L’arte difficile della resistenza

Massimiliano Nicoli

Leggo l’ultimo libro di Pier Aldo Rovatti (Un velo di sobrietà. Uno sguardo filosofico sulla vita pubblica e privata degli italiani, il Saggiatore 2012) seduto sotto la pergola di un circolo culturale di Trieste intitolato a due partigiani – che quel circolo avevano fondato e che furono fucilati dai nazifascisti nella boscaglia di fronte. La percezione della distanza fra questo luogo, un luogo della Resistenza antifascista, e le scene della nostra collosa contemporaneità su cui si esercita lo sguardo micrologico di Rovatti produce su di me un effetto spaesante.

Da un lato, il riferimento che il luogo mi impone a un passato sempre più velato di oblio – fatte salve le occasioni cerimoniali – aumenta il disagio rispetto a quella che Pasolini (uno dei maestri citati da Rovatti) chiamava “catastrofe antropologica”, dall’altro, quello stesso riferimento mi rimanda a quella “intesa segreta” fra generazioni passate e presenti di cui parlò Benjamin, dandomi una misura ancora più dolente del conformismo da “mansuefatti” in cui oggi per lo più si vive, e che Rovatti contribuisce a diagnosticare.

Ma voglio lasciare un po’ da parte i riferimenti “colti” – che peraltro, temo, poco mi competono – perché il libro che sto leggendo mi invita a una pratica di lettura e di scrittura che azzeri “i privilegi della élite dallo sguardo alto” e che svuoti la filosofia da quell’irrisorio “delirio di onnipotenza” che così spesso la abita. Voglio però mantenere sottotraccia il rimando a una condizione storica ormai arcaica, non per nostalgia né per romantico passatismo, ma come se fosse un luogo altro, una “eterotopia” in cui transitare per prendere una distanza, pur rimanendo impiantati nelle contraddizioni e nei conflitti del presente.

È solo un modo per praticare, qui e ora, il gesto critico che costituisce la posta del libro di Rovatti. Un modo, cioè, di “abitare la distanza” rispetto a un presente ipertrofico fatto di equità meritocratica più che di giustizia sociale, di linguaggi burocratici e aziendali che ammansiscono il rumore delle lotte, di macchine mediatiche che fagocitano bisogni e desideri, di dispositivi di valutazione e di visibilità che spuntano le armi della critica. Un velo di sobrietà tecnocratica ci avviluppa, e non è aderendo come pellicole al nostro tempo disciplinare e omogeneo, o approssimandoci ulteriormente agli schermi e ai monitor che organizzano la nostra esperienza, che riusciremo ad allentarne la presa.

Dunque una mossa contro il tempo degli orologi – o delle macchine informatiche – vale ancora la pena farla, magari sostenendola con la presentificazione improvvisa di un ricordo seppellito. Avviene così che le scene descritte nel libro di Rovatti, lungi dal comporre il quadro teorico in cui si dipana un pensiero sistematico, diventano l’oggetto di una critica militante che include la discrasia fra i discorsi dei libri e le pratiche di vita nel proprio campo di battaglia. Siamo su un “piano inclinato” – espressione che ricorre più volte nel libro – di una rivoluzione neoliberale che, trasformando la vita in capitale umano, trascolora l’esistenza di ognuno in una proceduralità “multitasking”, secondo uno spazio-tempo scandito e quadrettato dalla precarietà del lavoro e dalla coazione a vedere e a essere visti che la società dello spettacolo offre in cambio di quella precarietà.

La categoria degli intellettuali, e degli aspiranti tali, non può chiamarsi fuori, e forse è proprio quella – la figura dell’intellettuale narcisista e competitivo – l’immagine antropologica verso cui tende il divenire del lavoro di tutti, quando questo è sempre meno mezzo di emancipazione e costruzione conflittuale di soggettività politica, e sempre più strumento di autosfruttamento sotto l’insegna della “Io S.p.A.”.

La presa di parola pubblica stempera la propria politicità nel “troppo” di comunicazione, diviene parte dello show delle macchine mediatiche, oppure alimenta i dispositivi di valutazione meritocratica che ogni individuo-impresa rivendica per misurare il valore del proprio capitale umano: “al tramonto e alla notte dei valori” sono succeduti, in barba a Nietzsche, “l’alba e poi il giorno delle valutazioni”. Forse la parola e la comunicazione sono fradice di denaro, come diceva Deleuze, e fradice pure di godimento narcisistico, e di invidia, che, quando di denaro ne gira poco, diventano veri e propri valori di scambio.

Così, quella critica militante, che in una certa misura proviene dal passato, e a cui mi invita la lettura di questo libro di incursioni nel presente, quella critica che non può rinunciare ad annodare i fili della teoria e della prassi, mettendo in questione l’una e l’altra, non ha certo gioco facile, né grandi spazi di agibilità. Rovatti lo sa bene e quando parla di intellettualità marginale, di interruzioni nel flusso delle informazioni, di esercizio del silenzio, delinea una situazione paradossale e pericolosa, molto difficile da abitare, soprattutto per chi non può contare su nessuna posizione già acquisita.

Eppure il crinale rischioso che separa visibilità e impercettibilità, nome proprio e anonimia, presa di parola e silenzio, è il luogo di oscillazione in cui occorre trovare un difficile equilibrio, per forzare le sbarre del proprio egotismo e restituire una dimensione immediatamente politica a un’esistenza sempre più privatizzata: un’arte della resistenza che deve installarsi nei gesti e negli esercizi che ogni giorno puntellano la nostra soggettività, anche passando per operazioni ben poco remunerative nel presente in cui siamo, come cedere la parola, o disarmare lo sguardo.

Quattro partigiani, settanta primavere

Andrea Cortellessa

La nuova e rivoluzionaria edizione del Partigiano Johnny, o meglio (visto che redazionale era pure il titolo della prima, nel ’68, poi seguito dalle successive ancorché diversissime di Maria Corti e Dante Isella), del Libro di Johnny (come lo intitola il suo curatore di oggi, Gabriele Pedullà, da un lato richiamando la definizione da parte dell’autore – del ciclo complessivo dal quale infaustamente estrasse nel ’59 quello che s’è letto finora come Primavera di bellezza – del «libro grosso», dall’altro arieggiando la Bibbia che Fenoglio tanto amava leggere in inglese: Il libro di Giobbe, Il libro di Giona…), dà un’accelerazione formidabile alle celebrazioni anniversarie che – come tutte le altre, ma questa in particolar modo – più si allontanano dall’evento generatore più sono destinate a ghiacciarsi nell’ufficialità. Ancora una volta, per fortuna, Johnny ci viene in soccorso.

Forzo un po’ le simmetrie, certo. Ma le quattro diverse edizioni del Johnny – come lo chiama Francesco Pecoraro – succedutesi dal ’68 a oggi sembrano davvero, per una misteriosa eterogenesi dei fini, rappresentare lo spirito del tempo, dei tempi, che rispettivamente le hanno viste pubblicare. Clamoroso il caso della prima, quella uscita col crisma dell’urgenza mentre le vampe del Maggio ancora strinavano i corpi ed esaltavano gli animi; lo stesso curatore di allora, Lorenzo Mondo, presentava un protagonista che «sembra prefigurare, dal cuore di un’Europa di perseguitati e fuggiaschi, i più puri ed attuali eroi del dissenso»; e si giunse persino (lo ricorda qui Andrea Camillo, ma è stato lo stesso Pedullà a ricostruire la ricezione «contestatrice» di Fenoglio in una bellissima voce del suo Atlante della letteratura italiana) ad accostarlo al «Che» Guevara per dimostrare «la matrice universale della guerriglia»…

Il fatto è che quella prima edizione del Johnny era giunta in libreria con straordinaria quanto preterintenzionale tempestività (tanto quanto la sfortunata vita del suo autore, ricorda con tristezza Pedullà, aveva viceversa mancato tutti gli appuntamenti decisivi): al culmine delle fortune dello sperimentalismo letterario (che non poteva non entusiasmarsi per l’incredibile mescola del cosiddetto «fenglese»: a sua volta preterintenzionale, peraltro, in quanto destinata – con l’ultima mano che l’autore in questo caso non poté dare – a sparire quasi del tutto, come si vede nei testi da lui invece completati e dati alle stampe) e, insieme, a quello di una revisione finalmente «da sinistra» della vulgata resistenziale (in modi che oggi mi pare Valerio Romitelli – autore che varrebbe la pena di discutere a fondo – fra i pochissimi a coltivare; ne parla, qui, Daniele Balicco). Parlano chiaro, in tal senso, gli interventi degli ex partigiani Norberto Bobbio e Claudio Pavone, che con intelligenza ha assemblato David Bidussa (seppure con le intermittenze qui segnalate da Andrea Camillo): specie quelli pubblicati nei mesi «caldi», a cavallo fra ’68 e ’69. «Se dunque i giovani», concludeva Pavone il suo, «vogliono distruggere la Resistenza come alibi, fanno benissimo»; e rincarava Bobbio: «tra l’esaltazione di una falsa e ingannevole Resistenza e un discorso serio sulla Resistenza vera, abbiamo scelto da tempo». (È un come-volevasi-dimostrare il ruolo-chiave che al termine di questo lungo processo di revisione, nel ’91, avrà Fenoglio in Una guerra civile di Pavone.)

