Una rete senza conflitto

reteMichele Mezza

"Se ogni strumento riuscisse a compiere la sua funzione o dietro un comando o prevedendolo in anticipo e, come dicono che fanno le statue di Dedalo o i tripodi di Efesto i quali, a sentire il poeta,"entran di proprio impulso nel consesso divino", così anche le spole tessessero da sé e i plettri toccassero la cetra, i capi artigiani non avrebbero davvero bisogno di subordinati, né i padroni di Schiavi"

E' Aristotele che ne la Politica fissa , con una lucidità preveggente, la mission dei processi di automatizzazione delle attività umane : liberare il lavoro umano dal fardello della subordinazione e della fatica. Più la prima della seconda. L'automazione, ci dice il fondatore dell'accademia, con il suo dispiegarsi libera il lavoro dalla coercizione della sua organizzazione gerarchica. O almeno ne riduce le forme più faticose e ripetitive. Il grande istitutore di Alessandro Magno insieme al tema della subordinazione del lavoro fra gli uomini, si è trovato ad aprire la strada anche a un altro filone di ricerca: la relazione fra uomo e quei dispositivi intelligenti, quei sistemi, che quasi magicamente, per mantenere la metafora del filosofo, muovono "le spole e i plettri" modificando il comportamento degli operatori dei telai e i musicisti.  Il nostro filosofo aveva già percepito che la condizione umana fosse fin da allora una funzione di quel che le macchine non riescono ancora a fare. E viceversa, da questa logica si deduce che l'attività umana sia fortemente integrata e determinata da quello che i sistemi tecnologici sono in grado di fare.

2.500 anni dopo Aristotele, torna sul tema Umberto Galimberti con la stessa ambizione di misurare l'entità del fenomeno tecnologico e la sua ripercussione nella vita umana e nel suo tomo Psiche e Technè (Feltrinelli 1999) scrive "superato un certo livello, la tecnica cessa di essere un mezzo nelle mani dell'uomo per divenire un apparato che include l'uomo come suo funzionario". Qual è questo "certo livello?" Quando in sostanza ci troviamo ad essere guidati e a non più guidare i sistemi cognitivi che usiamo quotidianamente quando inevitabilmente ci troviamo a condividere in rete soluzioni e dispositivi che impaginano e orientano la nostra vita? 

E' questa la domanda che non trovo nel pur complesso approccio alla rete che sostiene il dibattito che ha accompagnato, e poi ratificato con una votazione unanime dalla stessa Camera,senza sostanziali modifiche rispetto alla versione inziale, il testo della Carta dei diritti della rete elaborata dalla commissione insediata dalla presidente della Camera dei deputati on Laura Boldrini e presieduta dal professor Stefano Rodotà. In assenza di questa domanda la rete si riduce a uno scarno ambiente in cui conta essenzialmente entrare, accedere, e dove gli statuti di cittadinanza sembrano condizionati solo da dimensioni tecniche -la connettività - e personali- la privacy. Una visione improntata alla tradzione idealista-liberale, che identifica la libertà con la titolarietà formale del diritto ad esercitarla.

Ma la storia dei fenomeni sociali, in particolare dei processi innovativi, ci insegna che i diritti sono la conseguenza della relazione fra i poteri: è il conflitto da soggetti che tendono a dominare che determinano la matrice dei valori individuali.

La Carta dei diritti mi sembra che non aiuti a dare un'identità alla politica nella rete. So bene che si è trattato di uno sforzo non semplice né scontato. Per la prima volta le istituzioni del paese hanno assunto la rete non come un surrogato del sistema mediatico, come fino ad oggi la vulgata politica tramandava, ma come un'ambito sociale con caratteristiche e fisionomie autonome e organiche,dove misurare forme di cittadinanza e integrare il corredo dei diritti civili. Internet con questa Carta non è più l'accessorio comunicativo , il megafono multimediale,che si usa per dare una verniciata di modernità alla propria informazione, ma un'estensione lineare della società ,con le sue problematiche, le sue dialettiche, e sopratutto le sue relazioni interpersonali.

Di conseguenza la rete deve essere un luogo dove ogni cittadino, ormai la stragrande maggioranza della popolazione italiana, possa ritrovare un sistema di valori e di norme che ne valorizzino l'autonomia e ne assicurino la libertà. Ma che cosa è oggi concretamente la rete? Chi la guida e sostiene? Chi ne caratterizza lo sviluppo? Chi decide?

Accedere alla rete oggi significa immergersi, impotenti e disarmati , in un groviglio di soluzioni digitali in cui la nostra personalità è sminuzzata e ricomposta impunemente dai grandi centri di servizi digitali. Esattamente come entrare in una fabbrica all'inizio del '900 significava sottoporsi ad un sistema di sfruttamento bestiale che si prolungava poi nella società. Solo una negoziazione da parte del movimento del lavoro ha civilizzato il sistema fordista creando la culture occidentale del welfare. Nella rete i sussulti che stanno andando in questa direzione, penso alle forme di rivolta degli utenti e dei consumastori di fronti alla profilazione passiva dei loro consumi, o ai primi atti di sovranità dell'Unione Europa , fra cui la recente sentenza dell'alta corte di giustizia sull'uso dei nostri dati da parte degli Over The Top, non sono colti né approfonditi dalla Carta dei diritti italiana.

E anche quando si apre uno squarcio, rimane sospeso in termini troppo generici,come ad esempio,il comma 3 dell'articolo 3 che recita "Ogni persona ha diritto ad essere posta in condizione di acquisire e di aggiornare le capacità necessarie ad utilizzare Internet in modo consapevole per l'esercizio dei propri diritti e delle proprie libertà fondamentali" , o ancora il comma 3 dell'articolo 14:Internet richiede regole conformi alla sua dimensione universale e sovranazionale, volte alla piena attuazione dei principi e diritti prima indicati, per garantire il suo carattere aperto e democratico, impedire ogni forma di discriminazione e evitare che la sua disciplina dipenda dal potere esercitato da soggetti dotati di maggiore forza economica.

