Un genere legittimato dal suo futuro. Idee, pratiche e comunità d’ascolto di poesia.

Andrea Inglese

Sbarazziamoci di questa nozione di una corrente principale nella storia e rendiamoci conto che stiamo andando in diverse direzioni.

John Cage

In un mondo d’inizio millennio, che pare mosso dall’inesauribile potenza delle sue crisi croniche e molteplici, anche la piccola landa della poesia ha percepito (e ancora percepisce) se stessa come in stato di crisi profonda, permanente, forse terminale. Questo fatto è riscontrabile procedendo a un rapido catalogo delle lamentazioni più frequenti. Manca quasi tutto: lettori curiosi, editori illuminati, distributori appropriati, librai indipendenti e, naturalmente, autori validi. Questo quadro sconfortante è di tanto in tanto radicalmente rovesciato. Appare allora chiaro che i poeti incarnano l’espressione più pura dell’etica della scrittura (qualsiasi cosa questo voglia dire) e che, nel grande mercimonio promosso dall’industria culturale, o dall’industria dell’intrattenimento tout-court, essi costituiscono l’ultimo fronte della resistenza (quale che sia la patria immacolata da difendere). La cosa consolante nel profluvio di tali discorsi vittimistici o euforici è che, in Europa, non sono solo i poeti nostrani a nutrirsene. Chi ha avuto modo di partecipare a qualche tavola rotonda sulla poesia in altri paesi, o in occasione di qualche festival internazionale di poesia, può facilmente testimoniarlo.

Pochi sono stati i tentativi d’inquadrare in un’ottica più ampia, non esclusivamente interna al genere, questa crisi della poesia e del suo statuto all’interno del sistema letterario. Tra questi, è importante ricordare il saggio di Guido Mazzoni intitolato Sulla storia sociale della poesia contemporanea in Italia apparso nel 2017 in rivista («Ticontre. Teoria testo traduzione»,VIII) e in rete. Per l’autore, “ciò che definisce l’ingresso della poesia nella sua stagione contemporanea, prima che un mutamento interno alla letteratura, è un mutamento sociale”. Puntando lo sguardo all’evoluzione della società italiana nella stagione della cultura di massa, Mazzoni analizza tutta una serie di fenomeni che hanno determinato a partire dagli anni Settanta uno stravolgimento del campo poetico: declino delle poetiche e delle riviste militanti, assenza di un canone condiviso, perdita di autorevolezza del poeta in quanto intellettuale, eclissi di una scena ufficiale a cui eventualmente opporre una scena underground, diffusione della poesia in rete attraverso siti web, blog individuali e collettivi, social network. La riflessione di Mazzoni si chiude su di un sentimento di perdita secca, assunto però con stoico disincanto. La marginalità culturale della poesia non è riconducibile a qualche causa semplice, o a qualche colpa ben circoscritta, essa è parte di una necessità storica inscritta nell’evoluzione delle democrazie occidentali.

L’articolata diagnosi realizzata da Mazzoni conferma e sistematizza tutta una serie di valutazioni che hanno accompagnato la riflessione sul declino della poesia e sui guasti della cultura di massa a partire dagli anni Settanta del secolo scorso e di cui un critico come Alfonso Berardinelli è stato uno dei più influenti capostipiti. Questa lettura è stata oggi assimilata quasi del tutto acriticamente, ma essa presenta alcuni punti discutibili. Quello che m’interessa trattare qui riguarda il concetto di “mandato sociale del poeta”. Secondo Mazzoni, in Italia, “la poesia italiana moderna ha conosciuto due perdite del mandato sociale: quella di inizio Novecento e quella che comincia a emergere proprio nel corso degli anni Settanta”. All’inizio del secolo scorso è la stessa borghesia che, dopo avergli attribuito l’autorità di rappresentarla “poeticamente”, revoca al poeta questa prerogativa. Nel corso degli anni Settanta, sarebbe invece la società di massa a incaricarsi di questa ulteriore revoca di mandato. Non è una questione oziosa, perché verte in qualche modo sulle forme di legittimazione che un genere letterario può fornire nei confronti della società del suo tempo. La nozione di un mandato sociale (moderno) del poeta (del letterato) è però fin dall’origine contraddittoria. Ne aveva scritto Guido Guglielmi con la sua consueta nettezza: “la scrittura classica designava attraverso le sue strette convenzioni il proprio destinatario di fatto e di diritto, la scrittura romantica scardinando il sistema dei generi e degli stili, designa un destinatario di diritto (l’umanità) e un destinatario di fatto (il borghese). (…) L’una appartiene a una letteratura a pubblico particolare (aristocratico) e reale, l’altra a una letteratura a pubblico universale ma irreale” (in Ironia e negazione, Einaudi, 1974, p. 13). Il mandato sociale del poeta, in epoca moderna, si costituisce a partire da questa mistificazione: una classe particolare vuole riflettersi in una letteratura che si pretende universale. Questa contraddizione non è stata risolta dai tentativi di creare una letteratura proletaria, che esprimesse marxianamente l’universale concreto dell’umanità, né mi pare risolvibile in una società di massa, in cui le stratificazioni sociali non sono state dissolte. Di certo la poesia è delegittimata nell’universo dell’industria editoriale, che affida ai suoi autori-produttori almeno un mandato commerciale. Esso potrebbe essere così espresso: “quale che sia la rilevanza letteraria dei vostri libri, essi devono persuadere un numero significativo di consumatori-lettori”.