L’edizione dell’équipe pavese capitanata da Maria Corti, che nel ’78 rende disponibile al pubblico generalista (con scelta che è tuttora un unicum editoriale assoluto, almeno in Italia; in un cofanettone di cartonato «povero» che di per sé è cimelio straordinario di quel tempo…) tutte le redazioni conservate dei tormentati scartafacci narrativi di Fenoglio, fa in sostanza la scelta di non scegliere. Con ciò venendo forse meno a una divisa etica che è (oltre che notoriamente fenogliana) connaturata al mestiere del filologo, ma ponendo pure le premesse di quell’uso «libero» che un fenoglista intelligente come Roberto Bigazzi ha di recente proposto da parte di «un lettore filologicamente avvertito o anche semplicemente post-moderno», che si sappia prendere la «libertà di scegliere il suo Partigiano» (e credo che in futuro – per un altro caso insolubile come quello dell’Uomo senza qualità di Musil, in Germania, ci siamo del resto già arrivati – i devices informatici finiranno per imporre questo tipo di soluzione, o piuttosto non-soluzione). Di certo quella data, ’78, segna come sappiamo la fine, e la fine tragica, del «ciclo della contestazione» che ha come contrassegno di partenza quella del primo Johnny.

Non era certo di cultura postmodernista Dante Isella: colui cioè che nel 1992 realizzò l’edizione del testo che però lessero compattamente, allora, i «nativi postmoderni»: i lettori della mia generazione. E che, nel semplificare con un gesto gordiano tutte le intricatissime discussioni filologiche che le due precedenti edizioni avevano sollevato, finalmente ci dava un Johnny compatto, continuo, leggibilissimo. Un Johnny «classico», dunque, che non a caso vedeva la luce in una collana (la «Pléiade» Einaudi che pretenziosa clonava l’originale Gallimard) graficamente all’estremo opposto, rispetto al Fenoglio «povero», di servizio, del cartonato-Corti. Una semplificazione ottenuta al costo di una, fondamentale, manipolazione testuale (la sutura fra due diverse redazioni, che al romanzo garantiva un finale), che Pedullà evita di operare (e che invece, l’avesse adottata, gli avrebbe risparmiato la perdita di cui dirò più avanti). A dispetto dei fregi pseudo-Gallimard sul dorso, finì dunque quella per essere (del resto quasi subito ripresa in tascabile) un’edizione «d’uso», di Fenoglio; diciamo un’edizione post-ideologica. E infatti è da allora che gli scrittori di un po’ tutte le risme, e non solo loro peraltro (come si vede dallo schieramento piuttosto impressionante adunato nel Breviario partigiano accluso al fiammeggiante disco omonimo dei «Post-CSI»), hanno preso appunto a «usarlo», Fenoglio, come si fa appunto con un classico: con spregiudicatezza e «libertà» euforizzanti (nonché certe volte, inevitabilmente, sopra le righe), sprezzanti di qualsiasi cautela filologica e, diciamo, deontologica.

Perché non c’è niente da fare: i decenni passano, ma Fenoglio continua a scaldare il cuore. Come senz’altro scalderanno gli animi, di quei lettori intensivi per vocazione e professione che sono i filologi, le scelte audaci di Pedullà: che pongono problemi, teorici e «pratici» (cioè editoriali), di eccezionale momento. Basti pensare che l’edizione di Primavera di bellezza, che appunto Fenoglio si risolse a dare a Garzanti nel ’59 – aggiungendole un finale appositamente redatto, e però amputandola della lunga parte iniziale (ottanta pagine che, a parte l’edizione per specialisti del ’78, si leggono ora per la prima volta), invece fondamentale non solo per la trama ma soprattutto per le dinamiche psicologiche di Johnny – viene da Pedullà abbandonata, virtualmente cancellata: pur corrispondendo, a tutti gli effetti, all’ultima volontà d’autore (criterio questo, peraltro, sempre meno dogmaticamente seguito in filologia; e al cui «estremo opposto», esplicitamente, si colloca infatti Pedullà). Le sollecitazioni editoriali (neppure così manipolatorie, a ben vedere, dal momento che il complesso del «libro grosso», a ben vedere, Fenoglio non lo sottopose mai a nessun editore) vengono così equiparate a quelle che, sempre in filologia, sono definite varianti coatte d’autore (Giancarlo Alfano ricorda qui il caso, non meno che paradigmatico, di Torquato Tasso). Un criterio che, in potenza, potrebbe rivoluzionare gran parte della letteratura del secondo Ottocento e di tutto il Novecento, per come l’abbiamo letta fino adesso.

Ci sarebbe da chiedersi, arrivati a questo punto, a quale spirito del tempo corrisponda, oggi, il nuovo Johnny arrivato in libreria. Questo «effetto tornasole» lo potranno riscontrare, in verità, solo i lettori di domani (magari riflettendo sul nostro tempo a partire da un quinto Johnny, il loro…). Eppure non possono non colpire, intanto, due o tre connotati. Il primo è l’accentuarsi e il solidificarsi del connotato di classicità che già gli anni Novanta, si è visto, avevano attribuito a Fenoglio. In questo senso gli interventi dei tre scrittori di oggi chiamati da Pedullà a collaborare al monumentale (appunto) numero triplo dell’Illuminista – Eraldo Affinati, Franco Cordelli e Francesco Pecoraro – sono eloquenti (ma significativa è pure l’attenzione con cui dagli stessi vengono dribblate le enfasi un po’ scapigliate che su Fenoglio si sono lette, talora, negli ultimi anni). Da rimarcare pure come, usando con attenzione gli strumenti offerti dall’Illuminista, e cioè l’amplissima cronologia della vita dell’autore realizzata da Pedullà, e l’addirittura sterminata antologia della critica assemblata da lui stesso insieme ad Alessandro Tucci (che, sino al turning point del ’68 riporta tutti gli articoli usciti su Fenoglio…), il nostro tempo sia altresì messo nelle condizioni di far giustizia, non solo delle semplificazioni e delle ideologizzazioni che nella prima fase postbellica monumentalizzarono la Resistenza, sino a renderla inerte, ma anche di quelle che in seguito (e sino a ieri) hanno inteso «revisionisticamente» sminuirla, e a oltranza decostruirla, con fini politici con tutta evidenza strumentali. Come dice Pedullà, viene così meno una leggenda assai attestata, quella di una compatta ostilità della critica comunista nei confronti dell’anticomunista Fenoglio (per il memorabile Carlo Salinari, che nel ’52 sull’«Unità», edizione romana, scriveva che con I ventitré giorni della città di Alba «Fenoglio non solo ha scritto un cattivo romanzo [sic], ma ha anche compiuto una cattiva azione», c’è per esempio un Paolo Spriano che nel ’54, sulla stessa «Unità», ma edizione milanese, fa quasi un inno a La malora).

Ma l’altro connotato, che una volta di più splende nel Johnny – e che resta irriducibile a qualsiasi cura filologica si pensi di porre ai guasti della sfortuna, della malora in vita toccata a Fenoglio – è «la libertà quasi assoluta di non-finito che lo intride» (come dice Pecoraro). Non solo per il famoso «fenglese» che residua delle primitive redazioni in inglese da Fenoglio allestite, per le sue storie, come a voler frapporre un’intercapedine ideale (e idealizzante) fra il proprio reale vissuto resistenziale e l’epos che della Resistenza andava scrivendo. Ma soprattutto per la questione tormentosa del finale-non finale – che il Johnny peraltro condivide coll’altro capolavoro del suo autore, il senz’altro più-compiuto Una questione privata. Nella bella, minuziosa ancorché sintetica monografia di Alberto Casadei, una volta di più si insiste sulla vocazione di morte sulla quale Fenoglio costruiva i suoi protagonisti – in particolare quelli che più gli assomigliano, come appunto Milton e Johnny. Il loro essere per la morte (Fenoglio – come si vede nello straordinario capitolo «filosofico» del romanzo maggiore, al cospetto di Cocito e proprio di Chiodi – conosceva bene l’esistenzialismo per via del suo professore Pietro Chiodi: che di Heidegger, al ritorno dalla guerra, era stato fra i primissimi traduttori italiani) ha un’infinità di significati, sui quali in questa occasione non c’è modo di soffermarsi (basti citare, ancora una volta, Pecoraro: «È come se Fenoglio sappia cos’è e come funziona il procedimento del morire»). Anche nella fretta redazionale con cui Fenoglio mise capo a Primavera di bellezza, nel ’59, non trascurò di approntare un finale che provvedesse ad ammazzare Johnny…

Il vero trauma che dà il nuovo Johnny – a chi almeno non sia filologo di professione – è però che Johnny, stavolta, non muore. Nell’ostinazione «partigiana» di avvicinarsi il più possibile alla primitiva struttura del «libro grosso» di Fenoglio, Pedullà – lo si accennava – non ha voluto contaminare (come invece aveva praticisticamente fatto Isella) le due redazioni italiane superstiti della sua seconda parte (quella sinora intitolata Il partigiano Johnny). Così facendo, si vede costretto a far terminare la storia con l’ultima pagina della prima, e in molti sensi più completa, redazione: che però è mutila, appunto, del suo finale di morte. Anche questa pagina, dice Pedullà, è «un finale eccellente»: Johnny e il compagno Pierre, dopo il combattimento e prima di rimettersi in marcia, si fermano, si guardano, e in due battute esprimono un giudizio, sull’intera avventura partigiana, che davvero, a settant’anni di distanza, ci si sente di condividere con loro: «Pierre si aggrottò e disse a Johnny che era stato un pasticcio. – Ma andava fatto, – disse Johnny, guardando il cupo, ma non ostile cielo». Quel cielo cupo, ma non ostile è un fondale perfetto (anche in questo caso, per una quantità di motivi); e potrebbe ben identificarsi, pensando all’ansia esistenzialisticamente futurante di Fenoglio, col tempo a venire: ivi compreso il nostro (e più avanti ancora, si capisce).