Sarebbe bastato forse richiamare il testo di un letterato di grande intuito ed estrema sensibilità sociale, anche se a digiuno delle sofisticate competenze tecnologiche che erano rappresentate al tavolo di elaborazione della Carta, per dare sostanza e attualità al documento: Le Lezioni Americane di Italo Calvino. Dove esplicitamente si dice: E' il software che sta guidando il mondo. Anzi, come insiste un guru certo non avverso alla rete come Marc Andreese, fondatore di Netscape "il software si sta mangiando il mondo".

Per software intendiamo specificatamente quel linguaggio matematico che si propone oggi, di volta in volta, come l'unico modo di risolvere un dato problama: l'algoritmo.Una vera clava nelle mani dei grandi imperi del pensiero computazionale come Google, Facebook, Amazon che stanno riclassificando le nostre relazioni e i nostri ocmportamenti sulla base di unìapparente scambio gratuito: tu mi deleghi la tua identità, io ti organizzo i tuoi linguaggi.Come dice Frank Pasquale nel suo libro Black Box:" l'autorità oggi si esprime in linguaggi algoritmici".

Una consapevolezza che ci permetterebbe di non riprodurre quell'asimmetricità sociale nell'innovazione per riequilibrare la quale abbiamo dovuto bruciare un secolo di lotte operaie in un ambiente più feroce, ma anche più riconoscibile, della blogosfera, come la catena di montaggio.

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Parola misteriosa, almanacco. Venuta a noi dagli arabi di Spagna, ma dalle origini oscure: le tavole astronomiche, che davano il modo di determinare il giorno della settimana o la posizione media del sole, avevano forse le loro radici in una vocabolo antico, manakb, il luogo ove si fanno inginocchiare i cammelli d’una carovana per il carico e lo scarico o il riposo. E questa idea di sosta, una sosta tranquilla nel corso di un lungo movimento, ci piace, perché in qualche modo abbraccia i due aspetti del libro che avete in mano: da un lato una riflessione sull’anno che è appena trascorso, attraverso una serie di cronache selezionate tra le moltissime proposte da alfa+, il quotidiano diario di Alfabeta2 online; dall’altro, il desiderio di affrontare quello che è, al di là delle immediate contingenze, uno dei nodi più intricati della vita umana sempre, di quella attuale in particolare: il nostro rapporto con il tempo che, in questa nostra epoca globalizzata, si sta trasformando e ci sta trasformando. Non abbiamo la presunzione di proporre risposte, ma di avere lanciato interrogativi per l’anno, gli anni a venire, questo sì.

A cura di Nanni Balestrini, Maria Teresa Carbone, Andrea Cortellessa, Nicolas Martino

POST-FUTURO

Testi di Franco Berardi Bifo, Sergio Bologna, Aldo Bonomi, Maria Teresa Carbone, Andrea Cortellessa, Lelio Demichelis, Nunzio d’Eramo, Andrea Fumagalli, Andrea Inglese, Nicolas Martino, Cristina Morini, Luisa Muraro, Letizia Paolozzi, Fabrizio Tonello, G.B.Zorzoli.

alfadomenica luglio #2

Sulla rete e il lavoro vivo – su Romeo Castellucci – Sul Rifiuto del lavoro – Coordinate dall'Irlanda – Semaforo **

UNA SCOMMESSA POLITICA
Benedetto Vecchi

La coerenza è un elemento che va sicuramente incoraggiato in un presente opaco e segnato da repentini cambiamenti del punto di vista di chi lo interroga criticamente. Talvolta, però, la coerenza induce a semplificazioni e a riprodurre pregiudizi che poco fanno comprendere l'analisi critica che viene proposta. È questo il caso di Carlo Formenti nel testo pubblicato da alfabeta2 relativo all'analisi del libro La Rete. Dall'utopia al mercato di chi scrive, pubblicato da manifestolibri.
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FIGURE DI UN TEATRO CHE PERDURA
Alfredo Riponi

La raccolta di saggi curati da Piersandra Di Matteo, Toccare il reale. L’arte di Romeo Castellucci (Cronopio 2015), fa perno sul Convegno internazionale dell’Aprile 2014 all’Università di Bologna: La quinta parete. Nel teatro di Romeo Castellucci. Mentre l’ultima parte è uno sguardo retrospettivo sulla Biennale di Venezia del 2005 curata da Castellucci. Orestea, Tragedia endogonidia, Sul concetto di volto nel Figlio di Dio, Go down Moses; sono alcuni dei nomi per questo attraversamento del teatro di Castellucci.
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SUL RIFIUTO DEL LAVORO
Intervista di Jacopo Galimberti a Claire Fontaine

La nozione di rifiuto del lavoro quindi dovrebbe diventare rifiuto di una certa forma di vita, di un certo equilibrio tra la vita e quello che appare all’esterno come il lavoro vero e proprio. Questo tipo di azione è quello che noi definiamo lo sciopero umano, cioè il tentativo di disinnescare le dinamiche che ci fanno identificare soggettivamente col posto che occupiamo nella società “produttiva”.
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COORDINATE DALL'IRLANDA
Fabio Pedone

Il dualismo costitutivo della letteratura irlandese ha favorito in molti scrittori dell’isola un’attenzione estrema al linguaggio, una percezione acuta dell’alterità linguistica, proiettata ad esempio nel profilo particolare dell’Hiberno-English rispetto all’inglese standard parlato dai dominatori.
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SEMAFORO
Maria Teresa Carbone

Libertà di espressione - Libertà di espressione - Libertà di pensiero - Libertà di recensione
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Una scommessa politica

Benedetto Vecchi

La coerenza è un elemento che va sicuramente incoraggiato in un presente opaco e segnato da repentini cambiamenti del punto di vista di chi lo interroga criticamente. Talvolta, però, la coerenza induce a semplificazioni e a riprodurre pregiudizi che poco fanno comprendere l'analisi critica che viene proposta. È questo il caso di Carlo Formenti nel testo pubblicato su queste pagine qualche giorno fa relativo all'analisi del libro La Rete. Dall'utopia al mercato di chi scrive, pubblicato da manifestolibri. Esprimo l'imbarazzo che anima questa risposta, perché quando si scrive un testo ci si espone all'analisi di chi lo legge. La critica, anche feroce, fa parte delle modalità di comunicazione dentro la sfera pubblica.