A fronte di queste difficoltà, le scritture poetiche potrebbero accettare, a partire dagli anni Zero, di considerarsi senza scandalo, e realisticamente, delle pratiche di minoranza. Esiste un gruppo sociale non di principio omogeneo e chiuso da un punto di vista sociologico, anche se presenta probabilmente degli importanti aspetti comuni, e questo gruppo è costituito da scriventi versi, da critici letterari spesso legati al mondo accademico, e da un piccolo numero di lettori non scriventi e non interessati alla poesia per ragioni professionali. Il principio di coesione di tale gruppo, ossia la poesia come genere letterario, non può risiedere nel passato. Nel corso del Novecento, dalle avanguardie in poi, non è più esistita un’unica linea genealogica in grado di dire che cosa sia la poesia agli scrittori. Nemmeno, come abbiamo visto, la poesia può legittimarsi rispetto alle concezione dei prodotti letterari dell’epoca presente. Essa è una forma di anomalia, di errore, nel vasto mare delle produzioni culturali destinate a circolare per un rapido consumo. La poesia, allora, può solo sperare di legittimarsi nel futuro, in virtù della sua capacità di trasmissione. Solo in questa prospettiva diacronica, la sua incerta e fragile esistenza può assumere, in quanto pratica, una forma di radicamento antropologico. Ma ciò comporta l’esistenza di un dialogo intergenerazionale, ossia la messa in opera, ma anche l’invenzione e la sperimentazione, di tutta una complessità di pratiche – pratiche di lettura, di studio, di dialogo e diffusione – che vanno ben al di là della semplice facoltà di un individuo di esprimere linguisticamente i suoi stati d’animo su di un qualche supporto fisso e/o riproducibile. Senza l’esistenza di una comunità d’ascolto, e di un desiderio condiviso di utilizzare la pratica poetica come una forma di godimento e di conoscenza del mondo attraverso il linguaggio, nessuna scrittura poetica può avere futuro, e quindi esistere.

Legittimare la poesia a partire dal futuro significa anche sopprimere una delle mosse più tipiche che le poetiche novecentesche utilizzavano per conquistare l’egemonia sul campo. Oggi nessuna scrittura, per sperimentale che sia, può pretendere di agganciarsi alle spinte collettive rivoluzionarie, quasi che scritture d’avanguardia e avanguardie politiche fossero portate da una medesima necessità storica. Sarà altrettanto difficile dimostrare che una poetica un po’ più popolare di un'altra (in termini di mero conteggio del numero dei lettori) esprima per ciò stesso lo “spirito del tempo”. Ciò non dovrebbe implicare né la fine di ogni giudizio di valore (“questa scrittura poetica è più rilevante di quest’altra”) né la fine di ogni possibile nesso tra scritture poetiche e pratiche collettive volte all’uguaglianza e all’emancipazione. Questo nesso, infatti, trova una sua ragione d’essere nelle varie forme (anche estetico-letterarie) che può assumere la critica dell’ideologia dominante. Una buona parte delle analisi dell’impatto che i nuovi media tecnologici hanno sullo statuto dell’autore, sulle frontiere del libro, sulle modalità di circolazione dei testi, sembrano dimenticare che sotto il tessuto mobile, fluido, dissipativo della rete, permangono non solo “arcaici” rapporti di dominio, monopoli produttivi e distributivi, conflitti tra capitale e lavoro, ma anche anelastiche formazioni ideologiche, radicate in abitudini pratiche, affettive, estetiche e cognitive.

Il risultato di questa situazione è una sorta di contesa perenne intorno ai valori e ai confini del poetico, che rende problematica la definizione di un canone condiviso. È quindi auspicabile che le poetiche mantengano la loro dimensione polemica, e s’impegnino a rendere esplicita, attraverso strumenti di verifica storici e concettuali, l’ideologia letteraria che le sottende. Viene così riconosciuta, per altro, una persistente pretesa intellettuale insita nel lavoro poetico, nel momento in cui trapassa anche nel discorso critico e teorico in grado di individuare rapporti possibili tra il contesto storico e le forme della poesia. Alla lotta per l’egemonia, che vorrebbe giustificare in virtù di qualche entità mitica (le leggi dell’evoluzione storica, l’inconscio del pubblico, lo Spirito del tempo) la supremazia oggettiva di una poetica sull’altra, andrebbe sostituito un impegno per la testimonianza, intesa in senso ampio, come testimonianza di un’idea di poesia, e di una comunità possibile d’ascolto, e delle potenzialità che un testo o un’azione “poetica” possono avere nei confronti delle coordinate estetico-conoscitive strutturanti il nostro rapporto con il mondo.

I poeti presentati qui testimoniano di una pluralità di atteggiamenti. “Paesaggisticamente” toccano un arco ampio che andrebbe dal pop e dalla poesia dell’oralità della coppia Francesca Genti-Luigi Socci alla poesia più “politica“ e intransitiva della coppia Simona Menicocci-Luigi Severi, passando per il lavoro estremamente sfaccettato e inquieto di Renata Morresi. La cosa per me più interessante, però, è proprio lo scarto che ciascuno di essi realizza rispetto alle ordinarie pretese topografiche. Genti, la più anti-intellettualistica dei presenti, difende una certa idiozia del sentimento proprio contro il sentimentalismo pervasivo della cultura pop, dentro cui lei stessa nuota, ma controcorrente, e riconfigurando costantemente il profilo della propria femminilità attraverso un gioco con e contro gli stereotipi di genere. Non è poesia (scrittura) femminile ma poesia che tematizza il genere femminile. Luigi Socci – anche lui restio rispetto a posture teoriche e critiche – è un tipico caso che inceppa le partizioni: perfettamente a suo agio in scena, perfettamente calibrato sulla pagina, lui pure lontano da ogni tentativo di sublimare la lingua, e abile nel risvegliare le metafore dormienti nel linguaggio ordinario. In Renata Morresi, studiosa di letteratura angloamericana e traduttrice, è paradossalmente invece lo spessore delle cose a emergere prima ancora che quello degli enunciati. I testi di Genti e Socci sono disposti spesso in forme metriche riconoscibili, organizzandosi sul tempo della chiusa, della formula arguta. In Morresi è lo spazio che prevale, e i testi si organizzano secondo un ritmo variabile, percussivo, cercando l’inclusione a vasto raggio, a volte quasi impossibilitati a chiudere. E la sperimentazione delle forme è guidata da questa attenzione quasi archeologica verso il paesaggio contemporaneo, sondato nella sua inesauribilità e enigmaticità. Anche in Severi è presente uno sguardo archeologico, però mediato dal passaggio per il deposito linguistico inattuale. Attraverso un furioso lavoro d’intarsio, di montaggio di frammenti documentari, emerge nella sua poesia una lingua opaca, una lingua-cosa. Ma in questa lingua di deposito, nel suo lessico composito, dormono occasioni d’incontro e racconto della realtà contemporanea, della sua ruvidezza e del suo splendore materiale. Con Simona Menicocci si tocca uno dei fronti più combattivi e convinti della poesia di ricerca. Ogni eredità formale e figurativa del “poetico-letterario” è criticamente vagliata, elusa o disarticolata, sottoposta in ogni caso a una sorta di “prova di realtà” storica. Nei suoi testi, però, più che l’elemento ludico-nichilista, o puramente dimostrativo-concettuale, prevale un’attenzione per le specifiche trame dell’ideologia contemporanea. Non è poesia civile quella di Menicocci, ma “politica”, ossia di parte (con un fortiniano nemico da additare), e come tale non si può mai leggere come compiuto ordigno letterario, perché cerca il senso fuori di sé, nei conflitti sociali che tutt’ora attraversano e rendono instabile il nostro mondo storico.

