Lunga vita al tiranno Dionisio

43-referendum_immagineG. B. Zorzoli

Una convincente conferma delle motivazioni di fondo che hanno portato al risultato del referendum, ce la fornisce il confronto tra questo voto e quello del 2014 per l’elezione del parlamento europeo.

In comune le due consultazioni hanno infatti la circostanza di non essere soggette ai condizionamenti presenti nelle elezioni per il rinnovo del Parlamento: il classico rapporto clientelare e le pressioni di mafia, ‘ndrangheta, camorra (l’identificazione identitaria con una forza politica è fattore che oggi pesa molto meno di un tempo e non è più garantito a priori). Entrambe le elezioni erano quindi molto più libere, consentendo all’elettore di manifestare con molta autonomia il proprio orientamento o, spesso, lo stato d’animo prevalente quando si recava alle urne.

Nel 2014 le elezioni europee ebbero luogo pochi mesi dopo la nomina a capo del governo di Renzi, connotato da tre fattori di novità: l’età, la volontà di rottamare i vecchi protagonisti del suo partito, essere fino a pochi mesi prima estraneo alla politica nazionale. Renzi sembrava dunque incarnare alla perfezione il ruolo dell’anti-establishment, immagine che ha provocato la spettacolare crescita dei voti al suo partito: dal 25% dell’anno prima a più del 40%, un risultato senza precedenti.

Spesso anti-establishment viene utilizzato come sinonimo di populismo, che certamente ne rappresenta una componente, accanto però a motivazioni meno ideologizzanti e più concrete. Non a caso nel referendum la più alta percentuale di no si è riscontrata tra gli elettori tra 18 e 35 anni, dove massimo è il disagio sociale per la mancanza o la precarietà del lavoro, mentre chi ha un’occupazione fissa riceve retribuzioni inferiori alle attese, comunque non confrontabili con quelle della generazione precedente alla medesima età. Fenomeno confermato dalla diminuzione della percentuale dei no al crescere dell’anzianità degli elettori.

Qualsiasi sia il giudizio sui quasi tre anni del governo Renzi, è fuor di dubbio che le attese di un cambio significativo di rotta sono andate deluse: crescita non esaltante degli occupati, mancato, o modesto, miglioramento delle loro condizioni di lavoro, mance – tipo bonus di varia natura – che hanno probabilmente offeso più che gratificato, sarebbero ragioni sufficienti a motivare il disincanto. Probabilmente nell’attuale situazione (italiana e internazionale) non si poteva fare molto di più, ma a livello delle enunciazioni di principio, sì. Viceversa, a parte qualche rara e generica sparata verbale, contro ben identificabili condizioni immeritate di privilegio Renzi ha evitato di pronunciarsi (il caso delle banche è esemplare), mentre è stato prodigo di elogi nei confronti delle élite (si pensi ai reiterati apprezzamenti per l’operato di Marchionne). Last but not least, l’eccesso di ruoli importanti assegnati a persone provenienti da Firenze e dintorni ha fatto a pugni con la promessa rottamazione del passato, di cui questo costume era parte integrante.

La mancanza o l’inadeguatezza dei segnali di cambiamento è allora entrata in sinergia con la carenza di critiche all’establishment e ha provocato la slavina dei no, riproducendo in Italia, “la rabbiosa protesta anti-establishment e anti-globalizzazione [che] ha fatto prima vincere la Brexit e ha ora portato Trump alla Casa Bianca, creando una profonda spaccatura, non facilmente sanabile, in entrambi i paesi; nella società americana, senza precedenti dai tempi della guerra civile”, come paventavo nel mio intervento su alfapiù del 22 novembre scorso (Onde lunghe e pericolo iceberg). Una protesta provocata dal disagio sociale, ma, soprattutto, dalla mancanza, finora, di proposte in grado di fornire prospettive diverse per il futuro, E così concludevo: “Anche se il personaggio non ci piace, il nemico comune oggi non è Renzi”.

Conclusione che continuo a sottoscrivere. Vorrei che non fosse così, ma purtroppo temo che l’esito del referendum riproporrà la situazione che portò la vecchietta di Siracusa ad augurare lunga vita al tiranno Dionisio, perché il suo successore sarebbe stato certamente peggiore di lui.