È il rischio e, cosa più importante, funzione propria della discussione pubblica far emergere punti di vista tra loro diversi e conflittuali tra loro. Carlo Formenti manifesta il fatto che il libro lo ha letto con attenzione. Di questo non posso che essere contento, indipendentemente dalla critiche dure espresse senza le odiose e talvolta ipocrite cerimonie del bon ton: i suoi argomenti vanno al di là del libro e investono il tema, caro ad entrambi, dello sviluppo di un punto di vista adeguato alla critica del capitalismo contemporaneo, dopo il lungo inverno della controrivoluzione neoliberista e della crisi radicale che ha investito i rapporti sociali emersi da quella controrivoluzione. Per questo penso che una risposta alla sue critiche possa essere espressa.

Seguendo il filo della sua riflessione, sono due i temi che emergono con forza: lo stato dell'arte del cosiddetto postoperaismo, la Rete come esemplificazione dei rapporti sociali contemporanei. Infine, Carlo Formenti ripropone l'antico quesito del “che fare?” e dei soggetti sociali trainanti una possibile ricomposizione delle pratiche politiche di movimento. Tre campi tematici intrecciati. Parto dal primo, che nell'economia del testo di Carlo Formenti occupa molto spazio. Su questo elemento il dissenso è radicale, a partire dalla convinzione che il postoperaismo non esiste, è una semplificazione usata come una clava per stigmatizzare prassi teoriche tra loro divergenti e talvolta incompatibili.

L'operaismo, a scanso di equivoci, si può dire concluso alla fine degli anni Sessanta, quando intellettuali e militanti protagonisti dell'esperienza di alcune riviste si sono divisi, intraprendendo strade diverse. Dell'operaismo è rimasto un metodo di analisi e un'attitudine ad andare oltre le culture politiche del movimento operaio, sia nella sua componente comunista che in quella socialista. Diverso è il caso – ma qui servirebbe una rivisitazione storica, genealogica direbbero i foucaultiani – di chi ha indagato tra gli anni Ottanta e Novanta le trasformazioni del capitalismo e del lavoro vivo, mettendo al centro dell'analisi la categoria del general intellect.

Non ho remore a dire che con questa esperienza ho a che vedere e non ho difficoltà ad ammettere che ho usato come elementi della cassetta degli attrezzi categorie come, appunto, general intellect, moltitudine, cooperazione sociale produttiva, lavoro vivo. Non occorre tuttavia essere un filologo per segnalare la differenza tra chi parla e scrive di lavoro autonomo di seconda o terza generazione e chi invece gli preferisce l'uso del termine, generico e approssimativo, di precarietà diffusa. Come non ricordare, inoltre, le critiche di Sergio Bologna al reddito di cittadinanza, proposta invece fatta propria, articolata, agita da chi vede nella precarietà la dimensione “normali” dei rapporti tra capitale e lavoro vivo. Nell'articolo di Formenti le diverse posizioni sono invece accomunate per dare sostanza a un j'accuse contro il postoperaismo, un fantasma che si aggira solo nelle pagine e nei testi di chi malinconicamente guarda al capitalismo come alla hegeliana fine della storia, sospettando di chiunque si misura, per combatterlo, con le piccole o grandi trasformazioni che hanno segnato negli ultimi decenni il regime del lavoro salariato.

Da parte mia posso dire che la moltitudine non è una categoria sociologica, come sostiene ritiene Formenti, che qui si ritrova in compagnia di Aldo Bonomi e Enzo Rullani, bensì è una categoria che attiene al Politico, che registra come il lavoro vivo sia indisponibile a ricomposizioni giacobine dall'alto e che la singolarità è un fattore da usare politicamente per costituire nuovi rapporti sociali. Detto più banalmente, più che rappresentare la composizione sociale della forza lavoro, la moltitudine è un terreno per una prassi teorica, e dunque politica, tesa a immaginare organizzazioni politiche adeguate a una lavoro vivo en general, indisponibile a ricomposizioni imposte dall'alto, da un chissà quale partito che althusserianamente produce la classe per sé, dopo aver definito quella in sé.

Lascia inoltre interdetti la sottolineatura di Formenti sulla mia (inesistente) rimozione delle gerarchie e stratificazioni che caratterizzano i soggetti produttivi contemporanei. Scrivendo della Rete come esemplificazione dei rapporti sociali, segnalo semmai come il capitalismo contemporaneo si nutra di differenze e come il governo del mercato del lavoro tenda a scomporre e ricomporre le gerarchie all'interno del lavoro vivo, stabilendo politicamente linee di frattura del colore, del sesso, della prestazione lavorativa. Per dirla più semplicemente, il capitalismo postfordista non ha all'orizzonte nessun equivalente dell'operaio massa.

Tanto i knowledge workers che i lavoratori dei servizi che gli operai della fabbriche globali più che conoscere processi di ricomposizione provocati da un processo produttivo come quello tayloristico esperiscono il fatto che la capacità di innovazione, di sviluppare cooperazione produttive, sono sussunte dal capitale attraverso anche la moltiplicazione delle differenze e delle gerarchie del lavoro vivo, prodotte per via politica – qui il diritto svolge una funzione essenziale – o alimentandole.