ANTOLOGIA

Francesca Genti

Francesca Genti è nata a Torino nel 1975, vive a Milano. Ha pubblicato i libri di poesia Bimba Urbana (Premio Delfni, Mazzoli, 2001), Il vero amore non ha le nocciole (Meridiano Zero, 2004), Poesie d’amore per ragazze kamikaze (Purple Press, 2009; Sartoria Utopia, 2015), L’arancione mi ha salvato dalla malinconia (Sartoria Utopia, 2014), Il mio bambino mi ha detto (Sartoria Utopia, 2016), Anche la sofferenza ha la sua data di scadenza (HarperCollins, 2018) e il saggio La poesia è un unicorno (Mondadori, 2018). Con Manuela Dago ha fondato la capanna editrice Sartoria Utopia.

se tu mi dici :“sei una guerriera”
pensando di farmi apprezzamento
e che il mio piglio di amazzone vera
dello charme non va certo a detrimento

io, certo, accolgo il complimento,
ma in verità un poco mi rattrista,
perché la guerra la odio tutta intera:
voglio essere un'apicultrice dadaista

fare del miele e risanare la biosfera,
con una motosega ecologista
potare tutti i pali delle luci,

convincere la cara amica Sylvia
che non è vero
che ogni donna ama un fascista.

P.S.
riscrivere la storia. (e abbasso i duci).

Inedito

*

IO, OGGI, CON LA MIA DISPERAZIONE

sto qui. completamente costernata.

l'hai fatta grossa in questa situazione:
hai fatto veramente la cazzata.

parlo così, io:
alla mia tigre
alla mia maleducazione
alla malora di questa mia giornata.

vorrei passare un brutto quarto d'ora:
io e la mia tigre
essere sbranata.

vorrei andarmene dritta giù in prigione.

sto qui. completamente frastornata.

a dire alla mia tigre cosa non deve fare
a dire alla mia tigre di comportarsi bene
io alla mia tigre a cui voglio tanto bene
ma che non riesco ad addomesticare.

*

HO SPACCATO COSE

piatti bicchieri acquasantiere
sedie orologi e vasi di fiori
ho sradicato porte, cassettiere.
ho sporcato centrini tovaglioli
merletti lenzuola di lino di seta
di cotone fazzoletti federe
camicie tappeti e canottiere.

ho fatto incantesimi preso il malocchio
pianto e perso sangue rovesciato sale
ho cucinato male piatti di una tradizione
che non ero mia e non riuscivo a accettare.

mi sono sentita una sposa andata a male
un bisbetico UFO un agnello pasquale
una casalinga al cubo in fase terminale.

Da Poesie d’amore per ragazze kamikaze, 2009

 

Simona Menicocci

Simona Menicocci (1985) proletaria senza prole, studia filosofia e lavora come istitutrice a Roma. Tra le sue pubblicazioni: Posture Delay (La Camera Verde, Roma 2013); Il mare è pieno di pesci – La mer est pleine de poissons (Benway Series, Tielleci, 2014); Manuale di ingegneria domestica (Arcipelago Edizioni, 2015); Glossopetrae/tonguestones (IkonaLiber, 2017); di prossima pubblicazione Saturazioni (dia°foria, 2019). Alcuni testi da Si fa per dire nel numero monografico sulla poesia italiana della rivista francese «Nioques» (#14, 2015); alcuni testi da H24 nel numero monografico della rivista svedese «OEI» (#68-69, 2015). Assieme a Fabio Teti cura il laboratorio di scritture “anomale” prove d'ascolto.

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dall’analisi dei fossili emerge che
2,4 milioni di anni fa
l’uomo barattò la capacità di masticare
per poter avere un cervello piú grande
per produrre altri modi di masticare

dall’analisi dei viventi emerge che
una scatola cranica grande non è causa
di un cervello grande o di ciò di cui
un cervello è causa
*
ogni lingua ha bisogno di una lingua
lusus culturæ #2: scrivere ciò che non rimane

sono sufficienti pochi decenni di cultura imprevidente
o le poche ore di un cantiere

homo homini homo
divora deve divorare vede divorare dove vede divora dove etc.

le parole passano di bocca in bocca orizzontalmente
le bocche passano di strato in strato verticalmente

le polveri le farine le ceneri le sabbie i detriti i resti i segni i talchi

la divisibilità della materia
la distinzione delle cose
il corpo macinato assieme ai suoi scarti

nella terra ci sono cose che non circolano nella storia
la speranza è che non tutto sia servito

Da: glossopetrae/tonguestones, 2017

*

La moneta corrente è l’amoxicillina.
Si svegliano, diventano incoscienti, poco a poco.
Defecano nei vestiti, mentre borbottano sui climi che furono.
Tenuti in vita dal plusvalore di anni prima.
Potrebbero gridare e non possono.
Tutto è stato a favore di physis e capitale.
I pigiami afflitti dal lavorio della vita, dagli assurdi dolori,
......................................[dagli interrogativi informi.
Il moto del corpo nel mondo, l’unica rivoluzione espletabile.
365 giorni per arrivare in cucina.
Davanti al nero rinvigoriscono, provano la guerra.
Lallano il rancore, la lotta di classe.
Rilasciano enormi quantità di microplastiche nell'acqua di scarico.
Spasmi, disartria, nessun ricordo felice.
Muoiono in un giorno uguale agli altri, solamente più corto.
I bambini scatarrano, dicono è mio.
Alcuni sono ancora forti in proprietà, potere, produzione.
Le nevi perenni sulle mattonelle della cucina.
Un solo reddito non basta mai.
È molto difficile capire come il tempo evolverà nel tempo.
La coscienza di classe psicosomatica: scioperano solo gli organi vitali.
Metalli e umori pesanti nell’aria, particole di idrocarburi, benzene.
Le teste infestate dai pidocchi, dalle concezioni proprietarie
............................[del mondo.
Si rompono i piatti, i polmoni, nel divenire della morte, della giornata
.............................[come tante.
Fanno parte di classi esplose nella crisi.
Ognuno col suo guanto spaiato, la sua necrosi, la sua vita da frantume.
Dopo alcuni giorni dal decesso alcuni si reincarnano in un'autoimpresa.
Irrecuperabile la lente che cade nel lavandino, sparisce nel gorgo
............................[assieme alla cornea.
Rari episodi di qualità letteraria e sindacalismo.
Si presentano edematosi, con vari ecchimosi, sdentati dal data mining.
Custoditi in un'urna, sepolti o dispersi, gli antagonismi sociali.
Riaffiorano condizioni impensabili.
Nei tempi morti.