Onde lunghe – e pericolo iceberg

referendumG.B. Zorzoli

Negli ultimi cento anni tre sono state le maggiori crisi europee. La grande guerra 1914-1918 lasciò un continente stremato, con la generazione di mezzo decimata, stati enormemente indebitati e alle prese con la non facile riconversione dell’industria bellica, gonfiatasi oltre misura. Per di più alla fase precedente il conflitto, che aveva vissuto la novità di una prima, parziale globalizzazione, si era sostituita una chiusura nazionalistica, aggravata dall’umiliazione di trattati di pace simili a diktat, subìta dai paesi sconfitti, e dalle tensioni derivanti dalla definizione dei nuovi confini. La proposta vincente fu il fascismo in Italia, il nazismo in Germania, Salazar in Portogallo, Franco in Spagna, e regimi sostanzialmente autoritari nella penisola balcanica. Ne rimasero esenti il Regno Unito e i paesi scandinavi. L’alternativa di sinistra ai vecchi gruppi dirigenti aveva già perso credibilità quando, all’inizio del conflitto, i partiti socialisti francese e tedesco avevano votato i crediti di guerra e quello italiano aveva pensato, furbescamente, di cavarsela con lo slogan «né aderire, né sabotare». L’incapacità di gestire la crisi postbellica e la lotta fratricida contro i socialdemocratici, scatenata dai neonati partiti comunisti, fece il resto. Il prezzo per liberarsi dal nazifascismo fu altissimo: una seconda guerra mondiale, da cui l’Europa uscì spaccata in due.

Meno drammatiche, ma altrettanto preoccupanti sotto il profilo economico-sociale, furono le conseguenze delle due crisi petrolifere degli anni Settanta, che tra fine 1973 e 1979 videro il prezzo del greggio moltiplicarsi per venti. In un’Europa, molto più oil dependent di oggi, per descrivere quanto stava accadendo si dovette inventare un neologismo: stagflazione, stagnazione più inflazione a due cifre. In questo caso il retroterra erano però il ’68 e le lotte operaie degli anni precedenti. Gli effetti politici della crisi furono quindi la caduta delle dittature greca, portoghese e spagnola, il successo del PCI nelle politiche del 1976, la vittoria di Mitterrand, sostenuto da socialisti e comunisti, nel 1981, quando per la prima volta dal 1958 i gollisti vennero estromessi dal potere.

Il successo di Mitterrand fu il canto del cigno di quella stagione. Alla fallimentare politica del PCI, che seppe solo garantire l’appoggio subalterno a monocolori democristiani, si aggiunse la rinuncia del presidente francese ad attuare il programma proposto ai cittadini francesi. Contemporaneamente la vittoria della Thatcher nel Regno Unito e di Reagan in USA rilanciarono politiche neoliberiste, che rapidamente vennero fatte proprie anche dalla maggior parte della sinistra europea. Quali erano, ad esempio, vent’anni fa, le stelle polari del neonato governo italiano di centro-sinistra? Tony Blair, che in Gran Bretagna aveva continuato imperterrito la politica thatcheriana, e Bill Clinton che, rimuovendo gli ultimi dei vincoli posti da Roosevelt al funzionamento dei mercati finanziari, aveva completato la politica avviata da Reagan e creato le condizioni per l’innesco della crisi finanziaria 2007-2008.

È quindi comprensibile che condizioni molto simili a quelle presenti dopo la prima guerra mondiale stiano producendo effetti analoghi. La rabbiosa protesta anti-establishment e anti-globalizzazione ha fatto prima vincere la Brexit e ha ora portato Trump alla Casa Bianca, creando una profonda spaccatura, non facilmente sanabile, in entrambi i paesi; nella società americana, senza precedenti dai tempi della guerra civile.