Ma quella conclusione negata resta – non solo per me, credo – un cruccio a sua volta irriducibile. L’unica «consolazione» per il lutto della morte mancante, se ci si passa il calembour, è che in questo modo «il Johnny», e con esso l’intero «campo resistenziale» (per dirla con una celebre lettera di Fenoglio), ci si mostra – non per la prima volta, s’è visto; ma come da decenni non si vedeva – aperto. Dice condivisibilmente Alfano, alla fine del suo pezzo, che Pedullà «ci restituisce questa domanda». Ma è lo stesso Fenoglio – a dispetto della vocazione di morte da lui presto realizzata, purtroppo – che aveva concluso in forma interrogativa, «aperta», la sua parabola (la questione del suo ultimo titolo è da leggersi, credo, anche in un implicito, introiettato «fenglese»). Unanswered question: strutturalmente in-conclusa e in-definita come per definizione è la vita, appunto, in contrapposizione alla morte.

Il Milton di Una questione privata, si ricorderà, finisce per «crollare» davanti a un «muro». Un campo aperto, invece, è un campo che si può percorrere ancora.

Le intenzioni di Johnny

Giancarlo Alfano

Si potrebbe iniziare con un paradosso: se Lorenzo Mondo non avesse mai pubblicato Il partigiano Johnny in edizione postuma nel 1968, il problema del suo rapporto con Primavera di bellezza non si sarebbe mai posto. Allo stesso modo, se Varo e Tucca non avessero rispettato il lascito testamentario di Virgilio, mai si sarebbe dovuto discutere dell’assurdo anacronismo di cui si macchiò il poeta augusteo facendo incontrare Didone ed Enea, due personaggi che, secondo la «verità» delle storie tramandate, appartenevano a due epoche distinte. E tuttavia, così come nessuno può più scrivere la storia di Enea senza parlare del suo amore per la fondatrice di Cartagine, così nessuno può evitare di confrontare Primavera e Partigiano.

La faccenda appare particolarmente complessa, o almeno diversamente paradossale, se adottiamo il punto di vista della filologia. Solo pochi ceppi appaiono saldi, infatti, a chi voglia delimitare il campo della scrittura fenogliana tra il 1954 della Malora (romanzo estraneo al «campo» resistenziale) e il 1959, in cui appunto esce Primavera di bellezza presso Garzanti: cioè nel periodo in cui l’autore lavora al «progetto Johnny». Tra i pochi punti fermi, c’è la lettera che accompagna l’invio a Livio Garzanti del manoscritto della prima parte del libro cui stava lavorando e la risposta dell’editore che lo invita a «qualche taglio». Dopo questo scambio, lo scrittore cambia progetto: decide di pubblicare il libro, col titolo Primavera di bellezza, in una forma estremamente ridotta (aprile 1959) dichiarando, undici mesi dopo, di avere «d’improvviso mutato idea e linea» (8 marzo 1960), cioè – come aveva già spiegato – di essersi liberato del «libro grosso» per passare a un altro progetto, ambientato «nel fitto» della guerra civile: il nuovo progetto aveva reso necessaria la morte del protagonista, Johnny, subito dopo il suo ingresso nelle file dei partigiani.

Questi pochi riferimenti sicuri non bastano, probabilmente, per dare ordine e senso alla gran mole di carte manoscritte raccolte sotto il titolo Il partigiano Johnny a partire dall’edizione guidata da Maria Corti nel 1978, quindici anni dopo la morte dell’autore e dieci dopo l’apparizione del progetto editoriale di Lorenzo Mondo. Se infatti appare evidente la decisione di Fenoglio di scrivere i tre capitoli conclusivi di Primavera di bellezza al fine di pubblicare il romanzo con una storia conclusa, è altrettanto evidente che lo scrittore aveva già pensato di scorciare la vicenda del suo protagonista, non più portandola avanti fino all’aprile 1945, ma facendola culminare con la decisiva battaglia di Valdivilla (febbraio 1945), così da rendere più significativo l’apparentamento di Johnny con la morte.

Allo stato attuale delle conoscenze, è forse impossibile determinare con certezza quale sia stata l’ultima intenzione progettuale (che distinguerei dalla ultima volontà) dell’autore, ma certo il «libro grosso», ideato da Fenoglio intorno al 1955 e perseguito fino al 1959, doveva raccontare la vicenda generazionale di chi, formatosi nella seconda metà degli anni Trenta, a vent’anni dovette affrontare la guerra e l’8 settembre (col tracollo di ogni riferimento collettivo e della stessa identità nazionale), vivendo, infine, l’esperienza della scelta: salire in collina e combattere il fascismo.

Il libro di Johnny, come s’intitola l’edizione adesso proposta da Gabriele Pedullà, ricostruisce proprio quel «libro grosso» che va dagli anni del liceo alla scuola ufficiali e all’Armistizio (Prima parte) e dal breve periodo di clandestinità protetta dai genitori fino all’ingresso nel mondo dei partigiani (autunno 1943) e i successivi due inverni e due primavere (Seconda parte). Si tratta, com’è evidente, di un’operazione forte, realizzata a partire da un’ipotesi discutibile quanto avvincente: prima di essere altrimenti persuaso da Garzanti, Fenoglio voleva tracciare un lungo percorso dentro la guerra civile utilizzando un unico personaggio principale; le carte manoscritte, pur testimoniando diverse fasi redazionali, non contraddicono mai questa intenzione, la quale sembra essere stata invalidata solo dall’occasionale intervento dell’editore, peraltro inconsapevole (Garzanti e il suo editor Citati, infatti, non conoscevano il manoscritto intero dell’opera).

Per ricostruire quella intenzione progettuale, Pedullà ha dovuto mettere assieme due diversi «depositi» d’autore: gli autografi, rispettivamente, del materiale di Primavera di bellezza e del materiale Partigiano Johnny, scegliendo in entrambi i casi le redazioni più antiche che però, va aggiunto, non sono tra loro omogenee dal punto di vista stilistico. Quest’ultimo elemento meriterebbe una discussione approfondita perché parte non piccola del fascino di Johnny sta proprio nella sua consistenza linguistica (diversa da Primavera), che appare peraltro assai coerente col destino di morte consustanziale al protagonista, e per una cui discussione mi limito a rimandare alle limpide pagine che Alberto Casadei ha appena pubblicato in Ritratto di Fenoglio da scrittore (ETS 2015, pp. 32-43).

Preferisco soffermarmi invece brevemente sul problema filologico, anch’esso interpretativo, di cui distinguerei due aspetti. Innanzitutto, dal punto di vista ecdotico, il testo proposto da Pedullà va considerato senza dubbio un ibrido, come peraltro spiega lo stesso editore. Ma il problema è: un ibrido secondo quale immagine del testo? rispetto a quale dimensione progettuale? Se infatti i materiali lasciati da Fenoglio mostrano sviluppi tra loro non coerenti (Primavera e Johnny hanno esiti non sovrapponibili), è però vero che il progetto iniziale, perseguito per alcuni anni, prevede – in ciò concordano tutti gli studiosi e tutti i lettori – un arco cronologico ampio, che copre quasi un decennio. Il libro di Johnny consente senza dubbio di cogliere con un unico sguardo, e d’un solo fiato, quest’ampia gittata, consentendo al lettore di confrontarsi con un «progetto di opera» piuttosto che con un’opera compiuta.

E poi, per quanto paradossale, bisogna ripetere che è tutta «colpa» di Lorenzo Mondo. Per il lettore che viene dopo il 1968, infatti, Il partigiano Johnny esiste, così come esiste il Johnny di Primavera di bellezza: nell’universo letterario lo «stesso» Johnny è morto e non è morto (o meglio: è morto una e due volte). Un’operazione editoriale non ignara della complessità della filologia (e che denunci i suoi passaggi e i suoi metodi, come peraltro Pedullà fa, almeno in gran parte, nella sua edizione) può legittimamente tener conto anche di questa evidenza.

Un problema apparentabile è stato posto qualche anno fa da Carlo Ossola e Stefano Prandi a proposito di un’edizione «storica» dei dialoghi tassiani che, piuttosto che stabilire l’ultima volontà d’autore di Torquato Tasso a partire dagli autografi, stabiliva di pubblicare i dialoghi dell’autore così come sono stati letti nei secoli, ossia non a partire dai manoscritti originali ma dalle stampe approntate nel Seicento da diversi editori, che pure intervennero pesantemente sui testi, a volte mutandoli profondamente rispetto all’originale. Meglio leggere oggi Tasso così com’è stato letto nei secoli – questo era l’assunto dei due studiosi – piuttosto che fornire un testo incerto e mobile, sia pure d’autore.

Il problema è proprio qui: l’originale. Nel caso di Johnny l’originale infatti non esiste, nonostante se ne siano conservate almeno due redazioni (più parte di una stesura primitiva in lingua inglese). Esistono solo delle manipolazioni (Mondo: 1968; Isella: 1992; Pedullà: 2015), che cercano di restituire una storia coerente. A questi tre tentativi si affianca l’altra, bellissima operazione coordinata da Maria Corti (1978): che invece, pubblicando tutte le carte d’autore, ha cercato di restituire il processo creativo così com’è testimoniato dalle stesure successive che si sono conservate.

Intentio lectoris contro intentio operis, verrebbe da dire coi filologi antichi: da una parte si schiera chi rivendica le ragioni del lettore, che ambirebbe a una storia coerente e continua; dall’altra parte si trova invece chi vede il primato dell’opera nel suo farsi, con gli errori, gli sbandamenti, ma anche con le intuizioni felici che affiorano e semmai infine riescono a governare le tensioni della scrittura. Questa nuova soluzione, pur andando incontro al lettore, si sforza però di ricondurre il testo al suo autore, e al suo progetto: intentio auctoris, che è il terzo e fondamentale perno dialettico di ogni realtà letteraria. A questo punto si ritorna alla questione di partenza: ma quale intentio? rispetto a quale progetto? Il libro di Johnny messo insieme da Pedullà ci restituisce questa domanda.