Da Lebensformen (inedito)

Renata Morresi

Renata Morresi (Recanati, 1972) ha pubblicato poesia in Cuore comune (peQuod 2010), Bagnanti (Perrone 2013), La signora W. (Camera verde 2013), e su varie riviste e antologie. È redattrice di Nazione Indiana. Cura la collana “Lacustrine” per Arcipelago Itaca Edizioni. Ama tradurre; di recente: Sei nessuno anche tu?, una serie di Emily Dickinson accompagnata dalle fotografie di Mario Giacomelli (Arcipelago Itaca, 2017). Nel 2014 ha vinto il premio Marazza per la prima traduzione italiana di Rachel Blau DuPlessis (Dieci bozze, Vydia 2012), nel 2015 ha ricevuto il premio del Ministero dei Beni Culturali per la traduzione di poeti americani moderni e post-moderni. Scrive cose storte e liriche, tra l’esperimento e la compassione. Sta sempre pensando a un ritmo.

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Una casa avrà i vecchi e gli allettati
allineati per orizzontale e composti
gli uni sugli altri, alternati da strati
di badanti polacche e moldave,
per il sostentamento disposte ad incastro,
a spina di pesce, coi centenari montanari
a triplo vincolo, le vecchissime vergare
marchigiane usate a mo’ di foratelle,
gli intubati sussunti nel grande disegno,
le fantesche innestate come impianti,
i curati e i curanti, i validi e gli invalidi,
canterti delle nuove anti-sismiche,
anti-abitanti, senza bisogno.

*

Una casa sarà fatta di tutte le frasi
le belle frasi, le frasi tipo, frasi-struttura,
“la memoria di quanto accaduto”
“la prevenzione nelle zone ad alto rischio”
“per prime le scuole dovranno”
architettura di frasi ad alto rendimento,
a basso costo, senza tema di risparmio di frasi,
anzi sondando
i corpora delle più pronunciate
frasi dopo il disastro.
Sarà una casa inattaccabile,
leggera come il fiato della frase,
modulare, prefabbricata, ecologica,
con i “nessuno sarà lasciato solo” accanto ai
“prendiamo a modello il Giappone”.
Grazie alla forza intrinseca della materia prima più diffusa
ecco la casa altro che popolare: casa in prosa, casa fonetica!
Con tanti rappresentanti e funzionari e urbanisti
ma anche i sognatori e la gente comune senza le lauree,
tutti quanti in prima linea, in maniche di camicia
arrotolate sopra il gomito, i muscoli delle braccia
tesi mentre tengono le mani a megafono
tutti rivolti a sud-ovest a gridare frasi
bellissime, indistruttibili.
Qualche burlone griderà “forza Juve” o “viva la fica”.
Poi ci saranno pure quelli senza voglia di gridare,
i soliti sfaticati rimasti senza casa, peggio per loro.

Da “Anti-sismiche” (in Terzo paesaggio, in corso di pubblicazione)

*

Tra gli infissi sessanta cose
tra sedia, radio, mais, cipolla
e discreta importanza di tavola
cose intessute sul motivo
ripetibile, della tovaglia.

Scansi facile le molliche
scrollandola dal davanzale
con un gesto che ci lega
a tutti i pranzi
a tutti gli avanzi riposti.

Forse domani
davanti al frigo
la stessa sillaba.

Da “Cuore comune”, in Cuore comune, 2010

Luigi Severi

Luigi Severi è nato a Roma nel 1972. Ha scritto saggi sulla letteratura rinascimentale (tra cui una monografia, edita da Vecchiarelli) e sulla letteratura novecentesca, anche in chiave militante (tra cui l’e-book Sull’intellettuale dissidente, E-dizioni Biagio Cepollaro, 2007). Suoi versi e racconti sono apparsi in diverse sedi cartacee e tematiche («Atelier», «Poesia», «L’Ulisse», ecc.). Nel 2006 è uscito il suo primo libro di poesia, Terza persona (ed. Atelier); nel 2013, per le edizioni della Camera Verde, Specchio di imperfezione e Corona. Il suo ultimo lavoro poetico è Sinopia (Anterem Edizioni; Premio Lorenzo Montano 2016).

CERTA IGIENE SOCIALE

Ridursi a poco è sempre un gesto unanime,
consentono facilmente gli abitanti
spartiscono (per abitudine) lo spazio che rimane.

(La bottiglia, sul tavolo) (spaziatura sul rigo)
(rumori per le scale) (la minaccia del debito)
(ascoltali passare) (deglutire del vino).

Da Terza persona, 2006

*

LEZIONE SEMPLICE

una lucertola ad esempio
(abitare in quell’atomo)

divora un corpo in volo / poi infuria
di seduzione / elegante disfà
per creare altrove

nel lampo di sfuggire sotto il taglio
della rotaia, si capovolge
sanguina / è presente
feroce ma in amore, freccia che azzera ma
preghiera nel sole / supplizio gentile
di inizio, di fine

Da Corona, 2013

*

con certi gesti, a secco, con certe
soluzioni di luce a metà
alla fine ci siamo: due figure in piedi, che si incontrano
le mie parole caute nella sua mente, e senza dire, fredde pietre levigate,
il suo corpo indolore, di lei tutta in un passo, un quasi
fiore: blocca di più, concentra le risorse: la bella mano, ecc.,