Questa volta l’onda lunga della rivolta è iniziata nelle due nazioni che, nelle altre due circostanze, erano rimaste alla finestra, salvo poi intervenire in modo risolutivo: con le armi della guerra nel primo caso, della controriforma economica nel secondo. La Brexit, ma soprattutto la vittoria di Trump avranno indubbiamente un forte impatto sulle elezioni europee del 2017, in particolare su quelle francesi: non si può infatti escludere che l’onda lunga della rivolta anti-establishment e isolazionista porti alla vittoria della Le Pen. In tal caso, l’assetto comunitario ne sarebbe sconvolto. Se si arrivasse alla Frexit, una Merkel, presumibilmente indebolita dai risultati delle elezioni tedesche e privata della coperta formale di una partnership a due con la Francia, avrebbe enorme difficoltà a tenere insieme i cocci, che stanno crescendo ancor prima delle tornate elettorali dell’anno prossimo.

In Bulgaria e in Moldova hanno appena vinto i due candidati filorussi. Il prossimo 4 dicembre, il successo alle presidenziali austriache dell’ultrareazionario Norbert Hofer è quasi una certezza matematica. Lo stesso giorno si voterà in Italia sulla proposta di riforma costituzionale. Ci arriviamo dopo uno scontro, più che un confronto, tra i fautori del sì e del no; rispetto ai passeggeri del Titanic, la differenza è meramente comportamentale: allora si ballava, oggi si litiga.

L’iceberg, però, incombeva allora come incombe oggi. E sarebbe bene ricordare che nel secolo scorso lo scontro tra comunisti e socialdemocratici venne superato, con la creazione dei Fronti popolari contro il nemico comune, solo nel 1934: si è chiuse la stalla solo quando, con Hitler al potere, i buoi erano già scappati. E che, anche se il personaggio non ci piace, il nemico comune oggi non è Renzi.

Trivelle: come nasce un caso

trivellaG.B. Zorzoli

Vi racconto la storia come farebbe il classico marziano piovuto dal cielo, una volta tornato a casa sua.

Le perforazioni offshore non solo possono provocare inquinamenti molto gravi per incidenti, come è accaduto più volte in passato. Meno noti, perché non fanno altrettanto notizia, sono ad esempio i fenomeni di subsidenza, provocati dalle trivellazioni, che hanno già causato danni nei territori dell’alto Adriatico e spiegano il blocco a ulteriori buchi in atto da molti anni.

Che non si tratti di business as usual lo sa anche Assomineraria, l’associazione di categoria aderente alla Confindustria, che un paio d’anni fa commissionò uno studio molto dettagliato in cui si analizzavano le condizioni socioeconomiche e ambientali dei territori interessati a possibili estrazioni di idrocarburi offshore e si suggerivano modalità di intervento per sollecitare il consenso delle popolazioni interessate: oltre alle campagne d’informazione, da attuare tenendo conto in particolare del livello di sensibilità ambientale, venivano suggerite anche proposte di interventi compensativi che venissero incontro a esigenze locali.

Il marziano fu favorevolmente impressionato da questo modo di procedere, anche perché lo studio era stato reso pubblico e quindi l’associazione di categoria aveva deciso di giocare apertamente la partita. Essendo un marziano curioso voleva godersela tutta, fino al fischio finale.

Purtroppo aveva fatto i conti senza un Oste fiorentino insofferente di qualsiasi confronto; confronto che, se vuol essere minimamente democratico, richiede tempo e pazienza. Oste in compenso noto per le manifeste simpatie verso quelli che Ernesto Rossi definì «padroni del vapore», mentre in tempi più recenti sono diventati «capitani coraggiosi» (copyright di Massimo D’Alema).

Detto e fatto: con alcune norme contenute nella legge «Sblocca Italia» (all’Oste piacciono i titoli paradannunziani), l’estrazione degli idrocarburi (petrolio e gas) acquisiva carattere di «strategicità, indifferibilità e urgenza», per cui il ministero dello sviluppo economico (guarda caso, proprio quello della Guidi) poteva sostituirsi alle regioni per autorizzare progetti riguardanti l’estrazione di idrocarburi e le relative infrastrutture.

Anche l’Oste, però, aveva fatto il conto senza altri nove osti, quante sono le regioni che hanno chiesto un referendum abrogativo delle nuove nome. Dopo avere sprezzantemente affermato di non avere «paura delle reazioni di tre, quattro comitatini», quando i primi sondaggi lasciarono pochi dubbi sulla volontà della maggioranza degli elettori di andare a votare sì al referendum, si affrettò a inserire nella legge di stabilità 2016 alcuni emendamenti, che cancellavano le novità introdotte dalla «Sblocca Italia» tranne una, proprio quella assurta agli onori – si fa per dire – della cronaca politico-giudiziaria di questi giorni.