Le forme di lavoro sono diventate ormai un caleidescopio dove lavoro autonomo, lavoro servile, salariale classico sono compresenti e regolati giuridicamente. Per svelare l'arcano degli ateliers della produzione serve inchiesta militante, uso spregiudicato di differenti campi disciplinari – etnografia, la sociologia, la filosofia del linguaggio - al fine di sondare quell'osmosi tra stili di vita e collocazione produttiva che è parte integrante dei processi di socializzazione nel capitalismo flessibile. La grammatica della moltitudine, per citare il titolo di un libro di Paolo Virno, serve ad immaginare e sperimentare forme politiche adeguate a questa frammentazione del lavoro vivo.

Siamo però su un terreno già disossato e arato. Quello che manca è produrre forme politiche meno legate alla contingenza, che facciano però tesoro degli elementi acquisiti in questo lungo vagare nel deserto della controrivoluzione neoliberista. Per Formenti, invece, quello che è sperimentazione, prassi teorica in divenire è solo una sommatoria di fallimenti. Scambia cioè l'amara materialità dei rapporti di forza con il rovello di chi quei rapporti di forza li vuole rovesciare. Da qui la sua nostalgia di quando tutto era meno opaco, scivoloso, ambivalente. La sua è la stessa realpolitik espressa dagli orfani e dalle vedove del quarto stato che invocano – povero Antonio Gramsci - il pessimismo della ragione da contrapporre all'ottimismo della volontà di chi vede nello sciopero di alcune fabbriche cinesi l'alba di un nuovo ciclo di lotte. Una lettura più attenta delle analisi provenienti da quelle latitudini indurrebbero a una maggiore cautela, ma tutto va bene per inventare la quinta colonna del nemico all'interno dei movimenti, variamente dipinti come liberali di sinistra, collusi con il capitale e chi più ne ha più ne metta. .

E fallimento, nostalgia, persino l'accusa di liberalismo mimetico c'è nell'analisi che fa di come nel libro affronto la Rete. Su questo crinale, gli abbagli la fanno da padroni. Senza cadere nella pedanteria, non mi ritengo un nostalgico dell'etica hacker, né mi sono mai spellato le mani per l'anarcocapitalismo. Allo stesso tempo non sono un fan della tecnopolitica à la Manuel Castells. Più prosaicamente ho sempre ritenuto che la Rete sia l'esito di una convergenza tra attitudine hacker, attitudine al controllo sociale, visione neomanageriale della comunicazione. Sono tutti elementi che hanno contribuito allo sviluppo della Rete, dove il conflitto è stato permanente.

Quello degli hacker contro il regime della proprietà intellettuale, quello dei ricercatori contro la volontà dei militari di dirigere le ricerche di base e applicate, quello contro la volontà dei governi, in particolar modo quello di Washington, di usare la Rete come infrastruttura tecnologica per il business. Non ho difficoltà a dire che mi erano e mi sono simpatici gli hacker. Irriverenti, insofferenti alle gerarchie e al comando, insomma dei ribelli, ma non certo dei rivoluzionari. Ho solo registrato che molte delle innovazioni e delle modalità di cooperare sono state fatte proprie dalle imprese. Anche se l'attitudine hacker è riuscita a riproporsi con Anonymous e l'esperienza di Wikileaks. Qui il termine che meglio esprime l'attitudine hacker è ambivalenza: nell'attitudine hacker, infatti, non è mai stato contemplato il superamento del capitalismo. Ultimi simboli di quel “comunismo dei ricercatori” caro a Robert K. Merton, hanno solo agito conflitto dentro la Rete.

È questo conflitto che ho sempre privilegiato, perché apriva un ampio spettro di possibilità a una azione politica dentro la Rete. Le mitologie della frontiera elettronica e dei cow boy della consolle sono fattori divertenti, che ho anche usato polemicamente verso chi, nel campo dei movimento, considera Internet un abbaglio, ma non ho certo mai pensato che il cyberspazio fosse la terra promessa o l'utopia realizzata. Anche qui ho registrato come l'anarcocapitalismo fosse qualcosa di più che un esercizio di retorica: l'anarcocapitalismo è l'ideologia nemica che punta all'innovazione più che alla conservazione, che ha supportato tutte le operazione politiche e manageriali che hanno puntato a sovvertire la costituzione materiale del capitalismo industriale. Anche in questo caso, la posta in gioco era, ed è almeno per il capitale, la “cattura”, cioè la sussunzione della capacità innovativa del lavoro vivo nella rete. Ma che ha fatto dei contenuti della comunicazione online, indipendentemente dalla loro qualità, un florido settore produttivo.

Dunque controllo sociale, normatività delle modalità della comunicazione, ma anche segmentazione e proliferazione delle diversità: la trasformazione dei social network in una sommatoria di tribù di simili non presenta nessuna smagliatura rispetto al controllo esercitato da imprese e stati nazionali. La dimensione libertaria dell'anarcocapitalismo può inoltre contemplare l'eclissi della proprietà privata, così come può contemplare l'affermazione radicale dei diritti alla diversità, ma la vision anarcocapitalista poco a che vedere con il regno della libertà. Semmai è la gabbia, che può essere anche dorata, di quel regno della necessità che continua a macerare e triturare bisogni e desideri di uomini e donne. Fa sorridere il ricordo di chi invocava l'alleanza tra l'imprenditore smart e il lavoratore della rete per sconfiggere i guerrieri e il vecchio e marcescente capitalismo industriale. Internet non è più un mondo a parte, è il media universale sognato nei tempi andati: è dunque tecnologia del controllo, ma anche habitat dove il conflitto tra lavoro vivo e capitale assume forme inedite. È a queste forme inedite che occorre applicare sguardo critico, innovando la cassetta degli attrezzi.

E qui si giunge infine al quesito del “che fare?”, meglio dei soggetti produttivi su cui fare leva. Certo non quel regno dell'imponderabile che sono gli “impoveriti”, ma neppure la salvezza verrà dagli operai di linea delle fabbriche cinesi, non così diversi dai professional o di chainworkers. Meglio: la salvezza potrà venire dal lavoro vivo en general, dunque dalla classe operaia industriale, dai chainworkers, dai professional, dai knowledge workers. A patto però che si riesca a produrre contesti dove tutte le forme del lavoro vivo possano condividere la loro condizione di sfruttamento al fine di creare luoghi dove organizzarsi socialmente e politicamente per superare il regime del lavoro salariato.

