiarazioni aggressive e immagini edificanti diffuse via social che costituiscono il fondamento del discorso salviniano. Non si tratta, cioè, di costruire una politica organica di apartheid come nelle leggi razziali storiche, che urterebbe gli interessi della base leghista di imprenditori medi e piccoli del Nord, ma di una serie di azioni e di parole che mirano a mantenere alta la paura e per così dire a oliare meticolosamente la macchina mitologica. Ovviamente il suo funzionamento a pieno regime ha bisogno di vittime.

Va da sé che anche le iniziative periferiche delle amministrazioni leghiste si muovono in questo solco tracciato dall’aratro salviniano, basti pensare all’odioso trucchetto burocratico escogitato dalla giunta comunale di Lodi per escludere dai benefici delle riduzioni delle tariffe della mensa scolastica e dello scuolabus riservate alle famiglie non abbienti i figli di extracomunitari, che sembra avere essenzialmente la funzione di ribadire il primato degli italiani, senza peraltro mutare in nulla la condizione di quelli che tra loro sono poveri. La situazione in cui questa strategia è emersa in maniera più nitida resta, tuttavia, la manfrina estiva organizzata dal ministro degli interni a spese dei profughi imbarcati sulla nave Diciotti, nella quale si è inventata letteralmente un’emergenza che non aveva alcuna ragion d’essere oggettiva.

È del tutto complementare a questo schema la vicenda di Riace e del sindaco Lucano, dove le difficoltà giudiziarie dell’amministrazione comunale sembrano essere state sfruttate piuttosto per distruggere un esempio di un’alternativa concreta alla politica della paura. Non si deve però guardare solo alla politica di inserimento e integrazione svolta con successo dall’amministrazione della cittadina calabrese. C’è un altro dato nella vicenda di Riace che va tenuto costantemente presente, se si vuole ragionare politicamente sulla storia di questa esperienza aldilà di afflati solidaristici o polemici, come ha fatto notare Sergio Violante su Nazioneindiana: il comune di Riace nel 2011 aveva 1793 abitanti e alla fine del 2017 ne aveva 2309 e tale incremento non era riconducibile esclusivamente alla popolazione straniera che consta di 470 residenti. Insomma in una regione caratterizzata da un saldo demografico sia naturale sia migratorio negativo a pesante rischio di spopolamento, il comune di Riace, in assenza di particolari investimenti esterni, innestava una dinamica positiva che coinvolgeva anche la popolazione italiana, finendo così con lo smentire implicitamente uno dei miti collaterali della macchina mitologica ossia che vi sia un piano per la sostituzione delle popolazioni autoctone con quelle provenienti dall’Africa. Il successo demografico del comune di Riace era uno scandalo troppo grosso per poter essere tollerato.

Le ragioni di questa politica sono tanto evidenti quanto banali: senza il razzismo, senza la paura dell’invasione, senza la macchina mitologica la Lega sarebbe un partito elettoralmente secondario incerto tra secessionismo o rivolta fiscale antieuropea forte solo in quelle che Aldo Bonomi chiama le aree tristi del Nord. Oggi, invece, la Lega è secondo i sondaggi il primo partito italiano e Salvini può giocare il ruolo di prestigioso leader della destra internazionale, verosimilmente a spese dell’Italia stessa. Non vorrei che la banalità della spiegazione fosse scambiata per una sottovalutazione del pericolo, al contrario la macchina mitologica, una volta avviata, tende a funzionare come un dispositivo e dunque a riprodursi e ad amplificarsi e per mantenere il consenso bisogna assecondarla. In altri termini ci troviamo su di una china che può scivolare verso qualsiasi conclusione.

