Buon Natale!

Juan Domingo Sánchez Estop

Molto prima che il cristianesimo diventasse la religione ufficiale dell'impero romano, le date che oggi corrispondono al Natale erano quelle di una delle più importanti feste romane: i Saturnali. I Saturnali celebravano la fine del lavoro nei campi e il riposo invernale dei contadini. In questi giorni gli schiavi godevano di una relativa libertà e si celebrava anche la fine dei giorni più corti dell'anno, l'inizio di un nuovo ciclo. Il cristianesimo recuperò queste date e in particolare quella del 25 dicembre (giorno del Sol Invictus o di Helios secondo il culto mitraico) per festeggiare la nascita di Gesù. Il cristianesimo quindi situò la nascita di Gesù negli stessi giorni in cui gli schiavi potevano godere di una certa libertà e sperare in una liberazione definitiva simboleggiata dal berretto frigio del dio Mitra.

La chiesa celebra in questi giorni la nascita di un uomo restio a farsi assimilare da qualsiasi potere. L'insegnamento del Nazareno, che riprende alla lettera il messaggio rivoluzionario dei profeti, stona in effetti con un'istituzione convertitasi molto presto in un centro di potere a giustificazione di tutti i poteri terreni e di ogni sfruttamento. Sorprende che si predichi il vangelo all'interno di un'istituzione di questo tipo, così come stupisce la pubblicazione di Stato e Rivoluzione di Lenin nell'URSS di Stalin. In tutte e due i casi un messaggio contrario all'ordine esistente finisce per essere neutralizzato dalla sua ripetizione rituale all'interno delle liturgie ufficiali.

Vale la pena allora fare uno sforzo per riscoprire l'autentico messaggio di Gesù – e quello di Lenin – al di là delle mistificazioni. Gesù non è il predicatore di un'obbedienza basata sul terrore, predica invece un'obbedienza libera basata sulla speranza o sulla ragione. E non predica un'obbedienza cieca, ma un'obbedienza alla legge che coincide con la giustizia e la carità. Il messaggio messianico di Cristo - che la Chiesa ha dimenticato - vuole fondare l'obbedienza alla legge su una preliminare assunzione della dimensione del comune. Nessuno prima di Louis Blanc e del Marx della Critica al programma di Gotha aveva detto con tanta chiarezza in cosa potesse consistere una società in cui l'accesso alla ricchezza fosse separata dalla proprietà e dal lavoro, una società comunista. L'idea di «carità» («gratuità»: charis in greco è la grazia, ed è propria della grazia la gratuità) coincide esattamente con un accesso ai beni di questo mondo indipendentemente dai titoli giuridici di proprietà e dalla subordinazione a un ordine del lavoro:

Perciò io vi dico: non preoccupatevi per la vostra vita, di quello che mangerete o berrete, né per il vostro corpo, di quello che indosserete; la vita non vale forse più del cibo e il corpo più del vestito? Guardate gli uccelli del cielo: non séminano e non mietono, né raccolgono nei granai; eppure il Padre vostro celeste li nutre. Non valete forse più di loro? E chi di voi, per quanto si preoccupi, può allungare anche di poco la propria vita? E per il vestito, perché vi preoccupate? Osservate come crescono i gigli del campo: non faticano e non filano. Eppure io vi dico che neanche Salomone, con tutta la sua gloria, vestiva come uno di loro. Ora, se Dio veste così l'erba del campo, che oggi c'è e domani si getta nel forno, non farà molto di più per voi, gente di poca fede?

Non preoccupatevi dunque dicendo: "Che cosa mangeremo? Che cosa berremo? Che cosa indosseremo?". Di tutte queste cose vanno in cerca i pagani. Il Padre vostro celeste, infatti, sa che ne avete bisogno. Cercate invece, anzitutto, il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta. Non preoccupatevi dunque del domani, perché il domani si preoccuperà di se stesso. A ciascun giorno basta la sua pena [Matteo, 6:25]

Gesù chiama a condividere, ad abbandonare la proprietà, a non preoccuparsi per l'economia e a credere piuttosto nella libera capacità produttiva del comune e della comunità: Vendi tutto quello che hai, distribuiscilo ai poveri e avrai un tesoro nei cieli; e vieni! Seguimi [Luca, 18:22]

Andy Warhol, The Last Supper (1986)
Andy Warhol, The Last Supper (1986)

In termini moderni si direbbe: Da ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo i suoi bisogni. I veri discepoli del figlio del falegname non sono i grandi prelati né i potenti, ma i comunisti e gli atei. I comunisti in quanto difensori non degli orrori del socialismo di Stato, ma del regime del comune fondato sulla giustizia e la carità , ovvero una giustizia fondata non sulla proprietà ma sul libero accesso al comune.