Questa norma riguarda la durata delle concessioni per estrarre idrocarburi esistenti. Con la vecchia legge, che risale al secolo scorso, duravano trent’anni, ma la compagnia concessionaria poteva chiedere una prima proroga di dieci anni e altre due di cinque ciascuna. Già questo era un bel regalo rispetto a quanto avviene in altri paesi, dove alla scadenza è previsto un bando per la riassegnazione, ma evidentemente non era giudicato adeguato agli appetiti degli interessati. Ecco allora una norma, bocciata una prima volta dal parlamento e ripresentata come emendamento alla legge di stabilità 2016, dove è passata essendo stata chiesta la fiducia, che fa riferimento alla «vita utile» del giacimento. Il gioco, ben diverso da quello cui il marziano desiderava assistere, è fatto: la concessione è prolungata fino a quando chi la detiene è interessato a sfruttarla.

A ogni buon conto il voto per un referendum già depotenziato, perché riguarda solo questa norma, è stato indetto il 17 aprile, con una spesa di 300-400 milioni, evitabile se fosse stato tenuto in concomitanza con le elezioni amministrative di giugno. In questo modo l’Oste spera in un flop, che gli consentirebbe di sbandierare a destra e a manca «la maggioranza degli italiani è d’accordo con me».

Al marziano dispiace solo di non avere diritto al voto, perché ormai ha capito l’aria che tira e teme il peggio. Non essendo state abrogate da un referendum, le altre norme cancellate dall’Oste possono essere ripresentate in qualsiasi momento e un flop il 17 aprile potrebbe essere usato per giustificare una simile decisione.

Iene della tastiera o allocchi?

Augusto Illuminati

Ricordate le ždanoviane “iene con la macchina da scrivere”? Ricordate, insomma, si fa per dire, perché per averne sentito parlare occorre avere una certa età e non è facile neppure rintracciare l’espressione su Google. Comunque all’epoca, nei tardi '40 del secolo scorso, veniva detto in genere a torto e spesso di bravissime persone, tipo Sartre o Camus quando deragliavano dall’ortodossia cominformista (ancora googlare, per i militanti più giovani).

Problemi a rilanciare la formula, come un qualsiasi oggetto vintage? No, gli obbiettivi adatti abbondano – basta leggere gli editoriali sulla Grecia di Repubblica, Corriere della Sera e dello spinelliano Foglio (di cui appunto è amministratore delegato il rag. Spinelli, sì, proprio lui, il pagatore non utilizzatore delle olgettine). Per imbarazzo sul nome del fondatore e per irrilevanza mediatica tacciamo dell’Unità, “monumento equestre di Renzi”. L’unico problema è sostituire quell’arcaico oggetto museale con una banale tastiera. Iene con tastiera, ecco. La buonanima si stira nella tomba, le sue vittime d’allora pure e gli editorialisti d’assalto (sempre a quel tempo si diceva “sicofanti”, il liceo classico funzionava) hanno l’epiteto che si meritano.

Non solo i Livini, Bonanni, Cerasa, ma tutta la genia dei sondaggisti che, davvero ci meravigliamo, non scoppino a ridere incontrandosi per strada, secondo il mirabile detto di Catone riportato da Cicerone (qui mirari se aiebat, quod non rideret haruspex, haruspicem cum vidisset). Riassumiamo la farsa, esonerando i giornalisti onesti e i sondaggisti non prezzolati, che sbagliano in proprio. Scoppiata la mina del referendum, i giornalisti di regime si sono affrettati a dichiararlo illegittimo, affrettato e sbagliato (mica era il famoso 40,8% del Pd alle europee, do you remember?).