La macchina mitologica garantisce a chi la governa o meglio l’asseconda un altro vantaggio non trascurabile ed è che scelte di governo potenzialmente dannose o pericolose non vengono percepite come tali dalla popolazione. Di questi primi mesi di governo gialloverde uno dei dati più sorprendenti è l’entusiastico appoggio ricevuto da Salvini nel suo scontro frontale con la commissione europea in aree ancora benestanti dell’Italia settentrionale, le quali hanno tutto da perdere da questo scontro e dalle rappresaglie economiche che toccherà loro subire. Paradossalmente la base elettorale dei 5stelle, specie nel Sud, ha un comportamento più razionale in quanto la sua situazione nello status quo del neoliberismo europeo è oggettivamente senza prospettive e dunque è comprensibile che sia tentata da qualsiasi avventura, ma che regioni come il Trentino, il Friuli o la stessa Lombardia si buttino su questa strada senza tentennamenti rivela bene il potenziale allucinatorio della macchina mitologica razzista e ricorda vagamente l’entusiasmo con cui le popolazioni europee nel 1914 accompagnarono al massacro i loro figli.

Questa ondata non può essere fermata da un antirazzismo come pura testimonianza o come regola di un galateo internazionale dei ceti vincenti nella globalizzazione, ma da un lungo lavoro politico che ponga il dovere di restare umani nella cornice di un progetto di società diversa che parli a molti. Che l’antirazzismo ufficiale delle istituzioni della globalizzazione, del resto, sia totalmente inefficace è dimostrato dal fatto che mai come in questi anni c’è stato un impegno dei media in Europa contro il razzismo, che ha coinvolto perfino un ambiente conservatore e superficiale come quello del calcio, ma il razzismo ha continuato a crescere dappertutto.

Questi sono le questioni che il nostro tempo ci pone e non sarà qualche tecnico ben preparato a poterle affrontare.

Le nuove isole di utopia. Riace

Franciscu Sedda

Le città sono isole in mezzo alla corrente, ha ricordato di recente Arnaldo Bagnasco citando Hemingway (La Lettura, #358). E le correnti più forti che oggi attraversano queste isole, e come flutti del mare in tempesta paiono poterle sommergere, sono i flussi migratori.

Forse per questo Riace è diventata un luogo simbolo. Perché nel suo piccolo rappresenta una contemporanea isola d’utopia. L’utopia di un paese che fa ciò che le città hanno abdicato a fare: affrontare le correnti, trasformarle in energia. Utopia di un’isola in cui i flussi non soverchiano ma vivificano, non erodono ma completano, non distruggono ma nutrono. Un’isola al di là dei flutti. Quelli mortali e quelli minacciosi. Quelli del Mediterraneo. Quelli della xenofobia.

Da qui il fastidio di altri per Riace e per il suo uomo-simbolo, Mimmo Lucano. Il fastidio di chi del mondo che da sempre è e sarà “grande e terribile” non sa cogliere alcuna grandezza. Il fastidio di chi alimentando il senso di crisi perenne che alimenta le paure quotidiane alimenta infine il suo consenso, e non può dunque tollerare positivi contro-esempi. Il fastidio di chi non può tollerare isole-utopia ma solo distopie dell’isolamento. Il fastidio di chi pensa che le isole, con le loro sponde, non siano i luoghi più aperti al mondo ma quelli più facili da chiudere.

È chiaro che chiudere (con) l’esperienza di Riace, chiudere quest’isola-utopia, significa provare ad esorcizzare il problema dei flussi e ancor più le sue (mai facili) soluzioni.

Mentre una parte dell’Occidente continua a sognare i suoi atolli oceanici, in cui gli indigeni fanno i camerieri senza intralciare i tramonti da instagrammizzare; mentre ognuno si cerca i suoi caraibi low-cost, certamente esotici ma possibilmente non troppo; ecco che viene facile ignorare che anche gli altri hanno diritto a sognare. O fuggire.

Perché se è vero che ognuno ha il dovere morale di restare e lottare per cambiare i propri luoghi è altrettanto vero che ognuno ha il diritto esistenziale di partire. E di farlo prima che tutto sia perduto, prima che tutto – a partire dal futuro dei propri figli – sia definitivamente compromesso.