E gli atei dicevamo, ma anche in questo caso gli atei veri, quindi non quelli che difendono un'atroce religione della Storia, dello Stato o qualsiasi altro incubo. I veri atei sono quelli che non credono nella provvidenza, né in un ordine dell'Universo, ma nella gratuità e nell'aleatorietà della storia e della natura, nella fondamentale aleatorietà del necessario. Tra questi atei della grazia ci sono naturalmente, insieme ai materialisti che rifiutano il principio di ragion sufficiente, i cristiani che propugnano insieme ai teologi della liberazione una «teologia dei predicati» che afferma non che «Dio è amore», ma che «l'amore è Dio», che il figlio dell'uomo è Dio, e che fuori dalla comunità degli uomini, fuori dal regno di questo mondo, non c'è nessun Dio.

Non lasciamo il Natale in mano a quelli che hanno crocifisso Gesù, ai prelati e ai potenti, a quelli che rubano ai poveri. Il Natale non appartiene a loro, ma all'unica comunità in cui credette Gesù, all'unico popolo di Dio che a sua volta è Dio stesso, non il Dio Unico perché la sua divinità è intrinsecamente molteplice ed è l'unica che merita di essere chiamata Dio. Dentro e contro una tradizione cristiana degenerata e corrotta dal potere, festeggiamo la nascita di un grande protagonista della libertà comunista e atea: Gesù di Nazaret.
Buon Natale!

Traduzione di Nicolas Martino

Rovine siriane

Augusto Illuminati

Circola in rete un appello internazionale a tutte le parti in causa diffuso dall'associazione Salvaimonasteri per la tutela del patrimonio culturale siriano, minacciato dalla guerra civile e dai saccheggi, graditi ai mercanti d’arte, che l’accompagnano. Giustamente all’invocata salvaguardia dei monumenti si unisce l’auspicio per il mantenimento di una «consolidata tradizione di pacifica convivenza fra gruppi di diversa appartenenza religiosa».

La Siria è un paradiso archeologico: l’antichissima Ebla, la nabatea Palmira, Bosra, Apamea, la cittadella di Aleppo e il suk coperto sottostante (entrambi già parzialmente compromessi dai combattimenti), la moschea degli Omayyadi a Damasco, i castelli crociati, una concentrazione senza pari di chiese fra il IV e il VI secolo intorno ai vertici di Qal’at Sim’an e Qalb Lozé, intatti insediamenti rurali bizantini nella steppa di Serdjilla, Sergiopolis-Rusafah, le fortezze giustinianee sull’Eufrate, Dura Europos... La coesistenza di testimonianze di varie epoche si accompagna alla coabitazione di minoranze sopravvissute al feroce tsunami dei nazionalismi e dei fondamentalismi religiosi del Novecento.

Gli antichi villaggi e le imponenti rovine di chiese a nord di Aleppo sono animati dai variopinti vestiti dei kurdi, Aleppo ospita tutte le confessioni religiose superstiti di scissioni ed eresie del cristianesimo orientale, cui si è sovrapposta una popolazione armena formata dalle vittime delle deportazioni e dei massacri turchi del 1915-1917, strappate dalle sedi anatoliche e spinte fino al deserto di Deir-el- Zor, poi rifluite nelle città (a partire dal mitico rifugio aleppino dell’hotel Baron). Alle varie frazioni del monofisismo e ai drusi corrisponde la pluralità islamica, dove a una maggioranza relativa sunnita si contrappongono forti nuclei sciiti e soprattutto la loro “eresia” alauita, minoritaria ma stabilmente insediata al vertice dello Stato e in qualche modo garante di un equilibrio etnico-religioso a prezzo di un esercizio autoritario del potere.