Beppe Fenoglio
Il libro di Johnny
a cura di Gabriele Pedullà
Einaudi, 2015, LXXXVIII-791 pp., € 28

Alberto Casadei
Ritratto di Fenoglio da scrittore
ETS, 2015, pp. 112, € 10

Ritto sull’ultima collina

Francesco Pecoraro

L’Otto Settembre sorprese mio padre in Sardegna. Tornava da una missione di ricognizione, quando gli tirarono qualche raffica dall’aeroporto dov’era di stanza e dove avrebbe dovuto prendere terra. Nello sconcerto e nello spavento di vedersi arrivare in carlinga colpi sparati dalla propria base, virò e si diresse verso un altro campo di volo. Lì riuscì ad atterrare. Quella base si stava auto-smantellando, vide ufficiali che se ne andavano con addosso abiti borghesi. Lo misero al corrente della situazione: per quanto ne sapevano, adesso i nemici erano i tedeschi.

Nello stesso giorno Fenoglio/Johnny stava montando di guardia a una casamatta sperduta nell’agro romano, a Pietralata. La mattina dopo nessuno venne a dargli il cambio. Seppe dell’armistizio da militari di passaggio che stavano andando a casa. Tornato in caserma vi trovò la più tremenda confusione: ciò che fino al giorno prima si sarebbe detto ordine militare, disciplina, si era mutato in paura, incertezza, vergogna, rabbia, anarchia. Tutto si era sfaldato in poche ore. Non esisteva più una catena di comando, gli ufficiali se la svignavano, i tedeschi rastrellavano la città e deportavano in Germania. Era la fine. Dopo la dittatura fascista anche l’ignominia della resa e del voltafaccia: ciò che fino al giorno prima era un dovere costrittivo e incontrovertibile, il giorno dopo era svanito: ciascuno per sé.

In Sardegna, mio padre si consultò con altri piloti. Alcuni dichiararono che avrebbero al più presto preso la via di casa, cercando di sfuggire ai rastrellamenti. Altri si sarebbero uniti a qualche reparto o squadriglia rimasta intatta. Altri dissero che si sarebbero opposti ai tedeschi assieme agli alleati. Mio padre aveva 28 anni e un bel po’ di guerra sulle spalle. Disse fanculo, tutto questo non mi riguarda più. Me ne vado. Rifornisco l’S82 e me ne vado in Spagna con chi vuole venire. C’è posto. Un altro pilota dichiarò che avrebbe fatto lo stesso. Dopo il rifornimento salirono sui loro aeroplani e fecero rotta verso le Baleari, dove atterrarono poche ore dopo e dove furono trattenuti fino alla fine della guerra. La Spagna era neutrale.

Fenoglio aveva 21 anni, era giovane e appena richiamato, nessuna esperienza di combattimento. Restò forse un paio di giorni nella caserma deserta a pensare, «come sotto ipnosi». O almeno così fa il Johnny di Primavera di bellezza. Completamente disorientato comprò vestiti civili e con quelli addosso riuscì a prendere un treno per il nord, senza farsi catturare dai tedeschi. Dopo un viaggio terribile raggiunse la sua città e la sua casa. Quattro mesi dopo si univa alle formazioni partigiane. L’otto settembre, che aveva espulso per sempre mio padre dalla guerra, spinse Fenoglio ad entrarvi per propria scelta e convinzione come combattente, irregolare. Come bandito antifascista. Come partigiano.

Non posso fare a meno di considerare Fenoglio parte della storia dei nostri padri, di mio padre, cioè di quelli che vissero sotto e dentro il fascismo e che ci generarono negli anni immediatamente successivi. Di tutti coloro che sperimentarono il momento terribile in cui la guerra, da prassi e responsabilità collettiva, per così dire statale, divenne scelta e responsabilità individuale. Cioè non riesco a staccare Fenoglio dal potente nucleo emotivo de La scelta – così si intitola il capitolo iniziale di Una guerra civile, di Claudio Pavone – come una forza che si riverbera su tutta la seconda metà del Novecento italiano, dunque su quelli che, come me, nacquero a ridosso della fine della seconda Grande Guerra, immersi e quasi travolti dalle storie che continuamente ne scaturivano.

Il destino di Fenoglio passò per quella biforcazione cruciale. Anzi, per quella tri-forcazione. Perché va considerata la massa di quelli che, come mio padre, se ne tirarono fuori astenendosi da qualsiasi ulteriore scelta di appartenenza e già pensando a come salvare il culo per il dopo. La scelta che segnò non solo i suoi anni di combattente, ma anche la sua successiva determinazione di voler solo «scrivere e fumare», come se tutto ciò che la vita poteva dargli in termini di esperienza gli fosse già stato interamente concesso, lì, sulle colline disordinate delle Langhe, tra il gennaio del ’44 e l’aprile del ’45.

La mia ammirazione per Fenoglio combattente nella Resistenza crebbe di pari passo col crescere dell’ammirazione per la sua scrittura. Il partigiano Johnny lo lessi tardi rispetto alla sua prima clamorosa uscita, che è del ’68. Prima che mi capitassero in mano i suoi libri avevo ormai a noia la Resistenza, di cui avevo letto poco o niente e che nella mia testa era diventata, o forse era sempre stata, una cosa retorica, continuamente instancabilmente citata nei discorsi ufficiali di tutti i politici di allora, esclusi i neo-fascisti che se proprio dovevano parlarne la chiamavano «guerra civile». Con Fenoglio la resistenza divenne anche per me una guerra civile, si spogliò di ogni retorica e mostrò tutta la sua stranita contro-intuitiva crudezza fattuale. Con Fenoglio salii anch’io sulle colline delle Langhe e mi unii alle formazioni che facevano capo al comandante Nord. Anche se la mia propensione politica di allora (e di adesso) mi avrebbe portato nelle file dei garibaldini, fui costretto dalla sua scrittura a militare tra i badogliani, perché tutto ciò che serviva era un odio mortale per i fascisti. Odio che da Johnny scaturisce sorgivo e intransigente, dunque innocente, ancor prima di prendere partito in armi: Primavera di bellezza. Odio la cui origine e sussistenza viene continuamente pensata e ripensata e giustificata e detta in tutti i suoi scritti di combattimento.

Con Fenoglio non puoi/non devi staccare la sua vita dalla sua scrittura: tutto quello che accade nei suoi libri, quasi tutti postumi, devi/puoi darlo come veramente accaduto, anche se non è lecito escludere l’invenzione, che pure c’è ed è tanta e sapiente. Come accadde ad alcuni altri, prima di diventare uno scrittore Fenoglio fu soprattutto implicato nella storia e agente in essa nei termini ultimativi del conflitto armato. La modalità vita/morte è il nucleo emotivo dominante i suoi testi – mi piace pensare a un unico grande testo fenogliano che, dato il suo diseguale grado di finitezza, siamo costretti ad assimilare in porzioni più o meno conchiuse – probabilmente il principale, quello che dà il sapore aspro di sangue e bocca secca e limatura di ferro a quasi tutta la sua narrativa. Agire nella storia e successivamente narrarne in modo che quelle stesse vicende le si legga col cuore che progressivamente monta in gola, nell’asprezza nervosa e stravagante e unica della sua pagina, del suo stile. o meglio della sua ricerca di stile.

Da un certo momento in poi fui travolto dai suoi libri. Dal Partigiano, che lessi per primo e che per me resta non dico il migliore, ma quello che mi ha interessato di più per la libertà quasi assoluta di non-finito che lo intride. Libertà che talvolta, anche nelle pagine più drammatiche (sono tutte drammatiche), lo porta a sfiorare il gioco linguistico, gli fa parcheggiare nel bel mezzo dell’azione, di una raffica di mitra, di un colpo di mortaio andato a vuoto, persino nell’agonia di un partigiano («Il ferito reeled ora, ed il rantolo s’era ingrassato e acutizzato») parole inglesi in attesa di traduzione, neologismi anglicizzanti, ripetizioni, involuzioni in attesa di essere sciolte, immagini trovate all’istante, fulminee, perfette («la natura stessa pareva avere, in quell’ora straordinaria, disertato se stessa»).

Non voglio indebitamente aggiungermi a chi ha analizzato a fondo questa prosa, né ho titolo e competenze per entrare nel merito di quali delle stesure sia stato lecito pubblicare, né delle ipotesi su come sarebbe stato il testo finito (sicuramente molto diverso). Io il Johnny, come credo tutti quelli che l’hanno letto, me lo sono goduto per quello che è: un testo emozionante e terribile, scritto in modo bizzarro, secco e inventivo, tremendamente vivido. Un intreccio, un tessuto fitto di parole che per centinaia di pagine ti dice e ti fa capire profondamente, senza vanterie né retorica, cosa fu in realtà la resistenza montana e di come fosse profondamente intrisa di paura, noia, fatica, ferocia & odio, confusione. Goduto non è la parola esatta per ciò che ho provato: piuttosto direi stupefazione, preoccupazione, ansia nella concitazione di quelle parole, di quei dispositivi verbali diabolicamente capaci di suscitarmi flash di immagini e sensazioni e odori, cioè di farmi partecipare alla vicenda in prima persona. Pochi sono i libri che con me ci sono riusciti con altrettanta forza.