Così camminava davanti a
Così si avviava con semplice fierezza
Così restava immobile, libera da (fino a che morte

cessava il vento vivo, ora scolpito, perenne
in un panneggio

*

tutto quel pullulare, nascono in forma e rientrano
nel taglio della terra, che inghiotte e si gonfia, di corpi e vanno in fila
raccontando al giudizio: quante voci
fatte e disfatte, innocue, tutto quel gorgheggiare
di corpi esaminati sul pendio, nervi, epiteli sfoderati, osserva
giunzioni, connettivi, fibre, placche – tutto rientra in frammenti
dallo stesso taglio, beve la terra, succhia dallo scarico, placido
scolatoio, ringloba il frattanto, le tutte quante storie,
aduna bocche e denti
in un sorridente perfosfato, utilizzabile fresco, zero scorie

(al centro la cattedrale, pezzi di
[…]
camminiamo su tele
di tegumenti, tegole, corpi abbracciati, armati

(vedi il nibbio posare, dopo preda
rametti terra e lana, un lento sonno

Da Sinopia, 2016

Luigi Socci

Luigi Socci è nato ad Ancona, dove vive, nel 1966. Agente di commercio, versificatore part-time, performer confessional e (ri)animatore poetico ha pubblicato Prevenzioni del tempo (Premio Ciampi Valigie Rosse, 2017) e Il rovescio del dolore (Italic Pequod 2013, Premio Metauro e Premio Tirinnanzi-Città di Legnano). Scrive di teatro per Il Messaggero, Il Resto del Carlino e il lit-blog “Le parole e le cose”. È direttore artistico e organizzatore, ad Ancona, del festival di poesia “La Punta della Lingua” e dell’omonima collana per l’editore Italic Pequod.

SE È VERO CHE LA POLVERE

Scarsi reperti, resti.
Nella scarpiera in frigo
nel posto delle scope
pochi grammi di scorie.
...........................Come tipo
mi accontento di poco.
A me mi basta un niente
(un niente, 2-3 niente)
se è vero che la polvere
domestica è composta
dal nostro quotidiano sbriciolarci
in parte consistente.

Questa poesia è così buona
che si può dimostrare:
me la scrivo e non chiedo
cosa c’è da mangiare.

*

0.2

Per scriverci in corsivo
finita la matita
la morte entra nel vivo
si tempera le dita.

*

ROMA

Tra una bocciofila
e un luna park rionale,
in un quartiere di case basse,
di innocui e minimali
cactus senza puntali
e gentili richieste di non parcheggio.

Via NICOLO (senza accento
per errore epigrafico)
PICCININI, famoso condottiero
e altre vie intitolate a illustrissimi
esistiti cartografi davvero.

Dove, attraverso i buchi
nella rete, come da uno spiraglio
di sipario che limita i confini,
tocca anche a noi la nostra
visione su un dettaglio
del povero teatro dei cortili.

Dove azzurrati al posto di imbiancati,
celestinati per tenere a bada
i parassiti e gli altri pestilenti
perniciosi animali,
crescono i delicati stenti
degli ulivi condominiali.

Tocca anche a noi la nostra
parte che impara l’arte
dello spasso da parte a parte.

Tocca anche a noi poveri
rimatori guardoni diplomati
poeti laureati
mai bocciati.

Da Il rovescio del dolore, 2013

Interférences #7 / Riscrizioni di mondo, un dispositivo poetico a 11 autori + 2

Andrea Inglese

wave1Il congegno di scritture che è stato qui approntato ha come scopo di mettere in questione le frontiere di ciò che chiamiamo poesia, non tanto con la pretesa di cancellarle semplicemente, ma per renderle semmai maggiormente mobili e porose, per spostarle altrove. È un piccolo esercizio pratico per pensare diversamente la poesia. Non è un caso che abbia deciso di presentarlo in questa rubrica, e non solo perché coinvolge autori francesi e francofoni, ma anche perché in ambito francese la riflessione sulle frontiere e lo statuto della pratica poetica sono state e continuano ad essere particolarmente importanti.

Il titolo Riscrizione di mondo sta a significare che il mondo non è solo oggetto delle scritture, delle scritture che lo registrano, rappresentano, descrivono, ma anche soggetto alle scritture, sottoposto alla loro autorità, modificato dai loro effetti di senso, il mondo è squadernato attraverso le scritture che lo rilevano e solcano. Questo fenomeno è quanto le scritture “scientifiche”, nel loro sorgere storico, mostrano, prima di essere organizzate in forma compiutamente disciplinare dalle istituzioni scientifiche. Esse creano un ambito di oggetti, eventi, scenari che prima del loro esercizio non erano visibili e dicibili, in quel modo. È quanto anche la pratica poetica può fare, situandosi instancabilmente nel punto di sorgenza in cui vocabolari e oggetti si fronteggiano prima di ogni adeguazione condivisa, disciplinare.

Il punto d’innesco sono tre brani in prosa di altrettanti scrittori “scienziati” attivi tra Ottocento e primo Novecento: John James Audubon, ornitologo statunitense di origine francese, Elisée Reclus geografo e Jean-Henri Fabre entomologo, entrambi francesi. Nessuno dei tre fu uno scienziato “professionista” come lo intendiamo oggi, ossia uno scienziato a tempo pieno. Audubon, oltre ad essere un ornitologo, fu un appassionato cacciatore, un esploratore e anche un artista, illustratore e pittore (suo il celebre The Birds of America, contenente 435 illustrazioni di uccelli americani da lui realizzate). Il brano scelto proviene dai Missouri River Journals del 1843. Reclus fu un attivista e teorico anarchico, partecipò alla Comune di Parigi e, dopo aver subito il carcere, fu esiliato dalla Francia. È l’autore della Nuova geografia Universale. Il suo brano proviene da Le Alpi del 1869. Fabre, che è considerato il padre dell'entomologia, realizzò gran parte della sua formazione come autodidatta, e il suo mestiere principale fu l’insegnamento della fisica nella scuola secondaria. Il brano è tratto da Ricordi di un entomologo, il volume del 1900.