L’attuale e contestato regime deriva dalla rivoluzione pan-araba del Ba’ath (Rinascita), partito laico e anticoloniale fondato nella grande Siria e in Mesopotamia alla fine degli anni ’30 da cristiani, alauiti e sunniti (inizialmente sollecitati dal marxismo e dall’esperienza del Front Populaire), anche se di quell’ispirazione ben poco, a parte la tolleranza religiosa, restò nella dittatura familiare degli Assad e ancor meno nel percorso di Saddam Hussein in Irak. Abbastanza tuttavia da renderli invisi alle potenze coloniale e neo-coloniali nonché ai fondamentalismi religiosi: dei sunniti, che si sentivano emarginati in Siria, e degli sciiti, maggioritari in Irak, dove l’originario laicismo di Saddam aveva finito per identificarsi con un ceto arabo-sunnita, per di più in guerra con kurdi e iraniani.

Per limitarci alla Siria, è chiaro tanto che il regime si sta sgretolando per l’adozione di politiche liberiste, socialmente devastanti, che hanno fatto saltare gli antichi equilibri etnico-settari e accentuato la repressione politica interna, quanto che le insorgenze sono alimentate e armate da interessi globali e regionali (Usa, Turchia e Qatar, in primo luogo, mentre Russia, Cina e Iran appoggiano il governo per mantenere lo status quo). Paradossale è tuttavia, che l’Europa, dalle famose radici cristiane, si schieri a favore di una rivolta che mira alla liquidazione del pluralismo religioso siriano (come già è successo con quello irakeno).

L’innegabile e odioso autoritarismo politico degli Assad è diventato da un giorno all’altro inaccettabile per le democrazie occidentali, come era accaduto per Gheddafi, ma proprio i risultati dell’avventura libica stanno inducendo a una brusca frenata gli entusiasmi occidentali (di Obama in particolare) per ribelli sempre più palesemente mischiati a istanze al-qaediste. Per altro verso, come non vedere nell’interventismo della Turchia un momento della sua guerra anti-kurda e magari un eco dell’antica avversione agli armeni, due gruppi vistosamente presenti ai suoi confini meridionali siriani? Siamo partiti da monumenti in rovina, tracce memoriali, nostalgie plurali, per finire alle ragioni geo-politiche. Ma seguendo entrambe le filiere non si vede quale sia l’interesse dell’Italia e dell’Europa a esporsi (le parole non costano niente) a fianco della parte ribelle invece di favorire una soluzione meno cruenta del conflitto siriano.

Passi per una mistica dell’economia

Federico Campagna

PREMESSA: DIO

Ci sono molti modi di intendere un oggetto o un fenomeno. Possiamo parlare della sua essenza, della sua forma, della sua origine... Possiamo anche comprenderlo a partire dal suo modo di essere produttivo. Vorrei provare a utilizzare quest’ultimo punto di vista. La domanda, quindi, non è più ‘che cosa è?’, ‘come appare?’, ‘da dove proviene?’, ma piuttosto ‘che cosa produce?’, ‘in che modo è definibile a seconda della sua produzione?’.

L’oggetto di cui iniziamo a parlare, bisogna ammetterlo, non è dei più semplici da maneggiare, nemmeno con tutte le dovute precauzioni. Non è semplice, ma è fondamentale. Ancora di più, è splendido e necessario. Del resto, le cose belle sono difficili. Leggi tutto "Passi per una mistica dell’economia"

Go down, Moses
Una riflessione sui monoteismi

Maia Giacobbe Borelli

Cosa sarebbe successo se Mosé il profeta, non fosse stato salvato dalle acque? Proprio lui che, conducendo il popolo ebraico alla Terra Promessa e affidando loro le Tavole della Legge, li ha designati come popolo eletto, adoratore di un unico dio, aprendo la strada, attraverso il Mar Rosso, non solo alla divisione delle acque ma anche a quella degli uomini, attraverso i successivi tre monoteismi, tutte filiazioni di quell’esilio originario. I tre monoteismi, ecco, sono loro che ci hanno sempre dato filo da torcere, e ancora di più ora, dopo i fatti parigini.

Forse senza Mosé ora non saremmo qui a piangere gli errori e gli orrori dell’Occidente, perché senza di lui, niente ebrei, niente cristiani, niente islamici, né le lotte degli uni contro gli altri. Nessun Allah Akbar, o Israele e Palestina a contendersi le pietre, e neanche Papa Francesco a riempire le tasche dei mercanti romani, nessuna fede isterica come nessuna illusione di essere i migliori. Forse avremmo raggiunto da tempo la pace nel mondo, saremmo ancora immersi beatamente nella nostra ignoranza animale, parte di un mondo governato da forze molteplici, senza sottostare a nessuna verità rivelata e superiore. Saremmo forse migliori?