Luoghi cioè dove la miseria del presente non impedisca che la ricchezza del possibile si trasformi in azione politica contro il regime di accumulazione capitalistica. Anche questo è liberalismo mimetico? Ne dubito. È solo una scommessa squisitamente politica, e dunque teorica, da giocare.

Su Umberto Eco e gli imbecilli

Alberto Abruzzese

Scrivere su fb consente di trovare connessioni che è la stessa rete a offrirti. Distrazioni dal discorso che vai facendo si rovesciano in attenzione: alle tue personali connessioni di pensiero, affidate alla memoria e percezione di sé, alla propria voce interna, se ne intrecciano altre, esterne, dovute al caso ma spesso – per serendipity – più “opportune”. Così, commentando il “caso” Eco, mi sono imbattuto in una intervista a Luciano Canfora in cui veniva rivendicata la centralità delle materie umanistiche in quanto studio delle lingue classiche e del pensiero filosofico.

Tutto ciò ha molto a che vedere con la postura di un maestro di fronte a un “imbecille” e ci può suggerire che “imbecille” può essere invece la postura di per se stessa e cioè indipendentemente dall’intelligenza e dal sapere dell’uno e dell’altro dei due interlocutori, ciascuno con il proprio linguaggio. Nell'indicare la bontà formativa dei licei classici mi sembra che Canfora trascuri il fatto che le tecnicalità di cui essi si servono (lingue classiche e filosofie che fanno pratica di una forma mentis e di attitudini necessarie all'esercizio della politica) sono intimamente connesse a sistemi e modelli sociali completamente diversi dal presente, dunque mondi tanto diversi da richiedere tecnicalità altrettanto diverse.

I buoni studenti dei licei classici sono davvero “buoni”? Oppure portano inevitabilmente con sé una visione ormai statica del mondo per il quale sono stati educati (educati, se davvero sono stati formati da insegnanti adeguati a farlo)? E questo persino quando – ed è vero – la loro mente è attrezzata assai meglio di quelle formate dalle altre scuole? Ma attrezzate a cosa? Sarebbero assai meglio a quale fine? Le tecniche non sono mai scisse dai fini: portano con sé i fini per cui sono state concepite. Qui sono tecniche del ragionamento, certamente. Ma ragionare è una macchina che può funzionare al di là dei pezzi – le componenti, gli ingranaggi – con cui è stata costruita?

Un post inviatomi da Mario Pireddu – a suo tempo mi ha insegnato qualcosa sul post-umano – mi ha spinto a una considerazione da tenere presente. Attento al fenomeno culturale in sé per sé, ha concluso: “ … trovo stanco il vecchio gioco dell'appello contro la "barbarie che monta", buono per ogni epoca e lanciato sempre – guarda caso – da qualche sacerdote del senso (religioso o laico che sia). In sintesi: non credo al progressismo, ma al metodo autocritico di Morin”. Tutto bene riguardo alla sua repulsione – da me condivisa – nei confronti di quanti ricorrono all'autorità di qualche classico del pensiero moderno a difesa totale o anche soltanto parziale del "frammento" di Eco (per quanto la logica di pensiero di questo suo frammento è la stessa della sua opera omnia, straordinaria eppure anche straordinariamente condivisa in ogni comunità scientifica occidentale).

Il problema che mi si è posto è nato invece dalla sensazione che si corra un rischio molto serio a ragionare sulla comunicazione stando al tranello in cui siamo sempre di nuovo gettati nel dovere schierarsi pro o contro le virtù dei social network: infatti si è costretti a convenire sulle stesse basi valoriali, sulla stessa linea di discorso, di quanti resistono ai new media così come di quanti ne osannano le qualità. Così pensando, ci si allinea sui valori progressisti e democratici che le due fazioni hanno di fatto in comune. E questo perché? In sintesi: perché ci sentiamo chiamati soltanto a dire se la rete sia fattore di progresso o di regresso secondo una sola misura, un unico metro, quello occidentale.

In conclusione: Eco, come tutti sanno (magari non tutti quelli che si sono scandalizzati per quanto ha detto loro), ha trattato in modo sopraffino le culture delle avanguardie e lo ha fatto con argomentazioni che in gran parte (si pensi alla distinzione tra opera aperta e opera chiusa) basterebbero – e di molto – ad assumere un punto di vista sui social net work assai diverso da quello in cui Eco persiste o fa credere di persistere. E questo dimostra quanto sia profondo il radicamento intellettuale nelle forme di un ceto storico aperto dal proprio interno verso l'esterno ma non disposto a concedere una stessa apertura dall'esterno all’interno della propria identità.

Una volta letta la “Minerva” uscita su L’espresso del 2 luglio, la domanda che mi faccio è questa: debbo buttare via queste ultime considerazioni per avere saputo dallo stesso Eco che mi son fatto complice della falsa diceria d’untore a lui attribuita per eccesso di disinformazione? Non credo. Nelle chiacchiere in rete – un poco come in quelle di vicinato o magari nel pettegolezzo alla Simmel – c’è sempre del vero anche nel falso e ovviamente del falso anche nel vero (a parte la terzietà che sovrasta questa dicotomia e comunque le soggiace).

E dunque, per convincersi di quanto sia irrilevante se si sia trattato di sentenza emessa in una “lezione magistrale” o in una “conferenza stampa” e quale sia la sfumatura non razzista ma ragionevole da dare a “imbecille”, basta andare alla stretta finale, al fondo della “bustina” di Eco. Là dove, se mai avesse avuto intenzione di alleggerire se non giustificare la propria posizione, la ha invece pesantemente aggravata, arrivando a contrapporre il mondo della parola scritta al mondo della rete in termini tanto convinti da ritenere che l’“inizio di una nuova funzione della stampa” potrebbe essere quella di verificare la bontà o meno delle notizie e dei contenuti circolanti sul web. La stampa? Quella che fa così spesso domande tanto stupide su facebook?