Questi tre brani sono stati proposti a quattro poeti francofoni (il primo belga e gli altri tre francesi): Vincent Tholomé, Frédéric Forte, Liliane Giraudon e Suzanne Doppelt. Ognuno di loro ne ha scelto uno, per realizzare una libera riscrittura. A loro volta queste riscritture sono state proposte ad altrettanti autori italiani (Alessandra Cava, Renata Morresi, Andrea Raos, Vincenzo Ostuni), per un ulteriore riscrittura. In questo susseguirsi di trasformazioni, la scrittura scientifica è stata abolita, il suo sforzo di rendersi trasparente di fronte all’oggetto, è stato perturbato dal ritorno dell’opacità linguistica. Quelle descrizioni di mondo sono divenute supporto di proiezioni, sono state sfigurate e riconfigurate, disorganizzate e reinventate. Ma quest’operazione che sfigura e riconfigura ha preso vie differenti, ha assunto strategie testuali plurali, che corrispondono alle diverse maniere degli autori. Alcune vanno verso la destrutturazione grammaticale, altre verso la letteralità, altre verso un uso allegorico del vocabolario naturalistico. Ma questo movimento non testimonia solamente di un regredire dell’oggetto alla sua pura e tautologica enunciazione linguistica, come vorrebbe una certa poetica francese della litéralité. La lingua perde la sua trasparenza, ritorna ad essere opaca e quindi reale, fatto tra i fatti, ma non per questo cessa di rinviare al mondo, di costruire una tensione nei confronti di esso, di fronteggiarlo.

Per questo motivo il curatore del dispositivo testuale, ossia il sottoscritto, e Gianluca Codeghini, artista e musicista, abbiamo deciso di “installarlo” nel mondo, nello spazio fisico, dandogli realtà sonora e azione. I testi da cui siamo partiti vengono dal mondo, da un’osservazione del mondo, da una molteplicità di pratiche – in realtà – che accompagnano e preparano questa osservazione, e vogliamo che ritornino al mondo, sotto forma di oggetti sonori o di azioni performative. Questo percorso è iniziato durante le giornate di Ex.it materiali fuori contesto , edizione 2016, ad Albinea, e all’Ateliersì di Bologna , nel contesto di Bologna in Lettere 2016, con la collaborazione di Alessandra Cava.

Audubon → Tholomé → Cava

John James Audubon

A cui bisogna aggiungere otto bisonti nella corrente, un’antilope e un cervo. Quale ecatombe devono portare con sé queste piene improvvise! La ragione di un annegamento di tale entità non stupirebbe probabilmente colui che conoscesse le loro abitudini, ma sarà bene ricordarle per colui che le ignora.

A qualche centinaio di miglia più indietro, il fiume s’incastra tra alte falesie, delle quali molte si ergono quasi a picco e sono dunque molto difficili da scalare. Quando i bisonti saltano nell’acqua oppure cadono dall’una o dall’altra riva, attraversano facilmente il fiume a nuoto, ma quando essi raggiungono le pendici di queste vere e proprie muraglie, le infelici bestie si sfiniscono in vani tentativi di arrampicarvisi finché non rendono l’anima e vengono trascinate dalle correnti fangose. Se ne sono pure visti i cadaveri à Saint Louis, gonfi e putrefatti.

La cosa più straordinaria in questa storia di bisonti annegati è che gli Indiani sono costantemente in agguato sulle rive e che, qualunque sia lo stato di decomposizione della carne (a condizione che la gobba contenga del grasso), essi nuotano fino ai cadaveri, li issano sulla sponda e li tagliano in pezzi. Dopodiché fanno cuocere e mangiano questa carne abominevole e così fino al midollo delle ossa.

A volte, il grado di putrefazione era talmente avanzato che di pelame non ce n’era più!

Traduzione di Alessandra Cava

Vincent Tholomé

Ieri, eravamo nello studio di Mi, Im e io, era mattina, finestre spalancate, c’era vento, che sollevava dal cranio di Mi una ciocca di capelli stopposi, Mi seduto bello rigido al tavolo ingombro di scartoffie debitamente stampigliate, intestate, accuratamente disposte in piccoli mucchi, o che fanno finta di esserlo, non un foglio sciolto che oltrepassi i ranghi o svolazzi per il tavolo, dal momento che Mi prende cura, come sempre, di posare su ogni mucchio un portacenere in rame rosso a forma di stella proveniente dalle colonie e dalle loro miniere a cielo aperto, dove migliaia di braccia muovono e smuovono, manipolano martelli pneumatici 15 ore al giorno, nel frastuono infernale, trasportando secchi di fango da evacuare, da scaricare altrove, nella savana inondata o nel fiume che trascina 1000 cadaveri di bufali e capre, pance all’aria e gonfi, vorticanti su se stessi secondo la forte corrente, le rapide e i mulinelli, imbarcati dal monsone, si direbbe, fino alla foce, l’oceano, poi l’America, Mi, seduto bello dritto al tavolo e infagottato nella camicia beige scuro, rimbrottandoci, non so perché, rimproverandoci d’impedirgli, a lui, MI, di vivere altrove, una vita semplice e felice, vicino al fiume Missouri o Mississippi, oppure sulle rive del Volga, lontano dal nostro fiume Lualaba e delle sue acque trascinanti 8000 cadaveri all’ora di ovini e caprini, caduti dalle falesie, travolti dai fanghi, le inondazioni, i flussi delle terre molli, che sfiancano gli individui più robusti identicamente agli altri, rovinando la loro pelle e il loro pelame, trascinandoli sempre più lontano dalle rive, dai luoghi di vita e di nascita, Mi, a voce bassa, che ci ricorda delle cose, ma cosa?, in un grande monologo inaudibile, finestre spalancate, lasciando entrare la città e i suoi rumori, un piccolo vento fresco e malizioso, che solleva una ad una, a vicenda, le ciocche leggere che ornano il cranio di Mi, piccole scintille avide di volo, ho pensato beffardo prima di uscire, di lasciare Im senza stringergli la mano, di ritornare al mondo salutare, al fiume, ai suoi pescatori che issano sulle rive le loro barche, conchiglie di noce con vele rettangolari, piccoli pezzi di tessuto non molto più grande di una tovaglia o di un set da tavola, che tagliano in pezzi, proprio loro, i pesci, facendoli cuocere, mangiando la loro carne abominevole questo fino alle lische, felici di essere tornati, di averla, una volta di più, scampata, ma per quanto tempo ancora? rispetto ai cargo, rischiando ogni notte l’incidente, l’urto definitivo contro gli scafi ciechi delle petroliere che portano altrove, nelle lontananze, il loro carico di bidoni d’olio impilati, di benzina o di gasolio, che solcano il fiume senza attenzione, perdendosi a volete nei meandri o incagliandosi, shazam!, in un banco di sabbia, nel bel mezzo dei coccodrilli, delle grandi belve, e degli ippopotami , ho pensato.