Mi è venuto questo pensiero amaro dopo aver assistito all’ultimo spettacolo di Romeo Castellucci, Go down, Moses, presentato in prima nazionale a Roma dopo il debutto parigino. Spettacolo che Castellucci così descrive «Il lavoro trasfigura i differenti momenti della vita di Mosè, così come ci vengono narrati nel libro dell’Esodo. Nelle vicende di quest’uomo vi è qualcosa che inerisce la sostanza del nostro tempo».

In scena si mostrano alcuni momenti della storia del profeta solo per porli alla nostra riflessione e farne esplodere la carica simbolica: così la scena crudele della sua nascita/aborto ambientata in un gabinetto contemporaneo e la successiva, in quello che sembra un posto di polizia, dove la giovane madre rivendica aspramente la giustezza del suo atto di abbandono del neonato, permette di cominciare a entrare nell’ottica di una rivisitazione della figura di Mosé, per scoprirne il ruolo di responsabilità colpevole nella storia della nostra (in)civiltà.

Due immagini molto potenti restano negli occhi: cosa è l’assordante macchina che dal proscenio tutto tritura, un’enorme Torah rotante o il tempo stesso che passa e ritorna inesorabile? Forse è il roveto ardente, dove dio parla a Mosé negandosi a ogni rappresentazione, spiega Castellucci che ritrae in scena più che un vitello d’oro, un innocente coniglio.

E cosa rappresenta il buco nero dell’apparecchiatura medica (normalmente usata per la risonanza magnetica) in cui la donna viene infilata e risucchiata? Sembra compiere attraverso di essa un viaggio all’indietro nel tempo, viaggio che risuona in noi come momento primigenio e onirico insieme, utero e caverna dove ritroviamo una condizione di schiavitù da cui, nonostante le nostre arroganti illusioni di modernità e progresso apparente, non ci siamo ancora sollevati, anzi sembriamo ritornare senza scampo.

Tutto si fa chiaro quando la donna lancia da quel luogo il suo SOS contro una vita perennemente in bilico tra nascite e morti, una profondamente incisa nell’altra. Un senso di angoscia prende noi spettatori: solo un velo trasparente ci divide da quella donna.

O Moses, scendi, porta via la mia gente, canta il gospel, ma lo spettacolo sembra suggerire un rovesciamento di senso rispetto a quello dell’antico canto di liberazione degli schiavi d’America: portaci via di qui, Mosé, portaci via da questo eterna condanna rappresentata dal ciclo delle morti e delle rinascite, della procreazione e della morte, della violenza dell’uomo sull’uomo, dell’oppressione della donna, che questi monoteismi letali non smettono di infliggerci. Mosé, ti prego, portaci via da qui. E se Mosé non è mai nato, ci toccherà uscire da soli da questo inferno.

Go down, Moses
Fino al 18 gennaio 2015 al Teatro Argentina di Roma
regia, scene, luci, costumi Romeo Castelluci
testi Claudia Castellucci e Romeo Castellucci
musica Scott Gibbons
con Rascia Darwish, Gloria Dorliguzzo, Luca Nava, Stefano Questorio, Sergio Scarlatella

Produzione
Teatro di Roma e Socìetas Raffaello Sanzio in co-produzione con
Théâtre de la Ville with Festival d’Automne à Paris; Théâtre de Vidy-Lausanne; deSingel International Arts Campus /Antwerp; La Comédie de Reims Maillon, Théâtre de Strasbourg / Scène Européenne; La Filature, Scène nationale-Mulhouse, Festival Printemps des Comédiens; Athens Festival 2015, Le Volcan, Scène nationale du Havre; Adelaide Festival 2016 Australia; Peak Performances 2016, Montclair State-USA; Con la partecipazione del Festival TransAmérique-Montreal

Brani musicali presenti nello spettacolo
O Heavenly King composto da Alexander Knaifel, eseguito da Oleg Malov e Tatiana Melentieva album: "Alexander Knaifel: Shramy Marsha, Passacaglia, Postludia - Megadisc, 1996; Wade In the Water composto da John Wesley Work II e Frederick J. Work, eseguito da Empire Jubilee Quartet. Album: "Take Me To The Water" - Dust-to-Digital, 2009