Poi, un passo alla volta. In soli cinque giorni: 1) i sondaggi dànno una chiara maggioranza al SI, 2) i NO sono passati in testa, ma i SI sono in risalita, 3) drammatico testa a testa, con i SI in lieve vantaggio. Fonti prima anonime, poi eterogenee e oscure, mentre i vari istituti italiani si guardavano bene dall‘avanzare pronostici o commentare i criteri di rilevazione. Conclusione: OXI al 61% e rotti. Parlare di manipolazione greca, di complicità italiana e di giornalismo allocco è semplicemente misericordioso. Quando il margine di errore balza al 13%, si direbbe che siano entrate in scena le agenzie che hanno truccato anni fa i conti greci…Se si fosse trattato di un sondaggio su un prodotto, le denunce sarebbero fioccate. Abuso di credulità popolare, se non circonvenzione d’incapace, tenuto conto del declino dello spirito critico nel pubblico medio dei lettori di quotidiani. Discorso a ruota per le Tv, con sporadiche eccezioni.

Certo, i giornalisti in questione sono uomini d’onore e si sono lasciati trarre in inganno dai sondaggi falsificati – che peraltro non hanno denunciato ex post, proclamando anzi all’unisono che loro si erano ben resi conto dell’imminente vittoria del No, solo che non erano riusciti a trasmettere in tempo la loro convinzione alla redazione.

Dunque i commenti, ben ritmati con il Communicator in chief, Matteo –che adesso tace, e come si fa? Il referendum è uno scarico di responsabilità. La scelta è fra euro e dracma. Angela e Matteo vi guardano dall’alto nel segreto dell’urna. Se votate No verrà la peste e il terremoto. Avete votato No e adesso pagate le conseguenze, brutti fannulloni che avete vissuto al di sopra dei vostri mezzi e a spese nostre. Arridateci i nostri 40 o 80 miliardi, maledetti baby pensionati! Tutti armatori ed evasori! Grexit subito. Naturalmente grande accodo ai deliri di Schulz, che promette “aiuti umanitari” ai greci ridotti alla fame, ma forse per “umanitari” pensava ai bombardamenti. Il tutto corredato da annunci catastrofici (il pane è finito nelle isole! Non ho trovato il viagra in farmacia!) e da foto e video da day after: il pensionato che si sventola sui gradini della banca o quattro clienti in fila al bancomat, tipo la sera a Sanlo prima della pizza. Mi dicono invece che la metro funziona meglio delle linee A, B e ½ C a Roma ed è pure gratis.

La danza degli avvoltoi impazziti (ma forse solo allocchi ingrifati) si è poi distribuita per cerchie più strette – a volte miserelle (a Exarchia ha vinto il Si! )– e l’obbiettivo più ghiotto è stato il grande Ianis Varoufakis, prima durante e dopo le dimissioni. Non serve Freud e manco 'a zingara per decifrare il groppo di invidia politica ed erotica, odio di classe e desiderio frustrato che, ben distribuito per gender, ha animato il giornalettismo italiano. Diciamo che le argomentazioni anti-keynesiane non sono state prevalenti.

Ok, mi fermo qui. Ci vorrebbe un Kraus per una disamina più attenta, ma che dico? Sarebbe sprecato per le bassure in questione. Basterebbero i cassonetti dell’Ama, se non fossero già strapieni.

Bipolarismo sincronico

Ugo Mattei

Conclusasi la fase del «bipolarismo seriale», che ha caratterizzato l’epifania semiperiferica italiana fra il crollo del Muro di Berlino e la «grande crisi», sembra essere iniziata quella del «bipolarismo sincronico». Mi spiego: nel volumetto Contro riforme, che ho da poco pubblicato per i tipi di Einaudi, credo di aver dimostrato come le riforme prodotte o promesse dai primi anni Novanta dagli opposti schieramenti siano state in sostanziale continuità.

Che esse fossero proposte dal centro-destra oppure dal centro-sinistra, il loro senso non mutava. Sempre si è trattato di «riforme» neoliberali, volte ad alleggerire lo Stato, concentrare il potere politico nell’esecutivo, flessibilizzare i rapporti di lavoro, favorire la concentrazione oligopolistica del potere economico, privatizzare i beni comuni. Il punto più avanzato del bipolarismo seriale è stato il decreto Ronchi (Pdl) che, nel 2009, riprendeva il filo delle famigerate lenzuolate di Bersani (Pd).