Traduzione di Andrea Inglese

Alessandra Cava

ieri eravamo io e, eravamo io, ed eravamo io, appena visibili a causa del turbinio delle carte debitamente stampigliate, quale ecatombe, le finestre straordinariamente aperte al mattino, le ciocche pallide dirette verso il soffitto, poi di nuovo sulla testa, nel venticello sfacciato, cercando senza successo di costruire delle torri, impilando i fogli, catturandoli col peso dei posacenere, ai quali bisognerebbe aggiungere, ho pensato, una quantità di bisonti, antilopi e cervi sul filo dell’acqua, non facendo fatica, questi, a passare attraverso i fiumi o i mari, bufali o capre che siano, il ventre in superficie e gonfiato, mulinanti su se stessi a piacere della corrente forte, delle rapide e dei vortici, portati via dai venti al di là dei confini, nel silenzio infernale, fino alla foce, e io, io e io, seduto ben dritto al mio tavolo, accusando loro, di impedire, a noi, di vivere altrove una vita semplice e felice, lontano da questi fiumi sui quali sfilano carcasse di ovini e caprini, caduti dalle falesie, trascinati dai fanghi, dal flusso delle terre molli, tentando invano di arrampicarsi - li abbiamo anche visti, seduti ben dritti al nostro tavolo, o facendo finta di esserlo, noi, lo schermo grande aperto in un monologo assordante, lasciando la città e i suoi rumori, loro, quelli più forti come tutti gli altri, disperdersi sempre più lontano dalle loro vie, la ragione del loro annegamento in così grande numero non potendo stupire quelli che conoscono le nostre abitudini, ricordando qualcosa, ma cosa?, avendone visto i cadaveri, prima di chiudere le finestre, fino alle spine, fino al midollo, le piene improvvise che sfiniscono la loro pelle e li spingono sempre più vicini al luogo della loro nascita.

Reclus → Forte → Morresi

Élisée Reclus

Le valanghe invernali nubiformi o valanghe di neve asciutta sono le più temute dagli abitanti delle Alpi, non soltanto per le devastazioni dirette che provocano, ma anche a causa delle trombe d’aria che a volte le accompagnano.

Quando dei nuovi strati di fiocchi non aderiscono ancora del tutto alle vecchie nevi che ricoprono, o quando la massa, troppo imponente, manca di punti d’appoggio, i venti tempestosi che passano sugli alti valloni possono tutto d’un tratto far precipitare l’intera massa; sarebbe a volte sufficiente il passaggio di un camoscio, la caduta di un ramo o una semplice eco, per rompere l’equilibrio instabile della coltre superiore.

Essa si muove lentamente, scivolando sulle masse indurite; poi, laddove la pendenza del suolo favorisce la sua avanzata, si precipita con un movimento sempre più rapido. Incessantemente ingrossata dagli altri strati di neve, e dai detriti, le pietre, i cespugli che trascina con sé, passa al di sopra di cornici e corridoi, frantuma gli alberi, rade gli chalet che si trovano sul suo passaggio, e simile a un pezzo di montagna che crolla, si tuffa a valle per risalire sul versante opposto.

Attorno alla valanga la neve asciutta si solleva in ampi vortici, l’aria compressa lateralmente dalla massa che si abbatte, muggisce a destra e a sinistra in vere e proprie trombe d’aria che scuotono le rocce e sradicano gli alberi, trascinandoli poi con sé per scagliarli sui versanti opposti.

Traduzione Andrea Inglese

Frédéric Forte

forte DEF PICCOLO

LA VALANGA DI IERI

nuda sotto il rene avanza, dispone il più morbido

degli abiti delle Alpi

..........................(ci si mente all’uso)

............dire le vesti attraverso la pagina

............gli strati

............dove lei, fiocco, non ha punto corno

 

x neve antica copre il bersaglio nudo…

punto d’appoggio, il vento infuria

passa sui talloni o d’un colpo

cita la massa intera :

lui (ff) ha fede, saggio d’un me caduto d’un [e]c_o

................L’ECO

............................libero, sporco di sudore

 

« Essa si muove lentamente, scivolando sulle masse indurite »

 

là dove il nesto osa il suo passo,

lei recita un movimento

incessante, rosato dai tocchi:

..................neve e detriti, pietra arrossata

..................che lei taglia da sopra nicchie e corridoi

spezza gli alberi, rade gli chalet

spesso intralcia il suo collo

e sembra un monte che scola, costeggia inghiottito

o sale il versante opposto

 

giro d’avallo, fa neve

.............polvere, linfa in vortice

(l’aria rimata trama per maschera)

doccia vitale cade

che conta questo treno

..................................sciabola la poesia la

..................................lancia sui versi posti

Traduzione Alessandra Cava

Renata Morresi

Le valanghe MORRESI corto

Fabre → Giraudon → Raos

Jean-Henri Fabre

È il feroce Scarite [gigante – Scarites giga], l’audace assassino, che interrogheremo per primo sulla morte simulata.

Provocare il suo stato d’inerzia è faccenda delle più semplici: lo manipolo un istante, lo rigiro tra le dita, ancora meglio, lo lascio cadere sul tavolo, a due o tre riprese, da un’altezza esigua. Una volta ricevuto lo choc, e ripetuto se necessario, metto l’insetto sul dorso.

È sufficiente: la creatura riversa non si muove più, come defunta. (…) La posa inerte ha persistenza molto variabile nella stessa giornata, nelle stesse condizioni atmosferiche e con lo stesso soggetto, senza che io possa chiarire le cause che l’abbreviano o la prolungano.

Si sondano le influenze esterne, così numerose e a volte così deboli, che qui intervengono; si scrutano soprattutto le intime impressioni dell’animale, ma sono queste segreti impenetrabili.

Limitiamoci alla registrazione dei risultati. L’immobilità è mantenuta abbastanza spesso per una cinquantina di minuti; ma in alcuni casi può anche superare l’ora. Se nulla disturba l’insetto, se lo copro con una campana di vetro, al riparo dalle mosche, visitatrici importune nella stagione calda in cui opero, l’inerzia è perfetta: non il minimo tremito né dei tarsi, né dei palpi, né delle antenne. È davvero, in tutta la sua inerzia, il simulacro della morte.