Naturalmente la scrittura del Johnny non è quella di Una questione privata, né quella dei racconti, né quella di Primavera di bellezza o de La paga del sabato, tutti libri, questi, che mi hanno sensibilmente toccato e quasi segnato per sempre. La scrittura fenogliana – o meglio, le sue molte scritture – mi è restata nella mente sotto forma di lampi imprecisi di memoria, quanti emozionali che ogni tanto chiedono di essere ri-trovati, riverificati: e puntualmente, andando a riaprire quei testi (copie abbandonate nelle mie vite precedenti, perse e mai ritrovate, dunque comprate e ri-comprate), vedo di nuovo esplodere la potenza del testo, che mi agguanta come se nel frattempo non avessi costruito alcuna difesa. Per esempio non riesco a rileggere questo brano della Paga senza restarne quasi tramortito, cioè visivamente e fisicamente travolto e coinvolto e stupefatto nell’attimo della morte per camion di Ettore.

Fu urtato nella schiena, i suoi occhi stupefatti furono pieni del colore rosso del vagone, sentì il suo torace crosciare come una cesta di vimini schiacciata. Il cassone del camion lo rotolò lungo il vagone, adesso era fermo e leggeva con occhi sbarrati la scritta MERCI P. V. sul muro del magazzino dirimpetto, e le gambe gli erano alte da terra e fredde come se si fossero cambiate di carne in pietra.

Lo stesso mi accade per la morte di Milton nell’Imboscata.

Ma sentì un orribile rumore e come se gli strappassero via la spalla sinistra. Indietreggiò verso destra, con la pistola spianata e gli occhi annebbiati. Altri proiettili si conficcavano nel suo corpo. La Colt gli era volata via di mano. Qualcuno urlava. Lui non vedeva niente, gli occhi colmi di nero e di rosso. Brancolò verso destra. Risentì urlare, sparare, ma nessun aggiuntivo dolore. Stramazzò. Qualcuno urlava, qualcuno correva verso di lui. Le sue mani annaspavano nel vuoto. sgranò gli occhi e vide il fiume sotto di sé, lontanissimo. La sua testa pendeva nel vuoto. Qualcuno correva dalla sua parte. Sporse avanti la testa, più avanti, e sentì che il corpo la seguiva.

Quando piombò nell’acqua era morto.

È come se Fenoglio sappia cos’è e come funziona il procedimento del morire. È come se durante la sua esperienza ultimativa di guerrigliero, l’abbia letto più volte nelle parole e negli occhi degli uomini visti e osservati nell’atto di lasciare la vita. Mi colpisce che non si tiri indietro di fronte a un tema così misterioso e ostico e che invece lo affronti di petto cercando di scriverlo. E riuscendoci.

Le parole veloci del Johnny, scabre e spesso inciampate e come non dette apertamente, ma solo mormorate a sé stesso in forma di appunto, restano per me, oltre che piene di una forza trascinante, anche un modello di scrittura iniziale e quasi automatica, su cui riflettere. Ma questo interesse per il modo in cui Fenoglio usa le parole, le mastica e le rimastica e le dispone provvisoriamente nel testo, è successivo al mio iniziale approccio ai suoi libri, che risale a ben prima della decisione di voler essere/diventare uno scrivente e che ebbe un effetto più ampio e più profondo delle riletture successive.

Col Johnny si apriva e quasi si scioglieva il nodo emotivo che in me era legato alla questione della Resistenza e della non-partecipazione di mio padre alla fase del Riscatto che fu decisiva per la nascita dello Stato in cui sarei nato e successivamente vissuto per settant’anni di pace. Nel Johnny si dipanano le radici di eventi che, benché mi risultassero continuamente citati, mi erano in realtà del tutto sconosciuti. È col Johnny che mi sono convinto che solo la letteratura possa, al di là della narrazione scientifica dell’evento storico, dirci come realmente sono andate le cose per gli individui che ci si trovarono dentro. Allo stesso modo non sai niente della Grande Guerra finché non leggi Lussu, o De Roberto, o Remarque, come non sai nulla del Lager senza Primo levi, o del Gulag senza Solženicyn, e non sai nulla della Guerra nel Pacifico se non leggi Norman Mailer, e non sai nulla della Guerra del Vietnam se non leggi Tim O’Brien e Karl Marlantes, e non sai nulla della Guerra in Irak se non leggi per esempio David Finkel.

Da creatura prodotta e modificata dalla pace, resta fortissimo e quasi spasmodico in me l’interesse e l’ammirazione per chi ha vissuto l’esperienza del combattimento, per chi cioè ha agito nella modalità ultimativa vita morte, che nel Johnny si sente calare potente ed estrema sulle scene in cui cominciano crepitare le armi, in cui anche un solo gesto sbagliato, intempestivo, troppo coraggioso o troppo vigliacco – cioè in ogni azione in cui non prevalga una ragionevole paura, la stessa che impregna le tutte le pagine del Johnny, come fattore di regolazione del conflitto aperto – semplicemente ti costa la vita.

Vita che come il suo Johnny, Fenoglio scelse volontariamente di mettere a rischio per quella che ai miei occhi si è palesata, in lui monarchico e uomo di destra, principalmente come una questione di stile: Johnny è un dandy che agisce essenzialmente per una questione di stile personale, cioè per posizionare degnamente sé stesso all’interno di un dramma storico che non ha scelto lui di vivere, ma che l’è andato a cercare, l’ha stanato e l’ha messo alla prova. Dunque neppure io, come del resto lui stesso, riesco a staccare Fenoglio dalla Resistenza, cioè dall’esperienza che nutrì la sua scrittura per quasi vent’anni, mentre per me, nato dopo di lui, fu per lungo tempo un evento politico vuoto, pieno di retorica.

Johnny compie una scelta cruciale e terribile e la compie fino in fondo, sceglie cioè di odiare e di essere odiato, di uccidere e di essere ucciso. Compie la scelta di camminare per più di un anno avanti e indietro sulle stesse colline vicino casa sua, dove pure d’estate era andato in vacanza. La scelta di soffrire e combattere e fuggire e ritornare e aspettare e combattere ancora e fuggire ancora. La scelta di non-fumare per mesi, nel gelo. Tutto questo sulla base di un’istanza etica pressoché endogena, cioè auto-prodotta, secreta nel momento in cui il crollo di Tutto Quanto imponeva una decisione che fu personale per rapporto al proprio destino e fu universale per rapporto al destino del Paese.

La stessa scelta che marcò la sua assenza in mio padre, quando decise di avere già dato ciò che doveva alla Patria, quando si disse «ho già combattuto con i tedeschi contro gli alleati, non mi sembra serio combattere con gli alleati contro i tedeschi», quando si sottrasse e se ne andò in Spagna al riparo da un conflitto che non capiva più. Per questo il Johnny di Fenoglio è per me la parte mancante di mio padre, ne è il completamento virtuale, perché fa ciò che lui non fece, ciò che lui non poteva fare per mancanza di formazione, per l’assenza intorno a lui di un clima che lo influenzasse in modo adeguato, che gli facesse discernere ciò che in quel momento era giusto fare. Non era facile, ma si poteva. È per queste ragioni che il Johnny di Fenoglio è diventato il mio Johnny, perché è un padre che non fugge e che in ultimo si batte per definire e circoscrivere e difendere fino alla morte uno spazio di dignità attorno a sé, nel marasma e nell’umiliazione della sconfitta, del tradimento, della fuga di massa verso casa.

E poi, mentre mio padre, tornato a casa, prendeva parte attiva alla ricostruzione e vi si buttava a corpo morto da homo faber quale era, Fenoglio compiva un’altra volta una scelta opposta, quella di scrivere e fumare: come di uno ormai sazio di vita e di esperienze che vuole solo riposare, raccontare, stare da solo, come di uno che dica Ok, ho fatto tutto questo, sì l’ho fatto, ho preso posizione, ho avuto dei compagni, li ho amati, alcuni li ho visti crepare, adesso lasciatemi in pace, voglio solo scrivere e scrivere e soprattutto voglio fumare milioni di sigarette, fino a morirne.

Da Beppe Fenoglio, numero monografico de L’illuminista a cura di Gabriele Pedullà, numero 40-41-42, dicembre 2014 (ma uscito in questi giorni), Ponte Sisto, 817 pp., € 30

Felicità delle bande

Daniele Balicco

Nella città in cui sono nato, ogni anno, il corteo del 25 aprile si scinde in due spezzoni. Il primo confluisce nella piazza centrale, dove parlano sindaco e autorità cittadine; il secondo, con in testa la partigiana Cocca Casile, si separa e prosegue fino alla lapide di Ferruccio Dell’Orto, gappista morto a diciassette anni a Bergamo, l’8 febbraio 1945. Se seguiamo l’ultimo libro di Valerio Romitelli (La felicità dei partigiani e la nostra. Organizzarsi in bande, Cronopio 2015) possiamo chiamare il primo spezzone come corteo dell’antifascismo; il secondo, invece, come corteo della Resistenza, o meglio, della guerra partigiana. Romitelli infatti preferisce non parlare di Resistenza.

Già nel precedente L’odio per i partigiani (Cronopio 2007) aveva mostrato che, se si studiano da vicino i discorsi di chi combatte in quegli anni contro il nazifascismo, si scopre che non si parla quasi mai di Resistenza, ma di ribellione; o di guerra partigiana. D’altronde, si resiste se si ha qualcosa alle spalle – un esercito, un’istituzione, una lealtà verso un potere minacciato – da difendere. E non è il caso dei partigiani. La loro esperienza è piuttosto quella di soggetti abbandonati a se stessi che devono trovare da sé il coraggio e l’intelligenza pratica per piegare a proprio vantaggio uno spaventoso stato d’eccezione. Ma è proprio in questo contesto singolare, storico e geopolitico, che i partigiani hanno fatto esperienza della libertà, come autogoverno e autoeducazione politica.