E questo taglia la testa al toro. Siamo di nuovo nella più tracotante contrapposizione tra libro e linguaggi digitali o meglio – altrimenti non se ne esce – tra libro e vita quotidiana. Tra il soggetto moderno e le forme di vita che ora ne costituiscono una mutazione senza precedenti. Non c’è alcun motivo di soddisfazione personale o ideale (chi sono io per farlo?) nel vedere questo ostinato limite in un uomo di cultura come è Umberto Eco (e come io non riuscirei ad essere neppure dopo cinquanta anni di studio). C’è solo un gran sconcerto, perché lo si vorrebbe schierato altrove. Si vorrebbe che tanta cultura e capacità intellettuale si piegassero ad altri fini.

Tecno-entusiasti e imbecilli

Lelio Demichelis

Lasciatemi divertire con le parole, anche se diversamente da Palazzeschi. E ragionando di Eco e degli imbecilli via rete, lasciatemi partire dal famoso Apocalittici e integrati e lasciatemi ri-formulare quel titolo in altri modi (Eco, spero, mi perdonerà), ma utili al mio discorso. E dunque: libertari e solitari o sempre-connessi ma isolati; autonomi o eteronomi; amanti delle profondità o surfisti indefessi; cercatori instancabili (dubito, ergo sum) o app-isti semplificatori (credo, ergo sum); lenti e riflessivi o veloci e impulsivi/compulsivi; laici o integralisti. E si potrebbe continuare, il gioco è divertente e senza fine.

E invece, fine del divertimento. Per dire subito che quelle sopra elencate (disordinatamente) sono opposizioni reali che descrivono, certo semplificandola troppo (ma non troppo, e questo era il gioco), una realtà complessa. Oggi il pensiero critico sulla rete è ancora marginale. Le retoriche e le pedagogie di integrazione/connessione e di entusiasmo sono invece più potenti che mai e si chiamano connessione in rete (ormai un dovere sociale), flessibilità di lavoro e di vita (idem), tecno-entusiasmo sempre e comunque.

Se questa contrapposizione è un tranello o un errore intellettuale (è vero), ebbene (impossibile negarlo) a tenderlo sono proprio i tecno-entusiasti, i sacerdoti/inquisitori globali della evangelizzazione tecno-capitalista occidentale. La rete sarebbe una cosa bellissima e utilissima in sé se non fosse diventata ciò che è diventata (ma poteva non diventare): una grande società di massa.

Perché tale è (Luciano Gallino) quella società in cui “la popolazione partecipa su larga scala alle attività di produzione e consumo di merci e servizi” oltre ad essere spettatrice di una cultura di massa prodotta industrialmente. Perché il nostro rapporto con l’economia e con la tecnica si gioca tutto su tali opposizioni attivate incessantemente dai tecno-entusiasti e dai tecno-economisti, che proprio in questo modo, modernissimo e antichissimo allo stesso tempo, riescono a conquistare l’egemonia culturale, sempre riproponendo la contrapposizione schmittiana tra amico e nemico. Contrapposizione irrazionale e ideologica, ma utilissima e a riproducibilità tecnica infinita, perché nessuno vuole passare per anti-moderno e nessuno vuole sentirsi escluso dal vento della storia e dalla confortevole sicurezza che dà, in tempi di massima insicurezza individuale, la comunità in rete.

L’economia capitalista sa poi che siamo tutti soggetti desideranti e quindi gioca con il desiderio, il godimento, l’eros, il feticismo delle merci singole e di un mercato che diventa esso stesso oggetto del desiderio; e la tecnica fa esattamente altrettanto (con la rete e lo smartphone come oggetti del desiderio), sapendo quanto ci piaccia giocare con le cose e quanto le cose (e la connessione con esse) possano diventare per noi ben più importanti dell’essere e persino dell’avere, credendo anzi di poter essere solo connettendosi in rete. Rete che continuiamo a pensare neutra e di poterla usare liberamente e a piacimento, mentre in realtà le forme tecniche (Anders) si sono ormai sovrapposte, espropriandole, alle forme sociali e umane, per cui oggi pensiamo, viviamo, lavoriamo, ci divertiamo solo ed esclusivamente secondo le forme e le norme di funzionamento della tecnica. Che non controlliamo ma alla quale, semplicemente dobbiamo adattarci, così come i neoliberisti ci impongono di adattarci al mercato (ovvero, siamo sempre più dentro al Grande Irrazionalismo del razionalismo).

Condizione esistenziale in verità molto deprimente, ma accettata da tutti gli integrati del mondo. Che sono sempre di più (è l’effetto-rete, altrimenti chiamato conformismo), perché logica di ogni sistema/apparato è appunto quella della integrazione a sé – dopo avere suddiviso e individualizzato - di ogni parte prima suddivisa, annullando le diversità e le differenze o tollerandole solo se non producono disturbo al buon funzionamento dell’apparato. Perché il capitalismo e la tecnica amano (è la loro essenza e natura) la semplificazione (e se, con McLuhan, il medium è il messaggio, allora la semplificazione è il contenuto e il messaggio di questa rete) - e quindi, basta liceo classico!, troppo disfunzionale e umanistico rispetto a tecnica e mercato -, e poi la standardizzazione (anche quando si traveste di personalizzazione e di conoscenza), ma soprattutto l’accrescimento: dei profitti, l’uno, di se stessa, l’altra.