Da questo punto di vista il pericolo di affondamento delle isole oceaniche sotto i colpi del clima impazzito è come la scialuppa che Dio manda per la terza volta al naufrago nella barzelletta: il segno ultimo e più eclatante del fatto che molti stanno perdendo le loro “isole”. E che questo, piaccia o non piaccia, ci riguarda. Perché spesso ne siamo stati la causa. Perché in ogni caso ne sentiremo l’effetto.

Peccato che proprio come il naufrago della barzelletta molti, in Europa, non capiscono i segni del tempo, meteorologico e sociale al contempo. Non solo non salgono sulla scialuppa, non si mettono in cerca di nuove isole-utopia da fondare, ma addirittura pensano di respingere o affondare chi invece davanti al diluvio ha deciso sulla scialuppa di salirci su. Poi, impreparati ai vorticosi flutti prodotti dai flussi, pensano di risolvere le cose maledicendo, ad esempio, il migrante africano che, dopo le cicatrici del colonialismo e dell’imperialismo (con i doni avvelenati del fondamentalismo, delle dittature locali, delle guerre civili, della povertà in stile biafrano che prima ci commuoveva), decide, lui sì, di prendere un barcone.

Per andar dove? Verso altre isole. Verso qualche Riace d’Europa. O anche meno. Una qualunque città o stato europeo può comunque andar bene. I luoghi per noi meno scintillanti di un tempo, densi di sogni infranti e prosperità diseguali, per altri sono spazi brulicanti di ambigue e altrove inaccessibili opportunità di vita. O perlomeno di tentativi di sopravvivenza meno rischiosi di quelli nei loro luoghi di partenza.

Si possono anche chiudere i propri esperimenti d’utopia ma si rimane pur sempre l’isola utopica di qualcun altro.

Riace, Lodi, la lontana Baviera

GB Zorzoli

Nell’estromissione del sindaco Lucano, un particolare più di altri ne mette in luce la premeditata volontà di mettere la parola fine a un’esperienza che contraddice la narrazione salviniana sui dannati della terra che cercano ospitalità in Italia. È il cinico utilizzo di un rapporto predisposto per consigliare al sindaco di Riace di porre rimedio al mancato rispetto di qualche procedura, dovuto all’urgenza di realizzare al più presto alcune iniziative.

Il rapporto, concepito prima del 4 marzo con lo scopo di suggerire al sindaco Lucano come mettere in sicurezza, anche formale, l’esperienza Riace, nelle mani di Salvini è diventato il bazooka per tentare di distruggerla, cercando altresì di diffamarlo (tentativo ovviamente non riuscito). Anche la stessa magistratura, pur rimuovendo la detenzione a domicilio, si è preoccupata di impedire la permanenza di Lucano a Riace. La parola d’ordine è rimuovere qualsiasi ostacolo alle scelte del manovratore che, quando non è in giro a far comizi o a intrattenersi con gli Orbàn o con i Putin, risiede al Viminale.

In perfetta sintonia col manovratore, a Lodi la sindaca leghista, Sara Casanova, ha utilizzato cavilli formali per escludere dalle mense scolastiche i bambini figli di immigrati, discriminazione che solo una spontanea raccolta di fondi sta mettendo in mora. Una luce di speranza, che però non dissipa le tenebre calate su un paese dove la politica razzista di Salvini continua a consolidarne il consenso tra gli elettori.

Da questo dato di fatto dobbiamo partire, evitando di cercare un acritico conforto nei recenti risultati elettorali tedeschi.

Innanzi tutto, sotto il profilo economico e sociale la Baviera, con un Pil di 594 miliardi nel 2017 (il 18% del totale tedesco e una volta e mezzo quello della Lombardia) e un tasso di occupazione intorno all’80%, rappresenta una felice eccezione nel panorama tedesco.