Il problema, secondo Romitelli, è che questo laboratorio sperimentale «che non continua nessun passato e che non avrà nessun futuro» verrà bloccato a forza – per tantissime ragioni, anche internazionali – da quell’antifascismo partitico che ha imposto alla ribellione il nome di Resistenza. In questo modo, l’insorgenza partigiana non solo verrà naturalizzata, ricollocandola in una storia di lungo periodo, come improprio compimento del Risorgimento; ma soprattutto, l’uso pubblico del suo mito servirà ad occultare la mancata de-fascistizzazione dello Stato. Per Romitelli, anche alcuni casi editoriali degli ultimi anni (come Partigia di Luzzatto o, nei primi anni Novanta, Una guerra civile di Pavone) proseguono questo fraintendimento della singolarità partigiana. Eppure, proprio i tempi storici che stiamo attraversando, di dismissione dello Stato e di «occupazione» finanziaria internazionale, dovrebbero indurci a interrogare l’eccezionalità storica di quel biennio con occhi nuovi: la felicità dei partigiani nasce dalla capacità di organizzare «bande», vale a dire corpi organizzati, diversissimi fra loro, rizomatici, ma consistenti e in relazione aperta con il territorio di cui erano parte attiva. Che da una strada simile possa passare, oggi, anche la nostra di felicità? Romitelli ne è convinto e, forse, non a torto.

Un modo per mettere ancora meglio a fuoco la felicità dei partigiani, come esperienza radicale di autonomia e di libertà, può venire dal bellissimo diario della partigiana Maria Antonietta Moro, di recente pubblicato da Iacobelli col titolo Tutte le anime del mio corpo. Il volume raccoglie, oltre ai due quaderni personali, il carteggio fra l’autrice e il comandante «Ario» della brigata «Mario Modotti» che, a guerra finita, diventerà suo marito: Ardito Fornasir, medaglia d’argento alla Resistenza. Il diario è molto interessante perché è stato scritto in presa diretta: l’autrice, prima partigiana titina a Gorizia col nome di Natascia e poi, dopo l’8 settembre, attiva in Italia nelle brigate Garibaldi, del Friuli e del Veneto, scrive con diversi pseudonimi, probabilmente per provare a tenere testa alla realtà che sfuggiva da ogni parte, spaventosa come una guerra e però incredibilmente libera, perché vissuta come possibilità di trasformazione, anche personale.

Stupisce, infatti, in una donna ancora così giovane, la perspicacia, la capacità di giudizio sugli altri combattenti; e il coraggio. Anna ha studiato come infermiera e usa la competenza professionale come strumento di lotta: nell’ospedale di Gorizia impara ad estorcere informazioni, per salvare i condannati a morte, somministrando psicofarmaci; in Italia, invece, farà iniezioni letali ai tedeschi e ai repubblichini, a cui avrebbe dovuto prestare soccorso. In una lettera Ario la redarguisce: non può fare così, i malati vanno curati, deve rispettare il giuramento di Ippocrate. Lei gli risponde stizzita. Da credente si è già confessata con un sacerdote di Gorizia: lui le ha dato la sua benedizione; ma, anche senza, avrebbe fatto lo stesso. La guerra è guerra.

Maria Antonietta Moro ha tenuto tutta la vita queste carte nascoste nel suo comodino. Le ha scoperte, solo dopo la morte, la figlia Lorena Fornasir. La sua introduzione al volume è un piccolo capolavoro, di teoria analitica e di scrittura: da psicologa clinica rilegge la vita di sua madre, donna mite e minuta che però le metteva in mano, da piccola, i sassi da lanciare contro la polizia di Scelba che imperversava sul marito, sempre in prima fila negli scontri. Una donna che la guerra partigiana ha trasformato e che l’antifascismo partitico, per usare l’espressione di Romitelli, ha invece riportato alla vita normale, come una piccola pianta grassa abbandonata nell’orto in inverno, «eppure sempre lì fedele, anno dopo anno, a spargere il suo profumo con la bellezza struggente dei suoi fiori candidi».

Maria Antonietta Moro
Tutte le anime del mio corpo. Diario di una giovane partigiana (1943-1945)
prefazione di Andrea Franchi, con saggi di Anna Di Gianantonio, Lorena Fornasir e Gabriella Musetti
Iacobelli, 2014, 125 pp., € 12

Valerio Romitelli
La felicità dei partigiani e la nostra. Organizzarsi in bande
Cronopio, 2015, 180 pp., € 13

Il nemico dentro

Andrea Cortellessa

Occorre essere attenti per essere padroni di se stessi
Linea Gotica

l nemico è penetrato nella mia città. Così suona, ipnotico e minaccioso, il ritornello del Nemico: uno dei brani del cd che riunisce i quattro quinti dei CSI (Giorgio Canali, Francesco Magnelli, Gianni Maroccolo e Massimo Zamboni; all’appello manca Giovanni Lindo Ferretti, che al nuovo gruppo ha però voluto regalare il nome, «Post-CSI»). È questa, certo, l’essenza della guerra civile – della Stasis, come la chiamavano gli antichi (concetto di cui Nicole Loraux – nella Città divisa, 1997, Neri Pozza 2006 – e da ultimo Giorgio Agamben, di quell’edizione a suo tempo promotore, hanno ricostruito l’archeologia). Il nemico non viene da fuori, a invaderci non sono i popoli di là dal mare. Il nemico è già penetrato, è già dentro: da sempre abita al nostro interno. Non di meno (e a maggior ragione, anzi) bisogna combatterlo. Ma che significa, in concreto, avere il nemico dentro? Cosa vuol dire conoscerlo, alla lettera, intus et in cute? Sentirlo abitare il proprio sangue? Gli ultimi versi del Nemico suonano: «Credi padre / il giorno nuovo porterà condono / o porta – padre mio – solo tormento?».

Se ancora oggi la Guerra civile per antonomasia è quella che per primo, a sinistra (perché gli ex fascisti usavano il sintagma, da sempre, al fine di delegittimare Resistenza e Liberazione), Claudio Pavone chiamò con questo nome nel 1991, è perché in qualche modo essa realizza appieno il paradigma della stasis che, secondo Loraux, mette in stretta relazione le categorie, tradizionalmente oppositive, di città (intesa come comunità politica) e famiglia (intesa come consanguineità letterale, genetica). Per questo la Guerra civile è tragica: l’Orestea e l’Edipo Re, come l’Amleto, mettono l’uno contro l’altro genitori e figli: all’ultimo sangue è il caso di dire. Quando nel Libro di Johnny (II parte, cap. II) il temibile professore di storia Cocito, o «Cocitoff», fa a Johnny e ai suoi compagni in procinto di unirsi alle bande il suo «esamino […] sul partigiano», esso si sostanzia di interrogativi eloquenti, oltre che incalzanti: se la sentirebbero di «impiegare il sesso» delle proprie sorelle, «per accalappiare un ufficiale fascista o tedesco»?; e ancora: «se tuo padre fosse fascista […], tu ti senti di ucciderlo?». Uno dei ragazzi protesta: «Ma professore, lei fa soltanto casi estremi». Al che, lui ha buon gioco a ribattere: «La vita del partigiano è solo fatta di casi estremi».

«Estremo» è pure e ancora, malgrado da allora tanto tempo sia passato, il «caso» di Massimo Zamboni: chitarrista e compositore dei CSI al quale si dovette, vent’anni fa, l’ideazione di Materiale Resistente e oggi, previo entusiastico crowdfounding, quella di Breviario partigiano. Album (a più voci quello di allora, del nuovo gruppo – «antico», in tutti i sensi resistente, quanto insieme nuovo, perché orfano del problematico Ferretti – quello di adesso) «concetto», entrambi, non a caso l’uno e l’altro accompagnati dalle immagini di film documentari: collo stesso titolo del disco, a firma di Davide Ferrario e Guido Chiesa, nel ’95; col titolo Il nemico, diretto da Federico Spinetti, oggi.

Ma il documento più impressionante dell’ossessione resistenziale dei CSI resta il disco live registrato nel ’96, e pubblicato due anni dopo in tiratura limitata (per venire presto ritirato dal mercato e trasformarsi nel ghost album della formazione nata dalle ceneri dei CCCP; nonché, opino, il loro capolavoro), tutto dedicato a Fenoglio. Registrato nella piccola patria di Alba, nella chiesa di San Domenico, La Terra, la Guerra, una Questione Privata è una liturgia laica, ossessivamente – e direi maniacalmente – funebre, che pare davvero scavata nella terra e nel fango, materia fenogliana per eccellenza. O, per proseguire la metafora del nemico interno, nella più fonda materia delle nostre viscere. Non sono mai stato un fan così assiduo del post-punk post-sovietico emiliano; ma questo disco, a furia d’ascoltarlo, l’ho letteralmente sbriciolato. E sino ad oggi, in effetti, non sapevo spiegarmi bene il perché. Ora che conosco la storia di Zamboni, dal film di Spinetti (che documenta la reunion dei vecchi compagni nella cornice «antica» del Teatro Sociale di Gualtieri vicino Reggio, le discussioni accese tra loro, l’inserirsi nel gruppo della batteria di Simone Filippi e della voce acida ma intensa di Angela Baraldi) e dal libro che Zamboni stesso ha appena pubblicato da Einaudi, L’eco di uno sparo, una spiegazione me la do.