Ma allora, dove sono gli imbecilli? “Ammettendo che su sette miliardi di abitanti del pianeta ci sia una dose inevitabile di imbecilli, moltissimi di costoro una volta comunicavano le loro farneticazioni agli intimi o agli amici del bar – e così le loro opinioni rimanevano limitate ad una cerchia ristretta. Ora una consistente quantità di queste persone ha la possibilità di esprimere le proprie opinioni sui social network. Pertanto queste opinioni raggiungono udienze altissime, e si confondono con tante altre espresse da persone ragionevoli” – Umberto Eco. Vero e giusto, è pensiero critico. Aggiunge Eco: “Nessuno è imbecille di professione (tranne eccezioni)”. Ma in verità, molti di più sono gli imbecilli. O – se non piace il termine – gli ingenui e insieme i ciarlatani, i demagoghi.

Non eravamo forse imbecilli o ingenui quando abbiamo creduto, negli anni ’90 a quegli economisti che promettevano che con la new economy saremmo entrati in un’era di crescita infinita? Non eravamo imbecilli o almeno ingenui a credere che la rete e l’informatica ci avrebbero fatto lavorare di meno, che avremmo avuto più tempo libero, che sarebbe nata davvero una intelligenza collettiva senza più sfruttatori e sfruttati, senza capire ancora (dopo due secoli di esperimenti su di noi) che scopo della tecnica e del capitale è quello non di liberarci dal lavoro ma di estrarre quanto più profitto e quanta più produttività è possibile da ciascuno di noi? Oggi ci ritroviamo più sfruttati, meno liberi, più controllati, più integrati (connessi) nel sistema, ma siamo ancora pieni di tecno-entusiasti che – incapaci di autocritica - da ogni parte straparlano di sharing economy, di condivisione, di democrazia in rete, di utilità del Big Data, di Uber come fine della corporazione dei tassisti.

Ecco, il pensiero critico – che certo non si banalizza nel contrapporre libro e linguaggi digitali - non gode di buona stampa e anche la proposta di Eco – assolutamente condivisibile - di avere giornali capaci di dedicare due pagine ogni giorno all’analisi critica dei siti web si scontra con le logiche dei siti dei giornali stessi, dove il fun e l’imbecillità sono sul lato destro, con foto e titoli ammiccanti. E ancora: “il pubblico, in una società di massa ha la memoria labile e il desiderio facile” (Eco, Apocalittici e integrati). Ma a evitare questa smemoratezza dovrebbero essere gli intellettuali. Se non lo fanno, rinnegano se stessi e il dovere della parresia (dire il vero o un vero diverso da quello predominante); o, come ha scritto Erri De Luca, della parola contraria. E diventano, ipso facto, cattivi maestri.

L’ideologia della rete

Franco La Cecla

Provate a cercare Google su Google. E non troverete nulla. Il che dimostra che non è vero che su Google c’è tutto. Il più grande monopolio delle informazioni mai esistito è così. Vi offre l’accesso a tutto tranne che a sé. È come il ristorante di Alice, “you can have everything you want but Alice”.

Così se passeggiate per la innevata New York e sbucate all’angolo tra la 14esima e la ottava strada, scoprite che Google ha acquistato un enorme palazzo della amministrazione di New York per metterci i suoi laboratori di ricerca.

E se passeggiate per Chinatown, all’altezza di Christie e di Delancey, una delle parti del Lower East Side di Manhattan che ancora rimangono popolari, piene di fruttivendoli e pescivendoli cinesi, tilapia, rane e granchi, vi accorgete che tutta la zona è in procinto di cambiare. Google vuole costruirci il suo Campus, una città dei “creativi” e dei dot.com. Certo si dovrebbe essere felici. Se non vi assalisse il dubbio che questo monopolio è un po’ incontrollabile e incontrollato. Un articolo recente sul New Yorker raccontava come Apple e Google siano state “esenti” dalle inchieste sul crollo finanziario, e che è stato un intervento diretto di Obama a renderle tali, visto che la sua campagna è stata costruita per gran parte da loro.

È difficile trovare molti dati in rete, anche se cominciano ad esserci articoli e libri che si pongono il problema di questo monopolio. Che non sempre crea posti di lavoro, anzi distrugge interi settori, come è successo per la musica. Sempre all’insegna della gratuità della rete, gratuità che però non esclude che Google o altri motori di ricerca ci lucrino sopra abbondantemente. Così adesso tocca all’editoria e chissà come finisce.

C’è da augurarsi che questa volta non vinca la gratuità. Ma nell’insieme il vero problema è la non trasparenza di tutto ciò. Se questo è un tema spinoso per Obama che non si capisce se voglia Snowden in carcere o fargli un monumento, rimane però una vera incognita per tutto il mondo, non solo per l’America.

Lo raccontano bene in Italia quelli del collettivo Ippolita che tempo fa fecero un ottimo libro su Google ed i suoi pericoli. Il problema grosso è che essere “contro” Google o Facebook è preso come un atteggiamento reazionario e spesso lo è. Ma sono pochi i lavori critici interessanti su quanto sta avvenendo. Se questo è il centro dell’Impero è vero che le promesse di un futuro per la creatività sono sempre meno credibili. Un articolo della rivista online www.salon.com raccontava qualche giorno fa come in america la classe creativa sta sparendo invece che aumentare.

E che da questo punto di vista TED, le conferenze MIT messe on line, come diceva il Guardian del 2 Gennaio (We need to talk about Ted di Benjamin Bratton) sono un disastro in mano a divulgatori e non a scienziati (seguitevi il dibattito sulla censura da parte di Ted della conferenza di Rupert Sheldrake sulla “Science Delusion”). E l’idea che innovazione corrisponda a benessere è un altrettanto disastroso modo di devastare i veri campi di ricerca e di competenza.

Insomma se il futuro della democrazia è in mano alla rete siamo un po’ fritti, soprattutto perché la rete è non solo strumento, ma anche ideologia. E dietro la sua ideologia si nascondono interessi di monopolio e di dominio sulla ricerca.

