Gli ultimi Kraho: una storia modello

Michele Emmer

È notte, nella foresta, nella savana. Un indio cammina nella notte verso la cascata. Sente la voce del padre che lo chiama, che lo invita ad accettare il suo dono di un pesce. L’indio non accetta, vuole dimenticare quel padre morto di cui solo lui continua a sentire la voce. Vuole chiudere il ricordo e organizzare la festa che sanzionerà la fine del lutto.

È l’inizio onirico e fantasioso di un film che si svolge in un piccolo stato del nord del Brasile, tra una popolazione indigena che è oramai ridotta a poche centinaia di persone. Siamo tra il popolo Kraho, nella regione del Kraholand, una zona vasta 40 x 60 km quadrati, nello stato Brasiliano del Tocantins.

Erano parte di una grande nazione chiamata Timbira. Nel 1625 quando iniziò la colonizzazione con l’arrivo dei Gesuiti, ci dovevano essere circa 250.000 indios, tra cui i Kraho. I Kraho vivevano in quello che è oggi lo stato vicino, il Maranhao, da cui furono cacciati dai coloni e solo nel 1988 il Tocantins venne riconosciuto come stato. La nazione Timbira è oggi ridotta a 12.000 persone, e i Kraho sono (stima del 2010) 2463. La loro lingua appartiene a uno del tre ceppi principali degli indios del Brasile, il Macro-Jè. Non sono nemmeno Indios come li hanno etichettati i portoghesi ma Me-hi. Il modo corretto per denominarli è Kraho Ken-poi-kri, con Kri che significa comunità. (notizie tratte da un articolo di Antonio Carlos Batista che si trova in rete cercando Kraho) Ed in lingua Kraho è parlato il film tranne quando il protagonista si deve recare nel villaggio alla fine della loro riserva. Lui si chiama Ihjãc (ha anche un nome portoghese scritto sulla sua carta di identità).

Il titolo originario del film era Chuva é Cantoria Na Aldeia Dos Mortos (Pioggia e Cantoria nel villaggio dei morti) con sottotitolo Les morts et les autres” (i morti e gli altri), è uscito nelle sale francesi agli inizi di maggio con il titolo “Le chant de la fôret” (il canto della foresta) richiamando la melodia che canta il padre del protagonista per attrarlo nel lago ai piedi della cascata. Tutti i personaggi del film interpretano se stessi compresa la moglie e il figlio di Ihjac. E tutti hanno come cognome il nome della loro etnia Kraho.

Il film è un documentario che vuole appunto documentare la vita nel villaggio Kraho, mostrare i comportamenti sociali, gli interessi, i dubbi, le paure della comunità e dei due protagonisti. Ihjac non vuole diventare sciamano, non vuole parlare con i morti, vuole liberarsi del peso del padre. La moglie cerca di aiutarlo, gli ricorda di pensare al bambino, al futuro, in quella piccola comunità. I registi riescono bene a riprendere la vita come si svolge, i protagonisti non sono molto espressivi come ha scritto la critica francese, ma ovviamente non ha molto senso giudicare con il nostro metro. Non stiamo vedendo un film sugli indigeni ma si cerca di fare vedere loro stessi come si comportano cercando di ridurre al minimo l’impatto dell’essere ripresi. È ovviamente una cosa difficile perché il solo fatto di agire davanti ad estranei condiziona chiunque.

La vita non è facile, la savana non concede molto, sanno che il loro territorio si sta riducendo, non hanno idea di che cosa li attende, forse sanno che sono stati classificati come dei perdenti da sopportare, forse. E Ihjac non riuscendo a dominare le sue paure, la sua sensazione di essere malato, fugge dal villaggio, abbandona moglie e figlio e va nella piccola città ai margini della riserva. Dove viene messo nella casa dell’assistenza pubblica agli indios, dove lo chiamano con il nome portoghese, gli spiegano che non ha nulla, che è ipocondriaco (lui non capisce) e dopo pochi giorni è in strada senza un letto, una casa, nulla. Gli indigeni devono stare al loro posto, e nella piccola città sfilano gli allevatori con gli stivali, gli speroni, i cappelli texani in groppa ad enormi buoi con la gobba. È il destino dei popoli indigeni che sarà aggravato dal nuovo governo Brasiliano, troppe terre improduttive, troppi pochi abitanti (abituati a muoversi nella savana e nella foresta, sono nomadi). Telefona al villaggio, chiede aiuto. Arriva lo moglie, cerca di convincerlo, deve tornare. Lui resiste, non si sente bene, non è pronto. Finché da solo si mette in cammino e torna. E finalmente al villaggio si svolge la cerimonia della fine del lutto. Si taglia un grande albero, se ne taglia una sezione cilindrica, si toglie tutto l’interno, si dipinge con tanti colori, rappresenta il morto. E la festa, filmata nei dettagli, finisce con un grande banchetto, il culmine della celebrazione. Su alcune grandi foglie raccolte nella foresta si pone un impasto di manioca sui cui sono adagiati i pezzi di carne fresca, il tutto viene cucinato su pietre roventi. È grande circa due metri quadrati. All’alba tutti mangiano. Ma non è finita, Ijhac dirà alla moglie alla sera che lui oramai è cambiato, che non sa più che cosa fare. E tornerà alla cascata, al lago, e si immerge nell’acqua scomparendo. Un sogno, sicuramente un modo giusto di chiudere il film.

Un film che merita essere visto: è un grande documentario, i suoni della foresta e della savana sono importanti, la vita dei Kraho è molto ben documentata, è girato con pellicola a 16 mm. Ha vinto il premio della giuria al festival di Cannes del 2108 nella sezione “Un certain regard”.

Nota finale: guardare in rete la documentazione sulla porzioni di foresta e savana distrutta nella Kraholand negli ultimi anni.

Chuva É Cantoria Na Aldeia Dos Mortos, sottotitolo Les morts et les autres, nuovo titolo Le chant de la fôret”, regia di Joao Salaviza, Renée Nader Messora, con Ihjac (Henrique) Kraho, Kôtô Kraho e gli abitanti del villaggio, 2018.