È ben nota la fascinazione liturgica degli ex-, o post-, CSI: che non scherzano affatto, quando intitolano Breviario partigiano il loro nuovo album; e lo accompagnano, stavolta (all’interno d’un cofanetto dalla grafica lussuosa e macabra, tutto laccato nero con fregi rosso sangue), anche con un vero e proprio breviario, un libriccino dalla legatura rigida in pelle nera, che affianca i testi della Liturgia della parola antica (da Bella ciao a Là su quei monti) a quelli della Parola nuova, quelli cioè che si ascoltano sul cd (da Linea Gotica alla formidabile In rotta: «Rimbomba si incrina si strappa si squaglia / si smonta si inclina un gorgo e non c’è più / l’Italia»). Padri e figli, di nuovo: implacabilmente – impavidamente. Nelle pagine restanti sono riportate, poi, più di cento frasi, pensieri e aforismi vergati, sulla Resistenza, da musicisti scrittori e varia umanità; dagli amici dei CSI insomma. Molta retorica, certo; qualche momento di routine (particolarmente stridente, nella circostanza); ma anche non poche «perle». Irresistibile, per esempio, la pseudo-etimologia di Paolo Fresu: se partigiano è «colui che parte», «essere partigiani significa non solo seguire qualcuno ma partire da soli. Affinché qualcuno ti si affianchi durante il cammino». Dice il vero, poi, Marco Rovelli: «Cos’è la Resistenza, se non, semplicemente, la forma più “radicale” di esistenza? Resistere – come a una tempesta facendo leva su se stessi […], stare saldi a una radice […]: ma una radice senza suolo, una radice interiore». Ci si ricorda di «fedeli alla linea / la linea non c’è!» (da C.C.C.P., 1985) ma anche del Libro di Johnny, di nuovo, e della sua scena più memorabile (II parte, capitolo IV): «Partì verso le somme colline, la terra ancestrale che l’avrebbe aiutato nel suo immoto possibile, nel vortice del vento nero, sentendo com’è grande un uomo quando è nella sua normale dimensione umana. […] Ed anche fisicamente non era mai stato così uomo, piegava erculeo il vento e la terra».

Già. Ma che succede quando nel fare leva su se stessi, quando ci si aggrappa alla propria radice interiore, si scopre che è proprio in quella radice, nella matrice sanguinosa di noi stessi, che si annida il nemico? È quello che ha scoperto Massimo Zamboni, e che racconta nel suo libro, e nel film che appunto Il nemico s’intitola. Alle radici – già – del ramo materno della propria famiglia (un cognome occultato dall’iniziale; perché occultarlo, poi? è così facile scioglierla, quell’iniziale, ai tempi di Google…), al confluire del sangue atavico nelle proprie vene, scopre un sangue versato. Sotto il cielo cupo – … cupe vampe… – della bassa emiliana, al calare della sera (sono queste, di paesaggio, le immagini più suggestive del film di Spinetti), viene ammazzato un uomo di 49 anni. Gli sparano alle spalle, in tre, di corsa. L’uomo, lentissimamente, cade dalla bicicletta: «una di quelle biciclette padane che sappiamo nere, pesanti, con le gomme larghe per vincere la ghiaia». Quell’uomo, di nome Ulisse, era il padre di sua madre; e il fatto di sangue s’era consumato il 29 febbraio del 1944. Dì bisesto, dì funesto. Ma scotta ancora di più venire a sapere chi fosse, quel nonno mai conosciuto di persona: «Le cronache degli uomini insegnano come si onorasse dei titoli di Squadrista, Fascista Repubblicano, Sciarpa Littorio, Marcia su Roma, Membro del Direttorio del Fascio di Reggio Emilia, Segretario Politico di un Fascio della provincia. Fedele fino alla morte, scrivono. E indicano nei GAP, nei Gruppi di Azione Patriottica, gli sparatori». Un uomo che ha avuto le sue responsabilità nell’eccidio dei sette fratelli Cervi, alla fine del ’43, al poligono di tiro di Reggio.

Già. Il nemico – il fascista – da sempre è penetrato nella mia città. Prima ancora che nascessimo, in effetti. (Né si può dire che l’altro ramo del sangue, che si mescola nel suo, sia d’opposta matrice.) Dalla nascita, poi, sempre omettendo celando glissando: in famiglia. Solo qualche foto, qualche brandello di carta enigmatico, si sottraeva all’oblio, all’imbarazzo, alla censura. Ma quel nome, Ulisse, al nipote è stato imposto come secondo nome: così che «sempre ho dovuto considerare come un intruso, una parte sconosciuta di me», quella persona antica e perduta. Una famiglia di fascisti. Di fascisti sconfitti, di fascisti silenziosi. Questo, e non altro, è il sangue che ci scorre nelle vene.

Volendo, la storia è tutta qui. Quanto segue, nel libro, non fa che documentare le tappe della quête, dolorosa quanto necessaria, in cui dal momento di quella scoperta s’inoltra Zamboni: accumulando notizie minuziose, di archivio in archivio, tanto sullo sparato che sugli sparatori (uno dei quali per vecchie ruggini, nel ’61, a quanto pare finirà per ammazzare un compagno del gruppo di fuoco d’allora…). E portandosi dietro una scia di domande alle quali è difficile rispondere.

A due passi dalla casa avita, immerso nelle pieghe d’una campagna livida, sta per esempio il misterioso «Cavòn»: dove un bel giorno verranno rinvenuti i corpi di diciannove fascisti spariti all’indomani della Liberazione. Zamboni non è uno storico, anche se in archivio ci perde gli occhi; e per fortuna non è uno di quei pubblicisti ringhiosi che, giusto da un ventennio, con voluttà centellinano il sangue dei vinti. Ma certe sue formule («il sangue degli oppressi scorre di colore uguale al sangue degli oppressori»… anche se, aggiunge subito dopo, «resta a noi onorarne le differenze»; e poi, ancora, «lasciamoli tutti in pace, ora» ecc.) ricordano da vicino le pelose parole d’ordine della riconciliazione nazionale lanciate, sempre un ventennio fa, da Luciano Violante (solo virate, qui, da un velo di retorica misticheggiante, robustamente terragna quanto rugiadosa anzichenò: «quel ciclo della vendetta e dei soprusi è terminato […]. Ancora una volta, e per sempre, la morte ha saputo allontanare la storia dai corpi degli uomini, restituendoli come creature»). Lo stesso senso ha la pagina dal Pavese della Casa in collina, letta da Angela Baraldi all’inizio di Breviario partigiano: «Ma ho visto i morti sconosciuti, i morti repubblichini. Sono questi che mi hanno svegliato. Se un ignoto, un nemico, diventa morendo una cosa simile, se ci si arresta e si ha paura a scavalcarlo, vuol dire che anche vinto il nemico è qualcuno, che dopo averne sparso il sangue bisogna placarlo, dare una voce a questo sangue, giustificare chi l’ha sparso […]. Per questo ogni guerra è una guerra civile: ogni caduto somiglia a chi resta, e gliene chiede ragione».

Ma resta qualcosa d’altro, alla fine del vagabondaggio in questo coacervo ricco e strano. Resta la cupezza (… cupe vampe…) di quel colore nero e pesante, della bicicletta caduta sulla strada, nella penombra della sera. Resta la tinta scura che si stende uniforme sul paesaggio (altro che «bellezza incolpevole», a dispetto di tutto definita «lo spirito del luogo»…). Resta il colore abbrunato del sangue, insomma: quel ribollire furente nel momento in cui si capisce, ma lo si sa da sempre, che le proprie scelte, di uomo e d’artista, col colore di quel sangue confliggono frontalmente. Resta la furia colla quale ci si scontra cogli amici, coi compagni: come, viene mostrato nel film, con Giorgio Canali – la vera, irriducibile, folle anima punk del gruppo – che nel «breviario» del cofanetto racconta sprezzante di come, lui nativo di Predappio, ben presto conobbe il significato – a suo dire – della parola resistenza: quando bambino, in visita al cimitero del paese, per liberare la vescica dolorante non trovò di meglio che pisciare su «un testone pelato bianco di marmo che mi guarda cattivo»… e che nel film di Spinetti, implacabile e stentoreo contro tutto e contro tutti, grida il suo inno squassante, la Lettera del compagno Laszlo al colonnello Valerio (cioè dell’iconoclasta ungherese Laszlo Thòth – che nel ’72 aggredì a martellate, in Vaticano, la Pietà di Michelangelo – a Walter Audisio, l’esecutore materiale della condanna a morte di Mussolini il 28 aprile 1945), censurata ai tempi di Materiale Resistente per le bestemmie che contiene (tagliate anche qui, nel Nemico): «Poi venne Maggio, / l’ordine di disarmarci. / Caro Valerio, / non dovevamo fermarci. // Non dovevamo fermarci, / si doveva continuare, / si fa con lo schioppo l’unità nazionale!»… perché «sono ancora tutti là / con i sorrisi smaglianti, / sono là i figli e i nipoti vincenti e arroganti […] / E a chi voleva la libertà / cosa gli diciamo? / Ai compagni morti per niente / cosa raccontiamo? / Che un pelato appeso a testa in giù poteva bastarci. / Caro Valerio, non dovevamo fermarci».