Foucault in rete

Paolo B. Vernaglione

Per una urgente archeologia dei saperi dell’ultima modernità, Michel Foucault “sul web” potrebbe funzionare come dispositivo di sottrazione al potere narcisistico e commerciale della rete e come luogo di acquisizione di sapere in rapporto immediato con la realizzazione quotidiana della soggettività.

Se si pensa alla caotica produzione di informazione su social network e mobiles ci si rende conto della enorme sproporzione tra l’inesauribile dispersione di testi e la concentrazione, ahimè residuale, dell’impresa cartacea, affidata ad archivi non digitalizzati e a pochi e mal finanziati centri di ricerca. Da qui l’esigenza di compilare un regesto dell’attività svolta da siti e blog dedicati a Foucault.

In questa impresa, di cui qui si offre una sorta di possibile work in progress, ci viene incontro il terzo prezioso volume della rivista Materiali Foucaultiani, scaricabile dal sito omonimo e dedicato per metà alla pubblicazione in italiano di una inedita conferenza del 1964 all’Università belga di Saint Louis, Langage et literature, tradotta da Miriam Iacomini, in cui l’autore di Le parole e le cose espone l’intera panoplia di tematiche su cui si è appuntato il suo sguardo analitico: che cos’è un autore, la differenza tra scrittura e letteratura, il ruolo e la funzione di essa come critica genealogica della soggettività e come esperimento su sé stessi.

Basterebbe tradurre e pubblicare inediti letterari e saggistici in quell’archivio virtuale e reale a un tempo che è la rete, sottraendo al diritto proprietario risorse comuni, per fomentare una campagna sulla volontà di sapere, nella pura forma della sua digitalizzazione. Sarebbe poi stupefacente che fossero le case editrici a muovere tale iniziativa, prendendo in contropiede network dell’informazione, grandi media che spacciano “cultura” per filosofia e colossi dell’editoria che distribuiscono in supermarket chiamati librerie prodotti rilegati a scadenza immediata per il macero…

Sarebbe proficuo cominciare ad archiviare e valorizzare risorse on-line largamente condivise, facendosi al contempo soggetti di autoproduzione, con e-book, pdf e altro, per co-finanziare l’attività di cattedre e dipartimenti in stato di crisi permanente, nonchè l’attività di studenti, ricercatori e professori immersi nella precarietà, coinvolgendo le case editrici più sensibili travolte dai micidiali rapporti costi-benefici, e dall’editoria “fai da te”.

Per lo più, si sa, è questione di volontà politica e metodo, ma mentre per la prima non c’è altra via che occupare spazi fisici e tempi di produzione dei saperi, per la seconda condizione il metodo è il cardine di una strategia della distinzione che eviti residuali impianti storicisti e in pari tempo non annaspi tra i tossici rifiuti di diatribe polemico-filosofiche mosce e arroganti, ad esempio tra realisti e postmoderni.

La lezione “in rete” di Foucault apre dunque un campo produttivo per la riflessione teorica a partire dalla differenza tra archeologia e genealogia, indicata nelle interviste YouTube su Storia della follia nell'eta classica , Le parole e le cose, L'archeologia del sapere, Sorvegliare e punire, laddove l’archeologia rintraccia la stratificazione discorsiva dei saperi, cogliendone differenze e discontinuità temporali, mentre la genealogia ricostruisce la forma di quegli strati nell’attuale condizione dei poteri e dei soggetti.

È lungo questo crinale che Foucault ha argomentato il denso passaggio epocale tra classicità e modernità, di cui l’archivio web dà conto con i portentosi filmati dell’INA tra la metà degli scorsi anni Sessanta e Settanta, su Proust, Le Corps Lieu d' Utopies, o il dibattito Chomsky-Foucault . Mentre dell’immensa opera foucaltiana tra la fine degli scorsi anni Settanta e i primi Ottanta danno conto l’ Intervista Mal faire dir vrai e il corpus delle registrazioni audio e video dei corsi e conferenze al Collége de France e negli Stati Uniti, sull’ermeneutica e le tecnologie del Sé nelle Howison Lectures e su discorso e verità, ove è in funzione quel regime di pensiero in cui si colloca la riflessione sulla soggettività.

In una indispensabile sezione parallela del regesto si devono poi collocare i siti e i blog che si distinguono per qualità dei materiali dai siti filosofici generalisti. Materiali Foucaultiani, in italiano, inglese e francese, nato per iniziativa di Laura Cremonesi, Daniele Lorenzini, Orazio Irrera e Martina Tazioli, lanciato a metà giugno del 2010, ha editato le conferenze di Foucault al Dartmouth College: "Sull’origine dell’ermeneutica del sé". Vanta tra i collaboratori Michel Senellart, Judith Revel, Arnold Davidson, in accordo con i due siti di riferimento per orientarsi nella vasta opera foucauldiana: Portal M.F. e Foucault.info.

Assolutamente da praticare è inoltre Foucault News, blog quotidiano attivo dal 2007. È una vera miniera di infomazioni sugli studi, le attività, i convegni e lo stato della ricerca, con paper da scaricare. Nato per la passione e l’applicazione di Clare O’Farrell, seria e infaticabile docente di Brisbane, che proprio in questi giorni ha generato un sito gemello, “Foucault and education”, il blog edita una newsletter giornaliera (iscrizione dal sito), con l’indicazione dei luoghi da cui attingere in creative commons e non, sempre di accurata fattura.

Ma se tutto ciò guadagna senso in una prospettiva di destituzione delle anacronistiche accademie del sapere, gran parte di tale acquis è dovuto al fatto che, per Foucault come per i flussi di pensiero critico, prodotti a partire dagli anni Sessanta dello scorso secolo, la rubrica on line di detti e scritti “di uomini famosi” ne deve evidenziare anche, come è giusto, i limiti. Perché solo in tale emergenza, non nell’apologia, è possibile scoprire “il tentativo di pervenire… all’invivibile, strappando il soggetto a lui stesso, in modo tale che non sia più lui stesso, o che sia portato al suo annientamento o alla sua dissoluzione”.