I referendum del 2011 hanno condiviso la parola d’ordine proposta nel 2007 in un volume pubblicato dal Mulino che raccoglieva gli esiti di una riflessione collettiva su privatizzazioni e liberalizzazioni: bisognava «invertire la rotta». Per la prima volta una maggioranza assoluta del popolo esercitava la sua sovranità diretta in nome dei beni comuni, consegnando di fatto valore costituente a questa nozione. Non è un caso che nel luglio 2012 la Corte costituzionale abbia riconosciuto, per la prima volta in Italia, l’esistenza di un «vincolo referendario», respingendo il tentativo assolutamente bipolare di ridurre all’irrilevanza giuridica il voto di 26 milioni di italiani. In effetti, dopo il referendum, con il cosiddetto governo tecnico, insieme alla fobia per la democrazia, si sono realizzate le premesse per il passaggio dal bipolarismo seriale a quello sincronico.

Il protagonista di questo riuscitissimo «attentato alla Costituzione» è stato il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, in esecuzione di ordini perentori ricevuti dall’estero. Costui, approfittando della pavidità della dirigenza del Pd, in una prima fase ha «inventato» un profilo di statista per un mediocre economista della Bocconi da sempre al soldo dei poteri forti internazionali, designandolo prima senatore a vita (senza che ve ne fossero in alcun modo i presupposti costituzionali) e poi capo di un governo composto di altrettanto mediocri tecnici d’area. Successivamente, anche al fine di scongiurare un referendum sul lavoro per il quale erano state raccolte le firme, il presidente sovversivo ha indetto elezioni anticipate senza che il governo fosse sfiduciato dal Parlamento (come del resto mai sfiduciato era stato Berlusconi, anche grazie al tempo concessogli dallo stesso Napolitano per una vergognosa campagna acquisti).

Infine, quando l’esito delle elezioni si è collocato in piena sintonia con il referendum del 2011, premiando l’unica formazione politica non velleitaria autenticamente alternativa al bipolarismo seriale, ecco un nuovo «alto tradimento» del popolo italiano nell’interesse dei «mercati». Napolitano ha inventato così un inedito mandato condizionale a Bersani (la condizionalità il presidente l’ha probabilmente imparata dalla Banca mondiale!) e istituito subito dopo un «Gran Consiglio del riformismo», capace di garantire la prorogatio di Monti fino all’ottenimento della propria.

In questo passaggio la fobia per la democrazia, che fino a quel punto era stata limitata a quella diretta (riforma dell’articolo 81 della Costituzione con maggioranza bulgara per evitare la sicura sconfitta referendaria del pareggio di bilancio), si è estesa anche a quella rappresentativa. In effetti, appena cinque scrutini sono stati considerati sufficienti per far scattare la manfrina della discesa in campo del nostro come «salvatore della patria», quando nella storia della Repubblica tre presidenti sono stati eletti dopo oltre quindici votazioni e uno oltre venticinque. Il rischio era che, continuando a votare, il Parlamento, se libero di decidere, avrebbe infine eletto Stefano Rodotà, il miglior candidato possibile in un sistema democratico ma il peggiore possibile, in quanto uomo libero, in uno schema volto al servile servizio dei poteri internazionali e del debito in gran parte odioso con essi contratto negli scorsi decenni.

In Italia, attraverso il processo brevemente descritto, in meno di due anni da quando il popolo aveva indicato col referendum di voler «invertire la rotta», la sovranità è stata trasferita dal medesimo (che ne sarebbe titolare ex articolo 1 della Costituzione) al presidente della Repubblica (o meglio ai suoi mandanti internazionali). Trasferito così lo scontro politico sul piano costituente, si è potuta inaugurare la stagione (speriamo breve, anche se ne dubitiamo) del «bipolarismo sincronico», perché entrambi i poli sono stati messi, simultaneamente e non più consecutivamente, nelle inutili condizioni politiche di esecutori di un piano di riforme neoliberali identiche a quelle che negli scorsi decenni erano state imposte, sotto vincolo di condizionalità economica, ai paesi buoni allievi latino-americani e africani di Banca mondiale e Fondo monetario internazionale.