Anche in Assia, dove si vota a fine mese e i sondaggi vedono in calo la CDU dal 42 % di cinque anni fa al 29% e i socialdemocratici dal 29 al 23 %, mentre a guadagnare sarebbero l’estrema destra di Alternative für Deutschland (14%), che alle precedenti elezioni non si era nemmeno presentata, e i Verdi (dal 10 al 18 %), è una delle regioni più prospere della Germania. Chiaramente in entrambe le regioni è assente l’ansia per i cambiamenti prodotti dalla globalizzazione che, là dove generano esclusione economica e/o sociale, anche in Germania spingono una parte rilevante dell’elettorato sotto l’ala protettrice dei partiti populisti, ma questo non basta a spiegare perché Verdi tedeschi siano l’unico partito in campo da decenni a crescere, dopo un periodo, durante il quale sembravano avere perso la precedente spinta propulsiva.

Gioca indubbiamente a favore di questa felice singolarità il rispetto per la natura e per l’ambiente, che da più di un secolo è parte integrante della cultura del comune cittadino tedesco, a prescindere dai suoi orientamenti in altri campi, a partire proprio dalla politica. Fanno testo lo zoologo Ernst Haecke, che nel 1867 coniò il termine «ecologia» e sotto questo nome avviò la disciplina scientifica dedicata allo studio delle interazioni fra organismo e ambiente, ma nel contempo si distinse per le posizioni e gli scritti antisemiti, e lo stesso Hitler, il quale in Mein Kampf scrive che «quando le persone cercano di ribellarsi contro la logica ferrea della natura, entrano in conflitto proprio con i princìpi stessi cui devono la propria esistenza di esseri umani. Le loro azioni contro la natura devono condurre alla loro rovina». Hitler e Himmler erano entrambi vegetariani rigorosi, attratti dal misticismo della natura e dalle cure omeopatiche, fortemente contrari alla vivisezione e alla crudeltà sugli animali.

La matrice ambientalista dei Verdi tedeschi è quindi in sintonia con una cultura diffusa trasversalmente nell’elettorato, il che spiega perché, pur essendosi organizzati in partito - come analoghi movimenti di altri paesi – sull’onda della battaglia antinucleare, fin dall’inizio siano riusciti ad attestarsi su percentuali di voti più elevate. Altra differenza, dopo l’unificazione tedesca il loro accordo con Alleanza '90, un movimento per i diritti civili nella Germania dell'Est, ha dato il via a una trasformazione che ne ha reso meno monotematico il programma politico, oggi ad esempio caratterizzato da un forte europeismo, da una politica di inclusione degli immigrati e impegnata a favorire l’effettiva pari opportunità.

I Verdi non si sono però limitati ad aggiungere altre tematiche alla precedente “lista della spesa”: le hanno integrate con successo all’interno del loro tradizionale obiettivo – realizzare una “green economy” –, riuscendo quindi ad avanzare non nominalmente, ma di fatto, una proposta politica per la costruzione di una “green society”, economicamente e socialmente equa. Impossibile da realizzare se non è accompagnata dalla trasformazione “low carbon” dell’economia. Non a caso i Verdi stanno soprattutto sottraendo voti ai socialdemocratici.

Nulla di simile esiste per ora in Italia, dove anche i movimenti ambientalisti nel loro agire pratico sono concentrati esclusivamente sui temi dell’economia ecosostenibile e non riescono pertanto a dare risposte alle cause che hanno provocato la ribellione di più di metà dei cittadini. Figurarsi gli altri.

Fino a quando conviveremo con il vuoto di proposte alternative, il consenso continuerà ad andare ai Salvini, la cui intolleranza nei confronti degli immigrati è parte integrante di una concezione autoritaria a tutto campo.

«Prima di tutto vennero a prendere gli zingari, e fui contento, perché rubacchiavano. Poi vennero a prendere gli ebrei, e stetti zitto, perché mi stavano antipatici. Poi vennero a prendere gli omosessuali, e fui sollevato, perché mi erano fastidiosi. Poi vennero a prendere i comunisti, e io non dissi niente, perché non ero comunista. Un giorno vennero a prendere me, e non c’era rimasto nessuno a protestare».

Niente è più attuale di queste parole, pronunciate in un sermone dal pastore luterano Martin Niemöller.