Perché insomma il nemico – questa la vera scoperta che fa risuonare la scrittura di Zamboni, la fa vibrare come la sua musica – non è il fascista: è il partigiano. La figura eroica, e anzi messianica, colla quale disperatamente, abbandonatamente, per tutta la vita ha voluto identificarsi. Il compagno che si è scelto; folle e iconoclasta e spietato, sì: ma che, nonostante tutto, si è scelto. Così tradendo la voce scura del sangue. È questa la pagina più bella del suo libro: «Cosa mi abbia fatto vibrare in direzione inaspettata a un certo punto della crescita, cosa mi abbia portato a provare interesse poi affetto poi riconoscenza per “il nemico”, per quei volti popolari, segnati, belli senza altri aggettivi; per quei nomi di battaglia che suonano diretti e precisi come fucilate; cosa mi abbia portato a scegliere l’altra parte come mia parte sconfessando l’educazione familiare, forse non serve approfondire. La reazione a un sopruso, a una educazione sentita come oppressiva, o forse la cultura acquisita, la curiosità, l’intima natura. L’avversione provata per quella classe adulta che vedevo pretendersi dominante, dirigente, e che a me pareva – ora lo capisco bene – avida, violenta, spietata, inutile; obesa senza altri aggettivi. Nessuna possibilità di contatto con loro, se non superficiale, subìto. Nessuna lingua in comune». È una scoperta importante, quella di questo vibrare. Anche se si vorrebbe sapere di più, precisamente, da quell’approfondimento che, viene detto invece, non serve. (È la stessa obiezione che mi veniva da fare a un libro, per altri versi coraggioso, come Accanto alla tigre di Lorenzo Pavolini: che nel 2010 faceva i conti col nonno Alessandro, il fondatore delle Brigate Nere, gerarca fedelissimo del Duce appeso insieme a lui a piazzale Loreto – dunque ovviamente mai conosciuto – ma non col padre, col vero traditore del sangue: resta quello, ancora, il nodo più aggrovigliato da sciogliere.)

Sì, c’è ancora tanta strada da fare. Ma questo lavoro «post» mi pare cominci a percorrerla. Tanti anni fa, nel 1950, Carlo Emilio Gadda esemplificava proprio negli spari della Guerra civile, così di frequente echeggianti nella narrativa di quegli anni, il fenomeno di cui indagare il noumeno: «Il dirmi che una scarica di mitra è realtà mi va bene, certo; ma io chiedo al romanzo che dietro questi due ettogrammi di piombo ci sia una tensione tragica, una consecuzione operante, un mistero, forse le ragioni o le irragioni del fatto… Il fatto in sé, l’oggetto in sé, non è che il morto corpo della realtà, il residuo fecale della storia… ». Su quegli spari lontani come fatto in sé lavora da molto, e bene, la ricerca storiografica; ma è su quest’altra strada – la strada del sangue – che si potrà incontrare, credo, la vibrazione segreta, la ragione o irragione del fatto: del corpo morto che giace sulla strada, al calare della sera.

Questa vibrazione fonda, questa tinta scura del paesaggio. La Terra, la Guerra, una Questione Privata. Oh partigiano portami via, che mi sento di morire

Post-CSI
Breviario partigiano 1945-2015
cofanetto contenente un cd audio di 42 minuti, un libro di 176 pp. e il dvd del film Il nemico-Un breviario partigiano (regia di Federico Spinetti, produzione Lab 80 film), 80 minuti, Post, 2015, € 20,99

Massimo Zamboni
L’eco di uno sparo. Cantico delle creature emiliane
Einaudi, 2015, 191 pp., € 18,50

Partigiani e cittadini

Andrea Camillo

A settant’anni dal 25 aprile 1945, e a ventiquattro dalla pubblicazione di Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità della Resistenza, le parole «guerra civile» associate al ’43-45, se non possono più indignare o sconvolgere continuano comunque a suscitare una certa curiosità, permettendo al dibattito avviato dal celebre saggio di Claudio Pavone di mantenersi vivido e attuale. Proprio tale attualità è alla base di questo volume, in cui sono stati raccolti gli interventi di Pavone e di Norberto Bobbio, attraverso i quali è possibile capire com’è cambiato, nei decenni del lungo Dopoguerra italiano, il significato assunto dalla Resistenza.

Fino a Una guerra civile di Pavone, l’interpretazione fratricida del conflitto combattuto tra l’8 settembre ’43 e la Liberazione era stato appannaggio neofascista. I vincitori preferivano non ricordare che la Resistenza era stata anche e soprattutto guerra tra italiani, insistendo sui caratteri unitari e nazionali di una guerra patriottica contro i tedeschi, e di una guerra antifascista contro la dittatura. Tale riluttanza aveva ragioni politiche. Oltre alla considerazione che il conflitto fratricida interessò effettivamente solo l’Italia settentrionale, escludendo il Mezzogiorno (come sottolinea Pavone), si preferiva non parlare di guerra civile per il timore di equiparare partigiani e repubblichini; rivendicare l’unità del popolo italiano resistente voleva dire negare le divergenze tra i partiti ai tempi del CLN e, a un tempo, tutelare la compattezza politica dell’Italia postbellica, secondo Costituzione fondata proprio sull’unità antifascista.

I democristiani, avendo temuto una deriva rivoluzionaria della Resistenza, insistevano sul suo obiettivo nazionale; ma l’idea di compattezza del popolo interessava anche a sinistra, perché – scrisse Pavone – «mentre gli azionisti non muovevano, di massima, obiezioni contro la tendenza a vedere nel fascista il nemico principale, i dirigenti comunisti sentirono più volte la necessità di frenarla, preoccupati, come ho già ricordato, del possibile offuscarsi del carattere nazionale e unitario della lotta». queste reticenze si protrassero ben oltre il 25 aprile, condizionando la storiografia e l’immaginario stesso della Resistenza.

A permettere l’accostamento dei testi di Pavone e Bobbio, e il sottotitolo La Resistenza a due voci, è, come spiega David Bidussa nell’Introduzione, la «convergenza» delle loro riflessioni, che in effetti sembrano in certi punti completarsi e incastrarsi con naturalezza. Ma il concerto di queste «due voci» consente soprattutto di seguire decennio per decennio, dal ’65 al ’94 (e poi sino al 2001, nelle lettere scambiatesi fra i due), l’evolversi dell’interpretazione data alla Resistenza nell’Italia che su di essa s’era fondata.

L’eredità della Resistenza tornò prepotentemente nel dibattito pubblico sul finire degli anni Sessanta. Nel Sessantotto il conflitto generazionale tra padri e figli mise in discussione anche la guerra partigiana, giungendo sino a paragonare (come fece un articolo anonimo uscito su «La Voce») il partigiano di Fenoglio a Che Guevara: cercando di fare del Partigiano Johnny, pubblicato da Einaudi proprio quell’anno, un ponte fra le generazioni.

In realtà era dall’immediato dopoguerra che l’Italia si divideva tra soddisfatti e insoddisfatti: insieme alla Resistenza come nuovo Risorgimento, paragone onnipresente nelle commemorazioni ufficiali, ci fu ben presto una Resistenza «tradita» o «bloccata» per arrivare poi, appunto nel Sessantotto, a una Resistenza accusata, dalla nuova sinistra, di essere «conservatrice» (cioè di essere stata gestita con questa funzione dalla classe dirigente del Paese, a partire dalla sinistra istituzionale e anzitutto dal PCI). Scriveva Pavone: «In questa situazione è accaduto che i giovani abbiano cominciato a guardare con qualche sospetto a una Resistenza dalla quale tutti si affannano ad affermare che è scaturita l’Italia in cui oggi viviamo, che è l’Italia contro cui si ribellano i giovani protagonisti dei movimenti di questi ultimi mesi».

La Resistenza era destinata ad accompagnare il cammino della società italiana anche nei turbolenti anni Settanta, sino a venire rivendicata dai terroristi rossi, che dei partigiani si autoproclamarono discendenti naturali, imponendo anche alla generazione dei contestatori una fondamentale riflessione sulla legittimità della violenza resistenziale. Per questo spiace che manchino, nel volume curato da Bidussa, contributi dei due autori risalenti a quel decennio (rimediando con un cenno nell’introduzione). Dal ’69 si salta infatti all’86, bloccando la scansione diacronica con una sovrapposizione ripetitiva attorno alla definizione di «guerra civile» e agli interventi relativi alle «tre guerre» (uno degli argomenti chiave di Una guerra civile di Pavone: la prima «contro il Tedesco occupante», la seconda «contro i fascisti della Repubblica di Salò», la terza – da parte comunista – «contro il nemico di classe»), ingolfando leggermente la lettura e di fatto spostando al margine l’innovativo testo di Pavone, del ’94, su una Resistenza in chiave europea.

Tra il riassunto agile e condensato dei vari significati assunti dalla Resistenza nel corso dei decenni e l’approfondimento – quasi uno svisceramento – del concetto di guerra civile, il volume Bollati Boringhieri sceglie di fatto una via di mezzo, senza così poter centrare se non fiaccamente e troppo rapidamente nessuno dei due obiettivi. Più condivisibile la scelta di presentare, in coda, l’epistolario inedito tra Bobbio e Pavone, che «lega» i rispettivi contributi e, oltre a fornire un intellettuale dietro le quinte, mostra la sintesi che sostiene e motiva finalmente l’accostamento delle «due voci».

Trattandosi di un volume pubblicato in occasione del settantesimo della Liberazione, non è retorico affidarsi alle parole di Bobbio pronunciate nel discorso del ’65 che apre il volume e che ancora oggi, al di là delle tante forme assunte dalla Resistenza in questi settant’anni, risuonano in tutta la loro validità: «Qualche che sia il giudizio che diamo sulla guerra di liberazione e sul movimento della Resistenza, è certo che questa guerra e questo movimento stanno alla base dell’Italia contemporanea. Non possiamo capire quello che siamo oggi senza cercar di capire quello che è avvenuto vent’anni fa, quando un popolo ha scosso il giogo e ha unito la propria lotta a quella di tutti i popoli liberi d’Europa. La Resistenza è stata una svolta che ha determinato un nuovo corso della nostra storia: se la Resistenza non fosse avvenuta, la storia d’Italia sarebbe stata diversa, non sarebbe stata la storia di un popolo libero. Sfido chiunque a confutare questa verità».

Norberto Bobbio, Claudio Pavone
Sulla guerra civile. La Resistenza a due voci
s cura di David Bidussa
Bollati Boringhieri, 2015, XXIII-177 pp., € 15