L’inaugurazione di un Ministero per le riforme (assegnato a uno dei «gran consiglieri del riformismo») e il tentativo di istituire una «Convenzione per le riforme», in brutale spregio delle più elementari forme costituite, sono il suggello della valenza costituente di questa dittatura, sostenuta dalla retorica riformista ed emergenziale. Saltato il terreno costituito, non possiamo che raccogliere, ben consci del rischio che ciò comporta, lo scontro costituente. Come probabilmente è noto ai lettori di «alfabeta», lo stiamo facendo nell’ambito della «Costituente per i beni comuni» che, dal Teatro Valle occupato, ha raccolto l’eredità teorica della Commissione Rodotà, ovviamente adattandola a circostanze che in cinque anni sono drammaticamente mutate, non solo in virtù della crisi ma soprattutto per il modo autoritario e incostituzionale di affrontarla.

Questo mi pare sia il terreno del confronto politico dei prossimi mesi: uno scontro costituente, che noi vogliamo «a testo invariato», in cui c’è in gioco il mantenimento della «promessa mancata» della Costituzione del ’48. Non stiamo dunque parlando di qualche miserabile punto percentuale alle prossime elezioni (sempre che se ne tengano), in cui rischia di ridursi l’ennesimo tentativo di rifondare la sinistra, una parola che, cari compagni, dovremmo ben guardarci dal pronunciare per qualche tempo!

Dal numero 30 di alfabeta2, dal 5 giugno in edicola, in libreria e in versione digitale

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Micrologie valdostane

Davide Gallo Lassere

Incastonata tra le più alte montagne europee sorge una valle detta d’Aosta. Un lembo di terra le cui bellezze mozzarono il fiato a pittori romantici inglesi e francesi e che seguitano tutt’ora ad attirare ogni anno migliaia di turisti. Quassù la crisi stenta ancora a scaricarsi in tutta la sua virulenza. Nonostante qualche recentissima, lieve incrinatura, i 140.000 valdotèns possono infatti vantarsi di godere tassi di criminalità, disoccupazione e povertà irrisori rispetto alle altre regioni italiane. Ben diverso il discorso per quanto concerne reddito, proprietà agricole e immobiliari, immatricolazioni di veicoli a motore e... suicidi: il cui numero relativo nel 2010 si è arrestato al doppio rispetto alla media italiana.

Aldilà di quest’ultimo, sconcertante dato, è solo dopo una ruggente scalata che lo stemma del leoncino aostano è riuscito a insediarsi con stabilità nei vertici delle classifiche italiane sulla qualità della vita. Il vecchio carrefour d’Europe si è così apprestato a diventare la Walt Disney delle Alpi: l’incarnazione perfetta di un mondo poststorico avvolto in una bolla di benessere e sport, mutui agevolati e incentivi di varia natura, assistenzialismo clientelare e gestione affaristica delle finanze pubbliche (si veda, dalle stalle che si trasformano in villini alle sovvenzioni più suggestive, la spropositata espansione appena ultimata del già ampiamente sottoutilizzato aeroporto). Luogo idoneo, insomma, in cui crescere figlioletti spensierati e sussidiati o dove trascorrere un’agiata pensione, nonché squarcio privilegiato per scrutare le storture antropologiche del grande sonno sociale, politico e culturale de “l’ultimo uomo”.

Peccato che, grazie a uno statuto speciale sorto dalle ceneri del fascismo, per qualche mese almeno la regione autonoma si è alacremente mobilita attorno all’istituzione e successiva approvazione (in data 18 novembre) di un referendum propositivo sul trattamento dei rifiuti. Oggetto del contendere un impianto di pirogassificazione. Una ciminiera alta oltre 50 mt, per la cui costruzione sarebbero stati stanziati 225 milioni di euro alle ditte che si sono già aggiudicate l’appalto: il più grande della storia valdostana. Millantato come il nec plus ultra della tecnologia, il pirogassificatore avrebbe avuto una capacità di smaltimento rifiuti decisamente superiore alle quantità prodotte in loco – ossia 60 mila tonnellate annue contro 42. Fatto ulteriormente aggravato dal basso riciclaggio (circa il 44% del totale) e dalle normative europee che prescriverebbero il raggiungimento del 65% di differenziata entro fine decennio, pena sanzioni.