Infine, il finto defunto resuscita. I tarsi tremolano, gli anteriori per primi; i palpi e le antenne oscillano lentamente, è il preludio del risveglio. Le zampe ora gesticolano. L’animale si curva un po’ sulla sua vita stretta, si inarca sulla testa e sul dorso, si rigira. Eccolo che zampetta e fila via, pronto a ridiventare morto apparente se rinnovo la mia tattica di choc.

Traduzione di Alessandra Cava

Lilian Giraudon

È la scontrosa Lascite (do-mina – littera) l’insospettata omicida che, per finire, con cautela studieremo in merito all’orgasmo simulato. Di offrire un sembiante di desiderio sarebbe capace anche un bambino: la si sfiora un secondo, la si gira tra le lenzuola, l’attimo dopo la si getta a terra, due o tre volte, su un tappeto. Rinnovata questa tattica secondo la temperatura e il momento della stagione, alla fine si mette la creatura sulla pancia. Eccoci: la simulatrice non dorme più, come elettrizzata (…) L’orgasmo orchestrato è tuttavia di intensità variabile secondo il ciclo della luna, la temperatura esterna e anche con lo stesso esemplare, senza che si riesca a capire cosa provochi la sua durata o la sua interruzione. Stilare una lista dei suoni ambientali che circolano nell’aria, così musicali per quanto fiochi, può rendere l’eccitazione sopportabile. Non dimenticate che penetrare sessualmente le parti intime della bestia vi farebbe correre un rischio mortale. Limitatevi dunque con gli occhi a fissare i risultati. Il tremito agita il corpo umido a volte per più di trenta minuti; per certi soggetti può durare anche oltre. Se niente disturba la femmina e se al riparo dagli onischi –anch’essi abitanti della camera nella stagione in cui opero – la copro di escrementi, l’orgasmo è totale: fremiti lungo il ventre, dai seni fino alla bocca. Si può osservare con grande esattezza, in tutto il suo caos, lo spettacolo della piccola morte… È a quel punto che la macchina del godimento si ferma. Gambe e braccia si immobilizzano. Lentamente il corpo si drizza, gli occhi vi trovano nella penombra. La bestia si piega un poco prima di scagliarsi in avanti. Si inarca, fauci spalancate, puntando alla gola. Eccola che conficca le zanne e vi dissangua come maiali per riprendere subito dopo la sua postura di orgasmo, in attesa che qualcun altro rinnovi la tattica.

Jacqueline Henriette Favre

Traduzione di Andrea Raos

Andrea Raos

È la socievole Lascite (do-mina – littera) la notoria genitrice che, per esordire, senza indugio trascureremo in merito all’apatia reale. Di sottrarre una reale repulsione non sarebbe capace nessun adulto: la si tiene distante a lungo, la si lascia immobile sul letto, molte ore dopo la si accompagna dolcemente verso il soffitto, una volta, contro il lampadario. Gesto inconsulto compiuto una sola volta, in un momento a caso del giorno e dell'anno, fin da subito il non nato sarà sulla schiena. Distanti: l'ortonimo è già sveglio, del tutto intontito. (...) L'apatia reale è di conseguenza regolare e indifferente al moto del sole, all'atmosfera stabile dell'ambiente chiuso e soprattutto, con diversi soggetti, è del tutto chiaro che non dipende dal finire subito e dal continuare. Cancellare i colori esterni immobili a terra, stridenti perché intensissimi, per forza di cose nega questa odiosa indifferenza. Ricorda sempre che mantenersi sessualmente lontano dalle parti esterne della pietra ti darà la vita. Tuttavia spingiti a odorarne le premesse. L'immobilità strazia il vuoto secco sempre per meno di un minuto: per nessuno dura mai di più. Quando tutto aggredisce il maschio e sotto attacco dalle scolopendre, sempre lontane per tutto l'anno della tua inattività, lo ripulisco dal cibo, l'apatia è incompleta: strazi di lombi, nuca e spina dorsale. Non si nota, nel caos, il segreto della grande nascita... Ma già da prima l'organismo del dolore si era messo in moto. Radici e rami si agitano. Rapida la pietra si affloscia, l'odorato ci perde nella luce. La pianta si piega a fondo dopo essersi tirata indietro. Si racchiude, opercoli stretti, ritraendosi dagli alluci. Non la noti strappare le radici ed iniettarti linfa come scimmia pur avendo appena prima negato la tua contorsione di apatia, indifferente a chi non tornerà mai più.

Fabre → Doppelt → Ostuni

Suzanne Doppelt

Uno spettro continuo

La tarma diventa nera per sfuggire ai predatori, lo Scarite lo è già, così nero come un uccello del malaugurio che conosce tutti i trucchi, fare il morto per esempio, fisso come il fasmide fa il fuscello su un tappeto di muschio, senza capo né coda o la farfalla la foglia secca, l’animale è un vegetale invertito. È sufficiente: la creatura riversa non si muove più, come defunta, sdraiata sul dorso, un dorso così duro come un’armatura, la mosca guarda il mondo al rovescio e le sue cause prime prima d’essere trascinata via ma basta un po’ di cenere, una vera mossa magica, affinché essa ritorni all’istante, un fantasma in tutto e per tutto simile, di taglia e di aspetto. Lo stesso vale per colui che ogni notte torna in vita, inservibile simulacro, il morto-vivente che ritrova il suo letto al canto del gallo, la coscienza stinta e il dente ben affilato oppure colui che va su di un filo, l’occhio elettrico tra il giorno e la notte, una vera macchina di precisione, perché nel sonno non trova riposo. È il caso dell’anguilla e di qualche animale superiore, morta, la sua pupilla si apre e si chiude otto, dieci, sedici giorni dopo, una gran bella danza macabra cento volte all’ora sotto l’influsso della luce. Poi è sufficiente: la creatura riversa non si muove più, come defunta, stesa sotto la sua ombra portata, semiscolorita, senza occhi e senza orecchie e così mite come un’immagine.

Vincenzo Ostuni

Riscritture testi Ostuni1

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Riscritture testi Ostuni2

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Riscritture testi Ostuni3

 

riscrizione alfabeta

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