Se a questa discrepanza ingiustificata si aggiunge che la pirogassificazione origina delle microparticelle particolarmente dannose per la salute (particelle ultraleggere che sarebbero state proiettate più in alto rispetto a quelle generate da un inceneritore, salvo dimenticare le frequenti inversioni termiche che avrebbero trattenuto a valle i corpuscoli ultrasottili, trasformando il pregio dell’avanguardia tecnologica in un indesiderato cavallo di Troia), l’oscenità del fallito progetto pare davvero vergognosa, specialmente per una regione che ha nel turismo e nella valorizzazione del territorio la carta vincente.

Due gli schieramenti. Da un lato il codazzo di soliti volti noti capeggiato dall’Union Valdotaine, un residuato di Mani Pulite che ha regnato in solitaria per quasi sessant’anni con plebisciti da repubblica delle fontine all’insegna del scintillante motto ni de droite ni de gauche. Sotto la condotta ferma del temuto e riverito empereur Presidente Auguste Rollandin (il padre-padrone che capeggia sul feudo de notre Vallée da metà anni '80, nonostante una condanna in ultimo grado per abuso d’ufficio in provvedimenti per appalti), il comitato-farsa pro astensionismo ha riproposto la trita e ideologica sentenza tecnocratica che va per la maggiore da un ventennio ormai: TINA, there is no alternative. Si tenga oltretutto in considerazione che, in un contesto di piccoli paesini in cui tutti si conoscono, spronare in modo quasi intimidatorio per l’astensionismo rappresenta un’evidente minaccia alla segretezza del voto, giacché il semplice fatto di recarsi alle urne ha manifestato un’aperta presa di posizione pubblica (il “sì” ha infatti vinto con uno schiacciante 94,02%).

Dall’altra una composizione eterogenea e animata dal basso, rispecchiante la composizione della società civile locale. Un aggregato, non trascurabilmente giovanile, di associazioni medico-ambientalistiche e comitati di varia natura, gruppi pittoreschi (come quello de “Le 320 mamme preoccupate”) e passaparola appassionati tra familiari, amici e conoscenti che ha trovato il saggio appoggio della coalizione della sinistra cosiddetta di centro e del M5S. Saggio in quanto nessuno ha cercato di egemonizzare il comitato promotore Valle virtuosa. Che sia finalmente giunto il momento in cui il detto unionista ma belle et chère vallée non debba più restare appannaggio della solita cricca di veterotradizionalisti?

In ogni caso, la vittoria del referendum che propone una raccolta differenziata spinta e il compostaggio dell’organico, oltre a un maggior riutilizzo degli scarti e al trattamento a freddo dei rifiuti restanti (il tutto per un costo inferiore di 2/3), si staglia all’orizzonte come un primo segnale di fumo dalla più piccola e meno popolosa delle regioni d’Italia nei confronti delle grandi opere minaccianti il bene comune promosse da apparati dirigenziali del tutto autoreferenziali e sclerotizzati. Il precedente storico per una parziale riappropriazione di territori e modalità dirette e propositive di fare politica dal basso da parte di una popolazione tendenzialmente dedita, nel migliore dei casi, all’impegno civile e volontario: uno speranzoso messaggio in bottiglia che ci si auspica venga raccolto, è proprio il caso di dirlo, su scala peninsulare e continentale!

Dopo le elezioni

Carlo Formenti

Dunque non era un golpe? Dunque il nostro sistema democratico è vivo e vegeto, perfettamente in grado di rovesciare il “duce” (o almeno i suoi cloni locali, milanesi e partenopei) e di far rientrare la politica nei binari di una “normale” alternanza? Dunque ero in errore quando, sull’ultimo numero di “Alfabeta2”, scrivevo di postdemocrazia, di regime, di necessità di organizzare la resistenza? Mi dispiace ma non rinnego nemmeno una virgola. La disfatta del centro destra nelle elezioni amministrative di maggio è cosa buona e bella, ma non perché ha vinto il centro sinistra, bensì perché si tratta di un potente segnale di risveglio della società civile - un segnale che è arrivato ancora più forte e significativo dal raggiungimento del quorum e dalla valanga di sì nei referendum del 12-13 giugno scorsi. Leggi tutto "Dopo le elezioni"